A piccoli passi

jrsI campi profughi sono una realtà molto lontana dal nostro immaginario. Il JRS da molti anni accompagna i rifugiati anche in questi luoghi dove più che vivere si aspetta di vivere e dove troppo spesso la protezione è un concetto astratto, specialmente per chi ne avrebbe più bisogno. 

Il campo profughi Kakuma (Kenya) è stato creato nel 1992 per i rifugiati in fuga dalla guerra civile in Sudan. Oggi ospita più di 80.000 profughi di cui almeno  39.000 sono somali. Il JRS lavora nel campo dal 1994. Ecco una testimonianza di Alex Kiptanui del JRS Kenya.

Con l’aumentare della popolazione nei campi, è aumentata di molto la necessità di protezione per le persone più vulnerabili, in particolare per i bambini. Sempre più bambine devono essere protette da matrimoni forzati e rapimenti, il che implica maggiori risorse per il loro mantenimento una volta che le si allontana dai familiari che non si oppongono a tali pratiche. Nella sostanza, alla maggior parte di queste bambine è limitato, se non del tutto negato, l’accesso all’istruzione.

In una situazione del genere, è facile rimanere schiacciati dall’enormità del problema; eppure stiamo assistendo a un sorta di silenziosa rivoluzione. Le donne trovano protezione nei Safe Haven (centri antiviolenza) del JRS e alcune ONG, tra cui il JRS, organizzano corsi per aiutare le donne a trovare un lavoro e concedono piccoli prestiti perché possano avviare una qualche attività commerciale. Potrebbero sembrare gocce in un oceano, eppure non sono poche le donne che hanno trovato un’alternativa per se stesse e per i loro bambini e oggi vedono profilarsi un futuro migliore.

Per quanto riguarda la violenza sessuale e di genere (SGBV), i casi si ripetono quotidianamente e ogni anno se ne contano a centinaia. La situazione si è fatta così grave che nel 2012 sono aumentati in misura esponenziale i nuclei familiari monoparentali nel Save Haven del JRS:  ben 105 accolti, tra donne e bambini sopravvissuti alle violenze.

Il Safe Haven è una struttura altamente protetta cui vengono ammessi i sopravvissuti a violenze sessuali o di genere e le persone a rischio, per curare e guarire da traumi subiti. Durante il periodo di accoglienza si cercano soluzioni per impedire che le ospiti siano nuovamente esposte agli stessi rischi dopo le dimissioni. Nel 2012 il JRS ha assegnato borse di studio a 73 bambine e ragazze a rischio di SGBV perché potessero frequentare scuole keniane che garantissero loro un’istruzione lontano dal clima di crescente violenza del campo.

“Mio zio voleva darmi in moglie a un vecchio ricchissimo… il JRS mi ha concesso una borsa di studio, assicurandomi protezione, cibo e vestiario. Ora so quali sono i miei diritti e non permetterò a nessuno di portarmi via quello che mi appartiene. Ho frequentato diversi corsi professionali e so che ora troverò lavoro nel paese in cui verrò reinsediata”, ha detto Elizabeth*, beneficiaria di servizi di protezione, corsi professionali e borse di studio del JRS riservati alle bambine e ragazze vulnerabili ospitate nel campo di Kakuma.

Ci sono donne che riescono a ripagare gli aiuti ricevuti, aiutando in seguito altre donne in difficoltà.

Sposando un uomo appartenente a un altro gruppo etnico, Agnes* si era messa in contrasto con i propri familiari, che hanno cercato di ucciderlo. Agnes ha denunciato il fatto alla polizia. In seguito il JRS si è fatto carico della sua istruzione e formazione professionale, assumendola più avanti come consulente di comunità.

“È stato un grande aiuto nel mio processo di autoconsapevolezza, affinché potessi sviluppare sani meccanismi che mi aiutassero a farcela,” racconta oggi. “Oggi sono in gradi di aiutare altre persone che hanno le mie stesse difficoltà”.

Nel campo sono ospitate molte donne prive di un’educazione di base, che non sanno né leggere né scrivere nelle lingue in uso in Kenya. Ciò non solo impedisce loro qualsiasi autonomia nella vita di ogni giorno ma, come ha imparato a sue spese Jane*, può avere anche altre conseguenze.

Dopo essere stata picchiata per l’ennesima volta dal marito, che ha cercato anche di sottrarle i figli, la donna ha provato a denunciarlo. Non conoscendo l’inglese né il kiswahili, al posto di polizia si è trovata in grosse difficoltà; difficoltà che si sono riproposte lungo tutto il dibattito in tribunale. Ma non si è data per vinta, riuscendo dove troppe altre donne si sarebbero lasciate scoraggiare.

In seguito Jane ha trovato protezione al Safe Haven del JRS, dove si è iscritta a corsi di alfabetizzazione per adulti e sartoria. Ora è in grado di comunicare efficacemente sia in kiswahili che in inglese. La sua causa è stata riportata in giudizio, ed essendo ormai in grado di esprimersi senza difficoltà, la donna è riuscita a ottenere la custodia dei figli.

“Non è stato facile imparare, ma ce l’ho fatta”, ha detto Jane con un sorriso di soddisfazione.

