PASSI Avanti: sogni e speranze di A., mamma rifugiata

A. donna rifugiata della Sierra Leone, vive a Trento da quattro anni, con i suoi quattro bambini. La più piccola ha solo un anno, mentre la più grande ne ha già 13. Dopo tante esperienze difficili, hanno finalmente trovato un posto in cui essere in pace, tutti insieme.


“I bimbi più piccoli non hanno problemi con la lingua” spiega A. “parlano benissimo, anzi parlano solo italiano ormai, anche con me! Le ragazze, invece, fanno un po’ più di fatica, soprattutto la più grande, che è arrivata in Italia da pochi mesi grazie al ricongiungimento familiare. Lei e M., che ha sette anni, vanno a scuola, hanno i compiti da fare e purtroppo io spesso non riesco ad aiutarle. Per questo ho chiesto che potessero ricevere un supporto!”


Le figlie di A. sono state inserite nel progetto GiocaLaboratorio, della cooperativa Arianna di Trento, grazie all’azione di inclusione socio-culturale del progetto PASSI Avanti. Due volte a settimana vanno al doposcuola, dove le aiutano a fare i compiti e a rafforzare l’italiano.
“Alle bambine piace molto andare al laboratorio e io sono molto contenta di questa opportunità per loro” dice A.

“Gli operatori mi hanno sempre aiutata. A volte non è facile ma, quando c’è un problema, sono pronti a trovare una soluzione insieme a me. Per me è fondamentale che i miei figli imparino bene la lingua: ora sono in Italia, vivono qui e voglio che si costruiscano un buon futuro!”


PASSI Avanti è un progetto di accoglienza e inclusione sociale promosso da Centro Astalli, Centro Astalli Trento e Popoli Insieme.

PASSI Avanti: la ripartenza di Ali

Ali è arrivato in Italia che aveva 16 anni, ha viaggiato da solo, superando confini e difficoltà.

Il deserto e il mare lo hanno fatto crescere in fretta. Arrivato in Italia ha avuto da subito una gran voglia di farcela!

Oggi ha 20 anni e vanta un formidabile italiano che lo ha aiutato nel suo primo tirocinio in una grande azienda di arredamenti. 

L’operatrice che lo segue nell’ambito del progetto PASSI Avanti a Padova lo ha aiutato molto per cercare una nuova offerta di lavoro e prepararsi al meglio per il colloquio.

Subito dopo il suo appuntamento di selezione lo incontra in ufficio e lui con un sorriso soddisfatto le racconta  le battute finali del colloquio durato circa 30 minuti.

“Quali sono i tuoi hobby?” 

“Sicuramente il calcio!” 

Qualche giorno dopo squilla il telefono nella sede di Popoli Insieme, dall’altro capo una voce entusiasta: “Siamo pronti per iniziare, Ali comincia a febbraio!”

Ali inizierà un tirocinio con prospettiva di assunzione presso una grande azienda di articoli sportivi. 

“Per giorni ho lavorato insieme a Giulia, l’operatrice dell’area lavoro, per preparare il colloquio, ci siamo esercitati, ne abbiamo parlato tanto, ho voglia di lavorare e imparare. Non vedo l’ora di iniziare!”. 

La Rete Astalli: una risorsa nella pandemia

Che l’impatto della pandemia avrebbe comportato anche per le realtà del terzo settore la necessità di ripensare drasticamente i modi di agire, i servizi e le attività svolte era apparso chiaro già a marzo. Quanto questo processo sarebbe diventato profondo e sfidante, invece, lo si è capito a mano a mano che le settimane passavano e le criticità si moltiplicavano; dalla prima emergenza, di carattere sanitario, l’attenzione si è spostata sulle ripercussioni economiche e sociali che hanno colpito soprattutto le persone più vulnerabili.

