AI MIEI STUDENTI INSEGNERÒ TRE COSE. La storia di Lamine

Mi chiamo Lamine, ho 23 anni e vengo dal Gambia. È passato ormai molto tempo da quando ho lasciato la mia famiglia, la mia casa e la mia terra. Ero poco più che un bambino, eppure la vita mi presentava già il suo conto. La mia è una storia come tante, fatta di tanti spostamenti e di sofferenza, eppure nonostante le difficoltà tutti i giorni ringrazio Dio di essere ancora vivo.

Nel 2012 la situazione politica del Gambia era molto delicata. Per le strade, gli studenti manifestavano contro il Governo di Yahya Jammeh, contro un sistema dittatoriale che durava da 22 anni. Il mio è un Paese poverissimo, oppresso da un regime che tramite arresti arbitrari, torture e uccisioni tentava di sopprimere il dissenso e di mettere a tacere i media indipendenti. Anche io cercavo giustizia, come tutti lottavo contro un Governo che ci stava privando della libertà di pensiero e di scelta politica. Durante una manifestazione, alla quale avevo partecipato, vennero arrestate 13 persone, mentre molte altre riuscirono a scappare. Ho avuto paura di essere arrestato anche io, di subire le violenze riservate agli oppositori del regime. Decisi quindi di scappare.

Provai a chiedere asilo in Senegal, ma lì non mi sentivo al sicuro, così decisi di spostarmi in Mali. Lì trovai un lavoro: trasportavo merci da e per la Libia. Attraversavo il deserto continuamente, era estenuante. Poi, un giorno, in Libia venni arrestato, non so quale fosse la mia colpa. Mi ritrovai insieme ad altre 12 persone, rinchiuso dentro un container, dove non c’era nemmeno lo spazio per sdraiarsi. Ricordo che faceva molto caldo e che non potevamo lavarci. Mangiavamo solo una volta al giorno.

Ho subito violenze tante volte, ho vissuto mesi di violazioni dei diritti, di umiliazioni e di torture. Ho affrontato molte difficoltà, ma non mi sono mai arreso. Sono riuscito a pagare il mio riscatto e ho continuato il mio viaggio, in cerca di un futuro migliore. Ero deciso ormai a raggiungere l’Europa. Arrivai a Tripoli, e mi affidai a un trafficante. Ho affrontato il viaggio in mare due volte: la prima volta abbiamo avuto un problema all’imbarcazione e 26 persone sono morte. La seconda siamo tutti sopravvissuti e sono riuscito a raggiungere l’Italia. Appena arrivato ho fatto domanda di asilo e nel 2015, ho ottenuto la protezione umanitaria.

Vivere in Italia è un po’ facile e un po’ difficile. Facile perché sono vivo e perché ho incontrato molte brave persone che mi hanno aiutato. Difficile perché il mio percorso verso l’integrazione è ancora lungo. Oggi studio Affari internazionali all’Università e ho un permesso per motivi di studio. Ma sogno di tornare, quando sarà possibile, nel mio Paese per insegnare.

Ai miei futuri studenti, consiglierò tre cose: di credere in sé, di credere in Dio e di condividere con gli altri quello che si ha e quello che si è.

Testimonianza raccolta a cura di Mariangela Ferrara

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