MALTA RESPINGE I MIGRANTI VERSO LA LIBIA

Ad aprile, cinque migranti sono stati trovati morti su una barca bloccata nella zona di ricerca e salvataggio di Malta, dopo che il governo maltese si era rifiutato di soccorrerli.

Altri sette risultavano dispersi. I 51 sopravvissuti sono stati riportati in Libia, trattenuti in condizioni spaventose. La ragione fornita dal governo maltese per chiudere i suoi porti ai migranti: la pandemia di Covid-19. Insieme ad altre ONG, il JRS Malta si è affrettato a condannare questa decisione “scioc-cante” e ha dichiarato in un comunicato stampa: “È inaccettabile che Malta sfrutti la pandemia di Covid-19 per ac-cantonare i suoi obblighi in materia di diritti umani e mettere in pericolo la vita di uomini, donne e bambini”. Eppure questo è esattamente ciò che Malta ha fatto, sebbene sia riuscita a contenere gli effetti della pande-mia mantenendo un tasso di diffusione inferiore alla media e, per fortuna, facendo registrare un numero estremamente basso di decessi: quattro, nel momento in cui si scrive. Il JRS Malta e altre ONG hanno dichiarato: “Temiamo che Malta stia sfruttando l’emergenza sanitaria per privare i migranti della loro dignità umana, nascondendo- si dietro la protezione della salute pubblica”. Il governo ha dichiarato che la situazione rimarrà tale solo per il periodo dell’emergenza. Ma questo non è motivo di conforto. La decisione di usare la pandemia come scusa è sin-tomatica di una tendenza più ampia e profonda che è estremamente preoccupante. Quella di considerare la Libia come un porto sicuro in cui far tornare i migranti, ma non è affatto così. Tutto ciò è diventato chiaro quando i media locali hanno denunciato che le forze armate impediscono a decine di imbarcazioni di migranti di entrare nella zona di ricerca e salvataggio maltese. Se i maltesi capissero davvero cosa succede ai migranti in Libia, allora que-sto approccio disumano sarebbe difficile da giustificare, visto che va contro le norme internazionali sui diritti umani e la decenza comune. Ci sono innu-merevoli rapporti di agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative e giornalisti sulle orribili torture, estorsioni e forme di schiavitù subite dai migranti nei centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in tutta la Libia. Si ritiene che circa 1500 migranti siano detenuti in tali centri – o almeno que-ste sono le informazioni in nostro pos-sesso. La cifra reale potrebbe essere molto più alta. Abbandonare i rifugiati per fare in modo che siano riportati in Libia significa accettare l’orribile trattamento che quasi certamente dovranno affrontare al loro ritorno. Lì, inoltre, non hanno realistiche possibilità di presentare domanda di asilo, motivo che ha spinto la maggior parte di loro a lasciare il pro-prio Paese. Il 27 aprile, la maggioranza degli eurodeputati della Commissione per le libertà civili ha chiesto all’Unione europea di non inviare ulteriori fondi in Libia per addestrare la sua guardia costiera mentre la violazione dei diritti umani dei migranti continua senza sosta. Hanno affermato che la Libia non è un “Paese sicuro” per lo sbarco delle persone soccorse in mare e hanno chiesto che la cooperazione con la guardia costiera libica si fermi. Si spera che l’UE faccia proprie le indicazioni dell’Europarlamento, dimostrando una solidarietà più concreta verso gli Stati di confine come Malta, che a sua volta deve smettere di usare scuse quali le mancanze degli altri e la pandemia per rinunciare ai suoi obblighi internaziona-li in materia di diritti umani.

