Saluto al Presidente Mattarella in visita al Centro Astalli

Carissimo Presidente Mattarella,

a nome del Centro Astalli Le do il benvenuto!

Un grazie sincero da parte di tutti noi, in particolare da parte degli oltre 200 rifugiati che sono qui presenti. Loro rappresentano idealmente i 37mila migranti che operatori e volontari del Centro Astalli accompagnano ogni anno.

Grazie di aver risposto al nostro invito.

Il Centro Astalli è la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati che oggi opera in oltre 50 Paesi nel mondo. Questo è il 35esimo anno della nostra attività in Italia.

Accompagnare, servire e difendere i rifugiati è il cuore della nostra missione, del cammino che ci ha indicato nel 1980 Pedro Arrupe, allora superiore generale della Compagnia di Gesù. Un uomo che aveva negli occhi gli orrori della Seconda guerra mondiale e in particolare gli effetti distruttivi della bomba atomica – era ad Hiroshima quel 6 agosto del 1945 – e che oltre 35 anni fa di fronte ai boat people del Vietnam aveva intuito gli inizi di quella Terza guerra mondiale a pezzi che continua a seminare morte e distruzione generando centinaia di migliaia di profughi.

Ci troviamo oggi nel Centro di accoglienza SPRAR di San Saba, nel complesso della omonima Parrocchia. Questo è il primo centro di accoglienza aperto a Roma dal Centro Astalli. Pochi anni dopo l’apertura della mensa di via degli Astalli, nel 1989 abbiamo iniziato qui a dare ospitalità ai primi rifugiati durante un inverno particolarmente rigido.

1989: anno simbolico per la nostra Europa, cadeva il muro di Berlino. Da quella splendida notte i muri non avrebbero più dovuto dividere il sogno di un continente, casa comune di tante diversità, nato sulle macerie di una sanguinoso conflitto che ci aveva  fatto perdere di vista il cuore del vivere civile, il rispetto della dignità dell’uomo. È per restituire questa dignità ad ogni donna e a ogni uomo ferito e calpestato che lavoriamo da 35 anni ogni giorno.

«Negli occhi dei rifugiati la nostra storia, accoglienza, solidarietà per un futuro comune» è il messaggio scelto dal Centro Astalli per celebrare la Giornata mondiale del Rifugiato 2016. Lei, Presidente ha avuto modo di ricordare a Strasburgo lo scorso novembre  che i migranti di oggi ripetono la tragedia degli ebrei in fuga dal nazismo; delle centinaia di migliaia di prigionieri di guerra che vagavano in Europa, all’indomani della Seconda guerra mondiale, alla ricerca di focolari andati distrutti, dei profughi le cui case e comunità all’improvviso erano entrate a far parte di un altro Paese. Sono gli eredi di coloro che, a rischio della vita, valicavano il Muro di Berlino; dei cittadini che, sfidando i campi minati, cercavano di transitare dall’Ungheria in Austria». I rifugiati ripetono tratti della nostra Storia, sono memoria vivente di quello che anche noi abbiamo vissuto. Lo vediamo nei loro occhi.

Questo è un giorno che ricorderemo come bello e importante e sentiamo la responsabilità di due sottolineature per noi cruciali.

La prima: Questo Centro è nel cuore della città di Roma. Qui quotidianamente tante persone si spendono per accogliere in un quartiere, simbolo di tanti quartieri delle nostre città italiane, chi fugge da guerre, persecuzioni, cambiamenti climatici o povertà. Crediamo marginale chiedersi quanti accoglierne ma, fondamentale chiedersi il perché: occorre accogliere perché i nostri diritti democratici non sono privilegi riservati a noi cittadini europei, ma diritti che devono essere universalmente riconosciuti così come, con un’altissima visione, sancisce la nostra Costituzione.

La seconda: l’urgenza dell’integrazione intesa come cammino in due direzioni di chi accoglie e di chi viene accolto. Il camminare insieme auspicato da sempre dal Centro Astalli, ci sembra una chiave per il futuro. Il popolo italiano di domani sarà la somma della ricchezza delle diversità che oggi noi facciamo convivere, non in una semplice giustapposizione  tra culture e religioni parallele, ma in modo fecondo, arricchendoci delle reciproche diversità.