La Rete del Centro Astalli (Trento, Padova, Vicenza, Grumo Nevano, Catania, Palermo, Bologna) coordinata dalla sede nazionale di Roma, si era immediatamente atti-vata nei territori di riferimento per supportare i migranti forzati nel resistere ai primi effetti della pandemia, sia con la semplice quanto essenziale presenza, sia con iniziative specifiche per sostenerne l’alimentazione, la salute, l’autonomia abitativa, le attività educative e formative a distanza.

Tuttavia, le incognite sul domani, su come pensare il presente in funzione del futuro, su quale avvenire desideriamo immaginare e abitare, si sono fatte sempre più pressanti, così come la necessità di confrontarsi con chi affrontava le stesse problematiche: anche per le associazioni non è possibile pensare di uscire dalla crisi da sole. In questa prospettiva, la pandemia ha portato ad avviare nuovi percorsi di condivisione. Di conseguenza, si sono ricercate occasioni per rafforzare l’accompagnamento dei migranti forzati come, per esempio: la partecipazione a uno studio del JRS Europe sull’impatto della pandemia nei vari sistemi di richieste d’a-silo; incontri online per raccontare come si stava gestendo la crisi, con quali strumenti, quali le esi-genze; un corso di formazione legato al progetto “Passi Avanti”, dedicato a temi che saranno cruciali nei prossimi anni e che risentiranno fortemente degli eventi di quest’anno (casa, lavoro, inclusione); la ricerca di nuove iniziative progettuali da sviluppare come rete nel suo insieme. La voglia di collaborare e di confrontarsi, di aggiungere linfa nuova al consolidato stile che contraddistingue l’azione della Rete del Centro Astalli in Italia, assumono così forza e vitalità rafforzando al contempo speranza e coesione. La strada che ci attende, indubbiamente, non è facile: poterla fare insieme la rende meno faticosa e più avvincente.

Massimo Piermattei

L’ALTRO È UN DONO I DISCORSI DI NICOLÁS AI RIFUGIATI

“Come orizzonte il mondo. Discorsi di Adolfo Nicolás ai rifugiati” è la pubblicazione con cui il Centro Astalli celebra i 40 anni dalla nascita del Jesuit Refugee Service. Una raccolta di interventi che il gesuita, che guidò la Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, negli anni del suo generalato ha rivolto ai rifugiati in occasione di alcuni incontri pubblici. Ospitalità, dialogo, educazione e riconciliazione sono i temi che ricorrono e dai quali emerge una visione dell’altro vissuto sempre come un dono. E queste stesse parole sono state al centro della presentazione del volume, lo scorso 26 novembre sul canale YouTube del Centro Astalli, alla quale è intervenuto anche Arturo Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesù, che ha sottolineato come sia urgente una conversione del cuore per rendere il mondo un luogo di accoglienza. “Non si tratta di convertire i rifugiati – ha spiegato – ma chi è inviato ad accoglierli” e a difenderne i diritti non solo offrendo loro servizi e accompagnamento, ma con azioni di advocacy che contribuiscano a creare società più giuste e solidali.

P. Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli, ha parlato della grande attualità dei discorsi di Nicolás, che, seppur pronunciati anni fa, mostrano come il messaggio dell’ospitalità sia ancora oggi difficile da recepire. Tema dibattuto da ogni parte politica: l’accoglienza è diventata un’arma per ottenere consensi elettorali. “Abbiamo trattato l’accoglienza in modo contabile, fermandoci ai numeri mentre nei discorsi di Nicolás c’è l’invito a coglierne il volto umano”. Ha parlato di educazione la storica Anna Foa che, ricordando l’incapacità della società di impietosirsi davanti al dramma umano dei migranti, ha lanciato l’invito a scuole e famiglie a far conoscere ai ragazzi la storia dell’emigrazione italiana: “Conoscere il passato significa aprire un varco che porti a una conversione del cuore”.

Cambiare noi stessi per trovare nell’altro una ricchezza, per costruire ponti e non muri: è uno dei temi centrali nei discorsi di Nicolás sottolineato dall’intervento dell’Imam Izzedin Elzir, Presidente della Scuola fiorentina per l’educazione al dialogo interreligioso e interculturale, che si è soffermato sui “ghetti mentali” e i tanti pregiudizi che impediscono il dialogo. “Se l’altro diventa una risorsa assistiamo a un cambiamento epocale, una conversione di cuore e mente che permette di costruire un mondo migliore”.

