Un anno con i rifugiati – L’esperienza di servizio civile al Centro Astalli

 

Dodici mesi con i rifugiati, in un contesto stimolante e formativo: questa è l’esperienza che il Centro Astalli offre ai giovani che fanno richiesta di fare il servizio civile volontario: dalla mensa ai centri d’accoglienza, dall’ambulatorio ai progetti per le scuole, i giovani sono a contatto con operatori qualificati, volontari e soprattutto rifugiati da cui imparare a di cui farsi prossimo con competenza e serietà


Ho avuto modo di confrontarmi con tantissimi ragazzi e ragazze, ascoltando le loro opinioni, i loro dubbi, le loro idee; sono spesso titubanti, e raramente conoscono le cause di determinati fenomeni. La testimonianza diretta cambia completamente le carte in tavola, non si parla più di un qualcosa che è lontano da loro, il testimone è lì per loro, con loro. E a quel punto il dialogo diventa reale, diretto e libero da pregiudizi.

Prima di iniziare questa esperienza ero consapevole della realtà delle migrazioni e della complessità del nostro tempo; ma prendendone parte più da vicino mi sono resa conto di quanto fosse importante fare oltre che sapere. C’è bisogno di agire, mettersi in gioco; come dice papa Francesco “la vera sfida è trasformare la liquidità in concretezza… Quando si fa questo l’agire non è violento, è bello, è bellissimo, è la gioia di fare la strada insieme”.

Giulia


Quest’anno di servizio è stato un anno ricco di esperienze che mi hanno aiutata ad aprirmi verso il prossimo e ad avere più fiducia in me stessa grazie alla collaborazione con i volontari e gli operatori della mensa, che sono sempre stati disponibili e aperti per qualsiasi dubbio o difficoltà.

Avevo già avuto esperienze di volontariato prima, ma ho voluto intraprendere questo percorso più approfondito proprio perché interessata al tema dell’immigrazione e dell’integrazione per i rifugiati nel nostro paese.

Consiglierei ad ogni giovane questa esperienza, perché è un anno in cui ti metti a servizio degli altri, ma soprattutto è un’opportunità per mettere in gioco degli aspetti di te che neanche sapevi di avere. La mensa del Centro Astalli è un posto in cui incontri il mondo e lo impari a conoscere da un’altra angolazione, quella dei rifugiati.

Silvia


Sono quasi al termine del mio anno di servizio civile al Centro Astalli. Ho prestato servizio presso lo sportello lavoro e la scuola di italiano.

In entrambi i servizi ho avuto modo di conoscere da vicino i rifugiati. Specialmente nei colloqui di orientamento al lavoro, spesso mi hanno raccontato le loro storie, storie di viaggio, di fatica. Il fatto che loro abbiano deciso di condividerle con me mi ha profondamente arricchito.

Nel mio servizio a scuola ho imparato che in una classe non sono soltanto gli allievi ad imparare. Se si ha l’umiltà di scendere dalla cattedra e di ascoltare, è l’insegnante che esce dalla lezione con qualcosa in più.

Al termine di questa esperienza ho scoperto la bellezza del donarsi agli altri, di aiutarli non solo materialmente, ma soprattutto offrendo loro un po’ del mio tempo.  

Francesca

Una pericolosa escalation di violenza

Mai come oggi si cerca di operare, spesso grossolanamente, una distinzione tra migranti economici e rifugiati, come se chi provenisse da aree dove non è in atto una “guerra tradizionale” non avesse diritto a chiedere una forma di protezione lontano dal proprio Paese. In realtà ci sono molti Stati, soprattutto in Africa e in Asia, dove al concetto di stabilità politica non corrispondono né quello di democrazia né quello di rispetto dei diritti umani. Il Camerun è uno di questi. Governato fin dal 1982 dal presidente Paul Biya, il Paese si appresta ad affrontare nuove elezioni nel 2018. Così ogni elemento che possa distogliere l’attenzione della popolazione dai numerosi problemi sociali ed economici, nonché indebolire le capacità di manifestare il proprio dissenso da parte dell’opposizione, viene utilizzato strumentalmente dal governo. Perfino i sanguinosi attacchi di Boko Haram che, soprattutto nelle regioni al confine con la Nigeria, hanno mietuto centinaia di vittime tra i civili.