Caro Presidente ancora grazie per essere qui fra noi, ma soprattutto grazie per le parole che in tante occasioni Lei ha pronunciato cercando di aiutare tutti ad alzare lo sguardo verso un orizzonte di pace; a guardare lontano per programmare con coraggio e intelligenza anche sul tema delle migrazioni, centrale per il futuro del nostro Paese e della nostra Europa.

P. Camillo Ripamonti sj

20 giugno 2016

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Philip, rifugiato siriano: in Italia posso ricominciare a sperare nel futuro

Mi chiamo Philip ed ho 37 anni. Sono di Aleppo, una grande città industriale nel nord della Siria.
Sono venuto in Italia 7 anni fa per studiare psicologia all’università salesiana dove tutt’ora continuo i miei studi.
Il mio primo anno è stato molto difficile perché dovevo studiare ed imparare l’italiano allo stesso tempo. Quando chiamavo la mia famiglia in Siria, loro mi dicevano di tenere duro perché in quel periodo la situazione ad Aleppo stava sempre più peggiorando.
La mia vita è cambiata quando una telefonata mi ha informato di una malattia che aveva colpito mio padre; ho sentito subito l’esigenza di tornare, dalla mia famiglia, ed offrire loro un po’ di conforto. Era la fine del 2008 e ho passato in Siria quello che io definisco 8 mesi di inferno. Sono arrivato a Beirut, in Libano, perché tutti gli aeroporti in Siria erano stati chiusi; da lì ho iniziato un lungo viaggio in autobus durante il quale ho potuto notare fin da subito come la mia terra era profondamente cambiata. Eravamo costretti a fermarci ad ogni check point, le strade erano sempre più difficili da percorrere.
Ad Aleppo ho finalmente riabbracciato la mia famiglia che ho trovato profondamente cambiata nell’animo: alla preoccupazione per la salute di mio padre si aggiungeva la forte ansia per quello che stava accadendo fuori dalla finestra di casa nostra. In ospedale la situazione non era di certo migliore: i medicinali scarseggiavano ed anche la ricerca di uno dei farmaci più semplici era davvero difficile; le condizioni igieniche erano pessime perché l’acqua calda non c’era e l’elettricità era presente solo qualche ora al giorno. Mio padre non riusciva a camminare e i calmanti per il dolore erano finiti.
Il 9 marzo 2009 mio padre è morto. Mi ritrovavo ora davanti ad un bivio: il 24 marzo di quello stesso anno mi sarebbe scaduto il visto studentesco che avevo ottenuto per studiare in Italia ed io dovevo decidere se restare o tornare a Roma. Ho parlato con i miei amici e con la mia famiglia per cercare consigli e sciogliere i miei dubbi; tutti mi dicevano di ritornare in Italia per non perdere il visto che avrebbe rappresentato per me, mia madre e mia sorella un’opportunità per fuggire.
Sono ripartito ma ogni giorno ero preoccupato per le condizioni in cui avevo lasciato la mia famiglia. La sentivo via skype e chiedevo sempre a mia madre se volevano raggiungermi a Roma dove avremmo vissuto serenamente e senza angosce. Mia madre era categorica: non voleva lasciare tutto, non voleva abbandonare la casa che aveva fatto costruire con mio padre e che con i loro sacrifici avevano ristrutturato recentemente. Mia sorella non voleva lasciare il suo lavoro nella complesso industriale di Aleppo per ricominciare in un posto per lei completamente nuovo.
La situazione è radicalmente cambiata nel giorno di Pasqua del 2015: questo giorno è ancora ricordato come la Pasqua nera. Una pioggia di missili ha bombardato il mio quartiere radendo al suolo intere palazzine e uccidendo molte persone che in quel tempo si stavano dirigendo verso la chiesa. Dopo molte ore sono riuscito a raggiungere telefonicamente mia madre che senza alcuna esitazione ha espresso la sua volontà di fuggire dalla Siria e raggiungermi in Italia insieme a mia sorella.
Mi sono subito attivato per trovare un modo sicuro per farle arrivare a Roma e solo con l’aiuto di un parroco sono riuscito ad ottenere un visto turistico per entrambe. Hanno affrontato un viaggio pericoloso fino a Beirut dove hanno raggiunto l’ambasciata italiana per ritirare il visto. Hanno preso il primo volo per l’Italia e ci siamo finalmente riabbracciati all’aeroporto di Fiumicino. Certo, le difficoltà che abbiamo trovato subito dopo il loro arrivo erano tante: mia sorella doveva imparare l’italiano ed ora lo sta facendo nella scuola del Centro Astalli e mia madre vive ogni giorno con la speranza di poter ritornare in Siria appena la situazione sarà migliore.
Sin dall’inizio mi sono rivolto a questo centro d’ascolto, in via del collegio romano, ed è proprio da qui che ho potuto ricominciare a sperare nel futuro mio e della mia famiglia. Grazie all’appello che Papa Francesco ha rivolto a tutte le parrocchie d’Italia, il Centro Astalli e il servizio di comunità di accoglienza ci hanno aiutato a trovare un rifugio. Ora viviamo tutti e tre insieme ed in pace.

