Per fare la pace ci vuole coraggio

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L’8 giugno, domenica di Pentecoste, ha visto levarsi alto, da più parti, l’appello per la pace, in particolare in Medio Oriente. Nei Giardini Vaticani, Papa Francesco ha accolto il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo per un intenso momento di preghiera e di condivisione.

“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”, ha detto il Papa. “Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

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Molto coraggio e molta speranza sostengono le attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Siria (JRS Siria), a cui quella stessa sera veniva assegnato il premio per la Pace di Pax Christi International 2014, “per la sua opera nel fornire aiuto urgente ai siriani dall’inizio della guerra nel 2011”.

“Le religioni non dovrebbero essere qualcosa che divide le società, ma qualcosa che ci unisca quando lavoriamo insieme per la pace, per l’amore, per tutti”, ha detto padre Mourad Abou Seif sj, che insieme a padre Ziad Hilal sj ha ritirato il premio a nome dell’organizzazione. “Questa è l’importanza del premio di Pax Christi: dire alle persone che c’è una possibilità e che stiamo costruendo qualcosa di nuovo.”

I team del JRS in Siria sono formati da 600 persone, dai17 ai 70 anni, provenienti da una varietà di origini etniche, religiose e socioeconomiche: grazie al loro impegno comune, nel 2013 è stato possibile assistere 300.000 siriani colpiti dalla guerra. Una componente centrale del lavoro del JRS in Siria e nell’intera regione è la promozione della cooperazione interreligiosa e del dialogo, per resistere alla logica della violenza e del settarismo.

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Un concerto di solidarietà per la Siria è stato organizzato sempre la sera dell’8 giugno a Milano dalla rivista Popoli. In occasione dell’evento, la comunità del Monastero di Deir Mar Musa ha inviato una lettera, una straordinaria testimonianza su ciò che significa vivere consacrati al dialogo interreligioso, anche in tempo di guerra.

“Continuiamo la nostra vita di preghiera, fiduciosi nel Signore che non ci lascia mai”, scrivono i membri della comunità. “Il nostro sforzo è stato riversato sugli aiuti umanitari. Il nostro secondo monastero, Deir Mar Elian ha ricevuto quasi 5.000 profughi per diversi mesi. È stato un rifugio per tante famiglie musulmane dei villaggi vicini. La comunità ha sostenuto queste famiglie distribuendo aiuti alimentari e medicinali e vivendo come una grande famiglia. Siamo riusciti a fare questo grazie al sostegno di tanti benefattori e al Jesuit Refugee Service. C’erano quasi 110 bambini, per i quali abbiamo organizzato giornate di attività di gioco con i giovani volontari della parrocchia. Abbiamo insistito anche per mandarli a scuola e provvedere ai loro bisogni… Il contatto con persone che sono in maggioranza musulmane è un’occasione concreta per vivere fino in fondo la nostra consacrazione al dialogo interreligioso. Viviamo questa nostra vocazione in una forma di dialogo non teologico ma vitale e concreto”.

E concludono: “Lavoriamo e preghiamo per il futuro della Siria e per il futuro del mondo senza mai perdere la speranza”. Questo è lo sforzo a cui tutti siamo chiamati.

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri

Europe Act Now: una campagna per accogliere i rifugiati dalla Siria

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L’ECRE – Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli, con il supporto dell’Unhcr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha lanciato la campagna ‘Europe Act Now’, un modo per dare voce ai rifugiati siriani. Alla campagna hanno aderito oltre 100 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, tra cui il Centro Astalli e diversi altri uffici del JRS.

Attraverso ‘Europe Act Now’ viene chiesto ai leader e alle istituzioni europee di prendere delle decisioni di forte responsabilità rispetto alla tragedia umanitaria dei profughi siriani.

Il conflitto in Siria dal suo inizio nel marzo 2011 ha causato oltre 130mila morti e un numero di profughi superiore ai 2,4 milioni che si stima possano diventare quasi 4 milioni entro la fine del 2014. Questa enorme crisi umanitaria ha finora toccato solo marginalmente l’Europa, che ha accolto solo 81mila rifugiati, ovvero il 3% delle persone bisognose di protezione.

