LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO. LE DONNE RIFUGIATE AL TEMPO DELLA PANDEMIA

In questi giorni così difficili in cui assistiamo alla recrudescenza del virus e alle sue conseguenze anche socioeconomiche, sembra quasi che il resto si faccia sfondo e a volte scompaia come se non esistesse più. Invece esiste, lo incontriamo e lo viviamo tutti i giorni noi che abbiamo deciso di dedicarci alla cura e all’accoglienza dei rifugiati.

Quando mi è stato chiesto di scrivere delle donne rifugiate mi sono subito venuti in mente i volti, i sorrisi, le lacrime, le storie di coloro che quotidianamente incontro nel mio lavoro con il Centro Astalli. Immediatamente ho pensato a Ruth, il mio ultimo colloquio, una signora mauritana vittima di violenza e tortura, da anni in Italia, autonoma e indipendente. L’emergenza pandemica le ha fatto perdere il lavoro e anche l’alloggio oltre alla possibilità di continuare una cura costante relativa alla sua patologia. È tornata, è stata ascoltata e attraverso una comune collaborazione, non facile di questi tempi, è stata inserita in un centro per donne, esperienza che fino ad adesso non aveva avuto la necessità di fare. Oppure a Marie, una ragazza del Camerun, vittima di violenza e di tortura, che aveva combattuto e vinto i suoi fantasmi interni, aveva molto lottato per convivere con i suoi ricordi per fare in modo che ciò che le era accaduto non rendesse un inferno il presente e ce l’aveva fatta. Anche lei è ritornata, i suoi progetti si sono fermati, la paura è riapparsa e così alcuni ricordi.

Anche a Genet, eritrea e Amira, somala, due signore non più giovani, sole, senza famiglia, accolte dal Centro Astalli il cui progetto, non solo di inserimento, ma di vita è e sarà difficile. Gli operatori quotidianamente vivono insieme a loro questa precarietà, cercando passo dopo passo di sostenerle e di costruire per loro una situazione che sembra ancora lontana dal concretizzarsi, poiché la sempre minore attenzione che il nostro paese rivolge al sociale e alla cura ha depauperato i servizi territoriali pubblici. Mi viene in mente Fatou, una ragazza senegalese in attesa di un figlio, che quasi con timore ha chiesto un aiuto per i troppi pensieri nella testa e per quella profonda tristezza e solitudine che da quando è arrivata in Italia le è subdolamente entrata nel cuore, nonostante la felicità dell’attesa. Il problema maggiore è il futuro, la paura di non poter mantenere il figlio in arrivo e di non potersi ricongiungere con quello rimasto in Senegal, poiché il marito ha perso il la-voro e non riesce a trovarne un altro.

Allora che fare? Quello che si è sempre fatto, lo straordinario a volte – e questa mi sembra una di quelle – sta nell’ordinario: l’ordinario della vicinanza e della pratica quotidiana.

Maria Guerra

psicologa del Centro Astalli

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