Un accordo molto preoccupante

L’accordo concluso tra Unione Europea e Turchia il 18 marzo 2016 e entrato in vigore due giorni dopo rappresenta un cambiamento sostanziale nelle politiche europee sulla protezione internazionale. Per la prima volta in assoluto è stato stipulato un accordo tra UE e un Paese terzo con la dichiarata finalità di impedire ai richiedenti asilo di varcare le frontiere dell’Europa. Come hanno rilevato immediatamente numerosi enti di tutela, tra cui il Centro Astalli, numerosi elementi dell’accordo sono in evidente contrasto con il diritto europeo vigente. Il JRS Europa ha elaborato un documento, condiviso con i 15 uffici nazionali europei, in cui si offre un’analisi accurata degli aspetti che suscitano gravi preoccupazioni rispetto alla tutela dei diritti umani dei migranti forzati. In primo luogo, l’accordo prevede il respingimento forzato verso la Turchia dei richiedenti asilo giunti sulle isole greche. Sebbene si affermi che questo avverrà nel rispetto delle norme europee e internazionali, ci sono validi motivi per dubitare che esistano le condizioni per assicurare accesso effettivo e individuale alla procedura di asilo in Grecia e, soprattutto, sul fatto che la Turchia ad oggi possa essere considerata un “Paese sicuro” alla luce dei requisiti previsti dalle Direttive europee in vigore. Un secondo motivo di preoccupazione, anche alla luce del crescente numero di donne e bambini che arrivano dalla Turchia alla Grecia, è il rischio concreto che il reinvio in Turchia precluda il ricongiungimento familiare e non consenta la necessaria tutela dell’interesse dei minori. Inoltre, l’uso indiscriminato della detenzione negli hotspot sulle isole greche è particolarmente deleterio e non fa che esporre persone vulnerabili in fuga da violenza, guerra e persecuzioni a ulteriori esperienze traumatiche. Particolarmente discutibile, infine, è il cosiddetto schema “uno a uno” per il reinsediamento di rifugiati, esclusivamente siriani, dalla Turchia agli Stati membri dell’Unione, fino a un massimo di 72.000 persone. Di fatto, tale schema subordina la possibilità che un rifugiato siriano arrivi in Europa in sicurezza al fatto che un altro siriano rischi la vita nel tentativo di raggiungere la Grecia (perdendo peraltro il diritto di accedere successivamente al programma di reinsediamento). Questa misura viene giustificata sulla base della necessità di salvare vite umane, ma di fatto può essere attuata soltanto mettendo a rischio l’incolumità dei rifugiati stessi. Esistono altre misure che consentono alle persone di arrivare a chiedere protezione in Europa in legalità e in sicurezza, che tutelano effettivamente la dignità e i diritti umani dei migranti forzati e a cui l’Unione Europea potrebbe ricorrere. Ma l’accordo UE-Turchia sembra andare in direzione del tutto opposta. Per giunta, le negoziazioni e la conclusione dell’accordo non hanno previsto la consultazione del Parlamento Europeo né dei Parlamenti nazionali. Al contrario, le rappresentanze democratiche del popolo europeo sono state deliberatamente escluse dal processo. Per questa ragione, gli uffici del JRS in Europa hanno scritto una lettera ai parlamentari europei dei diversi Stati membri invitandoli a chiedere l’annullamento dell’accordo e di premere per la creazione di vie legali e sicure di accesso alla protezione.