Con la campagna ‘Europe Act Now’ si sollecitano i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa; fermare i respingimenti; proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee; ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

Lo scorso 6 marzo il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera d’appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno e alla ministra per gli Affari Esteri per chiedere con urgenza che vengano aperti canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria.

La campagna ‘Europe Act now’ chiede a tutti i cittadini di partecipare e di mobilitarsi a favore delle vittime del conflitto siriano. Si può aderire sul sito www.helpsyriasrefugees.eu firmando la petizione online e contribuendo a dare voce ai rifugiati attraverso Twitter e Facebook, nelle modalità illustrate sul sito. Invitiamo quindi tutti voi a firmare la petizione e a dare la massima diffusione alla campagna.

La campagna ‘Europe Act Now’ durerà per 4 mesi e terminerà in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, il 20 giugno 2014.

Papa Francesco al Centro Astalli

La seconda tappa di un viaggio iniziato a Lampedusa Papa Francesco l’ha fatta al Centro Astalli.

Tanti i significati che si possono leggere in questa visita. Per chi l’ha vissuta in prima persona sopra ogni cosa c’è la forza dell’incontro.

Papa Francesco ha incontrato i rifugiati, li ha abbracciati, ascoltati, ha pregato con loro.

Ha ridato a uomini e donne provati nel corpo e nello spirito la dignità perduta. Li ha messi al centro del mondo. Per un pomeriggio la mensa dei rifugiati, un posto semplice, povero per i poveri, è diventato un luogo a cui tutti guardavano, in cui tutti volevano essere.

Grazie Francesco per esserci stato, per aver risposto ad un invito, per aver telefonato:“Sono papa Francesco, saluta i rifugiati da parte mia, presto verrò”. Una promessa mantenuta, una felicità condivisa tra operatori, volontari, rifugiati.

Ci hai mostrato ancora una volta quanto ci sia di straordinario nella semplicità dei gesti: stringere una mano, abbracciare, bere un mate seduto in cerchio con i rifugiati. Ascoltare, parlare, accogliere il dolore facendosene carico, centinaia di lettere raccolte, con disponibilità e generosità. Ti sei dato senza barriere a chi dalla vita ha avuto solo il peggio.

Ci hai colpito con la potenza delle tue parole, perché semplicità non vuol dire debolezza. Hai parlato di accoglienza, di dignità, hai invocato giustizia e solidarietà. Hai riempito di significato ogni parola pronunciata. Nella Chiesa del Gesù, davanti a 350 rifugiati e 300 volontari hai omaggiato la tomba di Padre Pedro Arrupe, che volle istituire con tutte le sue forze il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Hai pronunciato parole importanti, pietre, per le coscienze di ciascuno. La tua voce è giunta forte a tutto il mondo.

Un discorso intenso, in cui hai voluto riprendere e spiegare la missione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati “accompagnare, servire, difendere”. Le hai pronunciate quelle tre parole, le hai spiegate, le hai rese attuali e vive con la forza e la concretezza che  caratterizza il tuo modo di parlare.

Hai concluso con un monito alla Chiesa, alla tua Chiesa: “Apriamo le nostre porte ai rifugiati. Fuggiamo la mondanità e la ricchezza, accogliamo la carne di Cristo che sono i rifugiati”.

Grazie Papa Francesco. Ancora una volta. La tua presenza è stata una festa, un dono che ci spinge a metterci a servizio dei rifugiati ogni giorno con maggiore impegno e dedizione.

P. Giovanni La Manna sj

Vite in transito

Il Marocco e l’Algeria, e la loro vasta distesa di deserto, sono una terra di nessuno per i rifugiati e i migranti che aspirano a una vita di libertà e sicurezza in Europa. Dopo un viaggio lungo e pericoloso nel Sahara, è solo arrivando nel Nord Africa che capiscono che la promessa di una protezione in Europa è illusoria quanto un miraggio nel deserto.

