Per una cittadinanza della partecipazione

Il tema della cittadinanza, nato come espressione di uguaglianza, sta diventando un formidabile coefficiente di discriminazione. Ho avuto occasione di approfondirlo più volte e con grande interesse nella mia esperienza alla Corte Costituzionale. In tale sede si è molto discusso sulla distinzione fra ‘migrante economico’ e ‘rifugiando’, anche in relazione alle risposte che come italiani, ma anche come europei, abbiamo dato alle migrazioni avvenute in seguito al terremoto geopolitico sull’altra sponda del Mediterraneo.

Vorrei provare a riflettere sul significato del concetto di cittadinanza, che a mio parere deve evolvere da un concetto di cittadinanza come appartenenza iure sanguinis a cittadinanza come partecipazione. La grande sfida che ci viene posta al tempo della globalizzazione è questa.

Il tema della cittadinanza è fondamentale in riferimento alla Costituzione e coinvolge una serie di problemi: l’eguaglianza tra chi è cittadino e chi non lo è; il godimento dei diritti costituzionali (se sono uguali i diritti costituzionali per il cittadino e per il non cittadino); e, infine, il tema del rapporto tra libertà e autorità.

Il concetto di cittadinanza, nato come concetto di eguaglianza in contrapposizione a precedenti schemi in cui alcune categorie erano privilegiate per ragioni di corporazioni, di censo o di altro tipo, riguarda oggi il rapporto tra il trattamento del cittadino e il trattamento dello straniero, in un contesto come quello attuale di migrazioni di massa.

La Costituzione riconosce all’art. 120 il diritto di libera circolazione sul territorio nazionale e la Dichiarazione Universale della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce lo stesso diritto a livello internazionale, sia per la libera circolazione all’interno degli Stati, sia per il divieto di espulsione e per la libertà di uscire dagli Stati.

Oggi tutto questo si traduce in un diritto fondamentale di spostarsi sul pianeta, diritto fondamentale che è diventato una necessità di fronte alle guerre che ci affliggono e di fronte alla fame. Però, la libertà di emigrare non corrisponde alla libertà di immigrare: al diritto di ciascuno di sistemarsi dove vuole o di andare dove può per sfuggire ai problemi (migranti economici e rifugiati) non corrisponde un’analoga libertà di immigrazione. La Corte Costituzionale, ad esempio, riconosce allo Stato la possibilità di regolare e limitare l’immigrazione alla stregua di una serie di interessi pubblici connessi alla sicurezza, alla sanità, all’ordine pubblico, ai vincoli e alla politica internazionale: una scelta discrezionale che spetta al legislatore, purché non sia gestita in modo irragionevole e in termini esclusivamente di sicurezza e di ordine pubblico.

L’altro punto, che voglio solo accennare, riguarda quello che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo considera come il diritto ad acquistare e cambiare la cittadinanza: la regola di fondo è che nessuno può essere privato della cittadinanza e che tutti hanno il diritto ad avere una cittadinanza. In un mondo caratterizzato da guerre in continua evoluzione, il rischio di trovarsi senza cittadinanza sta diventando sempre più forte.

L’acquisto e la disciplina della cittadinanza pongono un problema: oggi la democrazia iure sanguinis (cioè quando si acquista la cittadinanza per sangue, perché si nasce da genitori appartenenti ad un Paese) non è ancora integrata da quella che viene definita la democrazia iure electionis, cioè la scelta di una cittadinanza collegata al radicamento sul territorio e alla volontà dell’interessato.

Oggi, acquistare la cittadinanza italiana è difficile perché le condizioni di acquisto sono rigorose: la residenza per lungo tempo e un iter burocratico complicato, che non so quanto si concilino con l’art. 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È estremamente importante arrivare a superare la contrapposizione fra lo statuto costituzionale del cittadino e lo statuto costituzionale alla luce dei valori comuni della pari dignità (art. 3 della Costituzione che, nonostante sia destinato ai cittadini, vale per tutti) e dei diritti inviolabili della persona, che mal si conciliano con quella serie di categorie formali sul quale ci siamo sbizzarriti e che riuniamo nella distinzione tra i cosiddetti migranti economici e gli altri; come se il migrante economico – colui che fugge da morte per fame –  non abbia gli stessi diritti di colui che fugge da persecuzione o a causa del timore della morte per ragioni politiche.

Dobbiamo passare dal concetto di comunità dell’appartenenza a quello di comunità della partecipazione.