Donatella Parisi

UNA STORIA LUNGA 40 ANNI

Le parole di Papa Francesco contenute in una lettera inviata, per i 40 anni dalla nascita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, al direttore dell’ufficio internazionale, p. Tom Smolich.


In occasione del 40° anniversario dalla fondazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) da parte del Servo di Dio Pedro Arrupe, Le chiedo di portare i miei migliori auguri al Centro Astalli qui a Roma e a tutto lo staff e i volontari del JRS nel mondo. I miei pensieri vanno specialmente ai tanti uomini, donne e bambini che si rivolgono al JRS per cercare rifugio e assistenza. Sappiano che il Papa è vicino a loro e alle loro famiglie e che li ricorda nelle sue preghiere.

Mentre rinnovate e approfondite il vostro impegno nel servire i bisogni vari e complessi dei rifugiati e degli sfollati, prego che tutti voi possiate trarre incoraggiamento e saggezza dalla visione e dall’esempio del vostro fondatore.

Di fronte alle sofferenze di coloro che scappavano dalla loro terra in cerca di salvezza a causa della guerra in Vietnam, Padre Arrupe trasformò il suo sgomento in una attenzione profondamente pratica per il loro benessere fisico, psicologico e spirituale. Questo desiderio intimamente Cristiano e Ignaziano di curarsi del benes-sere di tutti coloro che si trovano in uno stato di profonda disperazione ha ispirato e guidato il lavoro del JRS in questi 40 anni, dai suoi inizi con i boat people vietnamiti all’inizio degli anni 80, fino ai tempi attuali, con la pandemia da coronavirus che ha reso evidente come l’intera famiglia umana sia “sulla stessa barca”, trovandosi ad affrontare sfide economiche e sociali senza precedenti (Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).

Oggi troppe persone nel mondo sono costrette ad aggrapparsi a barconi e gom-moni nel tentativo di cercare rifugio dai virus dell’ingiustizia, della violenza e della guerra. Alla luce di queste gravi ineguaglianze, il JRS ha un ruolo cruciale nel far conoscere e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà dei rifugiati e degli sfollati. È vostro compito vitale tendere la mano dell’amicizia a coloro che sono soli, separati dalle loro famiglie, o abbandonati, accompagnandoli e amplificandone la voce, e soprattutto garantendogli l’opportunità di crescere attraverso i vostri programmi di istruzione e sviluppo. La vostra testimonianza dell’amore di Dio nel servire rifugiati e migranti è anche fondamentale per costruire una “cultura dell’incontro” (Fratelli Tutti, 30) che da sola pone le basi per una solidarietà autentica e durevole per il bene della famiglia umana (Ivi, 216-217).

Guardando al futuro, ho fiducia che nessuna battuta d’arresto o sfida, personale o istituzionale, potrà distrarvi o scoraggiarvi dal rispondere generosamente alla chiamata urgente di promuovere la cultura della vicinanza e dell’incontro tramite la difesa determinata dei diritti di coloro che accompagnate ogni giorno.

Con questi sentimenti, vi rinnovo i miei devoti buoni auguri per il vostro lavoro, chiedendovi di ricordarmi nelle vostre preghiere. Affido tutti gli associati all’apostolato del JRS all’intercessione amorevole di Maria, Madre di Speranza e Conforto dei Migranti, volentieri Vi impartisco la mia Benedizione Apostolica come promessa di gioia e pace in Cristo Nostro Signore.

