ACCOGLIERE I RIFUGIATI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

E i centri d’accoglienza? Come si vive la convivenza doppiamente forzata a causa del virus in questi luoghi dove già normalmente nessuno ha scelto di stare? In questi ambienti eterogenei, dove anche gli operatori e i volontari sono “altri”, “diversi”? Ascoltando i racconti dei protagonisti, si potrebbe riassumere l’esperienza con una battuta circolata sui social media: “Da un mese vivo notte e giorno con i miei familiari. Sembrano brave persone!”. Sì, è questo uno dei risvolti positivi della drammatica situazione che tutti stiamo vivendo: mentre dob-biamo distanziarci da chi è fuori dal nostro ambiente vitale, all’interno del ristretto spazio comune, invece, siamo costretti a una prossimità da cui trarre il meglio, perché tutti abbiamo bisogno del sostegno dell’altro. Così alla fine ci si conosce di più e la percezione del vicino cambia in meglio. Questo soprattutto grazie alle iniziative che operatori e volontari hanno messo in campo per rendere fruttuoso e positivo questo tempo difficile. Un po’ come tanti genitori si sono inventati modi nuovi per stare con i figli e riempire costruttivamente il tempo a disposizione, così le famiglie allargate e variopinte dei Centri di accoglienza hanno reagito con creatività. Innanzitutto si è cercato di non interrompere i percorsi formativi, per quanto possibile. Sospesi i tirocini e i corsi professionali, sono, invece, proseguite le lezioni d’italiano, con tutoraggi personalizzati attivati mediante collegamenti on-line. I bimbi e gli adolescenti in età scolastica hanno potu-to continuare le lezioni grazie ai collegamenti con i loro insegnanti attivati via web. Nei centri per famiglie e donne la regina delle attività è stata la cucina: dai cibi etnici ai più “convenzionali”, preparati con gli ingredienti a disposi-zione o procurati col sostegno di tanti amici del Centro Astalli. Per esempio gli ospiti del Pedro Arrupe hanno visto comparire a sorpresa l’Elemosiniere del papa, il cardinal Krajewski, con un furgone pieno di generi di prima necessità: dall’occorrente per la pulizia personale al latte fresco, la pasta, i biscotti e i cibi in scatola.Al Matteo Ricci la Pasqua è stata festeggiata con un pranzo multietnico, in cui non potevano mancare le uova di cioccolata, trovate dai ragazzi con una caccia al tesoro. A Casa di Giorgia è proseguita la tradizione della “torta del giovedì” e si è introdotta la “pizza al metro… di distanza”. Una caratteristica dei nostri Centri di accoglienza è di avere intorno uno spazio aperto nel quale è stato possibile uscire e muoversi per fare attività sportiva. Nel complesso della Chiesa del Gesù, si è potuto usufruire del cortile interno alla casa, dove le mamme e i figli ospiti hanno imparato ad andare in bicicletta. Tra cadute, scontri e ripartenze, la speranza è di po-ter presto fare una bella pedalata insieme lungo i Fori imperiali.