Prendete la storia di Fabrice, che viene dal Camerun. Nel 2004, lui e i suoi compagni si sono persi nella parte meridionale del deserto algerino, dopo essere stati abbandonati dai trafficanti che avevano pagato perché li portassero fino al Mediterraneo. I poliziotti algerini li hanno trovati, ma invece di aiutarli hanno messo sabbia nella poca acqua che ancora avevano e li hanno abbandonati. Fabrice ha camminato per giorni. Altri sono crollati e non si sono più rialzati. Lui ha perso coscienza ma è stato miracolosamente trovato da un nomade del deserto che l’ha portato a un campo in Niger.

“Così tante persone muoiono nel deserto”, dice Fabrice. “Non potete neanche cominciare a immaginare. Muoiono e i loro corpi vengono coperti dalla sabbia, e il mondo si dimentica che siano mai esistiti.”

La storia di Fabrice è documentata, insieme a molte altre, in un rapporto pubblicato dal JRS Europa nel dicembre 2012 dal titolo Lives in Transition (Vite in transito). Il rapporto è basato su interviste a rifugiati e migranti che sono bloccati in una situazione di perenne transito in Marocco e Algeria.
Sebbene entrambe le nazioni abbiano ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, nessuna delle due ha una sua legge sull’asilo. In Marocco, l’Ufficio per i rifugiati e gli apolidi non funziona dal 2004, e l’UNHCR è lasciata sola a determinare lo status di rifugiato e a difendere i diritti di base.

Tuttavia lo status di rifugiato dato dall’UNHCR non sempre viene riconosciuto. Il JRS Europa ha documentato casi in cui la polizia marocchina ha arrestato persone con lo status di rifugiato e le ha portate alla frontiera col deserto algerino. L’UNHCR cerca di intervenire, ma spesso non può fare niente perché le retate sono fatte durante la notte.

I migranti e i rifugiati sono trattati come cittadini di serie B. Michelle ha raccontato al ricercatore del JRS Europa che quando chiede l’elemosina per strada i marocchini spesso la insultano e le dicono di andare a lavorare. “Ma quando cerco un lavoro mi chiedono se ho i documenti in regola, e quando dico di no mi rispondono che non c’è lavoro. Alle volte la polizia marocchina mi ferma e devo usare tutti i soldi che ho per togliermi dai guai ed evitare di essere rispedita a Oujda [sulla frontiera con l’Algeria].”

In Algeria si riesce a trovare lavoro nel mercato nero, dove lo sfruttamento è la regola. Ismail, un migrante dalla Costa d’Avorio, conosce molto bene i rischi di questi lavori. “Alcune volte delle persone sono arrestate perché non avevano documenti validi o perché lavoravano irregolarmente. Ma secondo loro come dovremmo sopravvivere?”

Molti migranti si riducono a occupare abusivamente edifici abbandonati perché non possono permettersi di pagare un affitto. Il nostro ricercatore ha incontrato Matias, un giovane di 32 anni della Guinea, e Jean, un giovane di 22 anni del Camerun, in un edificio non terminato a Boush Bouk, un quartiere di Algeri. La loro stanza era priva di porta e fungeva da camera da letto, da sala, da cucina e da bagno. Era una delle stanze migliori della zona: almeno aveva tutti e quattro i muri.

Nel 2012 l’Unione europea ha vinto il premio Nobel per la pace. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha affermato che il premio “permetterà all’Europa di contribuire a modellare un mondo migliore in linea con i valori della libertà, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto”. In Nord Africa questa affermazione cade nella più allarmante delle contraddizioni. Dal 2010, diversi drammatici cambiamenti hanno allargato il divario tra le ambizioni dell’UE e le sue azioni. I 20.000 migranti arrivati in Italia in seguito alla rivoluzione tunisina sono stati una patata bollente che nessun governo dell’UE ha voluto toccare. E mentre le nazioni europee si sono mosse velocemente per la guerra al dittatore libico Gheddafi, esse sono poi state capaci di reinsediare solo alcune centinaia di rifugiati rispetto alle centinaia di migliaia ricevute dall’Egitto, dal Ciad e perfino dalla Tunisia.

