Il Venezuela allo stremo mette in fuga anche i più vulnerabili

J. vive a Roma con le figlie, accolta dal Centro Astalli in una struttura per donne rifugiate sole o con bambini. Parla con grande dolore del suo Venezuela e non nasconde la preoccupazione di una mamma che si trova da sola a crescere due figlie in un Paese straniero. Nelle sue parole emerge l’esperienza dirompente che l’esilio può rappresentare per chi è costretto a lasciare tutto per mettere in salvo la vita. “Il mio Paese è in una situazione drammatica: la luce è razionata, mancano l’acqua potabile e i generi di prima necessità. In un Paese ricco di petrolio, non c’è benzina e bisogna fare molti chilometri a piedi per procurarsi il necessario per vivere. Così è esplosa una violenta lotta per la sopravvivenza, al punto di essere derubati delle buste della spesa. Chi ha qualche parente all’estero riceve aiuti, ma chi non ha nessuno si trova in grande difficoltà.

La pandemia ha aggravato la situazione, perché mancano i farmaci (perfino il paracetamolo) e l’assistenza sanitaria. Con la mia salute precaria, se fossi rimasta in Venezuela sarei morta.

Quando siamo arrivate a Roma due anni fa siamo state in un centro di accoglienza straordinaria dove c’erano più di 300 persone: non è stato facile, ci siamo sentite spesso discriminate: persino il fatto di parlare spagnolo, una lingua vicina all’italiano, era considerato da molti un privilegio, un vantaggio che secondo alcuni ci rendeva la vita più facile.

Abbiamo vissuto un periodo di grande solitudine e paura. Una volta riconosciute rifugiate siamo state accolte dal Centro Astalli e abbiamo iniziato un percorso di integrazione: ho ricevuto le cure mediche necessarie e ora sto bene; la mia figlia più grande ha studiato management alberghiero e ha fatto un tirocinio presso una catena di hotel in Calabria; la piccola frequenta la scuola media, studia pianoforte e ha finalmente tanti buoni amici. La pandemia ha rallentato il nostro cammino, ma sentiamo di essere cresciute tantissimo nell’ultimo anno e di aver utilizzato bene il nostro tempo per prepararci ad affrontare il futuro. Oggi ci sentiamo molto più sicure e fiduciose, grate agli operatori per il loro aiuto e e l’impegno che non fanno mai mancare”.

Giuseppe Trotta sj

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