Uscire da un silenzio complice: i poveri vanno aiutati non criminalizzati

“«Voi che calpestate il povero e sterminate gli umili […]. Ecco, verranno giorni in cui manderò la fame nel paese; […] fame di ascoltare le parole del Signore» (Am 8,4.11). Il monito del profeta Amos risulta ancora oggi di bruciante attualità. Quanti poveri oggi sono calpestati! Quanti piccoli vengono sterminati! Sono tutti vittime di quella cultura dello scarto che più volte è stata denunciata. E tra questi non posso non annoverare i migranti e i rifugiati, che continuano a bussare alle porte delle Nazioni che godono di maggiore benessere”.

Le parole di papa Francesco nell’omelia del quinto anniversario della sua visita a Lampedusa riportano a una chiara responsabilità nei confronti dei poveri e in particolare dei migranti e dei rifugiati.

Dobbiamo difenderli, non criminalizzarli. Che sia criminalizzata la solidarietà non si giustifica, ma si può arrivare a comprenderlo: da sempre chi aiuta gli ultimi è guardato con sospetto. È un sovversivo!

Le strutture ingiuste si reggono sulle spalle delle vittime e per automantenersi attaccano chi modifica lo status quo. Se qualcuno si mette dalla parte degli ultimi, denunciando le strutture di peccato e cerca di rialzare chi è caduto e chi è ai margini della strada, come il malcapitato della parabola del samaritano, lo può fare ma non oltre un certo limite, perché allora crollerebbe la casa di carta del potere che si mantiene nell’ingiustizia. Tuttavia non possiamo permettere che vengano criminalizzati i poveri, gli ultimi, i migranti: loro no! Loro hanno già ricevuto dalla Storia, quella ingiusta dei potenti che neppure li nomina, la loro quota di male ingiusto.

Dobbiamo essere voce di chi non ha voce, dobbiamo uscire da un silenzio complice in cui ci relega una certa politica. Da un silenzio complice di una certa religione che guarda al cielo e non vuole guardare alla terra in cui uomini, donne e bambini muoiono ed è negato loro di vivere con dignità; un uso della religione folcloristico e formalistico fatto da taluni che disprezzando gli stessi uomini e donne dalla fede semplice ma sincera, usano il rosario o uno spiritualismo cieco per raccogliere tra questa gente semplice un consenso ancora più odioso perché ottenuto con l’inganno.

Dobbiamo svegliarci come cittadini e cristiani dal torpore complice in cui siamo caduti e difendere chi è povero, almeno questo glielo dobbiamo!

Camillo Ripamonti sj

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Yemen: la pace è ancora lontana

Ci sono guerre di cui non si parla perché così lontane dagli interessi delle potenze mondiali da non destare la nostra attenzione. Ci sono guerre di cui invece non si parla perché così legate agli interessi di grandi potenze economiche e militari che si preferisce agire evitando le luci dei riflettori. Così nello Yemen, da più di tre anni, vengono sganciate bombe “silenziose”, che hanno provocato però più di 10.000 morti, per la maggior parte civili. Le vittime sarebbero molte di più se qualcuno potesse contare i danni collaterali: migliaia di decessi dovuti alla malnutrizione, alle malattie, all’inasprimento del regime oppressivo dei ribelli Houti.

