L’ITALIA E I DIRITTI NEGATI LUNGO IL CONFINE ORIENTALE

Negli stessi giorni in cui Italia e Slovenia si incontravano per superare le ferite rimaste aperte dall’ultimo conflitto mondiale, la frontiera orientale irrompeva a Montecitorio con un’interrogazione sulle riammissioni informali di migranti tra i due Paesi.

L’azione parlamentare prendeva spunto dalla lettera aperta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – ASGI – nella quale si denunciava la violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo ope-rata lungo il confine sloveno dall’Italia. Sinteticamente, le accuse erano di:

1) effettuare riammissioni in Slovenia sulla base di un trattato bilaterale, antecedente l’ingresso di Lubiana nella Ue, interpretato peraltro in senso contrario a quanto stabilito in materia dalla Convenzione di Ginevra e dagli accordi europei e internazionali;

2) respingere i migranti senza l’emissione di un provvedimento motivato e notificato all’interessato che possa essere impugnato in tribunale (come previsto dalla Carta europea dei diritti dell’uomo – CEDU – e dal Regola-mento Ue n. 2016/399) e senza convalida giudiziaria (come prescritto dalla Costituzione repubblicana – art. 13);

3) non tenere conto della volontà di alcuni migranti di chiedere asilo in Italia. La responsabilità per queste do-mande è invece chiaramente regolata dal cosiddetto “Dublino III” (Reg. Ue n. 2013/604) e prevede che un Paese non possa rifiutarsi di esaminare una domanda di asilo, anche se originariamente presentata o da presentare in un altro Stato membro dell’Ue; oltre a escludere i respingimenti per i ri-chiedenti (Reg. Ue n. 2016/399). Con questo approccio, inoltre, l’Italia “finge di ignorare” – si legge nella lettera – che una volta in Slovenia, i migranti sono rispediti prima in Croazia, poi in Bosnia-Erzegovina e in Serbia dove subiscono torture e violenze, documentare dalle ONG locali; l’art. 3 della CEDU vieta le riammissioni se si rischiano trattamenti inumani e degradanti;

4) effettuare respingimenti collettivi, vietati dalla CEDU, aggravati dalla mancata possibilità di presentare doman-da di asilo o di far valere lo status di richiedente.

La successiva risposta fornita dal Ministero dell’Interno ha destato preoccupazione perché conferma che i migranti sono respinti: 1) in virtù del trattato bilaterale del 1996, violando le tutele fissate a livello interno, europeo e internazionale; 2) senza tener conto dell’eventuale richiesta di asilo resa manifesta o del possesso dello status di richiedente; 3) collettivamente; 4) ignorando le conseguenze che affron-teranno i migranti nei Paesi in cui saranno ricollocati.

I timori palesati dall’ASGI e ripresi dall’interrogazione parlamentare sembrano quindi fondati, tanto da configurare un grave passo indietro dell’Italia sui temi del rispetto dei diritti demigranti in generale e del diritto d’asilo in particolare: non più o non solo un coinvolgimento indiretto, come acca-duto in occasione dell’accordo europeo con la Turchia o nel controverso trattato bilaterale con la Libia – finanziata affinché bloccasse le partenze dei migranti, lasciandole carta bianca sui mezzi da utilizzare in terra e in mare. In questo caso, si tratta di un intervento diretto, attuato sul territorio italiano, con il coinvolgimento di istituzioni e di forze di polizia italiane. Sorge quindi più di un’apprensione a immaginare quali possano essere gli sviluppi successivi, nella prospettiva drammaticamente segnata dal deterioramento del tessuto sociale, economico e politico causato dalla pandemia da Covid-19.

Massimo Piermattei

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