VENTI DI GUERRA, FRONTIERA DI PACE

Le notizie di questi giorni non lasciano sereni: ancora una volta «venti di guerra» nel Medio Oriente. E le sponde del Mediterraneo tornano a essere spettatrici di catastrofi già annunciate. Quello stesso Mare Nostrum che tra poche settimane sarà al centro dell’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo frontiera di pace”, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana a Bari, dal 19 al 23 febbraio, con la partecipazione di 60 vescovi da 20 Paesi costieri. L’evento si conclude con la celebrazione eucaristica presieduta da Papa Francesco. Questo 2020, insomma, si è aperto in chiaroscuro: «Venti di guerra» – «Frontiera di pace».

«L’incontro – ha ricordato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale italiana, introducendo la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente – cade in un momento di crisi, particolarmente drammatico: alcune compagini statali – dalla Libia, alla Siria all’Iraq – sono in frantumi, altre sono attraversate da tensioni fortissime. La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze. Come Chiese intendiamo offrire una testimonianza di comunione, che non si rassegna a situazioni violente e a strutture sociali ingiuste».

Insomma, la Chiesa italiana invita a non unirsi al coro dei «profeti di sventura», per riconoscere invece che qualcosa di nuovo può e deve nascere anche nell’area mediterranea. E proprio lo stile di questo incontro ne è la testimonianza: non un convegno accademico, ma un convenire di pastori che hanno a cuore il futuro dei loro Paesi e dei loro popoli; un convenire che si fa «laboratorio di sinodalità», come stile di vita da lasciar trasparire nella stima, nella gratitudine, nelle relazioni. La Chiesa del Mare Nostrum è presente, operante e ricca di tradizioni; oggi ha l’opportunità di rafforzare le strutture di comunione esistenti e, con creatività, d’inventarne anche di nuove. Ora, più che mai, è necessario tenersi per mano, per non farsi portare via dalla tempesta.

Vincenzo Corrado

Direttore Ufficio Nazionale per le Comunicazioni sociali CEI

La dinamica della fratellanza nell’esperienza con i rifugiati

Conversavamo a Roma, nella parrocchia di San Saba – il nucleo romano di accoglienza per uomini rifugiati gestito dal Centro Astalli – con due fratelli, non di sangue, ma amici: Morro, gambiano, e Sheer, pakistano.

Parlavamo un po’ di tutto: dei nostri Paesi, del clima, di poco più di 2 milioni di abitanti del Gambia («Non siamo un Paese – diceva Morro, ridendo –, ma piuttosto una provincia»), dei 220 milioni del Pakistan e dei 46 milioni dell’Argentina… E come sempre, io ho chiesto loro della famiglia, di quan- ti fratelli avessero. La domanda li ha fatti sorridere e li ha messi un po’ in imbarazzo. Il massimo grado di “riassetto mentale” davanti a una domanda che non rientra nei propri schemi l’avevo constatato quando, qualche sera prima, avevo domandato a un altro amico, Moustapha, quanti fossero nel- la sua famiglia. Lui aveva cominciato a fare il conto, prima a mente e poi sulla punta delle dita: le mogli di suo padre erano quattro, da sua madre aveva avuto cinque figli, dall’altra… Non sapeva essere preciso, ma la somma totale era almeno 28 tra fratelli e fratellastri. Ovviamente, egli conosceva bene i suoi quattro fratelli da parte della madre, ma quelli da parte delle altre mogli un po’ gli sfuggivano. E la differenza di età comportava che alcuni figli nati dal primo matrimonio avessero una trentina d’anni più di lui.

Quella sera Morro, dal canto suo, mi ha detto che loro sono cinque figli di sua madre, e poi ce ne sono altri quattro. Sheer ha sorriso e mi ha detto che pensava che io non avessi capito che i musulmani possono avere diverse mogli e che la difficoltà di Morro a dirmi quanti fratelli avesse fosse dovuta a ciò. Gli ho risposto che sì, l’a- vevo capito. Ma mentre lo dicevo, mi sono reso conto che lo capivo in astratto, perché il fatto di avere uno stesso padre con fratellastri di altre madri è qualcosa che rivela una profonda differenza esistenziale. Eppure si basa su una uguaglianza!