Il diritto politico dello straniero è un tema che coinvolge il cardine della democrazia. È difficile, oggi, giustificare i diritti di partecipazione politica ai soli cittadini una volta che abbiamo superato la visione naturalistica della comunità politica e abbiamo messo al suo posto la collettività insediata nel territorio. Noi siamo lenti a riconoscere in positivo la parità tra cittadini e stranieri correndo il rischio di perpetuare mediante questa distinzione quelle differenze classiste alle quali facevo accenno all’inizio. Penso che una democrazia iure sanguinis sia discriminante non come, ma in modo abbastanza vicino, alla democrazia censitaria, proprio perché dobbiamo passare dalla comunità dell’appartenenza alla comunità della partecipazione. Sul terreno dei diritti dei cosiddetti ‘diversi’, di quelli che rischiano di avere meno dignità (detenuti, migranti economici…) è tempo di affrontare una battaglia di civiltà.

In fondo, è questa la via indicata già dalla nostra Costituzione – forse non del tutto consapevolmente – quando dopo la guerra si scrisse l’articolo 10 di essa. In una Italia nella quale era ancora vivo il dramma dell’emigrazione per fame e dei viaggi della speranza, i padri costituenti ebbero il coraggio e l’intuizione di riconoscere il diritto di asilo anche a chi cercava la libertà e la democrazia, non solo a chi fuggiva dalla persecuzione. Una intuizione che dovremmo tener presente oggi, in un’Italia diventata – per la sua posizione geografica e per il suo benessere – terra di immigrazione e non più soltanto di emigrazione.

 

Giovanni Maria Flick

Presidente emerito Corte Costituzionale

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Intervista a Cécile Kyenge, Ministro per l’integrazione

L’Italia mostri il suo lato migliore

Il Ministro per l’Integrazione si presenta in conferenza stampa esordendo con una frase semplice e potente: “Non chiamatemi di colore, dite tranquillamente che sono nera”.
Primo ministro di origini straniere della repubblica italiana. Un medico oculista, una laurea presa in Italia a tempo di record e con il massimo dei voti.
Un’intelligenza vivace, una motivazione di ferro, un sorriso accogliente.
Non si sottrae ai giornalisti e alle domande. “C’è tempo per tutti, parlerò singolarmente con ciascuno di voi per un tempo massimo di cinque minuti”.
Cinque minuti densi, in cui racconta una vita e un progetto politico che in non pochi punti coincidono.

Ministro non è stato un inizio facile il suo. Come giudica gli attacchi razzisti ricevuti?

Gli attacchi sono di una minoranza che urla di più. L’Italia non è razzista, ha una tradizione di accoglienza che va valorizzata. Sarà mio compito farlo. Sono il simbolo di una nuova Italia che oggi è alla ricerca di un suo modello di integrazione. Spero che con il mio contributo l’augurio che ha rivolto don Luigi Ciotti al mio Ministero diventi presto una realtà: non ci sia più bisogno di occuparsi di integrazione ma si pensi all’interazione. Una g di meno che ci fa passare dall’accettazione alla relazione, da una logica di inclusione a una logica di cittadinanza.

A giugno si celebra la Giornata mondiale del Rifugiato. Un’occasione importante per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle migrazioni forzate.

Mi impegnerò per i diritti di tutti i migranti che giungono e vivono sul nostro territorio. Tra questi ovviamente non possiamo dimenticare i rifugiati.
Lavorerò per una nuova legge sull’immigrazione che abolisca il reato di clandestinità e che finalmente disciplini in maniera organica l’asilo. Mi impegnerò per cambiare radicalmente la natura dei CIE, dove uomini e donne vivono in condizioni inaccettabili. Mia priorità sarà lavorare a una legge che introduca una forma di ius soli per riconoscere la cittadinanza ai figli di immigrati che da tanto tempo vivono in Italia. Certo, sono misure strutturali e complesse che si possono realizzare soltanto con una sinergia di governo. È necessario aprire dei tavoli interministeriali per lavorare insieme a questi obiettivi che per me sono prioritari.

Il Centro Astalli le rivolge i migliori auguri per questo suo impegno di governo. Il fatto che lei sia ministro ci fa sperare in un’Italia migliore.

Il mio impegno sarà totale, metterò a disposizione degli italiani le mie competenze, la mia storia, la ricchezza di essere sia italiana che congolese e di essere il frutto dell’unione di due culture.
Sono il ministro di tutti. Molte volte ho sentito pronunciare questa frase di cui oggi sento particolarmente la responsabilità. Non sono il ministro degli immigrati, come qualcuno ha già detto. Sono il ministro degli italiani presenti e futuri. Lavorerò perché chi arriva in Italia da straniero trovi un paese capace di mostrare il suo lato migliore.

