LA DINAMICA DELLA FRATELLANZA NELL’ESPERIENZA CON I RIFUGIATI

Conversavamo a Roma, nella parrocchia di San Saba – il nucleo romano di accoglienza per uomini rifugiati gestito dal Centro Astalli – con due fratelli, non di sangue, ma amici: Morro, gambiano, e Sheer, pakistano.

Parlavamo un po’ di tutto: dei nostri Paesi, del clima, di poco più di 2 milioni di abitanti del Gambia («Non siamo un Paese – diceva Morro, ridendo –, ma piuttosto una provincia»), dei 220 milioni del Pakistan e dei 46 milioni dell’Argentina… E come sempre, io ho chiesto loro della famiglia, di quanti fratelli avessero. La domanda li ha fatti sorridere e li ha messi un po’ in imbarazzo. Il massimo grado di “riassetto mentale” davanti a una domanda che non rientra nei propri schemi l’avevo constatato quando, qualche sera prima, avevo domandato a un altro amico, Moustapha, quanti fossero nella sua famiglia. Lui aveva cominciato a fare il conto, prima a mente e poi sulla punta delle dita: le mogli di suo padre erano quattro, da sua madre aveva avuto cinque figli, dall’altra… Non sapeva essere preciso, ma la somma totale era almeno 28 tra fratelli e fratellastri. Ovviamente, egli conosceva bene i suoi quattro fratelli da parte della madre, ma quelli da parte delle altre mogli un po’ gli sfuggivano. E la differenza di età comportava che alcuni figli nati dal primo matrimonio avessero una trentina d’anni più di lui.

Quella sera Morro, dal canto suo, mi ha detto che loro sono cinque figli di sua madre, e poi ce ne sono altri quattro. Sheer ha sorriso e mi ha detto che pensava che io non avessi capito che i musulmani possono avere diverse mogli e che la difficoltà di Morro a dirmi quanti fratelli avesse fosse dovuta a ciò. Gli ho risposto che sì, l’avevo capito. Ma mentre lo dicevo, mi sono reso conto che lo capivo in astratto, perché il fatto di avere uno stesso padre con fratellastri di altre madri è qualcosa che rivela una profonda differenza esistenziale. Eppure si basa su una uguaglianza!

Possiamo spiegarlo con un esempio: quando si discutono questioni teologiche tra musulmani e cristiani, tra ebrei e buddisti, si comprende che il concetto ultimo di Dio è uno solo, ma si percepisce che le immagini – o non-immagini – e i sentimenti di cui il concetto viene caricato creano una certa estraneità e stabiliscono una notevole distanza.

Quando parliamo di “fratelli”, invece, le immagini e gli affetti che la parola evoca e la stessa estraneità suscitano simpatia. Si capisce l’imbarazzo dell’altro per una fratellanza di tanti fratelli di fronte a una società in cui prevalgono i figli unici. Le risonanze e le ripercussioni personali e sociali sono infinite. Essere figlio unico può portare al desiderio di avere molti “fratelli per scelta”, come si chiamano gli amici, oppure all’individualismo egoistico. Avere una grande quantità di fratelli e fratellastri può portare a una chiusura tribale o a un più ampio sentimento di parentela.

La dinamica della fratellanza è sempre luogo di decisione e di scelta libera e consensuale, in base alla quale si è più o meno fratelli.

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