Ti ho comprato, ora sei mio!

 

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Ero uno schiavo.
Non ci credi? Pensavi che gli unici schiavi che avresti incontrato nella tua vita sarebbero stati nei libri di storia o nei film sull’antica Roma? Beh, ti sbagliavi. Eccomi qui, in carne ed ossa, che cammino per le strade della tua città in cerca di lavoro, in cerca di una vita serena e libera, che nemmeno il tuo paese civile e democratico riesce a darmi.
Ero uno schiavo. Ma forse l’imperfetto non è il tempo verbale più corretto per parlare della mia schiavitù. Sì, adesso non appartengo più a un padrone, ma certo libero non sono.

Ti stupisci? E perché? Ho ventiquattro anni, quattordici dei quali passati ridotto in schiavitù: riesci a capire cosa vuol dire? Non credo proprio. Non si può capire, e non so nemmeno se si può spiegare.

Quattordici anni in una stanza grande quanto uno sgabuzzino, completamente vuota. Solo il giaciglio su cui dormire. Niente alle pareti, niente sul pavimento, niente armadio. Del resto anche se avessi avuto un solo cassetto, non possedevo nulla da metterci dentro, neanche un vestito.
Cos’è stata la mia vita in quei quattordici anni? Obbedire agli ordini del padrone e della padrona. Preparare il tè, pulire pavimenti e finestre, fare la spesa al mercato…

Tutto è cominciato quando avevo nove anni.

Vivevo con la mia famiglia in uno dei tanti villaggi della Mauritania, circondato da una bellissima foresta, che mi piaceva tantissimo. Avevo molti amici, ma il più speciale di tutti era Corias, il mio montone. Sì, hai capito bene, un montone! Ti fa ridere il fatto che giocavo con un montone? A me invece sembra così strano vedere le persone che passeggiano per le strade di Roma con un cane al guinzaglio!
Mi piaceva molto prendermi cura di Corias: lo tenevo pulito, gli davo da mangiare e lo facevo allenare per le gare che organizzavo con gli altri bambini. Il mio montone vinceva sempre! Era il più forte di tutti, perché io lo facevo correre tutti i giorni.
Era bello stare nella foresta; a volte ci andavo anche da solo, di nascosto dai miei genitori, che mi ripetevano sempre quanto fosse pericoloso; e per spaventarmi mi dicevano che potevo incontrare i fantasmi. Ma io non avevo paura.

Anche quel giorno, era andato da solo nella foresta. Era il primo giorno di Ramadan, e i miei avevano preparato una colazione ricchissima per tutto il villaggio, anche per noi più piccoli che non avremmo fatto il digiuno. Ero contento, c’era aria di festa. Ho mangiato tanto quella mattina. E dopo, visto che non c’era scuola, sono corso a prendere Corias per stare con lui tutto il giorno nella foresta.
Ero al ruscello a lavarlo, e aspettavo i miei amici, quando sentii un gran rumore: forse erano i fantasmi, pensai, e mi misi subito a correre per tornare a casa.
Sopra alla foresta c’era una nube nera, e un odore tremendo di bruciato. E io correvo, correvo, più veloce che potevo, volevo solo tornare a casa, dai miei genitori. Quando arrivai al villaggio, il fumo era sempre più fitto: tutto era in fiamme, non riuscivo neanche a distinguere la mia casa tra le altre. C’erano degli uomini, e corsi verso di loro chiedendo aiuto. Ma non mi fecero passare, mi bloccarono. Cercai di divincolarmi, chiedendo dove fossero mia madre e mio padre. Niente, nessuna risposta. Mi costrinsero a salire su una jeep con altri bambini e ragazzi, tutti terrorizzati, nessuno che capisse cosa stesse accadendo.

Arrivammo in un posto, dove mi misero in una cella. Continuavo a piangere e a ripetere che i miei genitori mi stavano cercando, che sarebbero arrivati a prendermi. Questa era l’unica cosa che dicevo, l’unica che mi importava. Poi iniziai a capire. O meglio, più che capire, a un certo punto accettai quello che una parte di me aveva già intuito. E comunque la verità sui miei genitori e sul mio destino mi venne urlata in faccia da quello che sarebbe diventato il mio padrone: «i tuoi sono morti! Io ti ho comprato, ora sei mio!».