Donatella Parisi

La questione kurda: proviamo a fare il punto

Il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) è un movimento attivo Turchia nella lotta per il riconoscimento dei diritti dell’etnia curda. Abdullah Öcalan è leader e cofondatore del partito di ispirazione marxista-leninista, costituito nel 1978 con l’obiettivo di creare uno stato curdo indipendente. Il 1984 ha segnato l’inizio della lotta armata tra i guerriglieri curdi e il governo turco. Tre anni dopo la Turchia ha dichiarato lo stato d’emergenza in 11 province del Paese, cercando di fronteggiare gli attacchi del PKK, concentrati soprattutto nelle regioni sud-orientali. L’escalation di violenza ha provocato circa 40.000 vittime dal 1984[1].

Abdullah Öcalan, detto Apo, è stato processato nel 1999 per “tradimento e separatismo” e condannato alla pena capitale, poi commutata in ergastolo. Da quel momento il leader curdo è detenuto in isolamento assoluto nel carcere di Imrali.

Negli anni gli obiettivi del movimento si sono evoluti passando dalla richiesta di un netto separatismo alla ricerca di una maggiore autonomia culturale e politica per l’etnia. Lo stesso Öcalan, che conserva un grande seguito tra gli attivisti curdi in Turchia e all’estero, dal carcere ha a più riprese effettuato proposte per una soluzione democratica della questione curda, aprendo spiragli di dialogo con le autorità turche fino allo storico annuncio dello scorso 21 marzo. «Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica», è questo uno dei passaggi più significativi del messaggio del leader curdo, che dal carcere ha chiesto alla guerriglia di cessare la lotta armata e di ritirarsi dal territorio turco.

Ha suscitato profonda emozione la lettura del messaggio, in turco e in curdo, da parte di due parlamentari curdi a Diyarbakir, a una folla di oltre 200mila persone riunita per le celebrazioni del Newroz, il capodanno curdo: ancora l’anno scorso la manifestazione era stata vietata ed era stata occasione di scontri e arresti in molte città del Kurdistan.

Il messaggio del leader del Pkk è il frutto di un lungo processo iniziato nel 2002, con l’ascesa al potere del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdoğan. Questi ha promosso riforme democratiche che tengano conto del rispetto delle minoranze, nella prospettiva di una riforma della costituzione turca, basata su di una definizione di cittadinanza non più etnica ma civica.

“Non è la fine, è l’inizio di una nuova era”, così Ocalan descrive nel messaggio la nuova rotta del movimento. La posizione espressa dal leader curdo non ha ancora la valenza di un vero e proprio trattato di pace, ma è un passo importante affinché la soluzione della questione curda possa finalmente passare attraverso canali democratici, ponendo fine a oltre 30 anni di conflitto.

 Margherita Gino


[1]           International Crisis Group, Turkey: ending the PKK insurgency, 20 settembre 2011, disponibile al link: http://www.crisisgroup.org/en/regions/europe/turkey-cyprus/turkey/213-turkey-ending-the-pkk-insurgency.aspx

Il peggio è passato. E’ aldilà del mare

Era l’alba e si intravedeva una striscia marrone, qualcuno urlava “terra terra”, io cominciai a piangere senza sosta, le lacrime scendevano e io non potevo fare nulla per fermarle. Avrei partorito in Europa, il futuro della creatura che portavo dentro sarebbe stato diverso dal mio. Sarebbe nata nel continente della pace e della ricchezza. Ne era valsa la pena.

Approdammo su un’isola, Lampedusa, che solo dopo sapemmo essere italiana. Ci soccorsero immediatamente. Mi presero in due, mi aiutarono a scendere dalla barca, mi buttarono un telo sulle spalle e urlavano qualcosa che non capivo a qualcuno. Subito dopo si avvicinò un medico e mi portarono in un edificio dove mi fecero sdraiare e mi visitarono.

Mi diedero da mangiare, da bere e poi caddi in un sonno profondissimo.

Non ricordo quanto dormii, mi ricordo solo che al risveglio mio marito era lì accanto a me. Fu molto rassicurante e mi ripeteva in un orecchio ce l’abbiamo fatta. Siamo vivi e al sicuro.

Da questo punto in poi inizia un’altra lunga storia. Si può dire che la storia della nostra famiglia al completo è tutta italiana.

Maria, la nostra prima figlia, è nata a Crotone, nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Ero convinta che avrebbe avuto i documenti italiani, invece mi fu spiegato che non basta nascere in Italia per diventare italiani.

La cittadinanza, mi è stato spiegato, è un iter lungo e complicato e non dipende certamente solo dal fatto che sei nata in Italia e che crescerai in questo paese.

Ci riconobbero rifugiati e ben presto, con la bimba di neanche un mese, ci fecero lasciare il Centro. Dalla Calabria ci mandarono ad Ancona, fummo inseriti in un progetto dello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Avevamo un alloggio e mio marito trovò lavoro come falegname. Stavamo bene, eravamo contenti. Rimanemmo lì tre anni e in quel periodo nacque la mia seconda figlia Laura.

