A 20 anni dalla prima immigrazione albanese in Italia

“È difficile respingerli, questi qui hanno facce come le nostre…” L’improvvisa, o quasi, invasione di massa degli albanesi in quel 1991 aveva messo in crisi anche il giornalista conservatore col quale stavo parlando. Era un suo modo, certamente singolare, per dire: stavolta non mi posso proprio opporre. Era la testimonianza vivente della nostra inadeguatezza culturale (anzitutto) di fronte all’immigrazione. Del resto, bastava aver frequentato, ad esempio, Bari e il suo porto, la sua grande area commerciale, anche anni prima, in piena dittatura comunista, per vederla, nei giorni di mercato, occupata da donne e uomini arrivati dall’altra sponda, le donne coi costumi tradizionali. Bastava per capire quanto fosse vicina quell’ “altra sponda” adriatica. Un braccio di mare.

Da allora l’immigrazione è stata costante. Ampliata nei numeri da giornali e soprattutto dalla tv quella via mare dall’Africa, che, certo, continua a proporci autentiche tragedie. Mentre si notavano di meno i ben più consistenti arrivi via terra, da est. In questi vent’anni l’inadeguatezza culturale di cui parlavo all’inizio è emersa, crudamente. Ci siamo negati alcuni dati evidenti da tempo: il fatto, per esempio, che gli italiani rifiutassero (ma avveniva già negli anni ’80) i lavori più faticosi e usuranti, dalla fonderia all’edilizia, all’assistenza domiciliare a tutta la manovalanza e che la presenza sempre più fitta di immigrati, uomini e donne, fosse non solo necessaria ma di grande utilità per la nostra economia. Se lo sono negati in alcune regioni soprattutto. Meno in altre. Non per essere “patriottico”, ma episodi di razzismo in Emilia-Romagna, dove pure la quota di immigrati sui residenti, è spesso la più alta d’Italia, non se ne sono registrati nella misura del Veneto o della Lombardia. Del resto era successo qualcosa di analogo con l’ondata migratoria (non ancora metabolizzata, diciamolo) da Sud a Nord.

Ne parlavo poco tempo fa col sindaco del mio paese, Predappio, dove gli immigrati regolarizzati rappresentano ormai l’11 per cento della popolazione, cioè oltre 700 su circa 6.500. Lì, è vero, c’è una economia abbastanza equilibrata fra agricoltura specializzata (vite soprattutto), industria e servizi. “I senegalesi in particolare hanno trovato posto in campagna. Una metà degli immigrati è costituita da badanti che, per i nostri vecchi, sono una benedizione”, sottolineava con schiettezza Giorgio Frassineti, geologo, insegnante.

Non che manchino i problemi e però c’è una attitudine a capire, a cercare e a trovare la strada per una integrazione o per una coabitazione civile. Certo, ha ragione Giuseppe De Rita quando osserva che i problemi dell’immigrazione sono meglio gestibili nella rete delle cento città e cittadine del Centro-Nord, dove il welfare comunale ancora funziona, nonostante la crisi, e che gli stessi invece divengono drammatici nelle grandi aree metropolitane del Paese. Là dove il disagio sociale colpisce tutti, figuriamoci gli ultimi.

Credo, da giornalista, che il contributo più utile che possiamo dare sia quello di raccontare questa autentica rivoluzione antropologica in tutta la sua complessità, comprese però le tante realtà positive, di integrazione, di dialogo, di buon vicinato. E far sapere ai nostri ragazzi che cento, centocinquant’anni fa siamo stati noi italiani i migranti che oggi sono africani, asiatici, sudamericani o europei dell’Est, e lo siamo stati ancora negli anni ’40 e ’50, anche da clandestini. Ce lo ricordano alcuni film del neorealismo, “Il cammino della speranza” di Germi sull’emigrazione in Francia. Quando eravamo “macaronì”.

  Vittorio Emiliani

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