Negli ultimi anni, come denunciato da diversi rapporti di organizzazioni internazionali, si è assistito a una pericolosa escalation di violenze e casi di violazione dei diritti fondamentali come arresti arbitrari, condanne senza equi processi, sparizioni forzate e gravi episodi di tortura. Violenze e abusi perpetrati proprio dalle forze governative in nome della lotta al terrorismo. Centinaia di civili, anche donne e bambini, accusati sommariamente di collaborare con Boko Haram, sono stati sequestrati e torturati da unità speciali dell’esercito e dei servizi di intelligence.

Del resto la legge anti-terrorismo approvata dal Parlamento nel dicembre 2014 non solo ha ampliato in maniera spropositata e pericolosa i poteri delle forze di sicurezza, ma ha anche esteso il concetto di atto terroristico, per il quale è prevista la pena capitale, a “qualsiasi atto che possa causare la morte, o pericolo per l’integrità fisica, o danni alle risorse ambientali e naturali…”. Il tentativo di scoraggiare qualsiasi forma di ribellione sociale o anche solo di manifestazione pubblica appare palese e preoccupante.

Amnesty International ha documentato, nel solo 2016, più di 160 episodi di arresti arbitrari, 29 casi di tortura perpetrata in diverse basi militari, nonché 17 casi di sparizioni forzate per i quali le autorità, più volte sollecitate, non hanno ancora dato spiegazioni.

Migliaia di persone si trovano così nella disperata quanto paradossale condizione di sentirsi parimenti minacciate da gruppi armati terroristici, che hanno deliberatamente preso di mira la popolazione, e dalle forze di sicurezza governative, che per contrastare Boko Haram non esitano ad agire in piena violazione del diritto internazionale con rastrellamenti di massa e detenzioni illegali.

Non è la prima volta che il legittimo obiettivo della lotta al terrorismo porta a calpestare diritti che credevamo ormai consolidati e inviolabili. Fin quando continueremo a chiudere gli occhi in nome di una sicurezza collettiva che tutto pare giustificare?   

 

Emanuela Limiti

Migrazioni, l’Europa deve fare di più

Alla vigilia del Consiglio Ue del 22 e 23 giugno, le reti delle organizzazioni della società civile italiana – tra cui il Tavolo Asilo, di cui il Centro Astalli fa parte – hanno lanciato un appello congiunto alle istituzioni italiane ed europee indicando le misure indispensabili e urgenti per un cambio di rotta nella gestione dei flussi migratori in Italia e una nuova e più efficace Agenda Europea.

Diversi i punti a destare perplessità nelle politiche adottate per affrontare una crisi in cui si conta il più alto numero di sfollati e rifugiati dalla Seconda Guerra Mondiale. Basti guardare all’impegno europeo nell’accoglienza, che appare molto esiguo: a fine 2016, secondo i dati dell’UNHCR in Europa erano presenti 3,5 milioni tra richiedenti asilo e rifugiati, ossia lo 0,68% della popolazione europea. Uno sforzo in termini di ospitalità di rifugiati in cui i paesi dell’UE hanno accolto solo circa 5% dei rifugiati del mondo.

“L’Agenda si è rivelata sostenuta da logiche securitarie, tendenti ad escludere dal territorio europeo i migranti, delegandone la gestione a paesi terzi già sovraccaricati di responsabilità”, scrivono le organizzazioni firmatarie. Su tutti a destare maggior preoccupazione sono le conseguenze dell’accordo tra Ue e Turchia , un provvedimento che ha avuto come effetto diretto di intrappolare decine di migliaia di persone costrette a sopravvivere in condizioni disumane, costringendone molte altre ad intraprendere rotte sempre più pericolose – ad esempio attraverso la Bulgaria – ed esponendole quindi a trattamenti inumani e degradanti. Sorte uguale toccherebbe ai migranti nei paesi di transito e origine africani, se l’accordo tra Italia e Libia – avvallato dall’Unione europea –  trovasse piena applicazione.