Nel 2009 però la crisi economica ci colpì molto duramente, mi marito perse il lavoro e non potevamo continuare a pagare l’affitto nella casa in cui ci eravamo sistemati. Eravamo preoccupati, le bimbe erano troppo piccole, non sapevamo davvero come fare.

Degli amici connazionali ci suggerirono di andare a Roma, dove tutto, secondo loro, sarebbe stato più facile.

Purtroppo non fu affatto semplice, anzi all’inizio fu un vero incubo, dormimmo per otto notti con le bambine nei giardini antistanti la basilica di San Giovanni in Laterano. Nessuno si avvicinò per chiederci se avevamo bisogno di aiuto. Era tutto così spaventosamente caotico.

Mio marito per quanto possibile cercava di darsi fare. Decise che era una buona idea parlare con dei connazionali che potessero darci delle indicazioni su come muoversi in città.

E così la sera stessa andammo a mangiare alla mensa del Centro Astalli. Ci venne spiegato come presentare domanda in un centro d’accoglienza a Roma e così facemmo. Due giorni dopo ci trovammo in una grande struttura  dove oggi ancora viviamo.

Ci sono tanti bambini e le nostre figlie hanno fatto subito amicizia.

Ora vanno all’asilo e parlano perfettamente l’italiano. Sono italiane a tutti gli effetti anche se la legge non le riconosce tali.

Non importa se per la cittadinanza ci vorrà del tempo. Maria e Laura sono italiane a partire dai loro nomi fino ad arrivare al loro futuro che sarà qui, lontano dalla guerra e dalle violenze.

Nonostante tutto, io e mio marito ora siamo sereni: la sera dopo una giornata passata a cercare lavoro, ci guardiamo e sorridendo ci ripetiamo: il peggio è passato. È aldilà del mare.

(tratto da Terre senza promesse, a cura del Centro Astalli, Avagliano 2011)

La rivoluzione del buon senso

La Giornata del Rifugiato 2012 è stata celebrata in numerose città italiane con un buon numero di iniziative, convegni, appuntamenti culturali. Ci siamo ritrovati istituzioni, enti di tutela, cittadino a discutere delle principali questioni che riguardano il diritto d’asilo in Italia: un sistema di accoglienza ancora precario e insufficiente, la mancanza di norme che favoriscano un veloce ed efficace inserimento nella realtà italiana e, soprattutto, l’impossibilità per i richiedenti asilo di arrivare in Italia e in Europa in maniera sicura, evitando quei viaggi pericolosi che, anche nel mese appena trascorso, hanno continuato a provocare un numero inaccettabile di vittime.
Si è discusso molto anche di alcune questioni specifiche: il permesso di soggiorno negato a molte delle persone arrivate durante l’emergenza Nord-Africa, la dichiarazione di “Lampedusa porto non sicuro”, che rende più complesse le operazioni di salvataggio in mare, il recente accordo Italia-Libia in materia di controllo dei flussi migratori, che presenta tratti molto preoccupanti riguardo la tutela dei diritti umani.

Su quasi tutti gli argomenti trattati ci si è ritrovati a indicare soluzioni concrete e possibili che, pur tenendo conto dell’attuale congiuntura economica, eliminino finalmente norme e procedure ormai riconosciute da tutti come da sorpassare. Le questioni si conoscono, le soluzioni sono condivise, ma poi… non cambia nulla. Per ogni piccola modifica del sistema o per ogni nuovo provvedimento occorrono tempi lunghissimi e spesso… “la montagna partorisce il topolino”.
Basti pensare all’annosa questione della cittadinanza, che continua a penalizzare tanti giovani nati in Italia: tutti sono concordi sulla necessità di una modifica legislativa, ma in nome di nebulose ragioni superiori…non cambia mai nulla.

Spesso si discute della necessità di grandi riforme. Ma la prima rivoluzione da fare, almeno nel campo dell’immigrazione e dell’asilo, è quella… del buon senso. Affidata soprattutto ai funzionari che gestiscono la pubblica amministrazione, che deve ambire ad essere più trasparente e concreta, provando a valorizzare e non mortificare il talento e le capacità di persone che, arrivate nel nostro paese, sono senz’altro una risorsa per il nostro futuro. Immigrati e rifugiati che, nonostante tutto, provano a farcela. Le loro sono storie aperte e dipenderanno molto dagli incontri che faranno, nella pubblica amministrazione e nella vita quotidiana.
Sapremo finalmente essere all’altezza?

Berardino Guarino