Danielle Vella

* Coordinatrice dei programmi di riconciliazione e coesione sociale del Jrs International

ACCOGLIERE I RIFUGIATI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

E i centri d’accoglienza? Come si vive la convivenza doppiamente forzata a causa del virus in questi luoghi dove già normalmente nessuno ha scelto di stare? In questi ambienti eterogenei, dove anche gli operatori e i volontari sono “altri”, “diversi”? Ascoltando i racconti dei protagonisti, si potrebbe riassumere l’esperienza con una battuta circolata sui social media: “Da un mese vivo notte e giorno con i miei familiari. Sembrano brave persone!”. Sì, è questo uno dei risvolti positivi della drammatica situazione che tutti stiamo vivendo: mentre dob-biamo distanziarci da chi è fuori dal nostro ambiente vitale, all’interno del ristretto spazio comune, invece, siamo costretti a una prossimità da cui trarre il meglio, perché tutti abbiamo bisogno del sostegno dell’altro. Così alla fine ci si conosce di più e la percezione del vicino cambia in meglio. Questo soprattutto grazie alle iniziative che operatori e volontari hanno messo in campo per rendere fruttuoso e positivo questo tempo difficile. Un po’ come tanti genitori si sono inventati modi nuovi per stare con i figli e riempire costruttivamente il tempo a disposizione, così le famiglie allargate e variopinte dei Centri di accoglienza hanno reagito con creatività. Innanzitutto si è cercato di non interrompere i percorsi formativi, per quanto possibile. Sospesi i tirocini e i corsi professionali, sono, invece, proseguite le lezioni d’italiano, con tutoraggi personalizzati attivati mediante collegamenti on-line. I bimbi e gli adolescenti in età scolastica hanno potu-to continuare le lezioni grazie ai collegamenti con i loro insegnanti attivati via web. Nei centri per famiglie e donne la regina delle attività è stata la cucina: dai cibi etnici ai più “convenzionali”, preparati con gli ingredienti a disposi-zione o procurati col sostegno di tanti amici del Centro Astalli. Per esempio gli ospiti del Pedro Arrupe hanno visto comparire a sorpresa l’Elemosiniere del papa, il cardinal Krajewski, con un furgone pieno di generi di prima necessità: dall’occorrente per la pulizia personale al latte fresco, la pasta, i biscotti e i cibi in scatola.Al Matteo Ricci la Pasqua è stata festeggiata con un pranzo multietnico, in cui non potevano mancare le uova di cioccolata, trovate dai ragazzi con una caccia al tesoro. A Casa di Giorgia è proseguita la tradizione della “torta del giovedì” e si è introdotta la “pizza al metro… di distanza”. Una caratteristica dei nostri Centri di accoglienza è di avere intorno uno spazio aperto nel quale è stato possibile uscire e muoversi per fare attività sportiva. Nel complesso della Chiesa del Gesù, si è potuto usufruire del cortile interno alla casa, dove le mamme e i figli ospiti hanno imparato ad andare in bicicletta. Tra cadute, scontri e ripartenze, la speranza è di po-ter presto fare una bella pedalata insieme lungo i Fori imperiali.

Giuseppe Trotta sj

SEGNI DI UNA COMUNITÀ VIVA E SOLIDALE

In queste settimane in cui abbiamo sperimentato il di-stanziamento sociale come strumento di difesa abbiamo toccato con mano che la prossimità è possibile anche se distanti. Abbiamo avuto la conferma che la direzione intrapresa dal Centro Astalli in questi anni – quella del camminare insieme per costruire una comunità di vita – è l’unica vera strada per il futuro. Nei giorni bui in cui si addensavano le nuvo-le nere della pandemia, e credo che un’immagine simbolo resterà quella di Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo plumbeo, il giorno di Venerdì Santo, tante piccole luci nel nostro Paese e nel mondo intero tenevano viva la speranza: tra queste il nostro servizio per rifugiati. Abbiamo attuato quella resistenza intima, che il filosofo J. M. Esquirol descrive come «simile a quella elettrica che, paradossalmente, nell’opporsi al passaggio della corrente, offre luce e calore; una luce che illumina il cammino del singolo e, senza abbagliare, serve da riferimento agli altri». Non ci siamo dati per vinti anche se la strada della solidarietà è difficile quando il quotidiano è precario per tutti. Via degli Astalli ha continuato a essere un punto di riferimento per i più diseredati. Sono stati consegnati quasi 6000 pasti in due mesi ai nostri utenti e altri 3000 ad altre persone anche italiane, perlopiù senza dimora. I nostri centri di accoglienza hanno costruito, come ogni altra realtà familiare, una nuova quotidianità, con bambini e adolescenti costretti in casa e situazioni sanitarie dove la cronicità di malattie gestite con fatica nell’ordinario desta non poca preoccupazione. Eppure abbiamo continuato ad accogliere, grazie alla fantasia, alla costanza, alla determinazione, ma anche alla prudenza di operatori, volontari e religiosi. Tanti con la fatica dello smart working hanno seguito persone in situazioni disagiate, hanno portato avanti con costanza incontri con studenti, rapporti con i mezzi di informazione, lavoro di ammi-nistrazione. Il telefono al Centro Astalli non ha smesso di suonare in questi giorni: volontari vecchi e nuovi hanno chiesto come aiutare, donatori stabili e nuovi, in tempi rapidis-simi, hanno fatto arrivare piccoli e grandi contributi. Una comunità di vita in questo momento di difficoltà ha dato segno di esserci. Grazie a tutti!

