Haydar, un nuovo parigino

WelcomeMershIl progetto Welcome, ideato e coordinato dal JRS France, è una rete di famiglie e di comunità religiose disponibili ad accogliere per un periodo di tempo stabilito – di solito un mese – un richiedente asilo o un rifugiato.
Offrire accoglienza a persone appena arrivate e in attesa di essere inviate a un Centro di Accoglienza governativo e che spesso sono costrette a trascorrere questo periodo di attesa dormendo per strada significa in primo luogo dare loro l’opportunità di tranquillizzarsi e riposarsi dal viaggio e dallo choc dell’arrivo in un contesto sconosciuto.
Sia con la famiglia ospitante che con il tutor del JRS, che continua a seguire la persona in tutto il suo percorso, si stabiliscono relazioni autentiche, che avviano efficacemente al percorso di autonomia dei rifugiati, permettendo loro di prendere confidenza con la cultura francese, sentendosi meno isolati.

Oggi vi proponiamo un’intervista a Haydar, rifugiato afgano, che è stato accolto per cinque mesi dalla rete Welcome a Parigi, prima in una comunità di gesuiti e poi in diverse famiglie parigine.
Come è iniziata la tua vita a Parigi?

Il 24 settembre 2010, dopo un viaggio durato diversi mesi, sono arrivato a Parigi. Non sapendo come fare per presentare domanda d’asilo, ho chiesto informazioni a dei giovani del mio Paese. Come loro, ho trascorso i primi giorni tra le stazioni della metro e un parco. Una mattina – dormivo su una panchina – si è avvicinato un signore anziano. Mi ha fatto qualche domanda e, visto che non parlavo una parola di francese, mi ha proposto di insegnarmelo. Il giorno dopo, è tornato con un quaderno e una matita e abbiamo cominciato, così, nel parco. Imparavo in fretta e gli ho fatto capire che avevo molta voglia di imparare, perché non sarei più potuto tornare nel mio Paese e avrei dovuto vivere in Francia. «Allora devi andare a scuola» – mi ha detto lui. Ho accettato molto volentieri e tre mesi dopo ho iniziato a seguire dei corsi, quasi tutti i giorni.
Come ti sentivi a quel tempo?

In realtà non stavo molto bene, a parte quando ero a lezione, perché là smettevo di pensare alla mia famiglia, sempre in pericolo, e a tutte le sofferenze che avevo vissuto. A scuola mi concentravo sulle parole, ridevo con i professori, il tempo passava in fretta e mi pareva che finalmente nella mia vita stesse ricominciando a succedere qualcosa di positivo. Ma appena uscivo dalla scuola, il dolore e la tristezza ritornavano.
Come sei entrato in contatto con il progetto Welcome del JRS?

A dicembre, cominciava a fare freddo, pioveva, ero malato e la mattina a lezione ero molto stanco. Un professore mi ha detto «ti posso ospitare a casa mia, ma solo per qualche giorno, perché poi viene la mia famiglia a trovarmi». Natale si avvicinava e lui non sapeva più che fare, allora ha chiamato il JRS. Il 24 ci hanno ricevuto e quella sera sono stato accolto da una comunità di gesuiti.
Sei rimasto diversi mesi in questa rete di accoglienza. Che esperienza è stata?

In primo luogo, è molto importante vivere con dei francesi. Ogni sera mi pareva di aver vissuto cose che non capivo in città: tornando a casa, potevo parlarne, chiedere spiegazioni e alla fine capire cosa era davvero successo e perché. Poi mi sentivo atteso. La prima accoglienza è sempre un po’ difficile, perché uno ha l’impressione di disturbare e poi, se uno non sa la lingua, chi ospita deve fare molti sforzi e questo è ancora più imbarazzante. Poi diventa più facile: diciamo spesso che quelli che vanno direttamente dalla strada al centro di accoglienza, senza passare dalle famiglie, non possono capire nulla della Francia. Poi, come dicevo, quando mi trovavo da solo era come se fossi ancora al moi Paese, con tutte le paure e il dolore che riemergevano. Essere in famiglia mi ha aiiutato a concentrarmi su delle persone, delle parole, delle cose, a essere davvero presente. Mi piaceva soprattutto poter aiutare, rendermi utile.
Non è troppo difficile, dopo 5 mesi di accoglienza nella rete Welcome, uscire e ritrovarsi da solo al centro d’accoglienza?

Sì e no. Innanzitutto va detto che è una cosa normale. Poi ormai ero in grado di cavarmela da solo ed ero comunque rimasto in contatto con le famiglie che mi avevano ospitato e con il JRS, quindi non ero più isolato e anzi ero felice di non dipendere più da nessuno!
Cosa pensi della durata dell’accoglienza in ciascuna famiglia? Un mese non è troppo poco?

Per me un mese passava molto in fretta, ma non so se per la famiglia era lo stesso… Certo, è un peccato doversene andare proprio quando si comincia ad abituarsi. Ma ogni persona è diversa: per alcuni abituarsi è un bene, per altri è un male.
Cosa vorresti dire a chi ti legge?

Che la settimana scorsa mi hanno riconosciuto lo status di rifugiato e penso che senza il JRS, la scuola e le famiglie che mi hanno ospitato certamente non sarei qui. Vivere in famiglia, anche se possiamo sembrare timidi o preoccupati, ci fa molto bene, ci restituisce la speranza e l’energia. Grazie!

 

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