Figlia incompiuta delle Primavere arabe, la rivolta nello Yemen ha portato nel 2011 alla destituzione del presidente Saleh, al potere da più di trent’anni, ma ha creato, come in Libia e in Siria, una pericolosa instabilità politica ed economica, di cui hanno cercato di approfittare da un lato le milizie di Al Qaeda, dall’altro i potenti vicini che si contendono il predominio regionale. Contro il nuovo governo di Abd Rabbo Mansur Hadi, unico candidato alle elezioni del 2012, si è subito schierato il gruppo ribelle sciita degli Houti, che dopo anni di scontri è riuscito a prendere il controllo di ampie aree del territorio, costringendo lo stesso Hadi alla fuga in Arabia Saudita. Proprio da Riyad è partita la risposta militare di 9 Paesi. Obiettivo dichiarato è ripristinare il legittimo governo. Obiettivo non dichiarato colpire lo storico nemico iraniano, accusato di fornire armi e assistenza ai ribelli Houti, e imporsi come nuova potenza regionale. Sfortunatamente quella che doveva essere la guerra lampo saudita va avanti ormai da tre anni, regalando alla popolazione stremata un duplice triste primato: lo Yemen è teatro della peggiore crisi umanitaria del mondo (22 milioni di abitanti su un totale di 29 necessitano di assistenza) e della peggiore epidemia di colera, aggravata dalle condizioni igienico-sanitarie ai limiti della sopravvivenza.

Ad oggi la possibilità di avviare negoziati di pace appare lontana. Le parole di Papa Francesco, che anche nell’Angelus del 17 giugno scorso ha pregato per la martoriata popolazione yemenita, auspicando al più presto una soluzione diplomatica, sembrano per ora cadute nel vuoto. Londra e Washington hanno appena firmato nuovi accordi miliardari per la vendita di armi ai sauditi e, nonostante qualche dichiarazione di facciata, non sembrano voler opporsi agli interessi del loro ricco alleato. L’Unione Europea nelle proteste appare ancora troppo timida e forse anche miope. Se da un lato infatti si dimostra preoccupata di difendere i propri confini e ridurre i movimenti migratori verso le sue coste, dall’altro sembra non accorgersi che la crisi politica e umanitaria che ha colpito lo Yemen ha praticamente azzerato i flussi di migranti dal Corno d’Africa verso la penisola arabica, lasciando la rotta mediterranea come unica possibile per i migranti forzati somali ed eritrei.

Emanuela Limiti

Una sfida di libertà. La giornata del rifugiato a 2500 metri di quota

Il 16 giugno, di buon mattino, una lunga fila multicolore si inerpica sulla strada che conduce al rifugio Damiano Chiesa. Siamo in Trentino, sul Monte Altissimo, una delle cime della catena del Monte Baldo che separa la Vallata dell’Adige dal Lago di Garda.

La meta: un rifugio, un luogo dove chi ti chi accoglie non ti chiede da dove vieni, ma solo dove sei diretto e te lo chiede per poterti portare soccorso se il tuo cammino dovesse richiederlo.

Celebrare lassù la Giornata Mondiale del Rifugiato potrebbe sembrare una provocazione o un gioco di parole ma nella realtà i significati sono molti e profondi.

La montagna è come una sfida. Di fronte a una cima puoi scegliere di rimanere a Valle, dove l’ombra ti dà frescura e ti tiene al sicuro dai pericoli e a riparo dal vento. Oppure puoi decidere di affrontare la salita, il rischio, il vento e la fatica e arrivare in vetta dove lo sguardo si perde lontano, nell’infinito e non hai più confini né barriere.

Se rimani a Valle, ti dovrai accontentare di ascoltare chi te lo racconta, ma lo farà con la sua mente e con il suo cuore, ma così la tua mente e il tuo cuore non sono saranno mai del tutto liberi.

Lo hanno raccontato Mara e Marco, nel loro spettacolo “Il muro” che ha concluso la giornata: per passare il muro, quello reale e quello che ci viene costruito intorno da chi alimenta le paure, in fondo serve la voglia di crederci e il coraggio di affrontare la salita riempiendo di senso e libertà il proprio tratto di strada.

Ogni alpinista sa anche che per affrontare una vetta serve una buona cordata, fatta di alpinisti che condividono la meta e la voglia di raggiungerla: oggi, in una società sempre più chiusa dove accoglienza e integrazione sono sfide sempre più dura abbiamo bisogno di costruire cordate con tutte quelle persone e tutti quei mondi che condividono i nostri valori.