Possiamo spiegarlo con un esempio: quando si discutono questioni teologiche tra musulmani e cristiani, tra ebrei e buddisti, si comprende che il concetto ultimo di Dio è uno solo, ma si percepisce che le immagini – o non-immagini – e i sentimenti di cui il concetto viene caricato creano una certa estraneità e stabiliscono una notevole distanza.

Quando parliamo di “fratelli”, invece, le immagini e gli affetti che la parola evoca e la stessa estraneità suscitano simpatia. Si capisce l’imbarazzo dell’altro per una fratellanza di tanti fratelli di fronte a una società in cui prevalgono i figli unici. Le risonanze e le ripercussioni personali e sociali sono infinite. Essere figlio unico può portare al desiderio di avere molti “fratelli per scelta”, come si chiamano gli amici, oppure all’individualismo egoistico. Avere una grande quantità di fratelli e fratellastri può portare a una chiusura tribale o a un più ampio sentimento di parentela.

La dinamica della fratellanza è sempre luogo di decisione e di scelta libera e consensuale, in base alla quale si è più o meno fratelli.

 

Diego Fares sj

Scrittore de La Civiltà Cattolica

IO SONO L’ALTRO. IL PUNTO DI VISTA DI NICCOLÒ FABI

Io sono l’altro è una canzone-riflessione di Niccolò Fabi, cantautore romano, appartenente al suo ultimo album “Tradizione e tradimento” (2019). La canzone comprende un ampio elenco di situazioni esistenziali che è possibile osservare durante la quotidianità a cui, spesso, non si fa caso ma che diventano essenziali nel momento in cui ne dipende la propria vita.

Nella prima strofa Fabi canta: «Io sono l’altro / Sono quello che spaventa». La paura deriva dall’altro, nel senso del diverso, differente, distinto rispetto a me stesso. “Altro” è colui che sento distante, alieno, anche nel momento in cui è vicino; infatti, il cantautore completa la strofa con il verso: «sono quello che ti dorme nella stanza accanto».

Dunque, anche la vicinanza ormai non è più compresa, forse perché non si riesce più a capire la profonda identità di essere umani, ossia di esseri-in-relazione. Questa frattura relazionale è espressa attraverso la simbolica dello specchio: «Puoi trovarmi nello specchio / La tua immagine riflessa / Il contrario di te stesso».

Lo specchio viene utilizzato per riflettere la vera immagine di se stessi, ma guardandoci allo specchio, chi vediamo?

Attraverso questa immagine, quasi allo specchio di “Alice nel paese delle meraviglie”, ci si addentra nel mondo delle possibili relazioni. Esse possono essere di invidia: «Sono quello che hanno assunto quando ti hanno licenziato», o di attesa «sono il chirurgo che ti opera domani» o «Il donatore che aspettavi per il tuo trapianto», oppure quelle ignorate: «Quello che dorme sui cartoni alla stazione / il nero sul barcone».

Sono tutte situazioni esistenziali che hanno la necessità di essere non solo considerate, ma prese su di sé, anche quando sentiamo che sono un peso. Il ritornello infatti esplicita il senso stesso della relazione: «Io sono il velo che copre il viso delle donne / Ogni scelta o posizione che non si comprende / Io sono l’altro quello che il tuo stesso mare lo vede dalla riva opposta».

Niccolò Fabi sembra suggerire di provare ad avere un altro punto di vista, che sia diverso da quello consueto, provando a uscire anche dalle proprie categorie per provare, forse, a raggiungere quello sguardo di compassione che Fabrizio De Andrè, nella canzone “Khorakhanè”, affidava a «chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio».