Chiara Peri

Tanta ricchezza nell’incontro con i rifugiati. Presentato a Roma il XV Rapporto annuale del Centro Astalli

La presentazione del Rapporto annuale 2016 del Centro Astalli, lo scorso 19 aprile al Teatro Argentina, è stata l’occasione per celebrare i 35 anni di attività al fianco dei rifugiati.
Una mattinata ricca. Ricca di amici, di idee, di spunti, di parole. A P. Camillo Ripamonti presidente Centro Astalli, il compito di raccontare un anno con i rifugiati attraverso i dati raccolti nei servizi offerti a Roma e in altre 7 città italiane, con una nota di metodo: “Al Centro Astalli i numeri diventano volti di un’umanità in cammino. Di uomini e donne che meritano accoglienza e protezione”.
Ad aprire l’incontro il videomessaggio di auguri di Papa Francesco di ritorno dall’isola di Lesbo. “Siate sempre testimoni della bellezza dell’incontro, aiutate la società ad ascoltare la voce dei rifugiati, accompagnateli e fatevi guidare da loro. I rifugiati conoscono le vie che portano alla pace perché conoscono l’odore acre della guerra”.
Un regalo prezioso seguito dalle parole commosse di Céline, rifugiata dalla Repubblica democratica del Congo: “Oggi sono qui per due motivi: per fare festa con il Centro Astalli. Questi 35 anni per me sono come un compleanno di famiglia. Non sarei mai potuta mancare. Ma sono qui soprattutto in nome di tutti rifugiati. Il mar Mediterraneo e le sue isole non sono più le porte d’Europa. Sono diventate la sua vergogna più grande. L’indifferenza ci uccide più dell’odio”.
Romano Prodi con un discorso complesso e al contempo chiarissimo è riuscito a contestualizzare le parole di Céline in quadro geopolitico articolato.
Prodi, oggi inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel, ha dichiarato senza giri di parole: “L’immigrazione dall’Africa continuerà a crescere più o meno per tutto il secolo XXI. Sarebbe bene ragionare di immigrazione in maniera non ridicola come costruire muri di filo spinato alle frontiere, a beneficio dei media sensazionalisti e dei cittadini male informati da politici irresponsabili, o peggio deportando a carissimo prezzo (6 miliardi di euro!) i profughi in Turchia. Sarebbe bene, governare il processo”.
Ad introdurre l’evento, l’appello del Presidente Pietro Grasso: “Servono urgentemente canali umanitari. I morti nel Mediterraneo sono la nostra vergogna”.
A noi oggi il compito di dire ancora una volta grazie a chi ogni giorno si spende per accompagnare i rifugiati in un percorso fatto di tanti ostacoli e ancora troppo poche opportunità. Grazie ai volontari e agli amici che ci sostengono e ci incoraggiano.
Infine un grazie doveroso per la presentazione del nostro 15esimo rapporto annuale grazie a Marino Sinibaldi, presidente del Teatro di Roma e a Paolo Fallai del Corriere della Sera che ci consentono ogni anno di rileggere pubblicamente il lavoro di un anno con i rifugiati.

Donatella Parisi

Un anno con i rifugiati. Il trentacinquesimo!

È stato l’anno in cui 60 milioni di rifugiati nel mondo si sono messi in cammino: il numero più alto dalla seconda guerra mondiale.

È stato l’anno in cui l’Europa, non potendo più distogliere lo sguardo dal calcolo impressionante di vittime nel Mediterraneo, ha mosso i primi timidi passi sulla via della consapevolezza che le migrazioni sono un fenomeno globale e complesso che richiede uno sforzo di coesione da parte di tutti gli Stati dell’Unione.

Il 2015 verrà ricordato come l’anno della progressiva chiusura delle frontiere e persino della confisca dei beni ai rifugiati nella civilissima Danimarca. Abbiamo dovuto prendere familiarità con una nuova parola di per sé già ostile e respingente: hotspot. Aree di identificazione dei migranti che in non poche occasioni si sono trasformate in zone franche dei diritti dove distinguere tra veri o falsi rifugiati in base al Paese di provenienza in barba a convenzioni internazionali e diritti umani.

A complicare tutto, oggi viviamo in un’Europa sconvolta dal terrorismo. Attacchi folli, odiosamente strumentalizzati in alcuni casi nell’iniquo tentativo di far coincidere terroristi e rifugiati.

Abbiamo preso coscienza di tutta la vulnerabilità della fortezza Europa di fronte alla logica del terrore. Soprattutto si sono smascherati decenni di mancata progettualità in ordine all’integrazione e alla costruzione di società inclusive.

