Togo – il popolo chiede democrazia

Nel caldo afoso del villaggio di Amakpape le donne, da vere equilibriste, portano  i contenitori per l’acqua in bilico sulla testa , a passi lenti e cadenzati dando il ritmo al tempo di ogni giorno. Un tempo che in Togo, dalla metà di agosto nei più grossi centri abitati,  sembra aver subito una forte accelerazione con giornate scandite da cortei e manifestazioni pacifiche di molti giovani togolesi, nella capitale Lomè e in altre città del nord del paese.

La richiesta è quella di tornare alla Costituzione del 1992, modificata e disattesa più volte dalla famiglia Gnassingbè, al potere in Togo dal 1963.  L’attuale presidente, Faure Gnassingbè , si è proclamato capo del paese, con l’appoggio dei militari, in una notte del 2005 prima che il padre morisse e da allora è sempre rimasto al potere disattendendo  la previsione costituzionale di un massimo di due mandati.

È una dittatura di fatto che ha portato e sta portando il paese ad essere uno dei più poveri del mondo con una costante violazione dei diritti umani.  Nel rapporto di Amnesty International del 2016 si denunciano detenzioni arbitrarie, repressioni nei confronti di ogni manifestazione pubblica e la totale impunità delle forze di polizia.

Dopo cinquant’anni di quasi totale silenzio, il popolo togolese è stato risvegliato dalla figura di Tikpi Atchadam, capo dell’opposizione, che ha saputo unire le diverse anime del Togo – il nord, tradizionalmente fedele alla famiglia Gnassingbè e il sud, più incline all’opposizione. Le ha unite in un movimento di protesta che ha visto centinaia di migliaia di togolesi scendere in piazza, affrontare la violenza della polizia e lottare pacificamente per la propria storia.

Lontano dai centri di potere, nei piccoli villaggi come quello di Amakpape, la vita continua invece a scorrere lenta, distante dalle lotte per la democrazia ma vicina alle lotte per la sopravvivenza, contro la malaria, contro la mancanza di risorse per pagarsi le più semplici cure, contro l’hiv, la fame e l’ignoranza.  Sono lotte distanti ma vicine, prodotte da quella classe dirigente che sta affamando il proprio popolo, con la connivenza, spesso,  dell’intera comunità internazionale.

E allora incontrare i rifugiati al Centro Astalli, dopo un esperienza, seppur breve, in uno dei paesi di origine, cambia la prospettiva, aiuta a non dare mai per scontato la sofferenza e i soprusi che costringono milioni di persone ogni giorno a mettersi in viaggio. Aiuta a chiarirsi che le cause delle migrazioni sono spesso frutto di politiche ingiuste fatte da quegli stessi Paesi che oggi cercano in ogni modo di respingere i migranti o bloccarli in paesi terzi. Conoscere l’Africa, la sua storia, la sua geografia è fondamentale per capire che siamo de privilegiati senza alcun merito e con non poche responsabilità.

Cecilia De Chiara

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