Giuseppe Trotta sj

SEGNI DI UNA COMUNITÀ VIVA E SOLIDALE

In queste settimane in cui abbiamo sperimentato il di-stanziamento sociale come strumento di difesa abbiamo toccato con mano che la prossimità è possibile anche se distanti. Abbiamo avuto la conferma che la direzione intrapresa dal Centro Astalli in questi anni – quella del camminare insieme per costruire una comunità di vita – è l’unica vera strada per il futuro. Nei giorni bui in cui si addensavano le nuvo-le nere della pandemia, e credo che un’immagine simbolo resterà quella di Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo plumbeo, il giorno di Venerdì Santo, tante piccole luci nel nostro Paese e nel mondo intero tenevano viva la speranza: tra queste il nostro servizio per rifugiati. Abbiamo attuato quella resistenza intima, che il filosofo J. M. Esquirol descrive come «simile a quella elettrica che, paradossalmente, nell’opporsi al passaggio della corrente, offre luce e calore; una luce che illumina il cammino del singolo e, senza abbagliare, serve da riferimento agli altri». Non ci siamo dati per vinti anche se la strada della solidarietà è difficile quando il quotidiano è precario per tutti. Via degli Astalli ha continuato a essere un punto di riferimento per i più diseredati. Sono stati consegnati quasi 6000 pasti in due mesi ai nostri utenti e altri 3000 ad altre persone anche italiane, perlopiù senza dimora. I nostri centri di accoglienza hanno costruito, come ogni altra realtà familiare, una nuova quotidianità, con bambini e adolescenti costretti in casa e situazioni sanitarie dove la cronicità di malattie gestite con fatica nell’ordinario desta non poca preoccupazione. Eppure abbiamo continuato ad accogliere, grazie alla fantasia, alla costanza, alla determinazione, ma anche alla prudenza di operatori, volontari e religiosi. Tanti con la fatica dello smart working hanno seguito persone in situazioni disagiate, hanno portato avanti con costanza incontri con studenti, rapporti con i mezzi di informazione, lavoro di ammi-nistrazione. Il telefono al Centro Astalli non ha smesso di suonare in questi giorni: volontari vecchi e nuovi hanno chiesto come aiutare, donatori stabili e nuovi, in tempi rapidis-simi, hanno fatto arrivare piccoli e grandi contributi. Una comunità di vita in questo momento di difficoltà ha dato segno di esserci. Grazie a tutti!

Camillo Ripamonti sj

Covid-19: nuovee vecchie vulnerabilità

Diallo ha sempre fatto il barbiere, anche nel suo Paese, il Senegal. A Roma è ripartito da una macchinetta per tagliare i capelli agli amici fino al traguardo di un piccolo negozio in periferia, avviato con tanti sacrifici. Poi la casa in affitto per tutta la famiglia, per poter riabbracciare la moglie e i due figli. Poco dopo è arrivato un nuovo bimbo, nato qui circa 2 anni fa. Oggi a causa dell’emergenza sanitaria Diallo non ce la fa ad andare avanti. L’attività è chiusa da settimane, tutto si è fermato; gli affitti del negozio e della casa però continuano a dover essere pagati, come le bollette e le spese. Anche il budget per mangiare è diventato più oneroso ora che le scuole sono chiuse. I ragazzi hanno bisogno di dispositivi digitali e connessione per rimanere al passo con lo studio. E così Diallo che, seppur tra tante difficoltà, ce l’aveva fat-ta a mettersi in proprio, a riconquistare l’autonomia, a oc-cuparsi della famiglia oggi, schiacciato da questa situazione, è tornato a rivolgersi al Centro Astalli. Alimata è una mamma nigeriana, il marito l’ha lasciata un anno fa. Vive in una stanza in affitto con i figli di 8 e 3 anni. Faceva la cameriera ai piani in un albergo chiuso or-mai da tempo. Già prima la situazione era difficile, ma ora la vita è diventata insostenibile: da sola non ce la fa più, il lavoro non c’è, la scuola è chiusa, le spese sono troppe e gli interrogativi sul futuro ancora troppo incerti. Come loro, in queste settimane, tanti rifugiati, paralizzati dalla crisi, hanno bussato al Centro Astalli per chiedere aiuto. In questo tempo di emergenza sanitaria la solidarietà è l’unico antidoto. I servizi di prima necessità sono stati ripensati e riorganizzati secondo le direttive ma sono sem-pre rimasti aperti. A mensa tutti i giorni si distribuiscono sacchetti e generi alimentari e l’ambulatorio assicura la distribuzione di farmaci, kit igienici e di guanti e mascherine. Gli operatori continuano a lavorare contattando le persone al telefono per raccogliere e provare a dare una risposta concreta ai numerosi bisogni. Le conseguenze sociali ed economiche dell’epidemia iniziano a pesare e rischiano di emarginare i più vulnerabili, vanificando percorsi di inclusione sociale che hanno richiesto tempo, risorse e uno sforzo individuale per rimettersi in cammino dopo l’esperienza della migrazione forzata, in un contesto sconosciuto e talvolta persino respingente. La crisi ha colpito tutti indistintamente, accomunando nelle difficoltà tante famiglie italiane e straniere. La lezione più importante che il virus ci insegna è che siamo, come dice Papa Francesco, davvero tutti “sulla stessa barca” e che il benessere di ognuno passa necessariamente da quello della collettività.

Sara Tarantino