Nel 2015 al Centro Astalli abbiamo continuato ad accogliere le persone. Lo abbiamo fatto forti di un’idea che ci guida da 35 anni: accompagnare servire e difendere i rifugiati è la via da seguire per ristabilire relazioni umane fondate su giustizia e dignità. È l’eredità che ci ha lasciato Pedro Arrupe, il nostro fondatore, e ce lo ha ricordato sapientemente il padre Generale dei Gesuiti Adolfo Nicolàs visitando la mensa lo scorso gennaio: “Grazie a voi rifugiati, perché ci aiutate a scoprire il mondo”.

La sfida dei prossimi anni, da affrontare insieme, sarà di riconoscere nei migranti una risorsa non solo economica ma soprattutto culturale. “Scoprire il mondo” è imparare a vivere della ricchezza che c’è nella diversità di cui i rifugiati oggi sono i principali maestri.

P. Camillo Ripamonti sj

Lo scafista è un bambino. Il Centro Astalli Catania e i minori detenuti

Il teatro è bellissimo: blu come un sottomarino, così l’hanno voluto i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Bicocca, un sottomarino perduto dentro un mare profondo. Il resto del mondo lontano e dimenticato.

Elvira Iovino del Centro Astalli chiede ai giovani detenuti: “Sapete cos’è il cuntu siciliano? Avete mai sentito le storie antiche che raccontavano i cuntisti?” Una rappresentazione teatrale per i minori del carcere Bicocca di Catania è una delle più recenti occasioni di incontro e confronto che il Centro Astalli Catania ha voluto per tanti giovani “che del mondo hanno conosciuto solo la faccia cattiva”.

Da undici anni il Centro Astalli Cataniafornisce assistenza ai detenuti nell’istituto penale minorile di Bicocca. I volontari che vanno in carcere sono otto, tra cui un mediatore culturale di lingua araba e un criminologo. “Ai detenuti diamo essenzialmente un supporto morale e materiale, come farebbe la famiglia che, ovviamente, per i detenuti stranieri, è quasi sempre nell’impossibilità di effettuare visite.

Teniamo i contatti con parenti lontani, con gli avvocati, seguiamo le problematiche connesse ai permessi di soggiorno o le richieste di asilo, molto spesso scadute nelle more della detenzione”. In quel teatro tutto blu, è entrato un cuntista, antico cantastorie della tradizione siciliana, che per una sera ha parlato di posti lontani, di mare, di viaggi, di naufragi. Ha parlato di loro di quei ragazzini di 15 o 16 anni che si trovano in carcere, per conto di qualcun altro. Tra i detenuti del carcere minorile, spiega Iovino,  “seguiamo numerosi scafisti. Ragazzini che guidano gommoni carichi di disperati. I trafficanti convincono le famiglie con la promessa dell’Eldorado. Di un futuro ricco e felice”.

Li condannano al carcere. L’ultima tratto di mare dall’Egitto alla Sicilia, comandano loro. Si credono uomini, si sentono potenti, governano le correnti, comandano su uomini e donne più grandi. Invincibili. E invece in un mare troppo grande sono come barche di carta al vento. Spazzate via da trafficanti senza scrupoli e da famiglie talmente povere e disperate che non hanno la forza e la voglia di capire.

Il Centro Astalli Catania li incontra in carcere, con l’imputazione gravissima di traffico di esseri umani. Hanno 14, 15, 16 anni. Sono nel carcere minorile a Catania. Spaventati, increduli, condannati ad anni di detenzione, lontano dalla famiglia. Sono uno dei tanti “effetti collaterali” della mancanza di canali umanitari sicuri e leciti per chiedere asilo in Italia. Il viaggio verso l’Europa non lo pagano. È questo il loro compenso per mettersi alla guida di un gommone.

Conoscono il mare. Sono nati in piccole isole egiziane che vivono di pesca. Al mare li hanno abituati i loro padri. Certamente non avevano in mente questo quando li portavano piccoli sulle loro barche. E così Elvira Iovino racconta di ragazzi muti e commossi davanti a un cuntista siciliano che parla di mare, di tonni, di gabbie e di quanto può essere profondo e scuro il mare, proprio come il futuro di quei bambini condannati ad essere terribilmente altro.

Donatella Parisi

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri