Per i 10 anni della Convenzione Dublino

Solo chi ha viaggiato davvero nel deserto, tentando di salvarsi la vita, può capire fino in fondo questo racconto dell’Esodo. Avevo trovato altri tre ragazzi, disposti come me a tentare l’impossibile e ci siamo messi in marcia, scegliendo le vie meno frequentate. Da Massaua a Port Sudan, a piedi: un incubo lungo più di 500 chilometri, attraverso il Sahara. Se guardo il nostro itinerario su una cartina, ancora oggi mi sembra impossibile che siamo arrivati. La morte ci camminava a fianco. Avevamo il minimo indispensabile di cibo e di acqua, a volte anche meno. Abbiamo visto morire in quel deserto tanti giovani come noi. Eppure andavamo avanti, sostenuti solo da un’irragionevole speranza.

Uno dei miei compagni, una sera, ci ha confessato che era la seconda volta che faceva quella strada. Tre anni prima era riuscito ad arrivare a Malta, dove aveva chiesto asilo. Le autorità maltesi glielo avevano negato e lo avevano rimpatriato ad Asmara. All’aeroporto, ad attenderlo, aveva trovato i militari, che lo avevano arrestato immediatamente. Per due anni era stato in prigione, sotto terra, sull’isola di Dahlak: un paradiso per i turisti, un inferno per noi eritrei. Lo avevano appena liberato e non poteva fare altro che ricominciare da capo, riprovarci, nonostante tutto. Oggi a volte qualcuno mi chiede se, sapendo cosa ci aspetta in Europa, sarei scappato lo stesso. Allora ripenso allo sguardo di quel ragazzo, quella sera. Alla sua determinazione disperata, alla sua consapevolezza. Lo sappiamo cosa ci aspetta qui, lo sapevamo anche allora. Eppure non abbiamo scelta. Non cerchiamo i vostri soldi, il vostro lavoro, i vostri vestiti: cerchiamo la vita, che ci è negata.

Siamo sopravvissuti al deserto in quattro, ma arrivati in Libia la lotteria degli imbarchi ci ha destinato a traversate diverse. Qualche settimana dopo lo sbarco a Lampedusa, sopravvissuto una volta di più a tanti miei occasionali compagni di viaggio meno fortunati di me, mi sono trovato a Trapani, ancora una volta solo. Mi hanno liberato dal centro dove mi avevano trattenuto, ma non riuscivo a rallegrarmene: senza soldi, senza vestiti a parte quelli che indossavo, senza una direzione. Guardando la strada semideserta di quella periferia italiana, mi è stato chiaro che non ero ancora arrivato. Ero in Europa, ma non ero salvo. Illegale, clandestino, probabilmente ancora braccato, anche se non sapevo più da chi. Nel centro i miei connazionali nominavano spesso l’Inghilterra, la strada che bisognava fare per arrivarci. Così ho fatto anch’io. Milano, Calais, Londra. Nascondendomi ad ogni controllo, mimetizzandomi tra le merci di un camion che si imbarcava per attraversare la Manica.

A Newcastle pensavo di essere arrivato. Per la prima volta, qualcuno mi ha ascoltato, mi ha spiegato cosa potevo fare. Ho chiesto asilo politico. Mi sentivo a mio agio, perché parlavo un po’ di inglese e ho iniziato subito a perfezionarlo. Ma non era solo una questione di lingua. In tutto il mondo esistono gli interpreti.

Quando manca la volontà di ascoltare, le parole che si usano non hanno molta importanza. Se avessi potuto scegliere, la mia fuga sarebbe finita lì, in Inghilterra. Avevo degli obiettivi, dei corsi da seguire al college, un appartamento. Ma l’avvocato che seguiva la mia domanda d’asilo mi aveva avvertito: secondo le regole europee, probabilmente sarei stato rimandato in Italia. Noi rifugiati non possiamo scegliere in che Paese essere accolti. Questa è la procedura, vale per tutti, è solo questione di tempo.

Ero preoccupato, ma quando arrivò il fax dal governo italiano l’avvocato mi spiegò che dovevo stare tranquillo. In quel documento era scritto a chiare lettere, mi disse, che in Italia ai rifugiati sono assicurate adeguate misure di integrazione, che avrei avuto un posto dove vivere e la possibilità di studiare e di costruire una prospettiva stabile per me e, chissà, magari anche per la mia famiglia. Era una lettera ufficiale, non c’erano dubbi. Io ci ho creduto, anche se qualche dubbio in fondo al mio cuore l’avevo, ripensando alla strada deserta di Trapani.

Non vi preoccupate della vostra vita, che cosa mangerete, né per il vostro corpo, di che vestirete; perché la vita vale più del nutrimento e il corpo più del vestito. Mi ripeto ogni giorno queste parole del Vangelo. Mi aiutano ad accettare la vita che faccio oggi, mi danno speranza per il futuro. Come temevo, all’aeroporto di Fiumicino le mie aspettative sono andate definitivamente in fumo. Un poliziotto, che mi indicava semplicemente di andarmene, quando gli ho chiesto dove potevo andare a dormire si è messo a ridere. Una casa, io? Meglio che me lo togliessi subito dalla testa. “Vuoi andare in Inghilterra? Torna in Inghilterra!”. Quella risata mi suonava ancora nelle orecchie, mentre mi allontanavo a testa bassa, come un ladro.

Ancora una volta, mi trovavo da solo. Non potevo fare altro che ricominciare da capo. Ho preso il treno e sono arrivato alla Stazione Termini. Un’altra città, un altro ambiente ignoto, un’altra tappa della mia fuga senza fine. In stazione, guardandomi intorno, ho cercato qualche connazionale nella folla che correva sui marciapiedi. Dopo qualche tentativo, ho fatto l’incontro giusto e sono finito a vivere dove vivo tuttora. In un grande palazzo occupato da centinaia di eritrei, con un giaciglio in un angolo di uno stanzone dove tutto è di tutti e niente è di nessuno. Non è una casa, non ci assomiglia nemmeno. Ma è il massimo che sono riuscito a trovare, per ora.

Sono un rifugiato, l’Italia ormai è il mio Paese. Faccio del mio meglio, ogni giorno, per vivere in modo degno di un uomo libero. Non smetto di studiare la lingua italiana, non mi accontento di farmi capire. Chi parla due lingue può capire il doppio, ha il doppio delle probabilità di essere ascoltato. Anche questo l’ho imparato sulla mia pelle, più di una volta. Però mi sembra ancora di vivere in un mondo a parte, parallelo a quello degli italiani. I contatti non sono né frequenti né facili. Anche quelli casuali spesso sono accolti con fastidio, come mi ricorda la signora seduta nel posto accanto al mio, che continua a stringere la sua borsa, diffidente. Le sorrido e mi alzo. È ora di scendere.

(tratto da Terre senza promesse, Centro Astalli (a cura di), Avagliano editore 2011)