Dialogo è…

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“Dialogo è parità, potersi parlare sullo stesso piano”

“Dialogo è fare uno sforzo e lasciarsi cambiare, almeno un po’, dall’esperienza dell’altro”

“Dialogo è relazionarsi e cercare di farsi capire”

“Dialogo è amicizia e come l’amicizia si approfondisce, cresce, diventa una sfida”.

Lo scorso 8 aprile, presso al Biblioteca Nelson Mandela di Roma, si è tenuto un incontro sul tema “Esperienze di dialogo a Roma”, nell’ambito del progetto “Luoghi comuni, luoghi in comune” che il Centro Astalli e CRS-Caritas di Roma stanno realizzando sul territorio di Roma e Provincia.

Dopo due brevi relazione introduttive, a cura di Mustafa Cenap Aydin (Istituto Tevere) e Mostafa El-Ayoubi (Confronti), l’incontro è stata l’occasione per condividere esperienze concrete di dialogo, molto diverse tra loro e tutte molto sentite. Hanno preso la parola associazioni, comunità di culto (musulmane e cattoliche), servizi per gli stranieri (scuole di lingua, centri diurni, sportelli), ma anche singoli coinvolti in esperienze di vita e di lavoro con amici e conoscenti di religione diversa dalla propria.

Sono emersi molti temi caldi e sfide, ancora in buona parte da affrontare. Denunce di discriminazioni, incomprensioni, vuoti normativi. Ma anche il racconto appassionato del dialogo della vita quotidiana, delle condivisioni profonde che trovano comunque lo spazio di emergere, di iniziative concrete che testimoniano la necessità e la ricchezza del vivere insieme.

Guarda le foto dell’incontro

Nella periferia di Roma, il cuore della Cina Un esperienza didattica legata al progetto Incontri

Siamo tutti un po’ emozionati all’idea dell’immagine che si aprirà tra poco davanti ai nostri occhi. I ragazzi che hanno preso parte al progetto Incontri partecipano a questa visita con grande curiosità e interesse; dopo l’incontro in classe sui temi del dialogo interreligioso, questa è l’occasione di fare l’esperienza dell’altro sul campo, nel territorio in cui sorge il luogo di culto. Giriamo l’angolo e la vista di un suggestivo edificio a forma di pagoda ci toglie il fiato.

È il Tempio buddhista cinese Hua Yi Si, che si staglia nel cielo, nobile e fiero. Nel cortile antistante, come da tradizione, la statua di un leone, simbolo di protezione e forza. Per entrare bisogna oltrepassare un alto pannello, perché si abbia il tempo di ricordare la sacralità del luogo, prima di varcare la soglia. Sembra di essere nel cuore della Cina eppure ci troviamo nella periferia di Roma, nel quartiere prenestino, che ospita, da circa un anno, uno dei più grandi tempi buddhisti presenti in Europa.

Ad accoglierci con le mani giunte due monache buddhiste provenienti da Taiwan. Il Tempio è infatti ispirato proprio all’imponente struttura cinese di Chung Tai. Appena all’interno, le maestre ci mostrano il Buddha ridente, il Bodhisattva Maitreya, che porta via la tristezza e simboleggia la prosperità. In alto ci sono numerose raffigurazioni di fiori di loto, emblema di purezza e simbolo del risveglio. Le monache, con la dolcezza che le contraddistingue, ci conducono nella sala di meditazione e ci regalano quattro importanti insegnamenti: trattate gli anziani con rispetto, trattate i giovani con gentilezza, trattate gli altri con armonia, trattate gli affari con onestà.

Con queste parole lasciamo il Tempio, in silenzio, ancora immersi in un’atmosfera fuori dal tempo.

Nel cuore si fa strada la consapevolezza di quanto, accanto alla frenesia di tutti i giorni, anche in mezzo a capannoni e container, diventi sempre più forte il bisogno di ritrovare uno spazio e un tempo per la pace e per la spiritualità.

 

 

Bernadette Fraioli

 

 

 

 

Tra i giovani una nuova cultura umanitaria

Intervista a Giovanni Anversa, presidente di giuria del premio letterario La scrittura non va in esilio.

 Un suo commento sul racconto vincitore

Il Gelato, il racconto vincitore di questa edizione del concorso, mi è piaciuto molto perché colpisce la capacità che una giovane studentessa ha di raccontare la realtà dei rifugiati che vivono in Italia.

Affronta il tema della comunicazione tra persone costrette a vivere lontane. Nell’era della tecnologia, per i migranti il telefonino e l’accesso a internet sono strumenti fondamentali del loro comunicare. Il gelato introduce questo elemento di novità.

Ha vinto un racconto che parla di un aspetto della vita quotidiana, senza cadere per una volta nella dimensione tragica della vita dei migranti.

Leggendo i racconti che idea si è fatto delle nuove generazioni ?

Da anni ormai leggo i racconti dei ragazzi e mi sembra di capire che anno dopo anno da parte loro c’è una sensibilità più accentuata, una maturità consapevole, aperta, che non rispecchia la strumentalizzazione che dei temi dell’immigrazione si fa nella società degli adulti.

Ragazzi attenti agli aspetti umanitari, alle condizioni terribili della guerra, delle carestie. Sono loro il segno che sta crescendo in Italia una cultura umanitaria.

D’altra parte vedo però che anche tra i ragazzi c’è il rischio della tendenza allo stereotipo.

Assorbono dai mass media concetti come  barcone,  trafficanti, clandestini, sbarchi e così come li sentono li riportano nei racconti.

Avviene in maniera meccanica, come se nella testa fossero entrati quei concetti che impediscono di capire la complessità del fenomeno.

Cosa si sente di consigliare a un insegnante?

Gli insegnanti dovrebbero avvalersi sempre più delle testimonianze dirette delle persone. Secondo me  è il miglior modo di coinvolgere i ragazzi nelle vicende umane. I giovani abbiano la consapevolezza che le migrazioni sono fatti storici e non solo un fenomeno di oggi e che pertanto non va letto solo con le lenti del contemporaneo.

Bisogna ristudiare la storia e la letteratura con un occhio più attento a questo fenomeno; offrire  chiavi di lettura fortemente incardinate nel percorso di approfondimento didattico. La testimonianza sia un elemento di suggestione da cui far nascere l’approfondimento culturale, non sporadico ma strutturale.

Quali secondo lei le speranze per i nostri giovani?

La parola speranza per dei ragazzi ha sempre un sapore che non mi piace: sa di fallimento.

Le speranze vanno riservate a chi si è giocato tutte le possibilità e non ha altro a cui affidarsi.

Parlare di speranze per i giovani è una mezza sconfitta. Bisognerebbe invece affezionarsi alla parola responsabilità. Responsabilità del cambiamento, del lottare per cambiare le cose.

Il mio augurio è di non tirarsi indietro mai dalle responsabilità, di aprire la mente, il cuore e di essere preparati, di essere pronti a fare fatica.

I ragazzi hanno bisogno di possibilità e di futuro. Hanno la vita davanti prima  di doversi accontentare di restare aggrappati a una speranza.

Donatella Parisi