Il lungo inverno dell’accoglienza a Roma La storia di Diop, rifugiato dal Senegal.

Diop ha 46 anni, sembra più grande della sua età, porta sulle spalle il peso di una storia dolorosa e sul corpo i segni evidenti delle violenze subite nel suo Paese. Non ha più il mignolo della mano destra, ha perso la vista a un occhio e soffre di patologie urologiche.

I ribelli della Casamance lo hanno preso e torturato per mesi, solo il pagamento di un riscatto in denaro da parte del padre gli ha consentito di salvarsi la vita. Una volta liberato non rimaneva altra possibilità che fuggire. È stato costretto a lasciare la moglie e quattro figli. È partito dal Senegal anni fa, ha viaggiato per mesi, finché nascosto a bordo di un peschereccio capoverdiano è sbarcato a Genova nel 2011.

Da lì è subito ripartito per Roma dove è stato riconosciuto rifugiato. Ferito e provato è iniziato per lui un difficile e lungo percorso di riabilitazione e integrazione. Nonostante i numerosi tentativi, la discreta conoscenza della lingua e il diploma di terza media, Diop non è mai riuscito ad avere un contratto di lavoro regolare in Italia. Nel suo Paese era commerciante di prodotti per l’agricoltura e l’allevamento, qui si è dovuto accontentare di saltuarie esperienze nel volantinaggio e come venditore ambulante.

Pur trovandosi ancora in una situazione precaria ha comunque deciso di avviare il ricongiungimento familiare per avere accanto a sé almeno i figli più grandi. Per chi sperimenta quotidianamente la marginalizzazione e la solitudine, il sostegno della famiglia diventa ancora più fondamentale. Così a giugno 2016 sono arrivati due ragazzi di 17 e 18 anni, un po’ spaesati e impauriti ma felici di aver riabbracciato il padre dopo tanti anni.

La gioia per essersi ritrovati, ha lasciato presto spazio alla disperazione. Diop non ha più diritto all’accoglienza assistita, neanche insieme ai figli appena arrivati. Dopo lunghe attese e vane illusioni, rimbalzati da un ufficio all’altro della capitale, non è stato possibile trovare una sistemazione alloggiativa dignitosa. Per mesi hanno dormito per strada, invisibili agli occhi delle istituzioni competenti. Ogni sera un posto diverso, la stazione Tiburtina, piazzale del Verano… per non dare troppo nell’occhio

Alla fine non c’è stata altra soluzione che dividere il nucleo. Il ragazzo più grande, maggiorenne, è stato inserito in un centro di accoglienza, mentre Diop e il figlio minore hanno continuato ad arrangiarsi con alloggi di fortuna. Da qualche giorno hanno trovato una casa grazie al progetto di semi-autonomia gestito dal Centro Astalli. Alla fine tutti e tre passeranno l’inverno al caldo, anche se non insieme, ma la loro vicenda rappresenta una sconfitta per tutti: istituzioni, servizi competenti e società civile. Nel 2016, a Roma, l’accoglienza continua ad essere un diritto non scontato e non per tutti.

Sara Tarantino

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