Per correggere l’attuale approccio definito dall’Agenda Europea per le Migrazioni e i provvedimenti assunti dal Governo italiano, le organizzazioni firmatarie avanzano alcune richieste:

  • i cosiddetti compacts, definiti con i Paesi Terzi, siano finalizzati a favorire politiche di sviluppo umano sostenibile nei paesi di origine e di transito dei flussi migratori e non al mero controllo delle frontiere;
  • l’UE e gli Stati membri effettuino operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) con il solo scopo di salvare vite umane;
  • l’UE e i suoi Stati membri garantiscano alle persone che si trovano ai loro confini l’accesso ad un equo ed effettivo diritto di richiedere asilo;
  • i richiedenti protezione internazionale in Europa abbiano il diritto a una procedura giusta ed efficace e a misure di accoglienza e assistenza dignitose;
  • gli Stati membri sviluppino canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti;
  • l’UE e gli Stati Membri facciano ritornare le persone nei loro paesi di origine solo attraverso procedure fondate sul rispetto dei diritti umani, e mai a condizioni che li possano mettere in pericolo.

Purtroppo nelle settimane successive al vertice di giugno le posizioni dei capi di Stato europei si sono ulteriormente irrigidite. L’aumento degli sbarchi registrati in Italia, sia pur modesto rispetto all’anno precedente, sta portando alla discussione e alla rapida adozione di misure urgenti, i cui dettagli saranno discussi nelle prossime settimane, ma che rischiano di compromettere ulteriormente l’accesso al diritto d’asilo nel nostro Paese.

 

Chiara Peri

Rifugiati, l’umanità non si arresta – S.E. Card. Parolin e Ferruccio De Bortoli dialogano sul fenomeno delle migrazioni

L’arrivo dei migranti in Europa è ormai da molti anni percepito come una crisi. Non passa giorno che i mass media non parlino delle migrazioni paragonandole a un’ “invasione” come se chi scappa, chi si mette in viaggio rischiando concretamente la propria vita, lo faccia non per fuggire da guerre, persecuzioni e disuguaglianze economiche, alla ricerca di pace e diritti ma per “occupare un territorio”. I rifugiati, i migranti, vengono sempre più ridotti a “flussi migratori”, statistiche, numeri, senza nome, senza volto, senza storia. L’immigrazione, così disumanizzata, è diventata il capro espiatorio del malcontento politico e sociale che attanaglia non solo l’Italia ma l’Europa tutta. Questo ha determinato una crescente ostilità nei confronti dei migranti e il consolidarsi di politiche securitarie ed emergenziali, che si concretizzano in muri, barriere, fili spinati, respingimenti, minacce di chiusure dei porti. Eppure la storia ce lo avrebbe dovuto insegnare: recinti o muri non hanno fermato e non fermeranno i migranti. “L’ umanità non si arresta, … cerca un futuro migliore, ciascuno di noi deve sentire la responsabilità di questo futuro”, ha sottolineato P. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli, in occasione dell’apertura del colloquio sulle migrazioni tra S.E. Card. Parolin e Ferruccio De Bortoli, moderati da P. Federico Lombardi, organizzato dal Centro Astalli, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2017 dal titolo “Rifugiati, l’umanità non si arresta”. Un futuro, ha ribadito P. Lombardi “in cui la cittadinanza va vissuta non come esclusiva, come escludente ma come costruzione di una comunità civile, aperta e accogliente”. L’incontro si è aperto con l’attore Marco Balliani che ha recitato un frammento dello spettacolo teatrale “Human” per ricordare insieme le vittime del mare, dei pericolosi viaggi migratori che affrontano rifugiati e profughi. Le cause delle migrazioni forzate, ha ribadito S.E. Card. Parolin “qualunque sia la loro origine, sono accomunate oggi da una crescente complessità, troppo spesso da oscuri disegni geopolitici e collegamenti a piani egemoni, finanziari ed economici, al commercio di materie prime, di armi, con un contorno di criminalità, corruzione, violenza e connivenza, che le rendono possibili”. Ma troppo spesso accade che nel racconto delle migrazioni, ha evidenziato De Bortoli, ci sia “un fenomeno di rimozione istantanea della sorte dei rifugiati, un fenomeno che è tanto veloce quanto è forte l’ indignazione per le tragedie che accadono in mare, per gli esodi in massa dalle zone di guerra. Allora accade che i volti dei rifugiati, il destino di tanti minori abbandonati, di tante famiglie, ci colpisca ci commuova, ma che nel contempo sia irresistibile la tentazione di volgere lo sguardo altrove. Questa è una emergenza culturale sulla quale dovremmo fermarci un attimo a riflettere”.