Non basta. Questi piccoli passi per mettere al riparo le donne del campo di Kakuma, esposte troppo spesso al rischio di SGVB mentre svolgono le più comuni attività di vita quotidiana come raccogliere legna per il fuoco, recarsi ai centri di distribuzione alimentare, agli ambulatori, a scuola, non sono sufficienti.

Bisogna fare di più per vincere sulle complesse questioni culturali, economiche e politiche. Se da un lato le leggi internazionali e regionali affermano diritti e protezione dei rifugiati, dall’altro nella realtà si è ben lontani dall’attuazione di questi principi. Le pratiche di una cultura patriarcale hanno impedito ogni parvenza di parità tra i generi e in particolar modo di riconoscere alle donne di Kakuma qualsiasi potere; la situazione è particolarmente grave all’interno di campi profughi isolati, dove il rispetto della legge è lungi dall’essere assicurato.

Assicurare il rispetto della legalità compete allo stato keniano e alla comunità internazionale: fino ad oggi, però, è mancata la volontà politica. Ed è soltanto attraverso questa volontà politica e a consistenti investimenti che riconoscano la priorità del benessere dei rifugiati che si può fare dei progressi sulla strada di una reale riduzione delle violenze sessuali e di genere.

*I nomi sono stati cambiati per tutelare la sicurezza degli interessati

Per informazioni sugli altri progetti del JRS nel mondo, visita il sito.

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.

Scappare dall’orrore non basta

Giancarlo, psichiatra, parla di trauma post migratorio. Per Fabiana, operatrice legale, si tratta di vulnerabilità sopraggiunta. Comunque lo si chiami è un dolore subdolo, inaspettato e per questo violento e troppo spesso ingestibile.

È il male che colpisce richiedenti asilo e rifugiati nel loro iter per il riconoscimento dello status. La superficialità, l’ignoranza, l’ignavia di un sistema che non riconosce la dignità delle persone, ma calpesta diritti e speranze senza neanche immaginarne le conseguenze.

Kamara (nome di fantasia) arriva in Italia dalla Sierra Leone il 5 ottobre 2008.

Si rivolge al Centro Astalli per avviare la sua richiesta d’asilo. L’esame in commissione avviene un anno dopo aver presentato la domanda. Il 27 ottobre del 2009 gli viene notificato un diniego.

Tramite un avvocato presenta ricorso in tribunale. Il 5 marzo 2012, dopo oltre tre anni dall’arrivo, viene a sapere con una sentenza che il giudice rigetta l’istanza. Non ha più diritto a rimanere in Italia.

Negli ultimi 4 anni della sua vita, Kamara ha provato ad andare avanti indipendentemente dai tempi della burocrazia italiana, ha trovato un lavoro, una casa, si è rimesso in piedi e ha ricominciato a vivere. Dopo tutto ciò, qualche settimana fa, per la seconda volta nella sua vita, gli viene comunicato che avrebbe dovuto lasciare tutto e ritornare da dove era scappato tanto tempo prima.

Kamara decide che tutto ciò non fa più per lui: prova a togliersi la vita.

 Adama (nome di fantasia) è un ragazzo di 20 anni,  scappato dalla Costa d’Avorio. Trema e piange: non fa altro da quando si trova in Italia. Presenta domanda d’asilo e racconta di una madre abusata davanti ai suoi occhi da un gruppo di militari.

È costretto a raccontare l’orrore in questura, lo deve ripetere all’operatore legale da cui è seguito, lo avrebbe dovuto ridire in commissione lo scorso 5 aprile, ma non ce l’ha fatta. L’idea di dover rivivere nuovamente quel maledetto orrore, l’ha quasi ucciso. Un crollo nervoso lo costringe al ricovero in ospedale, dove continua a tremare. Immaginare un futuro per questo ragazzo è difficile. L’unica cosa che l’Italia per il momento è riuscita a fare è fissare una nuova data: il 16 maggio verrà nuovamente chiamato a parlare di quel dolore troppo grande… Tutto il resto non conta e non serve.

Paul dalla Costa d’Avorio, racconta di Malta: “Ho diviso per alcuni giorni la stanza nel centro di detenzione con un ragazzo che accusava dolori fortissimi alla testa. Tutti i giorni andavo dalle guardie a dire che il mio compagno aveva dolori al capo. Nessuno ha fatto niente. Nessuno è venuto a vedere le sue condizioni, non ha avuto modo di parlare con un medico né con chiunque altro. C’ero solo io a far fronte alla sua disperazione. Dopo tre giorni il mio compagno è morto.

Per le diciotto notti successive il suo volto mi è apparso davanti chiedendomi aiuto. Per me è stata una vera tortura, la peggiore che abbia mai subito, talmente atroce che le persecuzioni nel mio paese sono passate in secondo piano”.

 Il dolore dei rifugiati non è solo quello che li costringe a scappare. Esiste un dolore subdolo che fiacca lentamente, che logora giorno dopo giorno. Attese, rinvii, mancanza di ascolto, solitudine e disprezzo di una dignità già troppo calpestata. Troppo spesso c’è solo questo ad aspettarli nel Paese in cui chiedono asilo.

Donatella Parisi