Papa Francesco

È IMPERATIVO NON VOLTARE LE SPALLE A CHI FUGGE IN CERCA DI SALVEZZA

Sono onorato di contribuire alla presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli e ringrazio dell’invito a essere con voi, sia pure in modo virtuale, necessariamente, in questo momento importante per la vita e il lavoro del Centro, che si adopera tutti i giorni a offrire servizi indispensabili a richiedenti asilo e rifugiati in Italia.
Vorrei che la mia presenza fosse anche un segno di riconoscenza professionale e personale per il Jesuit Refugee Service che da 40 anni opera a servizio dei rifugiati in 56 Paesi. Una organizzazione in cui molti anni fa ho lavorato come volontario nei campi dei rifugiati cambogiani alla frontiera thailandese e con la quale ho conservato legami di profonda stima e vero affetto. Sono trascorsi appunto 40 anni dalla tragedia dei boat people che spinse Padre Arrupe a fondare il Jesuit Refugee Service. Da allora la condizione dei rifugiati è diventata sempre più incerta. Oggi le persone in fuga dai e nei propri Paesi e altri che soffrono forme diverse di esilio forzato sono più di 70 milioni e questa terribile cifra continua ad aumentare anno dopo anno; per non parlare dei milioni di apolidi privati del diritto a una cittadinanza. La comunità internazionale stenta a trovare soluzioni ai conflitti e alle crisi che spingono queste persone a fare una delle scelte più difficili che esistano: quella di abbandonare tutto per cercare sicurezza e sostentamento altrove. Il rispetto dei diritti dei  rifugiati da parte degli Stati è anch’esso oggetto di attacchi e limitazioni sempre più gravi. Basta pensare ai tragici naufragi nel Mediterraneo, vicino a noi, ai conflitti che insanguinano da anni la Siria, l’Afghanistan, il Sud Sudan, alle violazioni dei diritti umani in Myanmar, alla profonda crisi che attraversa il Venezuela, solo per citare i casi più noti. La pandemia di coronavirus che stiamo vivendo in questi giorni, e molto intensamente in Italia, ha reso il quadro internazionale ancora più drammatico. Ricordiamoci che il 90% dei rifugiati vivono in Paesi dove le strutture sanitarie sono fragilissime. L’impatto sanitario del Covid-19, se dovesse propagarsi in modo esponenziale anche in questi Paesi, sarebbe catastrofico e il rischio purtroppo è molto reale. Gli effetti sociali ed economici della pandemia sono già tangibili tra chi vive di mestieri alla giornata e salari precari, cioè di quelle opportunità di reddito che spariscono per prime in situazione di lockdown. Noi dell’UNHCR, insieme a voi, ci battiamo perché rifugiati e migranti appunto siano inclusi sia nelle campagne di prevenzione e di cura che nei programmi messi in atto dai governi e dalle istituzioni finanziare internazionali per proteggere economicamente gli strati più fragili della popolazione. Chiediamo anche che le misure intese a proteggere la salute dei cittadini, che possono però avere come effetto secondario quello di limitare l’accesso a Paesi sicuri o la possibilità di chiedere asilo, per quanto comprensibili in queste circostanze, siano ragionevoli e soprattutto provvisorie. È imperativo non voltare le spalle a chi fugge in cerca di salvezza. È possibile sia garantire la salute pubblica che proteggere i rifugiati. Non siamo di fronte a un dilemma. Si possono adottare quarantene e controlli sanitari ma il salvataggio in mare per esempio resta un imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. Non dobbiamo permettere che la paura o l’intolleranza minaccino il rispetto dei diritti. L’unico modo per superare questo momento di crisi è di restare uniti e continuare a lavorare ancor di più insieme. Questa crisi mette in risalto l’importanza del lavoro quotidiano del Centro Astalli, di coloro che operano al servizio della popolazione rifugiata in Italia: siete una voce forte, salda, una casa dove ritrovare forza e calore, un punto di riferimento da cui partire per ricostruire la propria vita nonostante le incertezze, le ferite e i traumi. Per noi dell’UNHCR siete un partner indispensabile nello svolgimento del nostro lavoro comune. Quello che avete fatto in questi mesi di pandemia è straordinario: avete messo a disposizione competenze, conoscenze, reti di contatti, risorse economiche. Mi auguro di rivedervi da vicino, presto speriamo, per esprimervi di persona e a nome di tutti i colleghi dell’UNHCR il più vivo, sincero e affettuoso ringraziamento per il lavoro ammirevole che fate a difesa di chi fugge e cerca salvezza.

