PASSI Avanti: sogni e speranze di A., mamma rifugiata

A. donna rifugiata della Sierra Leone, vive a Trento da quattro anni, con i suoi quattro bambini. La più piccola ha solo un anno, mentre la più grande ne ha già 13. Dopo tante esperienze difficili, hanno finalmente trovato un posto in cui essere in pace, tutti insieme.


“I bimbi più piccoli non hanno problemi con la lingua” spiega A. “parlano benissimo, anzi parlano solo italiano ormai, anche con me! Le ragazze, invece, fanno un po’ più di fatica, soprattutto la più grande, che è arrivata in Italia da pochi mesi grazie al ricongiungimento familiare. Lei e M., che ha sette anni, vanno a scuola, hanno i compiti da fare e purtroppo io spesso non riesco ad aiutarle. Per questo ho chiesto che potessero ricevere un supporto!”


Le figlie di A. sono state inserite nel progetto GiocaLaboratorio, della cooperativa Arianna di Trento, grazie all’azione di inclusione socio-culturale del progetto PASSI Avanti. Due volte a settimana vanno al doposcuola, dove le aiutano a fare i compiti e a rafforzare l’italiano.
“Alle bambine piace molto andare al laboratorio e io sono molto contenta di questa opportunità per loro” dice A.

“Gli operatori mi hanno sempre aiutata. A volte non è facile ma, quando c’è un problema, sono pronti a trovare una soluzione insieme a me. Per me è fondamentale che i miei figli imparino bene la lingua: ora sono in Italia, vivono qui e voglio che si costruiscano un buon futuro!”


PASSI Avanti è un progetto di accoglienza e inclusione sociale promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento e Popoli Insieme.

PASSI Avanti: la ripartenza di Ali

Ali è arrivato in Italia che aveva 16 anni, ha viaggiato da solo, superando confini e difficoltà.

Il deserto e il mare lo hanno fatto crescere in fretta. Arrivato in Italia ha avuto da subito una gran voglia di farcela!

Oggi ha 20 anni e vanta un formidabile italiano che lo ha aiutato nel suo primo tirocinio in una grande azienda di arredamenti. 

L’operatrice che lo segue nell’ambito del progetto PASSI Avanti a Padova lo ha aiutato molto per cercare una nuova offerta di lavoro e prepararsi al meglio per il colloquio.

Subito dopo il suo appuntamento di selezione lo incontra in ufficio e lui con un sorriso soddisfatto le racconta  le battute finali del colloquio durato circa 30 minuti.

“Quali sono i tuoi hobby?” 

“Sicuramente il calcio!” 

Qualche giorno dopo squilla il telefono nella sede di Popoli Insieme, dall’altro capo una voce entusiasta: “Siamo pronti per iniziare, Ali comincia a febbraio!”

Ali inizierà un tirocinio con prospettiva di assunzione presso una grande azienda di articoli sportivi. 

“Per giorni ho lavorato insieme a Giulia, l’operatrice dell’area lavoro, per preparare il colloquio, ci siamo esercitati, ne abbiamo parlato tanto, ho voglia di lavorare e imparare. Non vedo l’ora di iniziare!”. 

CON I RIFUGIATI SEGUENDO UNA STELLA

In passato, all’avvicinarsi del Natale, abbiamo cercato di comunicare e far vivere ai migranti che accompagniamo quello che di religioso, ma anche di culturale, questa festa porta con sé e rappresenta per noi. Era nostro desiderio offrire una carezza per chi si trova lontano da patria e affetti in un giorno in cui le relazioni familiari e amicali hanno un sapore particolare. Quest’anno la dimensione di incontro e condivisione del Natale è di fatto ridotta notevolmente. Molte persone sono in quarantena, in ospedale o peggio in una terapia intensiva, isolati dagli affetti più cari; oppure si trovano a sperimentare dolorosamente gli effetti economici di questa pandemia senza più una sicurezza per il futuro. Non sarà possibile vivere questo tempo come eravamo abituati, tra celebrazioni religiose molto frequentate, riunioni familiari allargate, momenti di condivisione, regali e meritato riposo. Sarà tutto più essenziale. Potrebbe sembrare quindi che lo stesso spirito del Natale venga un po’ stravolto. Ma è proprio vero?

Credo che, nella fatica di questo tempo, ancora una volta ci sia data un’occasione: vivere il Natale come fecero i pastori e i magi, accorsi alla mangiatoia dove era nato un bambino. Mettiamoci in ascolto dei rifugiati e di chi come loro ha sofferto e sta soffrendo, di chi aggrappandosi a una flebile luce di speranza nella propria vita ha saputo attraversare momenti bui o li sta ancora attraversando. Pensiamo a quante feste di Natale milioni di rifugiati hanno vissuto in prigionia, in centri di detenzione, in cammino attraversando confini o in mare in balìa delle onde, in centri di accoglienza o in strada perché non c’è posto per loro nelle nostre città. Relegati ai margini, lontani dai propri affetti, lacerati dal dolore di aver perso persone care a causa della violenza o averle lasciate per necessità. Questa umanità in cammino come i pastori, come i magi ci mostra la stella, il luogo dove nasce quel bambino che cambia la Storia.

Quest’anno, invece di far vivere ai rifugiati un giorno diverso, proviamo a viverlo noi quel giorno, attraverso il loro sguardo, la loro voglia di vivere finalmente in pace, in un mondo più giusto. Proviamo da questa nuova prospettiva a scorgere quella stella che con la sua luce può illuminare il cammino verso un futuro migliore per tutti.

Camillo Ripamonti sj

La Rete Astalli: una risorsa nella pandemia

Che l’impatto della pandemia avrebbe comportato anche per le realtà del terzo settore la necessità di ripensare drasticamente i modi di agire, i servizi e le attività svolte era apparso chiaro già a marzo. Quanto questo processo sarebbe diventato profondo e sfidante, invece, lo si è capito a mano a mano che le settimane passavano e le criticità si moltiplicavano; dalla prima emergenza, di carattere sanitario, l’attenzione si è spostata sulle ripercussioni economiche e sociali che hanno colpito soprattutto le persone più vulnerabili.

La Rete del Centro Astalli (Trento, Padova, Vicenza, Grumo Nevano, Catania, Palermo, Bologna) coordinata dalla sede nazionale di Roma, si era immediatamente atti-vata nei territori di riferimento per supportare i migranti forzati nel resistere ai primi effetti della pandemia, sia con la semplice quanto essenziale presenza, sia con iniziative specifiche per sostenerne l’alimentazione, la salute, l’autonomia abitativa, le attività educative e formative a distanza.

Tuttavia, le incognite sul domani, su come pensare il presente in funzione del futuro, su quale avvenire desideriamo immaginare e abitare, si sono fatte sempre più pressanti, così come la necessità di confrontarsi con chi affrontava le stesse problematiche: anche per le associazioni non è possibile pensare di uscire dalla crisi da sole. In questa prospettiva, la pandemia ha portato ad avviare nuovi percorsi di condivisione. Di conseguenza, si sono ricercate occasioni per rafforzare l’accompagnamento dei migranti forzati come, per esempio: la partecipazione a uno studio del JRS Europe sull’impatto della pandemia nei vari sistemi di richieste d’a-silo; incontri online per raccontare come si stava gestendo la crisi, con quali strumenti, quali le esi-genze; un corso di formazione legato al progetto “Passi Avanti”, dedicato a temi che saranno cruciali nei prossimi anni e che risentiranno fortemente degli eventi di quest’anno (casa, lavoro, inclusione); la ricerca di nuove iniziative progettuali da sviluppare come rete nel suo insieme. La voglia di collaborare e di confrontarsi, di aggiungere linfa nuova al consolidato stile che contraddistingue l’azione della Rete del Centro Astalli in Italia, assumono così forza e vitalità rafforzando al contempo speranza e coesione. La strada che ci attende, indubbiamente, non è facile: poterla fare insieme la rende meno faticosa e più avvincente.

Massimo Piermattei

Il Venezuela allo stremo mette in fuga anche i più vulnerabili

J. vive a Roma con le figlie, accolta dal Centro Astalli in una struttura per donne rifugiate sole o con bambini. Parla con grande dolore del suo Venezuela e non nasconde la preoccupazione di una mamma che si trova da sola a crescere due figlie in un Paese straniero. Nelle sue parole emerge l’esperienza dirompente che l’esilio può rappresentare per chi è costretto a lasciare tutto per mettere in salvo la vita. “Il mio Paese è in una situazione drammatica: la luce è razionata, mancano l’acqua potabile e i generi di prima necessità. In un Paese ricco di petrolio, non c’è benzina e bisogna fare molti chilometri a piedi per procurarsi il necessario per vivere. Così è esplosa una violenta lotta per la sopravvivenza, al punto di essere derubati delle buste della spesa. Chi ha qualche parente all’estero riceve aiuti, ma chi non ha nessuno si trova in grande difficoltà.

La pandemia ha aggravato la situazione, perché mancano i farmaci (perfino il paracetamolo) e l’assistenza sanitaria. Con la mia salute precaria, se fossi rimasta in Venezuela sarei morta.

Quando siamo arrivate a Roma due anni fa siamo state in un centro di accoglienza straordinaria dove c’erano più di 300 persone: non è stato facile, ci siamo sentite spesso discriminate: persino il fatto di parlare spagnolo, una lingua vicina all’italiano, era considerato da molti un privilegio, un vantaggio che secondo alcuni ci rendeva la vita più facile.

Abbiamo vissuto un periodo di grande solitudine e paura. Una volta riconosciute rifugiate siamo state accolte dal Centro Astalli e abbiamo iniziato un percorso di integrazione: ho ricevuto le cure mediche necessarie e ora sto bene; la mia figlia più grande ha studiato management alberghiero e ha fatto un tirocinio presso una catena di hotel in Calabria; la piccola frequenta la scuola media, studia pianoforte e ha finalmente tanti buoni amici. La pandemia ha rallentato il nostro cammino, ma sentiamo di essere cresciute tantissimo nell’ultimo anno e di aver utilizzato bene il nostro tempo per prepararci ad affrontare il futuro. Oggi ci sentiamo molto più sicure e fiduciose, grate agli operatori per il loro aiuto e e l’impegno che non fanno mai mancare”.

Giuseppe Trotta sj

L’ALTRO È UN DONO I DISCORSI DI NICOLÁS AI RIFUGIATI

“Come orizzonte il mondo. Discorsi di Adolfo Nicolás ai rifugiati” è la pubblicazione con cui il Centro Astalli celebra i 40 anni dalla nascita del Jesuit Refugee Service. Una raccolta di interventi che il gesuita, che guidò la Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, negli anni del suo generalato ha rivolto ai rifugiati in occasione di alcuni incontri pubblici. Ospitalità, dialogo, educazione e riconciliazione sono i temi che ricorrono e dai quali emerge una visione dell’altro vissuto sempre come un dono. E queste stesse parole sono state al centro della presentazione del volume, lo scorso 26 novembre sul canale YouTube del Centro Astalli, alla quale è intervenuto anche Arturo Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesù, che ha sottolineato come sia urgente una conversione del cuore per rendere il mondo un luogo di accoglienza. “Non si tratta di convertire i rifugiati – ha spiegato – ma chi è inviato ad accoglierli” e a difenderne i diritti non solo offrendo loro servizi e accompagnamento, ma con azioni di advocacy che contribuiscano a creare società più giuste e solidali.

P. Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, ha parlato della grande attualità dei discorsi di Nicolás, che, seppur pronunciati anni fa, mostrano come il messaggio dell’ospitalità sia ancora oggi difficile da recepire. Tema dibattuto da ogni parte politica: l’accoglienza è diventata un’arma per ottenere consensi elettorali. “Abbiamo trattato l’accoglienza in modo contabile, fermandoci ai numeri mentre nei discorsi di Nicolás c’è l’invito a coglierne il volto umano”. Ha parlato di educazione la storica Anna Foa che, ricordando l’incapacità della società di impietosirsi davanti al dramma umano dei migranti, ha lanciato l’invito a scuole e famiglie a far conoscere ai ragazzi la storia dell’emigrazione italiana: “Conoscere il passato significa aprire un varco che porti a una conversione del cuore”.

Cambiare noi stessi per trovare nell’altro una ricchezza, per costruire ponti e non muri: è uno dei temi centrali nei discorsi di Nicolás sottolineato dall’intervento dell’Imam Izzedin Elzir, Presidente della Scuola fiorentina per l’educazione al dialogo interreligioso e interculturale, che si è soffermato sui “ghetti mentali” e i tanti pregiudizi che impediscono il dialogo. “Se l’altro diventa una risorsa assistiamo a un cambiamento epocale, una conversione di cuore e mente che permette di costruire un mondo migliore”.

Donatella Parisi

ETIOPIA: SI TORNA A COMBATTERE

Può sembrare paradossale dover chiedere a un premio Nobel per la pace di cercare di superare le tensioni politiche attraverso la diplomazia anziché lo scontro armato.

Eppure è quanto sta accadendo in queste settimane, durante le quali si moltiplicano gli appelli della comunità internazionale al cessate il fuoco in Etiopia, dove l’esercito del governo federale guidato dal presidente Abiy Ahmed, Nobel nel 2019, ha attaccato la “regione ribelle” del Tigray guidata dal Tplf (Fronte di Liberazione Popolare). Le ragioni alla base dell’escalation militare sono prettamente politiche ma si innestano su tensioni etniche che affondano le loro radici in tempi lontani. Il Tplf è sempre stato il partito egemone nella coalizione al potere, ma dall’avvento del presidente Abyi (primo oromo a guidare il Paese) è stato gradualmente ridimensionato. Le elezioni che avrebbero dovuto svolgersi ad agosto, e che avrebbero di fatto espresso un giudizio sul nuovo corso impresso da Abyi, sono state rinviate a causa della pandemia, ma in aperta sfida alle disposizioni governative, a settembre il Tplf ha organizzato ugualmente le consultazioni regionali, confermandosi di gran lunga il primo partito. Il voto è stato invalidato da Addis Abeba ma ha rappresentato un punto di non ritorno nei rapporti tra le due forze .È difficile trovare conferme delle notizie che si susseguono dal 4 novembre, data di inizio delle operazioni militari, poiché le comunicazioni da e verso la regione tigrina sono pratica-mente interrotte. Le poche certezze che arrivano, attraverso le testimonianze raccolte da Amnesty International e altre fonti indipendenti, parlano di centinaia di perdite tra i militari e di massacri di civili. Il più feroce si è svolto nella notte tra il 9 e il 10 novembre quando circa 600 contadini di origine ahmara (regione con la quale il Tigray ha in atto dispute territoriali mai sopite) sono stati uccisi dalle milizie del Tplf. Le ong che operano nel Paese (tra cui il JRS) chiedono a gran voce l’apertura di un corridoio umanitario in modo da raggiungere le persone colpite dalle ostilità, in una regione dove già prima del conflitto un milione di persone viveva di aiuti, all’interno di un Paese che, nonostante la forte crescita economica, rimane uno dei più vulnerabili all’insicurezza alimentare. Il 25 novembre si è conclusa senza alcun accordo la prima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi in atto. Ambigua appare la posizione dell’Unione Africana, che chiedendo più tempo per trovare in autonomia una soluzione diplomatica sembra di fatto concederlo al presidente etiope, che continua a dichiarare la questione esclusivamente un problema interno. Ma da un’azione che avrebbe dovuto essere “rapida e circoscritta”, come dichiarato dallo stesso Abyi, si rischia di innescare una reazione a catena in tutta la regione. Quanto tempo passerà prima che intervenga la storica nemica Eritrea, oggi alleata del governo di Addis Abeba e che vede nel rafforzamento del Tigray una chiara minaccia? E la Somalia, dalla quale l’Etiopia ha ora ritirato il proprio contingente che con-tribuiva a contrastare Al Shabaab, riuscirà proprio nei mesi che precedono le elezioni a mantenere la situazione sotto controllo? Il Sudan ha accolto in poche settimane 40.000 profughi, la metà dei quali composta da bambini e ragazzi sotto i 18 anni. L’UNHCR teme che si raggiungeranno presto i 100.000 sfollati. Quanto potrà resistere Khartum di fronte a un’emergenza umanitaria che rischia di travolgere tutto il Corno d’Africa?