 

Francesca Cuomo

Un giorno cammineremo con voi

“Il cielo è lo stesso per tutti. Il mare invece no: per alcuni è vita e per tantissimi altri è morte. La terra? La terra è la salvezza, è la promessa, fatta da nessuno, di tempi migliori.

Ma lì, sulla terra ci sono dei muri, talvolta insormontabili. Se ce la fai ad arrivare a destinazione sei un numero e poi, se riesci a prendere dei documenti, diventi un numero documentato. Legalmente sei a posto, ma continui a ‘dare fastidio’.

Nessuno sceglie di essere un rifugiato. Questo è qualcosa che ti accade e quando ti accade la vita ti mette davanti a un bivio e spesso per proteggere quello che vuoi di più sei costretto a mettere in gioco tutto. Garanzie non ci sono però. Nonostante questo vai avanti, perché ciò che ti spinge è più grande di te. Ti spinge la speranza e, come ha detto lo scrittore Julio Cortázar, ‘la speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende’.

In occasione Giornata del Rifugiato 2017, verrebbe facile fare appello all’umanità che ci accomuna, ma rimarrebbe in superficie e continuerebbe a perpetuare una dinamica di superiorità di alcuni sugli altri.

Invece oggi voglio ricordare l’’effetto farfalla’, secondo cui  ‘il battito di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo’.

Oggi sono farfalle, tra le altre, le armi prodotte qui e che vengono usate in guerre e per governi dittatoriali lontani. Oggi farfalle sono anche le grandi corporazioni che depauperano le risorse naturali di paesi che vengono ingiustamente chiamato ‘terzo mondo’. C’è un solo mondo.

Queste sono farfalle i cui battiti d’ali non trovano spazio nei mezzi di informazione, i cui effetti si mimetizzano nel viso di migliaia di persone che arrivano in Europa.

Noi, rifugiati, possiamo solo augurarci che il battito delle farfalle italiane siano invece politiche di integrazione e di valorizzazione dell’altro, politiche che esprimano la convinzione che l’altro sono io e io sono l’altro.

Politiche che puntino anche a far sì che l’Europa si assuma le sue responsabilità riguardo ai problemi che costringono milioni di esseri umani a lasciare la propria terra. E, finalmente, politiche che tendano a costruire ponti, perché là dove ci sono dei ponti è possibile l’incontro e dove c’è l’incontro c’è possibilità di crescita, di cambiamento e di progresso per tutti.

L’umanità non si arresta. Continueremo a camminare verso di voi, augurandoci che un giorno cammineremo con voi”.

Melanny Hernandez

Rifugiata venezuelana.

Testimonianza letta in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato

Per una cittadinanza della partecipazione

Il tema della cittadinanza, nato come espressione di uguaglianza, sta diventando un formidabile coefficiente di discriminazione. Ho avuto occasione di approfondirlo più volte e con grande interesse nella mia esperienza alla Corte Costituzionale. In tale sede si è molto discusso sulla distinzione fra ‘migrante economico’ e ‘rifugiando’, anche in relazione alle risposte che come italiani, ma anche come europei, abbiamo dato alle migrazioni avvenute in seguito al terremoto geopolitico sull’altra sponda del Mediterraneo.

Vorrei provare a riflettere sul significato del concetto di cittadinanza, che a mio parere deve evolvere da un concetto di cittadinanza come appartenenza iure sanguinis a cittadinanza come partecipazione. La grande sfida che ci viene posta al tempo della globalizzazione è questa.

Il tema della cittadinanza è fondamentale in riferimento alla Costituzione e coinvolge una serie di problemi: l’eguaglianza tra chi è cittadino e chi non lo è; il godimento dei diritti costituzionali (se sono uguali i diritti costituzionali per il cittadino e per il non cittadino); e, infine, il tema del rapporto tra libertà e autorità.

Il concetto di cittadinanza, nato come concetto di eguaglianza in contrapposizione a precedenti schemi in cui alcune categorie erano privilegiate per ragioni di corporazioni, di censo o di altro tipo, riguarda oggi il rapporto tra il trattamento del cittadino e il trattamento dello straniero, in un contesto come quello attuale di migrazioni di massa.

La Costituzione riconosce all’art. 120 il diritto di libera circolazione sul territorio nazionale e la Dichiarazione Universale della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce lo stesso diritto a livello internazionale, sia per la libera circolazione all’interno degli Stati, sia per il divieto di espulsione e per la libertà di uscire dagli Stati.