Filippo Grandi Alto Commissario ONU per i Rifugiati

Discorso pronunciato in occasione della presentazione del Rapportoannuale 2020

ACCOGLIERE I RIFUGIATI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

E i centri d’accoglienza? Come si vive la convivenza doppiamente forzata a causa del virus in questi luoghi dove già normalmente nessuno ha scelto di stare? In questi ambienti eterogenei, dove anche gli operatori e i volontari sono “altri”, “diversi”? Ascoltando i racconti dei protagonisti, si potrebbe riassumere l’esperienza con una battuta circolata sui social media: “Da un mese vivo notte e giorno con i miei familiari. Sembrano brave persone!”. Sì, è questo uno dei risvolti positivi della drammatica situazione che tutti stiamo vivendo: mentre dob-biamo distanziarci da chi è fuori dal nostro ambiente vitale, all’interno del ristretto spazio comune, invece, siamo costretti a una prossimità da cui trarre il meglio, perché tutti abbiamo bisogno del sostegno dell’altro. Così alla fine ci si conosce di più e la percezione del vicino cambia in meglio. Questo soprattutto grazie alle iniziative che operatori e volontari hanno messo in campo per rendere fruttuoso e positivo questo tempo difficile. Un po’ come tanti genitori si sono inventati modi nuovi per stare con i figli e riempire costruttivamente il tempo a disposizione, così le famiglie allargate e variopinte dei Centri di accoglienza hanno reagito con creatività. Innanzitutto si è cercato di non interrompere i percorsi formativi, per quanto possibile. Sospesi i tirocini e i corsi professionali, sono, invece, proseguite le lezioni d’italiano, con tutoraggi personalizzati attivati mediante collegamenti on-line. I bimbi e gli adolescenti in età scolastica hanno potu-to continuare le lezioni grazie ai collegamenti con i loro insegnanti attivati via web. Nei centri per famiglie e donne la regina delle attività è stata la cucina: dai cibi etnici ai più “convenzionali”, preparati con gli ingredienti a disposi-zione o procurati col sostegno di tanti amici del Centro Astalli. Per esempio gli ospiti del Pedro Arrupe hanno visto comparire a sorpresa l’Elemosiniere del papa, il cardinal Krajewski, con un furgone pieno di generi di prima necessità: dall’occorrente per la pulizia personale al latte fresco, la pasta, i biscotti e i cibi in scatola.Al Matteo Ricci la Pasqua è stata festeggiata con un pranzo multietnico, in cui non potevano mancare le uova di cioccolata, trovate dai ragazzi con una caccia al tesoro. A Casa di Giorgia è proseguita la tradizione della “torta del giovedì” e si è introdotta la “pizza al metro… di distanza”. Una caratteristica dei nostri Centri di accoglienza è di avere intorno uno spazio aperto nel quale è stato possibile uscire e muoversi per fare attività sportiva. Nel complesso della Chiesa del Gesù, si è potuto usufruire del cortile interno alla casa, dove le mamme e i figli ospiti hanno imparato ad andare in bicicletta. Tra cadute, scontri e ripartenze, la speranza è di po-ter presto fare una bella pedalata insieme lungo i Fori imperiali.