Camillo Ripamonti sj

Covid-19: nuovee vecchie vulnerabilità

Diallo ha sempre fatto il barbiere, anche nel suo Paese, il Senegal. A Roma è ripartito da una macchinetta per tagliare i capelli agli amici fino al traguardo di un piccolo negozio in periferia, avviato con tanti sacrifici. Poi la casa in affitto per tutta la famiglia, per poter riabbracciare la moglie e i due figli. Poco dopo è arrivato un nuovo bimbo, nato qui circa 2 anni fa. Oggi a causa dell’emergenza sanitaria Diallo non ce la fa ad andare avanti. L’attività è chiusa da settimane, tutto si è fermato; gli affitti del negozio e della casa però continuano a dover essere pagati, come le bollette e le spese. Anche il budget per mangiare è diventato più oneroso ora che le scuole sono chiuse. I ragazzi hanno bisogno di dispositivi digitali e connessione per rimanere al passo con lo studio. E così Diallo che, seppur tra tante difficoltà, ce l’aveva fat-ta a mettersi in proprio, a riconquistare l’autonomia, a oc-cuparsi della famiglia oggi, schiacciato da questa situazione, è tornato a rivolgersi al Centro Astalli. Alimata è una mamma nigeriana, il marito l’ha lasciata un anno fa. Vive in una stanza in affitto con i figli di 8 e 3 anni. Faceva la cameriera ai piani in un albergo chiuso or-mai da tempo. Già prima la situazione era difficile, ma ora la vita è diventata insostenibile: da sola non ce la fa più, il lavoro non c’è, la scuola è chiusa, le spese sono troppe e gli interrogativi sul futuro ancora troppo incerti. Come loro, in queste settimane, tanti rifugiati, paralizzati dalla crisi, hanno bussato al Centro Astalli per chiedere aiuto. In questo tempo di emergenza sanitaria la solidarietà è l’unico antidoto. I servizi di prima necessità sono stati ripensati e riorganizzati secondo le direttive ma sono sem-pre rimasti aperti. A mensa tutti i giorni si distribuiscono sacchetti e generi alimentari e l’ambulatorio assicura la distribuzione di farmaci, kit igienici e di guanti e mascherine. Gli operatori continuano a lavorare contattando le persone al telefono per raccogliere e provare a dare una risposta concreta ai numerosi bisogni. Le conseguenze sociali ed economiche dell’epidemia iniziano a pesare e rischiano di emarginare i più vulnerabili, vanificando percorsi di inclusione sociale che hanno richiesto tempo, risorse e uno sforzo individuale per rimettersi in cammino dopo l’esperienza della migrazione forzata, in un contesto sconosciuto e talvolta persino respingente. La crisi ha colpito tutti indistintamente, accomunando nelle difficoltà tante famiglie italiane e straniere. La lezione più importante che il virus ci insegna è che siamo, come dice Papa Francesco, davvero tutti “sulla stessa barca” e che il benessere di ognuno passa necessariamente da quello della collettività.

Sara Tarantino

LA DINAMICA DELLA FRATELLANZA NELL’ESPERIENZA CON I RIFUGIATI

Conversavamo a Roma, nella parrocchia di San Saba – il nucleo romano di accoglienza per uomini rifugiati gestito dal Centro Astalli – con due fratelli, non di sangue, ma amici: Morro, gambiano, e Sheer, pakistano.

Parlavamo un po’ di tutto: dei nostri Paesi, del clima, di poco più di 2 milioni di abitanti del Gambia («Non siamo un Paese – diceva Morro, ridendo –, ma piuttosto una provincia»), dei 220 milioni del Pakistan e dei 46 milioni dell’Argentina… E come sempre, io ho chiesto loro della famiglia, di quanti fratelli avessero. La domanda li ha fatti sorridere e li ha messi un po’ in imbarazzo. Il massimo grado di “riassetto mentale” davanti a una domanda che non rientra nei propri schemi l’avevo constatato quando, qualche sera prima, avevo domandato a un altro amico, Moustapha, quanti fossero nella sua famiglia. Lui aveva cominciato a fare il conto, prima a mente e poi sulla punta delle dita: le mogli di suo padre erano quattro, da sua madre aveva avuto cinque figli, dall’altra… Non sapeva essere preciso, ma la somma totale era almeno 28 tra fratelli e fratellastri. Ovviamente, egli conosceva bene i suoi quattro fratelli da parte della madre, ma quelli da parte delle altre mogli un po’ gli sfuggivano. E la differenza di età comportava che alcuni figli nati dal primo matrimonio avessero una trentina d’anni più di lui.

Quella sera Morro, dal canto suo, mi ha detto che loro sono cinque figli di sua madre, e poi ce ne sono altri quattro. Sheer ha sorriso e mi ha detto che pensava che io non avessi capito che i musulmani possono avere diverse mogli e che la difficoltà di Morro a dirmi quanti fratelli avesse fosse dovuta a ciò. Gli ho risposto che sì, l’avevo capito. Ma mentre lo dicevo, mi sono reso conto che lo capivo in astratto, perché il fatto di avere uno stesso padre con fratellastri di altre madri è qualcosa che rivela una profonda differenza esistenziale. Eppure si basa su una uguaglianza!

Possiamo spiegarlo con un esempio: quando si discutono questioni teologiche tra musulmani e cristiani, tra ebrei e buddisti, si comprende che il concetto ultimo di Dio è uno solo, ma si percepisce che le immagini – o non-immagini – e i sentimenti di cui il concetto viene caricato creano una certa estraneità e stabiliscono una notevole distanza.

Quando parliamo di “fratelli”, invece, le immagini e gli affetti che la parola evoca e la stessa estraneità suscitano simpatia. Si capisce l’imbarazzo dell’altro per una fratellanza di tanti fratelli di fronte a una società in cui prevalgono i figli unici. Le risonanze e le ripercussioni personali e sociali sono infinite. Essere figlio unico può portare al desiderio di avere molti “fratelli per scelta”, come si chiamano gli amici, oppure all’individualismo egoistico. Avere una grande quantità di fratelli e fratellastri può portare a una chiusura tribale o a un più ampio sentimento di parentela.

La dinamica della fratellanza è sempre luogo di decisione e di scelta libera e consensuale, in base alla quale si è più o meno fratelli.

AI MIEI STUDENTI INSEGNERÒ TRE COSE. La storia di Lamine

Mi chiamo Lamine, ho 23 anni e vengo dal Gambia. È passato ormai molto tempo da quando ho lasciato la mia famiglia, la mia casa e la mia terra. Ero poco più che un bambino, eppure la vita mi presentava già il suo conto. La mia è una storia come tante, fatta di tanti spostamenti e di sofferenza, eppure nonostante le difficoltà tutti i giorni ringrazio Dio di essere ancora vivo.

Nel 2012 la situazione politica del Gambia era molto delicata. Per le strade, gli studenti manifestavano contro il Governo di Yahya Jammeh, contro un sistema dittatoriale che durava da 22 anni. Il mio è un Paese poverissimo, oppresso da un regime che tramite arresti arbitrari, torture e uccisioni tentava di sopprimere il dissenso e di mettere a tacere i media indipendenti. Anche io cercavo giustizia, come tutti lottavo contro un Governo che ci stava privando della libertà di pensiero e di scelta politica. Durante una manifestazione, alla quale avevo partecipato, vennero arrestate 13 persone, mentre molte altre riuscirono a scappare. Ho avuto paura di essere arrestato anche io, di subire le violenze riservate agli oppositori del regime. Decisi quindi di scappare.

Provai a chiedere asilo in Senegal, ma lì non mi sentivo al sicuro, così decisi di spostarmi in Mali. Lì trovai un lavoro: trasportavo merci da e per la Libia. Attraversavo il deserto continuamente, era estenuante. Poi, un giorno, in Libia venni arrestato, non so quale fosse la mia colpa. Mi ritrovai insieme ad altre 12 persone, rinchiuso dentro un container, dove non c’era nemmeno lo spazio per sdraiarsi. Ricordo che faceva molto caldo e che non potevamo lavarci. Mangiavamo solo una volta al giorno.

Ho subito violenze tante volte, ho vissuto mesi di violazioni dei diritti, di umiliazioni e di torture. Ho affrontato molte difficoltà, ma non mi sono mai arreso. Sono riuscito a pagare il mio riscatto e ho continuato il mio viaggio, in cerca di un futuro migliore. Ero deciso ormai a raggiungere l’Europa. Arrivai a Tripoli, e mi affidai a un trafficante. Ho affrontato il viaggio in mare due volte: la prima volta abbiamo avuto un problema all’imbarcazione e 26 persone sono morte. La seconda siamo tutti sopravvissuti e sono riuscito a raggiungere l’Italia. Appena arrivato ho fatto domanda di asilo e nel 2015, ho ottenuto la protezione umanitaria.

Vivere in Italia è un po’ facile e un po’ difficile. Facile perché sono vivo e perché ho incontrato molte brave persone che mi hanno aiutato. Difficile perché il mio percorso verso l’integrazione è ancora lungo. Oggi studio Affari internazionali all’Università e ho un permesso per motivi di studio. Ma sogno di tornare, quando sarà possibile, nel mio Paese per insegnare.

Ai miei futuri studenti, consiglierò tre cose: di credere in sé, di credere in Dio e di condividere con gli altri quello che si ha e quello che si è.

Testimonianza raccolta a cura di Mariangela Ferrara

Dieci anni di Aver Drom

L’Aver Drom (che in lingua romaní significa Altro Cammino) si è occupato per 10 anni di realizzare interventi di inclusione sociale in favore dei minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni: adolescenti, soli, spesso inconsapevoli di ciò che li avrebbe aspettati, cresciuti di sicuro troppo in fretta. I primi quattro ragazzi ospitati nel 2009 erano adolescenti egiziani inseriti in emergenza in quello che era il centro diurno per le famiglie rifugiate del vicino centro di accoglienza Pedro Arrupe. Da quel momento in poi si decise di strutturare l’ospitalità dei minori stranieri non accompagnati realizzando una semi-autonomia.

Si tratta di ragazzi particolarmente vulnerabili che arrivano nel nostro Paese prossimi alla maggiore età e privi di una figura adulta di riferimento. Per tale ragione non riescono a completare il percorso verso l’autonomia entro il compimento dei 18 anni, ma necessitano di un supporto prolungato, senza il quale rischiano di non inserirsi adeguatamente nel contesto sociale.

L’Aver Drom ha accolto nel suo periodo di attività più di 70 ragazzi di età compresa tra i 17 e i 19 anni provenienti da diversi paesi (i primi per numero di presenze l’Egitto, l’Albania e il Bangladesh). Le azioni di supporto realizzate che hanno riguardato la formazione scolastica, l’inserimento lavorativo, la situazione sanitaria e quella giuridico-legale, sono state messe in atto per rispondere alle criticità che caratterizzano le condizioni dei minori stranieri non accompagnati in Italia. Di fatto la maggior parte di loro al compimento dei 18 anni vede svanire l’architettura di tutele: si trovano così senza una casa, senza la rete di persone che si è presa cura di loro fino a poco prima trovandosi di colpo in uno stato di clandestinità e di incertezza. L’Aver Drom con l’accoglienza prolungata oltre il compimento della maggiore età ha cercato di scongiurare quello che accade molto spesso nella realtà che porta fin troppi ex-minori ai margini della società, sfruttati e particolarmente vulnerabili.

L’Aver Drom ha concluso le sue attività formali a seguito della decisione di Roma Capitale di non dare seguito alla sperimentazione delle semi-autonomie per minori e neo maggiorenni presenti in città. La delibera capitolina, ha decretato la cessazione di questo tipo di attività il 1 marzo. Il Centro Astalli ha gestito il servizio fino al 30 giugno riuscendo ad accompagnare all’indipendenza tutti i ragazzi accolti.

Il lavoro svolto in questi anni ha dato vita a percorsi di inclusione innovativi per tanti giovani migranti, con ricadute positive per la comunità. Il progetto si è concluso ma sono ancora tanti i neo maggiorenni che vanno sostenuti e accompagnati. La mancanza di alternative adeguate alla chiusura delle semi-autonomie lascia un vuoto da colmare.

Lucio Fabbrini

I CONFINI NON ESISTONO. ORA LO SAPPIAMO

In questo tempo di pandemia da coronavirus ci si barcamena tra informazioni più o meno approfondite sulla natura del virus, sulla sua modalità di contagio e diffusione, su sintomi e diagnosi, sulla prognosi della malattia, sulle misure di prevenzione e di contenimento. D’altra parte, invece, cominciamo a chiederci cosa il virus ci possa insegnare nella nostra vita di tutti i giorni, soprattutto a seguito degli effetti della pandemia e delle misure intraprese per contenerla. E allora si torna a ragionare sull’importanza delle relazioni, sul valore del tempo ma anche sugli effetti dei tagli alla sanità (nel nostro Paese e non solo) e sul non avere investito in questi anni a sufficienza nella ricerca.

Eppure credo che la lezione più grande che questa pandemia ci sta dando sia l’evidenza che in un mondo in cui c’è chi si ostina a costruire muri e barriere, la natura ci insegna che i confini non esistono.

Un virus microscopico ci ha dimostrato che il mondo è una casa comune in cui viviamo tutti interconnessi.

Le azioni di contenimento che si stanno mettendo in atto bloccando la circolazione delle persone, la loro socializzazione e mobilità, non offrono la chiave di interpretazione per capire quali cambiamenti apportare al nostro stile di vita e di conseguenza al mondo. Quelle prese finora sono solo misure temporanee che confermano che soltanto ragionando in termini di bene comune si vincerà la partita contro il coronavirus. Solo se si affronteranno con ragionevolezza e umanità anche il cambiamento climatico, le disuguaglianze del pianeta, le carestie e le guerre, conseguenze di ingiustizie evidenti, allora l’isolamento temporaneo diventa una misura necessaria per vincere e camminare insieme verso il domani.

Al contrario, invece, l’isolamento inteso come espressione della ricerca dell’interesse di una parte sul tutto è una logica perdente che porterà a una morte annunciata di cui il coronavirus è solo la prima causa, in ordine di tempo, con effetti nel breve periodo. La cura sta nel riconoscere la nostra umanità condivisa e nel riscoprirci prossimi e solidali. Investire nel bene comune significa oggi più che mai investire nel futuro.

Camillo Ripamonti sj

LA LIBIA NON È UN PAESE SICURO

“In Libia non rispettano le persone, le uccidono come animali. Non se ne importano se esisti o meno. La Libia non va bene per nessun essere umano. Lì mi hanno stuprata, mi hanno picchiata. Sono stata in Libia quasi un anno in prigione, ho vissuto il dolore e la sofferenza della violenza. Avevo solo 18 anni. Ero malata, senza cibo, qualche volta ho pensato anche di uccidermi perché la vita era insopportabile, non era vita. Riportare le persone in Libia non è una cosa giusta, ma se vuoi augurare la morte a qualcuno allora è lì che devi mandarlo.”