Non mi piace parlare di quel periodo, non ci sono molte cose da raccontare, e non sono fiero di me stesso e di quello che pensavo. I giorni era tutti uguali. Quando non avevo lavori da fare, per esempio di notte, e non riuscivo a dormire, per non ricordare riflettevo su quale fosse il modo migliore per togliermi la vita: quale la tecnica da usare, dove farlo, quale il momento della giornata più adatto. Era l’unico progetto che potevo fare per il mio futuro. Negli stessi anni in cui tutti i miei coetanei probabilmente fantasticavano su come sarebbe stata la loro vita di adulti, provando a immaginare un lavoro, una moglie, dei figli, io potevo pensare soltanto alla mia morte.

Di giorno, facevo tutto con estrema lentezza. Io che tra i miei fratelli ero il più veloce, il primo a finire i compiti, ad apparecchiare la tavola, a correre, ora mi ritrovavo costretto a rallentare tutto per non pensare.
Ti faccio un esempio: ogni pomeriggio, alle quattro e mezza, doveva essere pronto il tè. Preparare e servire il tè del pomeriggio era uno dei miei compiti fissi.
Per fare il tè quanto tempo ci vuole? Poco: dieci minuti, un quarto d’ora. Io cominciavo subito dopo aver lavato i piatti del pranzo, che dovevo servire a mezzogiorno e mezzo. Ci mettevo due ore a preparare il tè: prendevo il vassoio, e poi le tazze, una ad una le sistemavo sul vassoio, e poi il bricco del latte, le foglie da mettere nella teiera, l’acqua sul fuoco da accendere in seguito. Ogni gesto lo ripetevo piano piano, così mi tenevo impegnato e non pensavo. Un gesto dopo l’altro, un giorno dopo l’altro. E, dopo ogni notte, un altro lungo giorno, identico al precedente.

Questa è stata la mia vita per quattordici anni, fino a quando, un giorno, al mercato, il pescatore da cui andavo ogni settimana a comprare il pesce mi propose di andare via dalla Mauritania, di scappare. Ormai lui mi conosceva abbastanza bene, e sapeva la mia storia. Io non esitai un momento. «Certo! – risposi – Non desidero altro».
Ricordo che solo molte ore dopo mi venne in mente che forse avrei dovuto chiedergli delle spiegazioni: come avrei fatto a scappare? Dove sarei andato? Ma appena iniziavo a pensare queste cose, ancora una volta mi bloccavo davanti alla consapevolezza che tutti quei particolari non avevano nessuna importanza. Avevo ventitré anni, e niente da perdere. La mia vita non aveva ai miei occhi nessun valore: qualsiasi cosa sarebbe stata meglio. Non riuscivo nemmeno a credere fino in fondo che un cambiamento fosse davvero possibile. Ma di una cosa ero sicuro: non ero disposto a rinunciare a quell’unica possibilità. L’unico rischio era la morte, cosa che non mi spaventava. Non era certo l’ipotesi peggiore: qualcun altro avrebbe compiuto quel gesto che prima o poi avrei trovato il coraggio di fare da solo.

E invece il pescatore mi aiutò veramente.

La mia vita libera è cominciata nella stiva di una nave, dove sono stato nascosto per nove lunghissimi giorni. Sono state ore senza paura, ma piene di rassegnazione. Ero lì solo, non sapevo dove stavo andando né cosa sarebbe successo, e in fondo non mi importava, non c’era nulla che mi aspettassi dalla vita.

Beh, il resto lo conosci: sono arrivato in Italia, e con un po’ d’aiuto e fortuna sono riuscito a trovare un posto dove dormire. Sono stato riconosciuto rifugiato.

Ma solo sulla carta sono un uomo libero.
Di fatto sono ancora schiavo della paura, degli incubi che ritornano tutte le notti e che non mi fanno dormire. A volte quando sono sdraiato a letto, la testa diventa pesantissima, e risento l’odore di bruciato, le urla dei bambini, la voce del mio padrone che dice di avermi comprato. Ogni notte ritorna la Mauritania, la mia schiavitù.

 

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