Giuseppe Trotta sj

SEGNI DI UNA COMUNITÀ VIVA E SOLIDALE

In queste settimane in cui abbiamo sperimentato il di-stanziamento sociale come strumento di difesa abbiamo toccato con mano che la prossimità è possibile anche se distanti. Abbiamo avuto la conferma che la direzione intrapresa dal Centro Astalli in questi anni – quella del camminare insieme per costruire una comunità di vita – è l’unica vera strada per il futuro. Nei giorni bui in cui si addensavano le nuvo-le nere della pandemia, e credo che un’immagine simbolo resterà quella di Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo plumbeo, il giorno di Venerdì Santo, tante piccole luci nel nostro Paese e nel mondo intero tenevano viva la speranza: tra queste il nostro servizio per rifugiati. Abbiamo attuato quella resistenza intima, che il filosofo J. M. Esquirol descrive come «simile a quella elettrica che, paradossalmente, nell’opporsi al passaggio della corrente, offre luce e calore; una luce che illumina il cammino del singolo e, senza abbagliare, serve da riferimento agli altri». Non ci siamo dati per vinti anche se la strada della solidarietà è difficile quando il quotidiano è precario per tutti. Via degli Astalli ha continuato a essere un punto di riferimento per i più diseredati. Sono stati consegnati quasi 6000 pasti in due mesi ai nostri utenti e altri 3000 ad altre persone anche italiane, perlopiù senza dimora. I nostri centri di accoglienza hanno costruito, come ogni altra realtà familiare, una nuova quotidianità, con bambini e adolescenti costretti in casa e situazioni sanitarie dove la cronicità di malattie gestite con fatica nell’ordinario desta non poca preoccupazione. Eppure abbiamo continuato ad accogliere, grazie alla fantasia, alla costanza, alla determinazione, ma anche alla prudenza di operatori, volontari e religiosi. Tanti con la fatica dello smart working hanno seguito persone in situazioni disagiate, hanno portato avanti con costanza incontri con studenti, rapporti con i mezzi di informazione, lavoro di ammi-nistrazione. Il telefono al Centro Astalli non ha smesso di suonare in questi giorni: volontari vecchi e nuovi hanno chiesto come aiutare, donatori stabili e nuovi, in tempi rapidis-simi, hanno fatto arrivare piccoli e grandi contributi. Una comunità di vita in questo momento di difficoltà ha dato segno di esserci. Grazie a tutti!

Camillo Ripamonti sj

Covid-19: nuovee vecchie vulnerabilità

Diallo ha sempre fatto il barbiere, anche nel suo Paese, il Senegal. A Roma è ripartito da una macchinetta per tagliare i capelli agli amici fino al traguardo di un piccolo negozio in periferia, avviato con tanti sacrifici. Poi la casa in affitto per tutta la famiglia, per poter riabbracciare la moglie e i due figli. Poco dopo è arrivato un nuovo bimbo, nato qui circa 2 anni fa. Oggi a causa dell’emergenza sanitaria Diallo non ce la fa ad andare avanti. L’attività è chiusa da settimane, tutto si è fermato; gli affitti del negozio e della casa però continuano a dover essere pagati, come le bollette e le spese. Anche il budget per mangiare è diventato più oneroso ora che le scuole sono chiuse. I ragazzi hanno bisogno di dispositivi digitali e connessione per rimanere al passo con lo studio. E così Diallo che, seppur tra tante difficoltà, ce l’aveva fat-ta a mettersi in proprio, a riconquistare l’autonomia, a oc-cuparsi della famiglia oggi, schiacciato da questa situazione, è tornato a rivolgersi al Centro Astalli. Alimata è una mamma nigeriana, il marito l’ha lasciata un anno fa. Vive in una stanza in affitto con i figli di 8 e 3 anni. Faceva la cameriera ai piani in un albergo chiuso or-mai da tempo. Già prima la situazione era difficile, ma ora la vita è diventata insostenibile: da sola non ce la fa più, il lavoro non c’è, la scuola è chiusa, le spese sono troppe e gli interrogativi sul futuro ancora troppo incerti. Come loro, in queste settimane, tanti rifugiati, paralizzati dalla crisi, hanno bussato al Centro Astalli per chiedere aiuto. In questo tempo di emergenza sanitaria la solidarietà è l’unico antidoto. I servizi di prima necessità sono stati ripensati e riorganizzati secondo le direttive ma sono sem-pre rimasti aperti. A mensa tutti i giorni si distribuiscono sacchetti e generi alimentari e l’ambulatorio assicura la distribuzione di farmaci, kit igienici e di guanti e mascherine. Gli operatori continuano a lavorare contattando le persone al telefono per raccogliere e provare a dare una risposta concreta ai numerosi bisogni. Le conseguenze sociali ed economiche dell’epidemia iniziano a pesare e rischiano di emarginare i più vulnerabili, vanificando percorsi di inclusione sociale che hanno richiesto tempo, risorse e uno sforzo individuale per rimettersi in cammino dopo l’esperienza della migrazione forzata, in un contesto sconosciuto e talvolta persino respingente. La crisi ha colpito tutti indistintamente, accomunando nelle difficoltà tante famiglie italiane e straniere. La lezione più importante che il virus ci insegna è che siamo, come dice Papa Francesco, davvero tutti “sulla stessa barca” e che il benessere di ognuno passa necessariamente da quello della collettività.