Claudio Zonta sj

Venti di guerra, frontiera di pace

Le notizie di questi giorni non lasciano sereni: ancora una volta «venti di guerra» nel Medio Oriente. E le sponde del Mediterraneo tornano a essere spettatrici di catastrofi già annunciate. Quello stesso Mare Nostrum che tra poche settimane sarà al centro dell’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo frontiera di pace”, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana a Bari, dal 19 al 23 febbraio, con la partecipazione di 60 vescovi da 20 Paesi costieri. L’evento si conclude con la celebrazione eucaristica presieduta da Papa Francesco. Questo 2020, insomma, si è aperto in chiaroscuro: «Venti di guerra» – «Frontiera di pace».

«L’incontro – ha ricordato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale italiana, introducendo la sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente – cade in un momento di crisi, particolarmente drammatico: alcune compagini statali – dalla Libia, alla Siria all’Iraq – sono in frantumi, altre sono attraversate da tensioni fortissime. La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze. Come Chiese intendiamo offrire una testimonianza di comunione, che non si rassegna a situazioni violente e a strutture sociali ingiuste».

Insomma, la Chiesa italiana invita a non unirsi al coro dei «profeti di sventura», per riconoscere invece che qualcosa di nuovo può e deve nascere anche nell’area mediterranea. E proprio lo stile di questo incontro ne è la testimonianza: non un convegno accademico, ma un con-venire di pastori che hanno a cuore il futuro dei loro Paesi e dei loro popoli; un convenire che si fa «laboratorio di sinodalità», come stile di vita da lasciar trasparire nella stima, nella gratitudine, nelle relazioni. La Chiesa del Mare Nostrum è presente, operante e ricca di tradizioni; oggi ha l’opportunità di rafforzare le strutture di comunione esistenti e, con creatività, d’inventarne anche di nuove. Ora, più che mai, è necessario tenersi per mano, per non farsi portare via dalla tempesta.

Vincenzo Corrado

Direttore Ufficio Nazionale per le Comunicazioni sociali CEI 

Il presepe vivente del nostro futuro

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo visto ridursi sempre di più il numero delle persone che riescono ad arrivare in Europa, ma contestualmente abbiamo assistito a un aumento considerevole di coloro che sono costretti a vite precarie all’interno delle nostre città, ad affollare le periferie fisiche ed esistenziali. Quelle periferie dimenticate e per le quali si è alimentato da parte di alcune forze politiche lo scontro sociale. Eppure è anche di una solidarietà tra poveri, tra abitanti di periferie, tra irregolari che ci parla il Natale, che spesso rappresentiamo con il presepe, allestito per tradizione nelle nostre case e nelle nostre città.

I poveri ancora una volta ci mostrano il cammino per la salvezza, scrive Papa Francesco nella sua Lettera apostolica sul presepe Admirabile signum: «Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore… Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato».

Non possiamo allora celebrare questo Natale vivendo nel palazzo di Erode, chiuso fortificato, impermeabile alla gioia della condivisione, escludendo chi arriva nel nostro Paese e aizzando i penultimi contro gli ultimi delle nostre città.

Non possiamo continuare a stare a guardare dalle finestre della nostra fortezza Europa chi muore in mare, chi è detenuto in Libia.

L’unica strada possibile è quella che ci indica il presepe di Natale, un mondo condiviso e vissuto nella comunione e nell’inclusione. Allora l’augurio per questo Natale é quello di costruire, così come facciamo per il presepe nell’autentico spirito del Vangelo, società e città «dove nessuno sia escluso e emarginato», animate da donne e uomini di pace.

Camillo Ripamonti sj

Siria: una guerra che non conosce fine

C’è una parola che è emersa dopo tanti anni di oscuramento dalle cronache sulla tragedia siriana. Questa parola è Rojava.

