I calzini non cambiano mai – racconto vincitore de “La scrittura non va in esilio”

Ecco! finalmente un brav’uomo che si decide a comprare un paio dei miei calzini. Si, avete capito bene…calzini. Vi sembrerà strano che dopo tutte le innovazioni tecnologiche, l’invenzione di robot e di macchine super accessoriate, i calzini siano rimasti sempre quelli! Ma è proprio così! Anche oggi, nel 2113, capita di togliersi la scarpa e di ritrovarsi un fastidioso buco sul calzino!

Dai racconti di Aweis mi accorgo che sono una delle pochissime cose che non sono cambiate… oh, scusate, non vi ho detto chi è Aweis: lui è il mio migliore amico, il più simpatico di quelli conosciuti da quando sono in Somalia; un ragazzino di tredici anni mio coetaneo, dallo sguardo saggio e profondo.

Aweis mi racconta sempre molte cose che dice di leggere sugli e-book a scuola e, a volte, mi mostra anche alcuni di quei meravigliosi arnesi pieni di figure e scritte a me incomprensibili. Infatti io non sono mai andato a scuola perché nel mio paese erano a pagamento e la mia famiglia non aveva abbastanza denaro. Qui, in Somalia, ho appena cominciato a lavorare come venditore ambulante e fra qualche tempo potrò perfino iniziare a studiare! Così la smetterò di restare delle ore a guardare i ragazzi che escono felici da quell’imponente edificio e a immaginare chissà quante cose meravigliose avranno imparato!

Aweis dice che quando andrò a scuola potrò anche studiare la storia del mio paese e capire finalmente bene perché io mi trovi qui, senza avere più notizie di mio padre. Mio padre… Mi è difficile parlarne ora che non è più con noi. È partito lontano sì, è vero, per una buona causa ma tuttavia costretto dal governo del mio paese, altrimenti non avrebbe mai lasciato da soli, me e la mamma. È stato mandato su Marte insieme a tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni per una “missione umanitaria”, così dicono: raccogliere l’acqua fossile presente sul quel pianeta e riportarla nelle nostre case, dove le scorte sono sempre più scarse.

Come mi racconta sempre Aweis, un tempo il mio paese e tutti quelli confinanti erano molto ricchi; possedevano tutto ma non si accontentavano e cercavano di avere sempre di più. Non gli importava affatto che anche la terra avesse un limite ma continuavano a sfruttarne le risorse incondizionatamente, fino a quando esse sono andate sempre più esaurendosi. A quel punto, i pochi beni rimasti hanno raggiunto prezzi a dir poco inimmaginabili, con la conseguenza che solo i milionari potevano continuare a vivere in un paese dove anche respirare aveva un costo. Hanno cominciato così a mandare gli uomini nello spazio in cerca di risorse. E mio padre, prima di partire, ha deciso con mia madre che dovevamo cercare un posto migliore per vivere. Deciso…dovrei dire piuttosto che non c’era altra scelta! Io amo il mio paese, la pizza, il gelato, il mare, ma erano tutte cose delle quali potevo godere solo nel ricordo perché ormai erano diventate troppo costose.

La nostra nuova meta sarebbe stata la Somalia, un piccolo paese del Corno d’Africa che, dopo l’avvento di una reale democrazia, è ora diventato uno dei paesi più ricchi ed economicamente sviluppati.

Aweis mi racconta sempre che da loro la vita appena cento anni fa era -salvo i calzini- l’opposto di quella attuale. Erano infatti i Somali che, vessati da un governo che li privava delle libertà fondamentali e sfruttati dalle multinazionali straniere per la ricchezza del loro paese, erano costretti a fuggire nella mia e in altre terre alla ricerca di un futuro che veniva loro negato.

Ricordo ancora quel giorno quando, mentre giocavamo nella buia soffitta della casa di Aweis con il suo nuovo robot -dovreste vederlo, è davvero magnifico!- abbiamo trovato un taccuino polveroso  che doveva essere davvero vecchio perché ancora cartaceo. Sfogliando le prime pagine e chiedendo alcune informazioni ad amici e parenti abbiamo scoperto che il proprietario di quell’oggetto obsoleto era stato il bisnonno di Aweis, “un brav’uomo” come definito dai vaghi e sfocati ricordi della gente, approdato da ragazzo in Europa all’incirca cento anni fa.