Anche in Trentino, laddove le comunità si ritrovano “nude” di fronte a una società che sta destrutturando le architetture comunitarie fondate sulla solidarietà e sul rispetto della dignità di ogni essere umano, abbiamo bisogno di costruire solide cordate di enti e persone che hanno voglia di combattere questa battaglia insieme a noi.

Per questo abbiamo scelto di collaborare con la SAT (Società Alpinisti Trentini) che incarna il valore degli uomini di montagna e con la Fondazione Museo Storico, che ci hanno consentito, lassù fra le trincee del Monte Altissimo, di comprendere che i rifugiati del 900, i nostri rifugiati della Grande Guerra, hanno vissuto le medesime sfide dei rifugiati di oggi.

La nostra sfida è camminare in cordata con chi come noi ha voglia di scalare questa montagna.

Stefano Graiff

Presidente Centro Astalli Trento

La Somalia e i nostri criteri di “notiziabilità”

 

300 morti e centinaia di feriti sono il tragico bilancio dell’attentato di Mogadiscio in Somalia.
Oggi siamo costretti a contare un numero impressionante di morti innocenti, che sembrano essere poco interessanti per i media italiani, presi e compresi nelle vicende politiche interne, sempre più aggrovigliati su se stessi, senza rendersi conto che il mondo è ben altra faccenda.

Contiamo i morti, mentre Papa Francesco, in visita alla Fao, chiede al mondo di impegnarsi ad eliminare la fame, causa principale delle migrazioni.
Parla di guerre, carestie condizioni climatiche avverse: mali che affliggono buona parte, la principale, dell’umanità. Quell’umanità che oggi ha il volto della Somalia, dei suoi abitanti, di un area, il Corno d’Africa, che da tanti, troppi anni, costringe milioni di uomini e donne alla fuga per evitare la morte, il terrorismo internazionale; quel medesimo terrorismo che colpisce l’Europa a cadenza ritmata.

Cambino rotta la politica internazionale e le politiche nazionali. Rigurgiti xenofobi e razzisti che sembrano colpire l’Europa sono il frutto di politiche sbagliate, di chiusure insensate. Paura e divisioni non portano crescita, benessere e tantomeno futuro.
Le ultime elezioni in Germania e le recentissime in Austria lanciano segnali che non possono lasciarci indifferenti. Democrazia e pace son minacciate dalla spregiudicatezza di propagande politiche che mirano al rapido e facile tornaconto elettorale, creando danni profondi nel tessuto sociale europeo.

Le Nazioni Unite e tutti i suoi organismi si impegnino sempre più nella costruzione di processi di pace duraturi, di mediazioni politiche responsabili, di una cooperazione allo sviluppo che metta al centro la persona umana e la sua dignità. Diritti umani e rispetto per l’ambiente siano le priorità per chiunque abbia responsabilità internazionali.

L’informazione, i media, la comunicazione pubblica in genere rivedano i cosiddetti criteri di notiziabilità.
Trecento morti devono scuotere le coscienze della società civile in qualunque parte del mondo si debbano contare.
Trecento morti sono lutto mondiale.
Combattiamo ogni giorno la battaglia quotidiana contro indifferenza e assuefazione al dolore degli altri.
Papa Francesco, in ricordo della sua visita alla Fao per la Giornata mondiale dell’alimentazione, ha lasciato in dono l’opera, dell’artista trentino Luigi Prevedel, raffigura Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell’ottobre 2015 e divenuto un simbolo della tragedia delle migrazioni

Dopo di lui magliaia di altre vite sono finite nel fondo del mare o nel deserto tentando di mettersi in salvo. Celebrare con simboli, per quanto efficaci, perde di ogni significato se fare memoria non diventa responsabilità fattiva di un cambiamento radicale, se non si innescano processi irreversibili di pace e sviluppo sostenibile per l’umanità intera, nessuno escluso.

