Una pericolosa escalation di violenza

Mai come oggi si cerca di operare, spesso grossolanamente, una distinzione tra migranti economici e rifugiati, come se chi provenisse da aree dove non è in atto una “guerra tradizionale” non avesse diritto a chiedere una forma di protezione lontano dal proprio Paese. In realtà ci sono molti Stati, soprattutto in Africa e in Asia, dove al concetto di stabilità politica non corrispondono né quello di democrazia né quello di rispetto dei diritti umani. Il Camerun è uno di questi. Governato fin dal 1982 dal presidente Paul Biya, il Paese si appresta ad affrontare nuove elezioni nel 2018. Così ogni elemento che possa distogliere l’attenzione della popolazione dai numerosi problemi sociali ed economici, nonché indebolire le capacità di manifestare il proprio dissenso da parte dell’opposizione, viene utilizzato strumentalmente dal governo. Perfino i sanguinosi attacchi di Boko Haram che, soprattutto nelle regioni al confine con la Nigeria, hanno mietuto centinaia di vittime tra i civili.

Negli ultimi anni, come denunciato da diversi rapporti di organizzazioni internazionali, si è assistito a una pericolosa escalation di violenze e casi di violazione dei diritti fondamentali come arresti arbitrari, condanne senza equi processi, sparizioni forzate e gravi episodi di tortura. Violenze e abusi perpetrati proprio dalle forze governative in nome della lotta al terrorismo. Centinaia di civili, anche donne e bambini, accusati sommariamente di collaborare con Boko Haram, sono stati sequestrati e torturati da unità speciali dell’esercito e dei servizi di intelligence.

Del resto la legge anti-terrorismo approvata dal Parlamento nel dicembre 2014 non solo ha ampliato in maniera spropositata e pericolosa i poteri delle forze di sicurezza, ma ha anche esteso il concetto di atto terroristico, per il quale è prevista la pena capitale, a “qualsiasi atto che possa causare la morte, o pericolo per l’integrità fisica, o danni alle risorse ambientali e naturali…”. Il tentativo di scoraggiare qualsiasi forma di ribellione sociale o anche solo di manifestazione pubblica appare palese e preoccupante.

Amnesty International ha documentato, nel solo 2016, più di 160 episodi di arresti arbitrari, 29 casi di tortura perpetrata in diverse basi militari, nonché 17 casi di sparizioni forzate per i quali le autorità, più volte sollecitate, non hanno ancora dato spiegazioni.

Migliaia di persone si trovano così nella disperata quanto paradossale condizione di sentirsi parimenti minacciate da gruppi armati terroristici, che hanno deliberatamente preso di mira la popolazione, e dalle forze di sicurezza governative, che per contrastare Boko Haram non esitano ad agire in piena violazione del diritto internazionale con rastrellamenti di massa e detenzioni illegali.

Non è la prima volta che il legittimo obiettivo della lotta al terrorismo porta a calpestare diritti che credevamo ormai consolidati e inviolabili. Fin quando continueremo a chiudere gli occhi in nome di una sicurezza collettiva che tutto pare giustificare?   

 

Emanuela Limiti

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