Su quel vecchio taccuino egli aveva raccontato il suo lungo viaggio, appuntando i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Presi dalla curiosità avevamo cominciato a leggere quelle pagine ingiallite…o, meglio, Aweis leggeva ed io ascoltavo. Mano a mano che andavamo avanti ci eravamo resi conto che, altro che “brav’uomo”, quello era davvero un eroe! Cercando di raggiungere l’Europa aveva trascorso dieci anni della sua vita affrontando i pericoli del mare,la spietatezza dei trafficanti, il dolore e la sofferenza nelle carceri libiche, non riesco neanche a raccontarvi quello che Aweis leggeva, la fuga attraverso il deserto, la morte per gli stenti dei suoi compagni di viaggio. E poi, andando sempre più a ritroso nella sua storia, la fuga dal suo paese perchè perseguitato dalle forze di governo, l’abbandono forzato dei suoi familiari… Che cose terribili avrà provato quel ragazzo sulla sua pelle! La sua storia non si fermava a quei dieci anni di sofferenza ma continuava con la sua vita nel paese di nuova destinazione, perché anche lì non era riuscito subito a trovare pace. Ancora cinque anni di solitudine, di abbandono, di sopravvivenza con i piccoli gesti di elemosina dei pochi passanti mossi da carità, con il rischio di essere scoperto e di tornare al punto di partenza, fino al colpo di fortuna, che nel taccuino egli definisce miracoloso, quando grazie all’interessamento di alcune persone, era riuscito a trovare una casa, un lavoro, e, a causa della sua storia, protezione.

Ciò che mi aveva colpito e che ancora mi suscita ammirazione è che quel ragazzo di tanti anni fa, nonostante così grandi disavventure e dispiaceri, non avesse mai abbandonato la speranza e che grazie ad essa fosse riuscito a vivere una vita tutto sommato felice.

Ripensando al mio viaggio verso la Somalia, non so molto o, meglio, non ho mai saputo più di tanto, perchè mia madre spesso mi aveva tappato le orecchie e velato gli occhi con la sua calda e profumata sciarpa credo, forse, per evitare ai miei occhi di bambino tanta sofferenza. Ricordo solo la dolce e rassicurante stretta della sua mano, capace di attenuare per un pò il sempre più impellente bisogno di bere.

Aweis dice che anche io, nel mio piccolo, sono stato un eroe come il bisnonno del taccuino, io penso invece che c’è una grande differenza tra noi due. Appena giunto in Somalia io ho ricevuto infatti le necessarie cure sanitarie, sono stato sfamato e dissetato, abito ora in una casa con mia madre; dopo pochi giorni ci è stato assegnato un lavoro e il mio, anche se temporaneo, è ben pagato e divertente; so che il desiderio di andare a scuola sarà tra un po’ realizzabile. Quel ragazzo di un secolo fa, invece, una volta approdato ha dovuto attendere ben cinque anni prima di ricevere accoglienza, solidarietà e protezione; e pensare che era andato cercando tutte queste cose proprio sul suolo del mio paese…

Ma adesso devo interrompere queste mie riflessioni. Devo tornare al mio lavoro, ecco un uomo che si avvicina. -Ehi, amico, vuoi dei nuovi calzini? Corti, lunghi, di lana, di cotone…

-Buoni, questi! A quanto me li dai? –

-3 king, amico. È un affare!

-Stai scherzando?! Questi ne valgono almeno dodici di king. Non vorrai mica morire di fame… ecco, e tieni anche il resto!!-

Ragazzi… ci siete ancora? Vi siete accorti anche voi che le persone qui sono totalmente cambiate? ma non voglio elencarvi tutto ciò che per me non è più come prima.

Una cosa però ci tengo a dirvela: “continuate a godervi pure il calcio fino a quando anche questo piacere non scomparirà e… viva l’Italia!”

Chiara Agostinelli

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