È la zona dove i curdi hanno tentato, o avrebbero dovuto tentare, un esperimento di autogoverno federale insieme alle altre realtà etniche e confessionali presenti in quella zona settentrionale della Siria e da dove i soldati statunitensi si sono ritirati recentemente, prima che i turchi ne occupassero militarmente la parte per loro più importante, lungo il loro confine.

Che l’esperimento Rojava stesse riuscendo nel suo obiettivo federale non sembra vero, ma il tentativo, se fosse proseguito, avrebbe potuto migliorare la coesistenza. L’invasione turca, feroce e miliziana, ha cancellato anche questa speranza da tutto il Rojava, visto che il resto di questo territorio, che comprende la città di Raqqa, martoriata capitale dell’Isis, è tornato sotto il controllo del governo di Assad. Le notizie su questo gravissimo sviluppo militare si completano adesso con quelle di combattimenti tra esercito siriano ed esercito turco. Meno si sa del dramma della popolazione civile, dei curdi ovviamente ma anche degli altri gruppi etnici e confessionali, che vivono da sempre in quel territorio. L’emergenza sanitaria è gravissima, gli aiuti quasi impossibili. Le sofferenze della popolazione sono aggravate da una tendenza che ha accompagnato il conflitto siriano dal 2011 a oggi: eliminare la presenza fisica del gruppo etnico o religioso avverso.

Purtroppo però non c’è solo il Rojava. Sempre nel nord della Siria c’è un’altra zona dove si combatte ferocemente: la provincia di Idlib. Qui per una strana scelta compiuta da anni sono stati deportati un milione e mezzo di rifugiati siriani, civili che il regime diDamasco non ha voluto nelle zone da esso riconquistate. Così i civili che vivono nella provincia di Idlib sono diventati 3 milioni. A Idlib però il regime ha trasferito anche tutti i jihadisti sconfitti nel resto della Siria. Sono migliaia, ben armati, ma contestati giornalmente dalla popolazione: una città è insorta recentemente contro di loro. Ma intorno a questa città proseguono i bombardamenti russo-siriani, che molto spesso colpiscono scuole e ospedali, e l’offensiva di terra dell’esercito di Assad viene nuovamente definita imminente: da tempo più di 300mila vivono all’addiaccio lungo il confine con la Turchia. Domani? A tutto questo Erdogan non fa mancare la minaccia di un ulteriore carico: pressato dalle difficoltà economiche e dal malessere sociale minaccia di espellere, verso il nord della Siria che occupa, parte cospicua dei rifugiati siriani che oggi vivono in Turchia.

E l’Onu? Avvia in questi giorni i lavori della commissione per la stesura della nuova costituzione siriana mentre in Germania comincia il primo processo per le sistematiche torture nelle prigioni siriane. Con milioni di persone che si domandano dove verranno fatte sparire domani, potrà sembrare una danza macabra sul dramma di un popolo.

Riccardo Cristiano

Giornalista ed esperto vaticanista

L’Amazonia, patrimonio da custodire

P. Renato Colizzi, gesuita italiano, attualmente ricopre l’incarico di Socio del p. Provinciale della Provincia Euro-Mediterranea (Italia, Albania, Malta e Romania) ed è Presidente della Fondazione MAGIS, l’Opera missionaria dei gesuiti, impegnata nel progettare e sostenere le opere di cooperazione della Provincia all’estero.

Ha appena trascorso sei mesi di missione e formazione in Bolivia, in particolare nella regione amazzonica. Gli abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza e di offrirci qualche chiave di lettura in relazione al Sinodo per l’Amazzonia. Papa Francesco ha voluto focalizzare il Sinodo – che è uno strumento di discernimento ecclesiale – sull’Amazzonia non solo per un’esigenza locale, ma perché la Chiesa Universale possa specchiarsi in questa regione della terra e trovare nuove vie di evangelizzazione.

