I bambini e la Siria

 

Mi chiamo Mirvat sono un rifugiata siriana. Sono nata e cresciuta ad Aleppo, la mia bellissima città.
Oggi la mia casa, le strade, i parchi in cui ho giocato da piccola, la scuola, il liceo, l’università sono un cumulo di macerie senza alcun senso.

Radere al suolo Aleppo significa aver distrutto soprattutto sogni, ricordi, progetti e futuro di una generazione
di ragazzi e bambini che farà i conti per il resto della sua vita con l’odore, i rumori e l’orrore della guerra.

La guerra mi ha portato via tutto e solo per puro caso, a differenza di molti altri ragazzi, mi ha lasciato viva.

Siamo scappati con la mia famiglia perché non c’era altra possibilità. Le bombe erano sempre più vicine, il loro rumore ogni giorno più forte, la nostra paura sempre più insopportabile.
E così con mia madre, mio padre, mia sorella con il marito e suoi piccolissimi bambini ci siamo messi in cammino fino ad arrivare in Libano.

Oggi siamo rifugiati in Italia. Io ho ripreso a studiare all’università. Continuo a studiare lingue e letteratura. Ce la metto tutta ogni giorno per ritrovare un senso, farmi degli amici veri, per ritrovarci anche come famiglia. Il compito di ogni rifugiato è ricostruire ogni giorno un pezzo che la guerra ti ha portato via. Non è facile soprattutto se ti hanno strappato i sogni da bambina togliendoti la possibilità di provare a realizzarli o il diritto di cambiarli.

Mio padre ad Aleppo era uno scultore del legno, da un pezzo senza forma creava cose bellissime. Il suo mestiere era dare corpo a un’idea e a dei pezzi legno. Oggi è come se noi fossimo dei pezzi di legno a cui dover ridar vita. Vi assicuro che non è semplice e non è affatto scontato.

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