Emanuela Limiti

PASSIavanti: la storia di S., dal Niger a Trento, in cerca di un posto dove sentirsi a casa

“La mia stanza nella casa nuova è molto grande. Potrebbero starci comodamente due persone, invece è tutta per me!” S., rifugiato del Niger di 22 anni, trova sempre una ragione per sorridere. Quel sorriso gentile lo conoscono bene al Centro Astalli Trento, dove S. è di casa da qualche tempo. Quando l’operatore sociale che lo segue gli chiede di ripercorrere il suo percorso in Italia, S. lo fa volentieri: “Sono a Trento da 4 anni e lavoro come fruttivendolo. E’ un lavoro che mi piace perchè mi dà la possibilità di parlare con tanta gente. Quando ho cominciato a cercare casa ero un po’ preoccupato, a Trento non è uno scherzo trovare una stanza. Al Centro Astalli, però, mi hanno fatto vedere come cercare su internet e mi hanno insegnato le parole più importanti: affitto, caparra… alcune però mi sa che le ho dimenticate!” S. ride e scuote la testa, ce ne sono tante di parole da imparare!
“Così, ho trovato questa opportunità: ora ho un contratto di affitto di un anno e fino alla scadenza mi sento tranquillo. Speriamo che poi me lo rinnovino! Ma ora è meglio non pensare a questo ed essere contenti per il presente. In più, nella casa nuova vivo insieme ad altri due ragazzi con cui vado molto d’accordo. Mi hanno aiutato tanto appena sono arrivato. Mi sento molto fortunato ad averli incontrati” S. del suo passato non parla volentieri, ma della vita in Italia è ben contento di raccontare. Con l’entusiasmo e la voglia di ricominciare che lo hanno sempre mosso da quando vive a Trento ha potuto beneficiare del progetto #PASSIavanti, promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento e Popoli Insieme.

LA STRAORDINARIETÀ DEL QUOTIDIANO. LE DONNE RIFUGIATE AL TEMPO DELLA PANDEMIA

In questi giorni così difficili in cui assistiamo alla recrudescenza del virus e alle sue conseguenze anche socioeconomiche, sembra quasi che il resto si faccia sfondo e a volte scompaia come se non esistesse più. Invece esiste, lo incontriamo e lo viviamo tutti i giorni noi che abbiamo deciso di dedicarci alla cura e all’accoglienza dei rifugiati.

Quando mi è stato chiesto di scrivere delle donne rifugiate mi sono subito venuti in mente i volti, i sorrisi, le lacrime, le storie di coloro che quotidianamente incontro nel mio lavoro con il Centro Astalli. Immediatamente ho pensato a Ruth, il mio ultimo colloquio, una signora mauritana vittima di violenza e tortura, da anni in Italia, autonoma e indipendente. L’emergenza pandemica le ha fatto perdere il lavoro e anche l’alloggio oltre alla possibilità di continuare una cura costante relativa alla sua patologia. È tornata, è stata ascoltata e attraverso una comune collaborazione, non facile di questi tempi, è stata inserita in un centro per donne, esperienza che fino ad adesso non aveva avuto la necessità di fare. Oppure a Marie, una ragazza del Camerun, vittima di violenza e di tortura, che aveva combattuto e vinto i suoi fantasmi interni, aveva molto lottato per convivere con i suoi ricordi per fare in modo che ciò che le era accaduto non rendesse un inferno il presente e ce l’aveva fatta. Anche lei è ritornata, i suoi progetti si sono fermati, la paura è riapparsa e così alcuni ricordi.

Anche a Genet, eritrea e Amira, somala, due signore non più giovani, sole, senza famiglia, accolte dal Centro Astalli il cui progetto, non solo di inserimento, ma di vita è e sarà difficile. Gli operatori quotidianamente vivono insieme a loro questa precarietà, cercando passo dopo passo di sostenerle e di costruire per loro una situazione che sembra ancora lontana dal concretizzarsi, poiché la sempre minore attenzione che il nostro paese rivolge al sociale e alla cura ha depauperato i servizi territoriali pubblici. Mi viene in mente Fatou, una ragazza senegalese in attesa di un figlio, che quasi con timore ha chiesto un aiuto per i troppi pensieri nella testa e per quella profonda tristezza e solitudine che da quando è arrivata in Italia le è subdolamente entrata nel cuore, nonostante la felicità dell’attesa. Il problema maggiore è il futuro, la paura di non poter mantenere il figlio in arrivo e di non potersi ricongiungere con quello rimasto in Senegal, poiché il marito ha perso il la-voro e non riesce a trovarne un altro.

Allora che fare? Quello che si è sempre fatto, lo straordinario a volte – e questa mi sembra una di quelle – sta nell’ordinario: l’ordinario della vicinanza e della pratica quotidiana.

Maria Guerra

psicologa del Centro Astalli

La scrittura non va in esilio: nuove generazioni nei panni dei rifugiati

Anche quest’anno migliaia di studenti di tante scuole d’Italia sono stati i protagonisti dell’evento di premiazione della XIV edizione de “La scrittura non va in esilio” e della VI edizione di “Scriviamo a colori”, i concorsi letterari promossi dal Centro Astalli negli istituti secondari.

La situazione di emergenza vissuta a causa della pandemia da Covid-19 non ha posto limiti al desiderio delle nuove generazioni di condividere il prezioso lavoro volto alla promozione di una società più giusta, più aperta e più accogliente, realizzato nell’ambito dei progetti didattici Finestre – Storie di rifugiati, parte del programma europeo CHANGE, e Incontri – Percorsi di dialogo interreligioso.

La premiazione, realizzata online in collaborazione con Rai Cultura, ha visto la partecipazione di P. Camillo Ripamonti, Giovanni Maria Flick, Gherardo Colombo, Angela Caponnetto, Danielle Frédérique Madam, e gli interventi musicali di Saba Anglana e Djelem do Mar.

Tanti i temi trattati nei racconti dei vincitori che sono lo specchio di giovani voci unite contro razzismo e xenofobia. Tra questi le migrazioni forzate, la violenza di genere, i diritti umani, la crudele pratica dell’infibulazione che Francesca Zuchi, prima classificata di “Scriviamo a colori”, racconta con estrema delicatezza in Cara Sahra. Al centro della poesia Fosse giganti, di Elisa Fraschetti Giolito, menzione speciale del concorso “La scrittura non va in esilio” interpretata per l’occasione da Massimo Wertmüller, c’è invece il mare con le sue avversità, unica via di fuga per molti migranti. Valerio Mastandrea ha dato voce al racconto Storia di Bashiir di Maria Alexandra Falcaru, prima classificata de “La scrittura non va in esilio”, e alla complessità di temi quali l’omosessualità, lo stigma culturale e i diritti negati in esso racchiusi. Tanti i premi per i vincitori tra cui zaini di libri offerti dal Centro per il Libro e la Lettura del MiBACT, Editori Laterza, Sinnos Editrice e il programma Fahrenheit di Rai Radio 3.


La scrittura non va in esilio XIV edizione: i racconti vincitori

1) Storia di Bashiir, Maria Alexandra Falcaru, Liceo Antonio Meucci, Aprilia (LT)

2) Nello zaino di Glovo tanti ricordi, Giulia Rinaldi, Liceo Vittorio Veneto, Milano

3) Il viaggio di Maurice (Una famiglia da salvare), Andrea Meduri, Liceo Tito Lucrezio Caro, Roma

4) Lettera dall’Italia, Matilde Meloni, Liceo Vittorio Veneto, Milano

5) Liberi di partire, liberi di restare, Carola Romani, Liceo Vittorio Veneto, Milano

6) La stazione, Maria Martina Floarea, Liceo Vito Volterra, Ciampino (RM)

7) La zattera della medusa, Valentina Chieppa, Istituto Massimiliano Massimo, Roma

8) L’acquario, Enrico Baccarini, Liceo Tito Lucrezio Caro, Roma

9) Pellicola fotografica, Loris Masala, Liceo Vito Volterra, Ciampino (RM)

10) pari merito: Occhi verdi, Alessandro Zuchi; Saru Cottanera, Adriano D’Ambrogio, Liceo Vito Volterra, Ciampino (RM)

Menzione speciale: Fosse giganti, Elisa Fraschetti Giolito, Liceo Tito Lucrezio Caro, Roma

I racconti vincitori della VI edizione di “Scriviamo a colori”

1) Cara SahraFrancesca Zuchi, Scuola Media U. Nobile, Ciampino (RM)

2) Una linea infinita congiunge il cielo al mare, Francesca S. Nannerini, Istituto Comprensivo Parco della Vittoria, Roma

3) pari merito, Sognando un mondo di tanti colori, Arianna Marcucci, Istituto Comprensivo Via Boccioni – S.M.S. Ippolito Nievo, Roma; Il nuovo compagno di classe (Vengo dalla mia famiglia), Sofia Tofani, Istituto Comprensivo Piazza De Cupis, Roma

I racconti vincitori sono stati raccolti nella pubblicazione “La scrittura non va in esilio” disponibile sul sito www.centroastalli.it nella sezione “Attività nelle scuole”.

Valentina Pompei