Il peggio è passato. E’ aldilà del mare

Era l’alba e si intravedeva una striscia marrone, qualcuno urlava “terra terra”, io cominciai a piangere senza sosta, le lacrime scendevano e io non potevo fare nulla per fermarle. Avrei partorito in Europa, il futuro della creatura che portavo dentro sarebbe stato diverso dal mio. Sarebbe nata nel continente della pace e della ricchezza. Ne era valsa la pena.

Approdammo su un’isola, Lampedusa, che solo dopo sapemmo essere italiana. Ci soccorsero immediatamente. Mi presero in due, mi aiutarono a scendere dalla barca, mi buttarono un telo sulle spalle e urlavano qualcosa che non capivo a qualcuno. Subito dopo si avvicinò un medico e mi portarono in un edificio dove mi fecero sdraiare e mi visitarono.

Mi diedero da mangiare, da bere e poi caddi in un sonno profondissimo.

Non ricordo quanto dormii, mi ricordo solo che al risveglio mio marito era lì accanto a me. Fu molto rassicurante e mi ripeteva in un orecchio ce l’abbiamo fatta. Siamo vivi e al sicuro.

Da questo punto in poi inizia un’altra lunga storia. Si può dire che la storia della nostra famiglia al completo è tutta italiana.

Maria, la nostra prima figlia, è nata a Crotone, nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Ero convinta che avrebbe avuto i documenti italiani, invece mi fu spiegato che non basta nascere in Italia per diventare italiani.

La cittadinanza, mi è stato spiegato, è un iter lungo e complicato e non dipende certamente solo dal fatto che sei nata in Italia e che crescerai in questo paese.

Ci riconobbero rifugiati e ben presto, con la bimba di neanche un mese, ci fecero lasciare il Centro. Dalla Calabria ci mandarono ad Ancona, fummo inseriti in un progetto dello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Avevamo un alloggio e mio marito trovò lavoro come falegname. Stavamo bene, eravamo contenti. Rimanemmo lì tre anni e in quel periodo nacque la mia seconda figlia Laura.

Nel 2009 però la crisi economica ci colpì molto duramente, mi marito perse il lavoro e non potevamo continuare a pagare l’affitto nella casa in cui ci eravamo sistemati. Eravamo preoccupati, le bimbe erano troppo piccole, non sapevamo davvero come fare.

Degli amici connazionali ci suggerirono di andare a Roma, dove tutto, secondo loro, sarebbe stato più facile.

Purtroppo non fu affatto semplice, anzi all’inizio fu un vero incubo, dormimmo per otto notti con le bambine nei giardini antistanti la basilica di San Giovanni in Laterano. Nessuno si avvicinò per chiederci se avevamo bisogno di aiuto. Era tutto così spaventosamente caotico.

Mio marito per quanto possibile cercava di darsi fare. Decise che era una buona idea parlare con dei connazionali che potessero darci delle indicazioni su come muoversi in città.

E così la sera stessa andammo a mangiare alla mensa del Centro Astalli. Ci venne spiegato come presentare domanda in un centro d’accoglienza a Roma e così facemmo. Due giorni dopo ci trovammo in una grande struttura  dove oggi ancora viviamo.

Ci sono tanti bambini e le nostre figlie hanno fatto subito amicizia.

Ora vanno all’asilo e parlano perfettamente l’italiano. Sono italiane a tutti gli effetti anche se la legge non le riconosce tali.

Non importa se per la cittadinanza ci vorrà del tempo. Maria e Laura sono italiane a partire dai loro nomi fino ad arrivare al loro futuro che sarà qui, lontano dalla guerra e dalle violenze.

Nonostante tutto, io e mio marito ora siamo sereni: la sera dopo una giornata passata a cercare lavoro, ci guardiamo e sorridendo ci ripetiamo: il peggio è passato. È aldilà del mare.

(tratto da Terre senza promesse, a cura del Centro Astalli, Avagliano 2011)