Si tratta, infatti, di un ambiente e di comunità minacciate da una “mentalità estrattivista”: sfruttare le risorse del territorio per aumentare la ricchezza del Paese, a scapito, però, dell’ecosistema, irrimediabilmente trasformato, e delle etnie locali, ricollocate in città dove, spinti a emigrare finiscono per abitare in favelas tra povertà, tossico- dipendenza e violenze, smarrendo dignità e riferimenti culturali. Fissare lo sguardo sulla realtà dell’Amazzonia offre alla Chiesa e al mondo la possibilità di osservare in modo simile tanti altri luoghi della terra meno noti, ma ugualmente minacciati, dal bacino del Congo alla “terra dei fuochi”, a noi così vicina.

«Recandomi presso alcune comunità che volutamente si sono isolate – dice p. Renato – ritirandosi nel cuore della selva per sfuggire a una “civilizzazione” aggressiva e violenta, ho potuto constatare l’armonia fra vita comunitaria e territorio, quello che noi, in termini economici, definiremmo “sviluppo sostenibile”. Gli Indios, infatti, vivono l’Amazzonia come eredità dei loro padri, dai quali hanno imparato a custodirla, come lei custodisce loro, prendendo solo il necessario già disponibile e offerto dall’ambiente naturale. Presso di loro non c’è commercio, né bisogno di moneta: ciascuno riceve ciò di cui ha bisogno. Ai nostri occhi si tratta di agricoltura o economia “di sussistenza”, arretrate, da sostituire con attività produttive più redditizie, finalizzate allo sviluppo.

In realtà la povertà la trovano nello stile di vita urbano, anonimo, ossessionato dall’accumulo, senza madre, come dice Papa Francesco, che, invece, propone a tutta la chiesa di assumere un rostro (volto) amazzonico, di quella selva madre per gli Indios».

Per difendere un simile patrimonio umano e naturale, i gesuiti sono impegnati nell’ambito dell’educazione, della cultura e dell’ecologia, con attività di formazione e informazione nelle scuole e vari interventi per far conoscere e tutelare la cultura delle comunità amazzoniche e imparare a rispettare l’ambiente in cui vivono.

«Arrivando in luoghi raramente visitati dai missionari – dice p. Renato – mi sono sentito pienamente accolto. Nonostante la violenza con cui il Vangelo è stato portato a suo tempo dagli spagnoli, queste comunità lo hanno accolto e messo in pratica, sono già evangelizzate e sono loro a guidarti dicendoti cosa celebrare di giorno in giorno. Lì un modello parrocchiale non funzionerebbe mai e questa esperienza di una sana declericalizzazione può fare un gran bene a tutta la Chiesa, perché al centro della liturgia non c’è il sacerdote, ma la comunità che custodisce la Buona Notizia e se questa è minacciata, allora il Vangelo chiede di difenderla. Possiamo, allora, imparare qualcosa da loro?».

Giuseppe Trotta sj

Congo: La nuova epidemia di ebola e le difficoltà negli aiuti

Lo scorso 17 luglio, a poco meno di dodici mesi di distanza dal primo caso registrato, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’epidemia di ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo, “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”.

Il carattere straordinario della situazione e la conseguente necessità di agire con più velocità e maggiore efficacia, sono testimoniati dal fatto che solo altre quattro volte l’OMS era ricorso a una dichiarazione di tale gravità. L’obiettivo di tale misura è di sensibilizzare maggiormente la comunità internazionale su una strage finora silenziosa, così da aumentare gli aiuti destinati alla prevenzione, alla cura e al rafforzamento del supporto sanitario. Allo stesso tempo sarà fondamentale disinnescarne i rischi, primo tra tutti il pericolo che gli Stati confinanti chiudano le frontiere ostacolando la circolazione di farmaci e personale medico; finendo per isolare il Paese anche dal punto di vista commerciale ed economico e aggravando così le condizioni della popolazione.