In Siria, l’attuale risposta dell’UE è ugualmente rivelatrice. Sebbene abbiano lodevolmente donato più di 400 milioni di euro in aiuti umanitari, le nazioni dell’UE si tirano indietro di fronte alla prospettiva di reinsediare dei rifugiati nei loro territori. Così, mentre le nazioni che confinano con la Siria hanno ricevuto più di un milione di rifugiati, solamente 20.000 richiedenti asilo siriani hanno raggiunto l’Europa.

Gli eventi tumultuosi nelle aree vicine hanno portato l’UE a intensificare i controlli lungo le sue frontiere meridionali, rendendo quasi impossibile per i migranti e i richiedenti asilo il raggiungere l’Europa senza rischiare il viaggio via mare. L’UNHCR ha identificato il 2011 come “l’anno più letale” per i migranti nel Mediterraneo, un anno in cui quasi 2.000 persone – quelle di cui si ha notizia certa – sono morte.

Eventi di questo tipo non sono nuovi. Un accordo bilaterale del 1992 tra Spagna e Marocco ha chiuso brutalmente la frontiera fra i due paesi. Da allora, qualsiasi migrante che provi a raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla è immediatamente riportato indietro in Marocco. In un incidente nel 2005 le guardie marocchine hanno aperto il fuoco su centinaia di migranti che tentavano di scalare la recinzione verso Melilla.

Nel 2006 Fabrice ha provato a raggiungere Ceuta dal Marocco, nuotando per due chilometri e cercando allo stesso tempo di aiutare una donna incinta lungo il tragitto. Ma la donna è svenuta. Mentre Fabrice lottava disperatamente per salvarla, la Guardia Civil spagnola li ha individuati e issati a bordo della nave. “Invece di portarci in salvo, ci hanno riportati vicino alla riva marocchina e ci hanno ributtati in mare”, ricorda Fabrice. La donna è sopravvissuta, ma ha perso il bambino, grazie alle guardie di frontiera che lavorano per una nazione europea, parte della stessa UE che ha vinto il premio Nobel per la pace.

Attraverso il rapporto, il JRS Europa invita l’UE a essere all’altezza degli ideali per cui è stata premiata. L’UE e i suoi stati membri devono mettere in pratica dei meccanismi che permettano di identificare i migranti bisognosi di protezione e di assicurare che questa protezione venga fornita. Qualsiasi accordo bilaterale tra uno stato dell’UE e un paese terzo deve contenere una clausola sui diritti umani che protegga i diritti fondamentali di tutti i migranti, inclusi i diritti economici, sociali e culturali. E i migranti non devono essere portati con la forza verso nazioni che non siano in grado di proteggere i loro diritti.

Il primo e principale invito che il JRS Europa rivolge ai governi di Marocco e Algeria è di implementare una propria legge nazionale sull’asilo. Le persone riconosciute come rifugiate non devono essere deportate. Entrambi i governi dovrebbero inoltre permettere alle ONG di fornire liberamente aiuto a chi ne ha bisogno.

Molti migranti alla fine si rassegnano a vivere in uno stato di perenne transito per anni. Ma alcuni cercheranno comunque di raggiungere l’Europa, quali che siano i rischi, sperando di avere maggior fortuna. Un uomo ha detto al JRS Europa: “Dio è con me e mi proteggerà”. La sua fede incrollabile di fronte alla miseria è commovente. Speriamo che l’UE faccia la sua parte.

Philip Amaral, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Europa

Potete scaricare il rapporto del JRS Europa, Lives in Transition, qui.