Donatella Parisi

Togo – il popolo chiede democrazia

Nel caldo afoso del villaggio di Amakpape le donne, da vere equilibriste, portano  i contenitori per l’acqua in bilico sulla testa , a passi lenti e cadenzati dando il ritmo al tempo di ogni giorno. Un tempo che in Togo, dalla metà di agosto nei più grossi centri abitati,  sembra aver subito una forte accelerazione con giornate scandite da cortei e manifestazioni pacifiche di molti giovani togolesi, nella capitale Lomè e in altre città del nord del paese.

La richiesta è quella di tornare alla Costituzione del 1992, modificata e disattesa più volte dalla famiglia Gnassingbè, al potere in Togo dal 1963.  L’attuale presidente, Faure Gnassingbè , si è proclamato capo del paese, con l’appoggio dei militari, in una notte del 2005 prima che il padre morisse e da allora è sempre rimasto al potere disattendendo  la previsione costituzionale di un massimo di due mandati.

È una dittatura di fatto che ha portato e sta portando il paese ad essere uno dei più poveri del mondo con una costante violazione dei diritti umani.  Nel rapporto di Amnesty International del 2016 si denunciano detenzioni arbitrarie, repressioni nei confronti di ogni manifestazione pubblica e la totale impunità delle forze di polizia.

Dopo cinquant’anni di quasi totale silenzio, il popolo togolese è stato risvegliato dalla figura di Tikpi Atchadam, capo dell’opposizione, che ha saputo unire le diverse anime del Togo – il nord, tradizionalmente fedele alla famiglia Gnassingbè e il sud, più incline all’opposizione. Le ha unite in un movimento di protesta che ha visto centinaia di migliaia di togolesi scendere in piazza, affrontare la violenza della polizia e lottare pacificamente per la propria storia.

Lontano dai centri di potere, nei piccoli villaggi come quello di Amakpape, la vita continua invece a scorrere lenta, distante dalle lotte per la democrazia ma vicina alle lotte per la sopravvivenza, contro la malaria, contro la mancanza di risorse per pagarsi le più semplici cure, contro l’hiv, la fame e l’ignoranza.  Sono lotte distanti ma vicine, prodotte da quella classe dirigente che sta affamando il proprio popolo, con la connivenza, spesso,  dell’intera comunità internazionale.

E allora incontrare i rifugiati al Centro Astalli, dopo un esperienza, seppur breve, in uno dei paesi di origine, cambia la prospettiva, aiuta a non dare mai per scontato la sofferenza e i soprusi che costringono milioni di persone ogni giorno a mettersi in viaggio. Aiuta a chiarirsi che le cause delle migrazioni sono spesso frutto di politiche ingiuste fatte da quegli stessi Paesi che oggi cercano in ogni modo di respingere i migranti o bloccarli in paesi terzi. Conoscere l’Africa, la sua storia, la sua geografia è fondamentale per capire che siamo de privilegiati senza alcun merito e con non poche responsabilità.

Cecilia De Chiara

3 ottobre a Lampedusa

Lampedusa è sostanzialmente confine. Lo è per etimologia che la vuole al contempo lampada e scoglio, presagio antico di una vocazione di approdo, di faro, ma anche di barriera, di morte.

Lampedusa è confine: isola africana per geologia e geografia, ma che parla italiano e che si definisce ostinatamente europea.

Soglia di una porta spalancata da cui escono migliaia di figli in fuga e al contempo di un’Europa, chiusa, ostile, che si sogna invalicabile.

È confine tra salvezza e morte. A Lampedusa arrivano migranti senza vita, seppelliti nel cimitero dei lampedusani che dicono almeno da morti non saranno mai soli. Da morti in fondo si è tutti uguali, paradosso moderno di democrazie malconce.

Ogni giorno arrivano migranti, vivi, incuranti di blocchi, divieti, di politiche che non li vorrebbero. Sono l’umanità in cammino, quella che non si arresta.

