Gambia: un popolo in fuga in cerca di protezione

Sono stati più di 8.500 i gambiani che, nel 2014, hanno presentato domanda di protezione internazionale in Italia. Da questo trend non sembrano discostarsi i dati più recenti, tanto che nel 2015 il Gambia è diventato il secondo Paese di origine, dopo la Nigeria, dei richiedenti asilo nel nostro Paese. Ma da cosa e da chi scappano questi giovani uomini? Da una Repubblica presidenziale che assomiglia molto a una dittatura. Il Gambia infatti è un piccolo Stato dell’Africa occidentale governato dal 1994 dallo stesso partito, l’Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione, e lo stesso uomo: Yahya Jammeh. Da anni organizzazioni internazionali e rappresentanti dell’ONU denunciano il regime di Jammeh di continue violazioni dei diritti umani.  Juan Mendez, relatore speciale per i diritti umani delle Nazioni Unite, dopo la sua visita in Gambia nel novembre 2014, ha riscontrato un utilizzo massiccio della tortura da parte della polizia investigativa e dei gruppi paramilitari vicini al Presidente, nonché diversi casi di sparizioni forzate a danno di attivisti e giornalisti. La situazione è addirittura peggiorata alla fine del 2014, quando a seguito di un fallito colpo di Stato, si è assistito a ulteriori restrizioni verso gli oppositori e gli organi di stampa e ad arresti arbitrari di donne, anziani e addirittura bambini.

Gli ultimi rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch sottolineano come il governo gambiano continui a perseguire qualsiasi forma di dissenso, costringendo il Paese a vivere in un clima di paura e repressione, e ignorando palesemente tutte le raccomandazioni sul rispetto dei diritti umani formulate dalle agenzie regionali delle Nazioni Unite. Numerose sono le testimonianze di leader politici, studenti, attivisti, giornalisti arrestati e torturati dalla NIA (National Intelligence Agency). Particolarmente pericolosa rimane anche la condizione vissuta da omosessuali e transgender, soprattutto dopo la recente approvazione della legge che introduce il reato di “omosessualità aggravata” per il quale è previsto addirittura l’ergastolo.

Eppure per queste migliaia di persone che sbarcano in Italia, e che se tornassero nel loro Paese verrebbero subito arrestate per aver commesso il reato di “essersi resi irreperibili”, le porte dell’accoglienza rimangono sbarrate. Sono considerati “semplici migranti economici” e pertanto la maggior parte delle loro istanze di protezione viene respinta. Anzi in alcuni casi non riescono neppure a presentare domanda d’asilo poiché viene immediatamente notificato loro un provvedimento di respingimento differito che di fatto li esclude da qualunque circuito di accoglienza. Del resto la scorsa estate il governo italiano e quello del Gambia hanno stipulato un nuovo accordo bilaterale (dopo quello del 2010 che si inseriva nel più vasto sistema di relazioni bilaterali voluto dal ministro Maroni per contrastare l’immigrazione clandestina) per il controllo dell’immigrazione via mare. Le proteste della società civile e le interrogazioni parlamentari sui contenuti di tale accordo e su quali misure avrebbe preso l’Italia per garantire la sicurezza di migliaia di gambiani in fuga da un regime dittatoriale, non hanno ancora avuto risposta.

Emanuela Limiti

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Chi chiede asilo lo chiede a te – Giornata del Rifugiato 2014

Ospite è chi accoglie e chi viene accolto. L’italiano, lingua ricca e complessa, usa la stessa parola per indicare soggetto e complemento, attore e fruitore. Non può essere pigrizia etimologica né dimenticanza culturale.  È significato e significante insieme.

Nel rapporto di ospitalità la relazione, lo scambio avviene tra pari. Entrambi si arricchiscono, entrambi si migliorano, entrambi sperimentano la bellezza dell’incontro. È un donarsi reciproco.

Se è vero che l’ospite è sacro, allora si tratta di una sacralità che investe sia chi apre la porta al forestiero, sia chi bussa in cerca di accoglienza.

Ospiti, uguali anche in questo. La sacralità dell’incontro è il punto centrale, è il senso, è un ideale di giustizia che si fa carne.

I rifugiati rappresentano oggi per le nostre società, per le nostre famiglie, per ciascuno di noi una grande occasione di divenire sacri, di rendersi ospiti, di aprirsi all’incontro e di essere persone migliori.

Se accogliere un rifugiato fosse prima di tutto un atto personale, una volontà individuale, una scelta consapevole  staremmo compiendo una rivoluzione di buon senso e semplicità.

Pensate a un ragazzo di vent’anni che ha attraversato il deserto, il mare per un ideale di giustizia: quanto avrebbe da insegnare a noi e ai nostri giovani?

Pensate a una donna che ha conosciuto l’orrore della guerra e ha rischiato tutto per mettere in salvo i suoi figli: chi di noi non farebbe lo stesso per i suoi?

Invitare un rifugiato in casa propria è un gesto semplice, potente, facile e rivoluzionario. È il seme del cambiamento.

Il 20 giugno le Nazioni Unite celebrano la giornata mondiale del Rifugiato, in tante città del mondo e in Italia sono moltissime le occasioni per saperne di più.

Quest’anno sarebbe bello se il 20 giugno la tua casa si aprisse per accogliere un ospite speciale, un rifugiato, un eroe moderno che viene da lontano. Potresti incontrare il volto vero di un’umanità in cammino. Sarebbe un’occasione importante e la bellezza dell’incontro resterebbe per molto tempo. Chi ha già provato, lo rifarebbe mille volte.

Chi chiede asilo lo chiede a te. Non è solo una richiesta di aiuto. È sopra ogni cosa una possibilità, un’opportunità di essere migliore, più ricco e forse anche più felice.

 

Donatella Parisi