 

Mali: un Paese allo stremo

La crisi in Mali dura da almeno un anno: il 22 marzo 2012 un gruppo di militari ha rovesciato la repubblica con un colpo di Stato. A quel punto i tuareg, che da decenni periodicamente rivendicano la propria autonomia, alleandosi con alcune fazioni fondamentaliste hanno proclamato l’indipendenza della zona settentrionale del Paese, l’Azawad. Molti dei tuareg coinvolti nella rivolta erano stati mercenari nella Libia di Gheddafi, tornati in patria armati e ben addestrati dopo la guerra dello scorso anno. Dal mese di dicembre è in corso una missione ONU per ripristinare l’unità del Paese e lo scorso gennaio la Francia, con il sostegno logistico di alcuni Stati europei, tra cui l’Italia, è intervenuta militarmente a sostegno del presidente maliano ad interim nominato dalla giunta militare, ristabilendo il controllo nelle principali città dell’Azawad.

La situazione è in continua evoluzione. Il controllo del governo centrale nel nord è limitato ai centri urbani, che sono ancora teatro di attentati suicidi e di azioni di guerriglia. Anche in questo caso, nell’attuale crisi politico-militare si intrecciano interessi nazionali e internazionali, legati al contenimento del fondamentalismo islamico, ma anche e soprattutto allo sfruttamento delle risorse  della regione.

Abbiamo intervistato Andrea Lari, che ha recentemente effettuato un’indagine sul campo per conto dell’ONG internazionale Refugees International.

Che obiettivi aveva la vostra missione?

Valutare le conseguenze umanitarie della crisi sulla popolazione civile, specialmente attraverso interviste a migranti forzati. Nel nord il dilagare di gravi violazioni dei diritti umani (omicidi, esecuzioni, mutilazioni, stupri e altre gravi violenze contro le donne, reclutamento di bambini soldato) ha costretto alla fuga circa 430 mila persone, di cui oltre 260mila sono sfollate all’interno del Paese. In concomitanza con l’acuirsi del conflitto, l’intera regione del Sahel ha dovuto fare i conti con una grave siccità.

La fornitura degli aiuti umanitari internazionali si è concentrata sulle regioni del Nord, con gravi problemi di accesso al territorio e di controllo della distribuzione. Ma la maggior parte degli sfollati si trova nel sud del Paese, dove si potrebbe intervenire con maggiore efficacia. I loro bisogni sono stati sottovalutati perché molti sono ospiti della propria famiglia allargata. Ma con il protrarsi della crisi, la situazione sta diventando insostenibile: ogni nucleo familiare, già numeroso, ospita una media di 12-14 parenti sfollati. In pratica, ogni capofamiglia deve mantenere 20 o più persone.

Quali sono i problemi più gravi?

Gli sfollati non riescono a trovare un lavoro nel sud e le risorse delle famiglie si stanno esaurendo. Molti devono cercare alloggi alternativi, separando le famiglie: il rischio di violenze per donne e bambini è aumentato drammaticamente. L’assistenza sanitaria è in parte a pagamento e molti non possono più permettersela. Le scuole, già sovraffollate, non possono accogliere gli studenti sfollati.

Che prospettiva vedi?

Il primo passo per il Mali sono le prossime elezioni. Ma tutto il Sahel è un’area complessa, non facile da pacificare, soggetta a crisi climatiche ricorrenti. Le bande armate che sfidano i governi centrali e spesso ostentano posizioni fondamentaliste hanno accesso a risorse economiche ingenti, che derivano da traffico di droga, di armi e di esseri umani. In pratica le vittime delle loro violenze, costrette alla fuga, concorrono in parte ad accrescerne il potere.

Chiara Peri

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.

A 20 anni dalla prima immigrazione albanese in Italia

“È difficile respingerli, questi qui hanno facce come le nostre…” L’improvvisa, o quasi, invasione di massa degli albanesi in quel 1991 aveva messo in crisi anche il giornalista conservatore col quale stavo parlando. Era un suo modo, certamente singolare, per dire: stavolta non mi posso proprio opporre. Era la testimonianza vivente della nostra inadeguatezza culturale (anzitutto) di fronte all’immigrazione. Del resto, bastava aver frequentato, ad esempio, Bari e il suo porto, la sua grande area commerciale, anche anni prima, in piena dittatura comunista, per vederla, nei giorni di mercato, occupata da donne e uomini arrivati dall’altra sponda, le donne coi costumi tradizionali. Bastava per capire quanto fosse vicina quell’ “altra sponda” adriatica. Un braccio di mare.