È confine tra cittadini e migranti. Due mondi che non si conoscono si guardano negli occhi per la prima volta qui. Diffidenza e preoccupazione non mancano. Molti accolgono, aspettano, salvano. Altri no, non vorrebbero, non c’è posto, non c’è lavoro.

Un confine naturale: una bellezza che stupisce e consola, un mare che divora.

Un confine tra chi arriva per poco, visita, conosce, fa domande, ricorda, si commuove e poi riparte e chi rimane e ci abita che sia estate o che sia inverno.

Lampedusa è il confine di un’Italia accogliente, ma anche respingente.

Lampedusa è immensa umanità e immenso dolore; è minuscolo punto in un mare che sopporta troppe guerre, carestie e migrazioni.

Essere a Lampedusa il 3 ottobre per celebrare la Giornata Nazionale della Memoria ha senso solo se la memoria diventa responsabilità.

Allora celebrare vuol dire aprire corridoi umanitari, vuol dire rispettare i diritti umani di tutti, restituire al Mediterraneo la vocazione di vita, di dialogo, di incontro tra genti e culture, vuol dire neanche più un morto affogato. Lo chiedono insieme gli studenti europei, i sopravvissuti, le ong, i religiosi cristiani e musulmani che sono giunti a Lampedusa per fare memoria. Le istituzioni siano all’altezza di una società civile che merita di vivere in un paese accogliente e solidale, in un’Italia che sia prima di tutto porta aperta, porta d’Europa.

 

Donatella Parisi

L’emergenza invisibile

Da alcuni anni l’emergenza sbarchi è quasi l’unico filo conduttore del racconto delle migrazioni in Italia. Quanti sbarcano, dove sbarcano, chi li soccorre, come e perché. Le azioni urgenti che l’Italia ha intrapreso vanno proprio nella direzione di fermare gli sbarchi. Qualche risultato inizia a registrarsi. Qual è il prezzo di questo rallentamento negli arrivi e chi lo sta pagando? La Libia in questo momento ha un ruolo chiave nella strategia di contenimento e, ricorda UNHCR, al momento chi è trattenuto o riportato in quel Paese non trova accoglienza, ma detenzione.

Intanto a fine agosto, a Roma, lo sgombero di un palazzo occupato da una comunità di rifugiati si trascina per giorni e alla fine la tensione culmina in scontri violenti. Nella capitale, ma anche in altre città italiane, esiste un’emergenza che fa notizia solo episodicamente: molte, troppe persone (soprattutto rifugiati, ma non solo) non possono permettersi una casa. La riforma del sistema di welfare e i tagli progressivi condotti nell’ultimo trentennio hanno di fatto ridotto a zero lo spazio investito dal pubblico per l’edilizia popolare. Nel caso dei rifugiati, alle difficoltà economiche si aggiunge la diffidenza. Anche quando ha un regolare contratto di lavoro e risiede da anni nel nostro Paese, un rifugiato che cerca un affitto spesso si sente rispondere che il proprietario non gradisce inquilini stranieri, non si fida. Questa diffidenza (di solito reciproca) tra italiani e stranieri continua a crescere e, con essa, una paura sempre più diffusa e incontrollabile, che condiziona profondamente il nostro quotidiano. Una paura non sempre fondata (i reati nei primi sette mesi del 2017 sono calati rispetto al 2016, ma la percezione della criminalità degli italiani è tra le più alte d’Europa), spesso strumentalizzata. “Dobbiamo imparare a convivere come diversi, non distruggendoci e non ghettizzandoci” scriveva il Cardinal Martini. La tolleranza non basta, serve lo sforzo di riconoscersi concittadini, di uscire dalla reciproca estraneità. Altrimenti una comprensibile reazione istintiva rischia di trasformarsi in una guerra ai poveri, ma anche al buon senso. Una guerra al bene comune, da cui tutti usciremmo sconfitti.

 

Chiara Peri