ETIOPIA: SI TORNA A COMBATTERE

Può sembrare paradossale dover chiedere a un premio Nobel per la pace di cercare di superare le tensioni politiche attraverso la diplomazia anziché lo scontro armato.

Eppure è quanto sta accadendo in queste settimane, durante le quali si moltiplicano gli appelli della comunità internazionale al cessate il fuoco in Etiopia, dove l’esercito del governo federale guidato dal presidente Abiy Ahmed, Nobel nel 2019, ha attaccato la “regione ribelle” del Tigray guidata dal Tplf (Fronte di Liberazione Popolare). Le ragioni alla base dell’escalation militare sono prettamente politiche ma si innestano su tensioni etniche che affondano le loro radici in tempi lontani. Il Tplf è sempre stato il partito egemone nella coalizione al potere, ma dall’avvento del presidente Abyi (primo oromo a guidare il Paese) è stato gradualmente ridimensionato. Le elezioni che avrebbero dovuto svolgersi ad agosto, e che avrebbero di fatto espresso un giudizio sul nuovo corso impresso da Abyi, sono state rinviate a causa della pandemia, ma in aperta sfida alle disposizioni governative, a settembre il Tplf ha organizzato ugualmente le consultazioni regionali, confermandosi di gran lunga il primo partito. Il voto è stato invalidato da Addis Abeba ma ha rappresentato un punto di non ritorno nei rapporti tra le due forze .È difficile trovare conferme delle notizie che si susseguono dal 4 novembre, data di inizio delle operazioni militari, poiché le comunicazioni da e verso la regione tigrina sono pratica-mente interrotte. Le poche certezze che arrivano, attraverso le testimonianze raccolte da Amnesty International e altre fonti indipendenti, parlano di centinaia di perdite tra i militari e di massacri di civili. Il più feroce si è svolto nella notte tra il 9 e il 10 novembre quando circa 600 contadini di origine ahmara (regione con la quale il Tigray ha in atto dispute territoriali mai sopite) sono stati uccisi dalle milizie del Tplf. Le ong che operano nel Paese (tra cui il JRS) chiedono a gran voce l’apertura di un corridoio umanitario in modo da raggiungere le persone colpite dalle ostilità, in una regione dove già prima del conflitto un milione di persone viveva di aiuti, all’interno di un Paese che, nonostante la forte crescita economica, rimane uno dei più vulnerabili all’insicurezza alimentare. Il 25 novembre si è conclusa senza alcun accordo la prima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi in atto. Ambigua appare la posizione dell’Unione Africana, che chiedendo più tempo per trovare in autonomia una soluzione diplomatica sembra di fatto concederlo al presidente etiope, che continua a dichiarare la questione esclusivamente un problema interno. Ma da un’azione che avrebbe dovuto essere “rapida e circoscritta”, come dichiarato dallo stesso Abyi, si rischia di innescare una reazione a catena in tutta la regione. Quanto tempo passerà prima che intervenga la storica nemica Eritrea, oggi alleata del governo di Addis Abeba e che vede nel rafforzamento del Tigray una chiara minaccia? E la Somalia, dalla quale l’Etiopia ha ora ritirato il proprio contingente che con-tribuiva a contrastare Al Shabaab, riuscirà proprio nei mesi che precedono le elezioni a mantenere la situazione sotto controllo? Il Sudan ha accolto in poche settimane 40.000 profughi, la metà dei quali composta da bambini e ragazzi sotto i 18 anni. L’UNHCR teme che si raggiungeranno presto i 100.000 sfollati. Quanto potrà resistere Khartum di fronte a un’emergenza umanitaria che rischia di travolgere tutto il Corno d’Africa?

Emanuela Limiti

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