Da allora l’immigrazione è stata costante. Ampliata nei numeri da giornali e soprattutto dalla tv quella via mare dall’Africa, che, certo, continua a proporci autentiche tragedie. Mentre si notavano di meno i ben più consistenti arrivi via terra, da est. In questi vent’anni l’inadeguatezza culturale di cui parlavo all’inizio è emersa, crudamente. Ci siamo negati alcuni dati evidenti da tempo: il fatto, per esempio, che gli italiani rifiutassero (ma avveniva già negli anni ’80) i lavori più faticosi e usuranti, dalla fonderia all’edilizia, all’assistenza domiciliare a tutta la manovalanza e che la presenza sempre più fitta di immigrati, uomini e donne, fosse non solo necessaria ma di grande utilità per la nostra economia. Se lo sono negati in alcune regioni soprattutto. Meno in altre. Non per essere “patriottico”, ma episodi di razzismo in Emilia-Romagna, dove pure la quota di immigrati sui residenti, è spesso la più alta d’Italia, non se ne sono registrati nella misura del Veneto o della Lombardia. Del resto era successo qualcosa di analogo con l’ondata migratoria (non ancora metabolizzata, diciamolo) da Sud a Nord.

Ne parlavo poco tempo fa col sindaco del mio paese, Predappio, dove gli immigrati regolarizzati rappresentano ormai l’11 per cento della popolazione, cioè oltre 700 su circa 6.500. Lì, è vero, c’è una economia abbastanza equilibrata fra agricoltura specializzata (vite soprattutto), industria e servizi. “I senegalesi in particolare hanno trovato posto in campagna. Una metà degli immigrati è costituita da badanti che, per i nostri vecchi, sono una benedizione”, sottolineava con schiettezza Giorgio Frassineti, geologo, insegnante.

Non che manchino i problemi e però c’è una attitudine a capire, a cercare e a trovare la strada per una integrazione o per una coabitazione civile. Certo, ha ragione Giuseppe De Rita quando osserva che i problemi dell’immigrazione sono meglio gestibili nella rete delle cento città e cittadine del Centro-Nord, dove il welfare comunale ancora funziona, nonostante la crisi, e che gli stessi invece divengono drammatici nelle grandi aree metropolitane del Paese. Là dove il disagio sociale colpisce tutti, figuriamoci gli ultimi.

Credo, da giornalista, che il contributo più utile che possiamo dare sia quello di raccontare questa autentica rivoluzione antropologica in tutta la sua complessità, comprese però le tante realtà positive, di integrazione, di dialogo, di buon vicinato. E far sapere ai nostri ragazzi che cento, centocinquant’anni fa siamo stati noi italiani i migranti che oggi sono africani, asiatici, sudamericani o europei dell’Est, e lo siamo stati ancora negli anni ’40 e ’50, anche da clandestini. Ce lo ricordano alcuni film del neorealismo, “Il cammino della speranza” di Germi sull’emigrazione in Francia. Quando eravamo “macaronì”.

  Vittorio Emiliani

Morti in viaggio verso l’Europa e accoglienza dei rifugiati: le urgenze per il 2013

“Il 2012 è stato un anno molto difficile per i rifugiati: sono state migliaia le vittime incolpevoli dei viaggi in mare verso l’Europa. Ingiustificabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta emergenza Nord Africa che sta per concludersi senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate dalla Libia in guerra, come denunciato di recente dal Tavolo Asilo in un comunicato sottoscritto anche dal Centro Astalli. Per di più è ancora gravemente insufficiente e dispersivo il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree metropolitane”.

Questo il bilancio di Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) alla fine di un anno in cui i richiedenti asilo e rifugiati “hanno visto i loro diritti e la loro dignità minati da leggi lacunose, da una burocrazia inefficiente e da una società ancora troppo disattenta nel denunciare il degrado e l’esclusione sociale che spesso colpisce chi giunge in Italia in fuga da guerre e persecuzioni”.