A spingere il Comitato d’Emergenza previsto dal Regolamento sanitario internazionale dell’OMS a prendere tale decisione sono stati i numeri, impressionanti quanto impietosi: finora si contano più di 2500 casi e 1700 decessi, tra cui molti bambini, il cui tasso di mortalità è più elevato rispetto agli adulti (circa il 77% rispetto al 67%). La velocità di propagazione (224 giorni per arrivare a 1000 casi e solo 71 per raggiungere i 2000) e l’espansione geografica (si calcola ormai una portata di 500 chilometri quadrati), nonché il primo contagio fatto registrare a Goma, una delle principali città del Paese con più di 2 milioni di abitanti, hanno decretato il fallimento della strategia del contenimento fino ad oggi adottata e la necessità di un nuovo approccio più coordinato e intensificato specialmente nelle province più colpite – il Nord Kivu e l’Ituri.

Ed è proprio l’instabilità politica che caratterizza questi territori, sotto il controllo dei ribelli, a rendere particolarmente difficile l’estinzione dell’epidemia. Infatti, non solo le milizie armate hanno attaccato diversi avamposti medici e costretto le équipe sanitarie europee a limitare fortemente il loro raggio d’azione, ma continuano ad accusare proprio gli operatori sanitari di diffondere la malattia attraverso i vaccini, alimentando un clima di tensione e suscitando nella popolazione un forte senso di sfiducia e timore nei confronti di chi può invece salvare loro la vita.

Così per contrastare l’ebola è diventato necessario combattere la disinformazione. “È a dir poco frustrante”, ammette il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, “pensare che oggi, rispetto all’epidemia che colpì l’Africa occidentale nel 2014 e che provocò più di 11000 vittime, si hanno i mezzi tecnici per debellare questo virus: ma fino a quando non cesseranno gli attacchi contro le persone che portano una soluzione, sarà molto difficile mettere fine a questa epidemia”.

Emanuela Limiti

Rifugiati ai confini dell’umanità. E noi?

«Come accogliamo o non accogliamo i migranti forzati dirà che uomini e donne vogliamo essere». Questa la sfida con la quale P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, lo scorso 17 giugno ha aperto l’evento “Rifugiati: ai confini dell’umanità”, promosso in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana. Il colloquio è stato animato dal filosofo Massimo Cacciari e dal priore di Bose, Luciano Manicardi, moderati dal direttore de L’Espresso, Marco Damilano.

Il confronto è partito dai trent’anni della caduta del Muro di Berlino: l’Europa che sembrava allora così in fermento e volta al futuro, oggi si scopre vecchia e rancorosa; e «i vecchi» – ha ammonito Cacciari – «si difendono, cercano di sopravvivere».

Le grandi famiglie politiche, che sognarono l’unità europea dopo le tragedie belliche, hanno dimenticato quell’audacia: sono anch’esse deboli e invecchiate. Un’Europa che non include più, quindi, ma che esclude, alzando muri.

Un’Europa che perde memoria, ha ripreso Manicardi: «la memoria impedisce di replicare il male subito. Chi dimentica, invece» – ripete – «non riconosce nel rifugiato di oggi, la sua stessa condizione di ieri, non ne riconosce “il fiatone”, la fatica. Il migrante costringe a domandarsi “Io, chi sono?”: la sua “stranierità” può quindi essere un’opportunità di rivelazione, di conoscenza del proprio essere straniero. Ma può alimentare paura, e allora i rifugiati finiscono per essere emarginati dal tempo e dallo spazio. Ai confini dell’umanità».

Dalle riflessioni sull’Europa si è passati così a quelle sul ruolo del cristiano.

Se Cacciari ha evidenziato la “diabolica astuzia” con cui si usa il cristianesimo per questioni politico-identitarie, arrivando a contrapporre una presunta chiesa più “ortodossa e identitaria”, quindi esclusiva, rispetto a quella più inclusiva di “Bergoglio” – chiamato così per svilirne il ruolo e l’azione – Manicardi ha esortato a respingere con forza la paura e la vergogna, cogliendo nello straniero l’opportunità e la sfida di farsi evangelicamente prossimi, avviando un’azione concreta su di sé per arrivare a un cambiamento più generale. Adesso, nella vita di tutti i giorni. E di ciascuno.

«Ogni generazione ha avuto il suo “Egitto”, la sua traversata nel deserto», ha concluso Damilano. L’accoglienza ai rifugiati appare sempre più come una netta linea di demarcazione: che uomini e donne vogliamo essere? Che futuro vogliamo costruire per l’Europa? Domande, non ricette. 

 

Massimo Piermattei

La migrazioni in Europa. Prospettive per il nostro futuro comune.

Rigurgiti nazionalisti e razzisti accompagnano, senza tregua, le attuali vicende sociali e politiche. Sono sintomi di un tumore maligno che sta debilitando i tes- suti della nostra democrazia: il populismo. 

I movimenti migratori, che stanno dominando il dibattito politico, sono qualcosa che c’è sempre stato e che, purtroppo o fortunatamente, continuerà a esserci. Innanzitutto sono legati al fattore demografico. Il gap fra l’Europa e l’Africa è impressionante. Il nostro continente si trova in una fase che probabilmente non ha precedenti: negli ultimi anni ha perso 30 milioni di abitanti e, di questo passo, entro la metà del secolo, l’Unione Europea perderà il 10% della sua popolazione. La situazione italiana, poi, insieme a quella spagnola, è la più drammatica: entro il 2050 ci mancherà un numero di abitanti pari all’intera Emilia Romagna! Al divario demografico si aggiunge naturalmente l’instabilità di determinate aree, prime tra tutte la Libia e la Siria.

Il cuore del problema non è la dicotomia tra bloccare i flussi o aprire le frontiere indiscriminatamente, quanto come gestire il fenomeno, come regolarlo al fine di minimizzare le tensioni. Questo dovrebbe essere un compito dell’Unione Europea ai massimi livelli, ma purtroppo finora è proprio ciò che è mancato. Esistono tanti accordi bilaterali ma non ancora una politica di insieme. Negli anni il potere decisionale è passato sempre di più dalla Commissione, organo sovranazionale, al Consiglio, che rappresenta i singoli Paesi. Ciò ha fatto sì che le decisioni fossero prese dai capi di Stato in quanto tali e non come membri dell’Unione. Ma finché l’Unione Europea e l’immigrazione rappresenteranno il capro espiatorio di una crisi economica della quale ancora non si vede il termine, non si farà alcun passo avanti.

Quando non affronteremo più il tema delle migrazioni solo in base agli interessi delle singole politiche interne ci accorgeremo che il rapporto con l’Africa è politicamente vitale per l’Europa e che gli Stati europei possono svolgere un ruolo chiave solo se agiscono insieme. Di fronte alla globalizzazione e all’emergere di nuove potenze demografiche ed economiche i Paesi europei, che contano meno dell’8% della popolazione mondiale, possono tornare protagonisti solo se si aprono al mondo. Se continuano a rimanere chiusi e divisi saranno sempre più deboli. Bisognerebbe seguire l’esempio dell’Impero romano, che è prosperato per secoli estendendo continuamente, con grande realismo, il concetto di cittadinanza. Disgregare l’Europa è solo nell’interesse di politiche nazionali miopi: chi agisce contro imigranti lo fa per il proprio interesse di parte, perché è riuscito a convincere i cittadini che il malessere sociale, la crisi economica, il mancato sviluppo sono causati dal problema dell’immigrazione.

 

Io non credo in una dissoluzione dell’Europa ma occorre un cambiamento che, per quanto riguarda i flussi migratori, si basi su una politica attiva, una politica di reale integrazione. E qui gioca un ruolo decisivo la scuola. In un mondo pluralistico dal punto di vista culturale, religioso ed etnico la scuola rappresenta il primo vero spazio in cui sperimentare ogni giorno l’integrazione.

Romano Prodi

Tratto dall’intervento tenuto in occasione dell’incontro “Quale Europa per il nostro futuro comune?”, Roma, 15 maggio 2019