Sara Tarantino

Venezuela: una crisi troppo lunga per un popolo allo stremo

Da quando il 13 gennaio scorso il Presidente dell’Assemblea nazionale Guaidò si è autoproclamato Presidente ad interim del Venezuela fino a nuove libere elezioni,la crisi governativa di Caracas è al centro della politica estera di molti Paesi. Stati Uniti, Canada e l’Organizzazione degli Stati Americani hanno annun-ciato subito il loro appoggio al giovane leader dell’op-posizione, mentre il Presidente Maduro, in carica dal 2013, ha ricevuto il sostegno di Cina e Russia, che oltre a voler contrastare Washington, intendono salvaguardare i crediti miliardari che vantano nei confronti del Venezuela.

Tra i Paesi dell’Unione Europea solo il governo italiano non ha ancora preso una posizione netta a favore di Guaidò, oscillando tra la volontà di con-dannare una vera e propria dittatura e quella di non assecondare pericolose ingerenze esterne. Si è espresso, in-vece, molto chiaramente il Presiden-te della Repubblica Mattarella che, proprio durante la sua recente visita al Centro Astalli, ha dichiarato che non può esserci incertezza né esitazione tra la richiesta di autentica democrazia e la violenza della forza.

Ma se la crisi politica è esplosa in tutta la sua drammaticità solo qualche settimana fa, quella sociale ed econo-mica ha radici più lontane. Da diversi anni il Venezuela è al centro di un enorme fallimento finanziario, scaturito dal crollo del prezzo del greggio ma anche dalla corruzione dilagante, dalla cattiva gestione delle risorse na-zionalizzate, dall’illusione autarchica di un regime che non accetta alcun aiuto internazionale nonostante una crisi umanitaria senza precedenti. Nell’ultimo anno l’inflazione è salita al 40mila per cento, la più alta al mondo. Il salario minimo è in caduta libera. A oggi un lavoratore venezuelano con il suo stipendio può permettersi di comprare poco più di un chilo di patate, sem-pre che riesca a trovarle.

Molti generi alimentari e medicinali infatti possono essere acquistati solo sul mercato nero, a prezzi inaccessibili per la maggior parte della popolazione. Così, ancora una volta, assistiamo al drammatico paradosso che caratterizza molte aree del nostro pianeta. In uno dei Paesi teoricamente più ricchi, dove si concentra il maggior numero di riserve di greggio al mondo, più di un quarto della popolazione non riesce a fare due pasti al giorno. Un Paese che dovrebbe attrarre forza lavoro straniera, sta facendo regi-strare il più grande esodo nella storia recente dell’America Latina. Secondo le stime dell’UNHCR sono 5mila le persone che ogni giorno fuggono nei Paesi limitrofi. Negli ultimi tre anni i venezuelani costretti a partire a causa dalla fame e dalla repressione politica sono stati 2 milioni. Maduro, prima contrario a qualunque compromesso, sta ora fatico-samente cercando una soluzione di-plomatica che lo mantenga al potere, mentre Trump non esclude l’intervento militare. Gli scenari aperti, al mo-mento, sono molteplici. Pronosticare oggi quale sarà il futuro immediato del Paese non è semplice. L’unica certezza è che una soluzione politica condi-visa a livello internazionale sia la sola via percorribile.

Emanuela Limiti