Oggi tutto questo si traduce in un diritto fondamentale di spostarsi sul pianeta, diritto fondamentale che è diventato una necessità di fronte alle guerre che ci affliggono e di fronte alla fame. Però, la libertà di emigrare non corrisponde alla libertà di immigrare: al diritto di ciascuno di sistemarsi dove vuole o di andare dove può per sfuggire ai problemi (migranti economici e rifugiati) non corrisponde un’analoga libertà di immigrazione. La Corte Costituzionale, ad esempio, riconosce allo Stato la possibilità di regolare e limitare l’immigrazione alla stregua di una serie di interessi pubblici connessi alla sicurezza, alla sanità, all’ordine pubblico, ai vincoli e alla politica internazionale: una scelta discrezionale che spetta al legislatore, purché non sia gestita in modo irragionevole e in termini esclusivamente di sicurezza e di ordine pubblico.

L’altro punto, che voglio solo accennare, riguarda quello che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo considera come il diritto ad acquistare e cambiare la cittadinanza: la regola di fondo è che nessuno può essere privato della cittadinanza e che tutti hanno il diritto ad avere una cittadinanza. In un mondo caratterizzato da guerre in continua evoluzione, il rischio di trovarsi senza cittadinanza sta diventando sempre più forte.

L’acquisto e la disciplina della cittadinanza pongono un problema: oggi la democrazia iure sanguinis (cioè quando si acquista la cittadinanza per sangue, perché si nasce da genitori appartenenti ad un Paese) non è ancora integrata da quella che viene definita la democrazia iure electionis, cioè la scelta di una cittadinanza collegata al radicamento sul territorio e alla volontà dell’interessato.

Oggi, acquistare la cittadinanza italiana è difficile perché le condizioni di acquisto sono rigorose: la residenza per lungo tempo e un iter burocratico complicato, che non so quanto si concilino con l’art. 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È estremamente importante arrivare a superare la contrapposizione fra lo statuto costituzionale del cittadino e lo statuto costituzionale alla luce dei valori comuni della pari dignità (art. 3 della Costituzione che, nonostante sia destinato ai cittadini, vale per tutti) e dei diritti inviolabili della persona, che mal si conciliano con quella serie di categorie formali sul quale ci siamo sbizzarriti e che riuniamo nella distinzione tra i cosiddetti migranti economici e gli altri; come se il migrante economico – colui che fugge da morte per fame –  non abbia gli stessi diritti di colui che fugge da persecuzione o a causa del timore della morte per ragioni politiche.

Dobbiamo passare dal concetto di comunità dell’appartenenza a quello di comunità della partecipazione.

Il diritto politico dello straniero è un tema che coinvolge il cardine della democrazia. È difficile, oggi, giustificare i diritti di partecipazione politica ai soli cittadini una volta che abbiamo superato la visione naturalistica della comunità politica e abbiamo messo al suo posto la collettività insediata nel territorio. Noi siamo lenti a riconoscere in positivo la parità tra cittadini e stranieri correndo il rischio di perpetuare mediante questa distinzione quelle differenze classiste alle quali facevo accenno all’inizio. Penso che una democrazia iure sanguinis sia discriminante non come, ma in modo abbastanza vicino, alla democrazia censitaria, proprio perché dobbiamo passare dalla comunità dell’appartenenza alla comunità della partecipazione. Sul terreno dei diritti dei cosiddetti ‘diversi’, di quelli che rischiano di avere meno dignità (detenuti, migranti economici…) è tempo di affrontare una battaglia di civiltà.

In fondo, è questa la via indicata già dalla nostra Costituzione – forse non del tutto consapevolmente – quando dopo la guerra si scrisse l’articolo 10 di essa. In una Italia nella quale era ancora vivo il dramma dell’emigrazione per fame e dei viaggi della speranza, i padri costituenti ebbero il coraggio e l’intuizione di riconoscere il diritto di asilo anche a chi cercava la libertà e la democrazia, non solo a chi fuggiva dalla persecuzione. Una intuizione che dovremmo tener presente oggi, in un’Italia diventata – per la sua posizione geografica e per il suo benessere – terra di immigrazione e non più soltanto di emigrazione.

 

Giovanni Maria Flick

Presidente emerito Corte Costituzionale