In occasione dalla giornata mondiale del Rifugiato 2012, lo scorso 20 giugno, il Centro Astalli con una campagna dal titolo “In città, invisibili” denunciava l’insufficienza e la frammentarietà dei sistemi di accoglienza che, privi di regia unitaria e di standard uniformi, mostrano le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano.
Dalla ricerca “Mediazioni Metropolitane”, realizzata la Caritas di Roma, emergeva che circa 1500 richiedenti e titolari di protezione internazionale nella capitale vivono in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il territorio, in condizioni di grave precarietà e insicurezza (come del resto denunciato la scorsa settimana dal New York Times e dall’inglese Herald Tribune in merito alla situazione degli 800 rifugiati che occupano un edificio abbandonato nella periferia romana).

“Uno dei problemi principali che ci siamo trovati quotidianamente ad affrontare al Centro Astalli – sottolinea P. La Manna – è che i rifugiati, anche quando sono titolari di protezione internazionale, hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti sociali concreti. Anche ai più vulnerabili, come le vittime di tortura, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale.

La speranza per il 2013 – conclude P. La Manna – è che il diritto d’asilo trovi finalmente spazio in ragionamenti di respiro, fuori da logiche emergenziali.
Si mettano in atto misure coraggiose per risolvere l’eccessiva pericolosità dei viaggi con cui i rifugiati cercano di raggiungere l’Europa.

Si inizi al più presto un ripensamento delle misure di accoglienza a livello nazionale che dia luogo a un sistema unico, capace di collegare le reti esistenti, affinché tutti i migranti forzati trovino in Italia una risposta tempestiva e qualitativamente soddisfacente ai loro bisogni più immediati.
C’è molto da fare, le sfide non mancano, affrontarle è responsabilità di ciascuno.
Che sia un buon anno per tutti… nessuno escluso!”

Io sostengo da vicino: campagna di raccolta fondi in favore dei rifugiati in Italia

IO SOSTENGO DA VICINO è la campagna di raccolta fondi che il Centro Astalli lancia oggi sul sito www.centroastalli.it. L’idea di fondo è di  sostenere un rifugiato che vive in Italia nelle sue primissime necessità: un pasto caldo, un aiuto per le spese mediche, assistenza alle vittime di tortura.

Il Centro Astalli da oltre 30 anni si fa carico di assistere migliaia di giovani uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni che giungono in Italia in cerca di protezione. Lo fa accogliendo i rifugiati e cercando di accompagnarli all’autonomia nel minor tempo possibile.

Un semplice paio di occhiali può fare la differenza nell’apprendimento della lingua italiana o nel successo di un percorso formativo.
Un tutore per un polso o per una caviglia mal messa può essere risolutivo nella riabilitazione di una vittima di tortura.
La patente di guida è un importante requisito nella ricerca del lavoro. Molti rifugiati per anni non riescono ad avere disponibilità economica e il sostegno adeguato alla preparazione dell’esame in Italia.
Piccoli esempi che ogni giorno al Centro Astalli rappresentano grandi ostacoli.

“È nostro dovere sostenere e accompagnare i rifugiati per dare loro una possibilità di riscatto. Quell’umanità povera e perseguitata che ci commuove nei servizi televisivi girati in Paesi e continenti lontani, oggi è qui, vicino a noi. Basta davvero poco per sostenere da vicino le vittime incolpevoli di guerre e dittature”.
Così P. Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) spiega il senso della campagna di raccolta fondi “Io sostengo da vicino”.

Per diventare sostenitore da vicino basta visitare il sito www.centroastalli.it e scegliere che tipo di aiuto offrire:

Per le donazioni:

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      Conto corrente n. 98333, intestato a Associazione Centro Astalli
      IBAN IT 56 N 05428 03200 000000098333.
    • Conto corrente postale, n. 49870009, intestato a: Associazione Centro Astalli – via degli Astalli 14/A – 00186 Roma

Nella causale va indicata la dicitura “Io sostengo da vicino” e la destinazione della propria offerta.

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