Faith è una donna nigeriana, riuscita a fuggire dalla Libia, ora al sicuro in Italia, dove ha ottenuto lo status di rifugiata. Seguita dal Centro Astalli per l’assistenza legale, ha raccontato con molte difficoltà la sua storia di dolore e persecuzione. Purtroppo sono migliaia le persone nella medesima condizione, intrappolate in Libia in balìa di criminali privi di scrupoli e senza alcuna via di scampo.

Dallo scorso aprile è in atto un conflitto interno che ha mietuto centinaia di vittime e costretto gli stessi libici ad abbandonare le proprie case per cercare rifugio all’estero o in altre zone del paese: a oggi si contano oltre 340.000 profughi interni. C’è una presenza molto alta di stranieri: sono almeno 655.000 quelli registrati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, di cui più di 5.000 sono costretti in detenzione per il semplice fatto di non avere un permesso di soggiorno.

Il numero di quelli imprigionati nelle strutture informali gestite dalle milizie, che detengono il traffico di esseri umani, non è conosciuto, ma si teme possa essere di gran lunga superiore. I migranti, oltre al rischio della guerra, corrono anche quello della schiavitù e delle torture inflitte dai trafficanti.

Mesi di prigionia in con dizioni disumane, rapimenti, abusi, ricatti, sono alcuni degli orrori che molti dei migranti accolti e seguiti dagli operatori legali del Centro Astalli raccontano di aver subito una volta arrivati in Libia. Le persone assistite, infatti, riferiscono spesso che in Libia i migranti sono considerati “merce pregiata” e il prezzo della libertà può superare i 12 mila dollari.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in Libia sono registrati oltre 46mila richiedenti asilo e rifugiati, di cui più di 2.000 all’interno dei centri di detenzione governativi. Finché non ci sarà un’evacuazione per tutte le persone che si trovano lì o garanzie di arrivo in luoghi sicuri in maniera protetta, l’unica via di fuga resterà il mare.

Francesca Napoli

Nel cuore di Roma c’è una porta aperta sul mondo

I turisti in visita a Roma passano per via degli Astalli 13, a un passo da Piazza Venezia, sbirciano dentro la porta verde e si chiedono cosa ci sarà sopra quelle scale da cui si sentono pronunciare con insistenza e speranza lettere dell’alfabeto, articoli della Costituzione italiana, coniugazioni di verbi al presente, passato e futuro. Possiamo dire che quello che c’è è la scuola di italiano dell’Associazione Centro Astalli ma sarebbe riduttivo. Il centro diurno Matteo Ricci, infatti, è, prima di tutto, un posto dove tanta umanità si incontra e lavora insieme per un unico obiettivo: aiutare i migranti accolti a riconoscersi nuovamente come persone piene di risorse e potenzialità, primo passo verso un vero percorso di integrazione in una nuova comunità.

Tante sono, infatti, le attività che si svolgono al suo interno: dalla scuola di italiano, al sostegno allo studio per rispondere a bisogni specifici, ai corso di inglese, di informatica, di italiano per il lavoro, al corso base di teoria per la patente di guida, ai colloqui di orientamento e ricerca lavoro. Ogni giorno tanti volontari del Centro Astalli rendono tutto questo possibile. Grazie a loro possiamo dare a Mohammed, uno studente non vedente, la possibilità di seguire la lezione di italiano in classe, ed è sempre grazie a loro se possiamo insegnare a tanti uomini e donne a leggere e scrivere per la prima volta nella loro vita.

Ali, uno studente afgano, arriva a scuola con una piantina di rose gialle per noi. Ha trovato un piccolo lavoro con cui può aiutare la sua famiglia rimasta in Afghanistan.

Non lo soddisfa ma lo deve fare. Si sente di dover dire grazie agli insegnanti volontari della sua classe, per il tempo trascorso insieme, per ciò che ha imparato. Mentre lui sarà al lavoro anche noi lavoreremo sempre con maggiore impegno, cosicché al suo ritorno possa trovare il centro Matteo Ricci un posto ancora più accogliente.

Cecilia Di Chiara