Ponti da costruire. La scuola di italiano del Centro Astalli

La scuola di italiano del Centro Astalli ha come obbiettivo fondamentale la ricostruzione della dignità della persona, la possibilità di un reinserimento sociale, la valorizzazione delle capacità personali, attraverso l’apprendimento della lingua italiana.

La scuola ha una struttura, delle aule, una segreteria, dei programmi didattici, ma ciò che in realtà definisce la scuola è la relazione che si instaura tra gli studenti, provenienti soprattutto dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa e i numerosi docenti volontari. Cogliere il senso dell’importanza della lingua italiana attraverso la relazione di fratellanza diviene la base per poter edificare una scuola di frontiera, che si propone di abbracciare la fatica e il limite di costruire ponti tra mondi distanti e vite infrante.

L’insegnamento diviene così apertura all’altro, all’interno di un cammino che conduce a partecipare al graduale e faticoso apprendimento di una lingua tanto bella quanto complessa: tornano in mente i volti dei tanti ragazzi che nel giro di qualche mese sono riusciti a formulare brevi frasi con i verbi e le preposizioni al posto giusto! E poi il poter finalmente esprimere le proprie gioie per piccole conquiste, le preoccupazioni per una vita intrisa di precarietà, le infinite arrabbiature per le estenuanti trafile burocratiche.

Le lezioni, tutta la settimana, sono organizzate in modo da essere il meno possibile riconducibili a ciò che per noi è stata la scuola istituzionale: c’è un primo tempo di accoglienza, momenti di lezione frontale, di partecipazione attiva, intervallate da qualche spuntino, e poi l’appello, che conferisce serietà alla scuola e permette, a coloro che partecipano a tutte le lezioni, di avere la tessera mensile dei trasporti.

Quando il gruppo classe comincia ad essere consolidato, si organizzano escursioni per la città di Roma: memorabile quella presso il Comune, dove i ragazzi – i più audaci – si sono impossessati della poltrona del sindaco, così come è stato emozionante, durante una partita di calcetto, vedere giocare anche alcune ragazze, munite di velo, ma dal tocco di palla tutt’altro che inesperto. E poi i volti sorridenti, che forse per un attimo hanno dimenticato la pesantezza di una vita che non ha fatto sconti. Altre attività didattiche sono il cineforum, e il laboratorio teatrale, in cui si tenta di far prender coscienza delle potenzialità dell’espressione corporea.

Un’ultima attività nata sempre all’interno dell’ambito scolastico è stato un laboratorio di musica, dove i diversi mondi e culture musicali si possono incontrare e armonizzare insieme.

Claudio Zonta sj

La scuola “liquida” dei rifugiati

Il Centro Astalli, in collaborazione con i padri salesiani ha bussato alle porte di tre scuole statali di Roma, la scuola Alfieri, Palombini e Boccioni e  chiesto di ammettere 14 ragazzi rifugiati a sostenere, come privatisti, l’esame di terza media. È stato un progetto ambizioso, non solo per gli aspetti burocratici, ma soprattutto per la preparazione degli studenti, che dovevano riprendere lo studio della lingua italiana, matematica, storia, geografia, tecnica, inglese, spagnolo o francese.

Il nostro percorso è cominciato a dicembre presso alcune sale dai salesiani, nelle vicinanze della centralissima stazione Termini e presso l’Istituto Massimo, scuola dei gesuiti, che ci hanno messo a disposizione aule e strumentazione per le lezioni pomeridiane di italiano. I volontari, che hanno creduto a questo progetto, sono riusciti a garantire la flessibilità necessaria, con non pochi sacrifici.

La sfida più impegnativa era forse proprio creare una scuola “liquida”, che venisse incontro alle esigenze dei nostri studenti, che per lo stile di vita e i vari lavori saltuari che fanno non potevano assicurare una presenza costante, tutti alla medesima ora.

Una volta individuati alcuni ragazzi che avevano il desiderio di ricominciare a studiare, siamo partiti anche noi (per utilizzare un verbo ricorrente nei racconti dei rifugiati), ognuno con il proprio bagaglio di esperienza, cercando di trasmettere non solo contenuti, ma anche l’importanza di una formazione, in un tentativo se non di integrazione almeno di avvicinamento al contesto scuola.

Il tempo era molto limitato, i programmi complessi. E se non fossero riusciti a superare le prove? Come dare giustificazione ad un altro fallimento? Domande legittime, che hanno fatto fatica a trovare chiarezza.

I ragazzi, provenienti dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Somalia, dall’Afghanistan, dopo un primo momento di rodaggio (non è facile ritornare sui banchi di scuola) si sono dimostrati molto attenti e puntuali alle lezioni e si sono tuffati a capofitto nell’impresa. Qualcuno aveva già affrontato studi simili nel suo Paese di origine, altri hanno dovuto cominciare dalle basi. I volontari hanno saputo con professionalità e affetto accompagnarli e si sa, con l’amore, si riesce ad insegnare anche l’italiano e la matematica…

Nei giorni degli esami l’emozione era palpabile: strano vedere come ragazzi che hanno attraversato deserti e mari, vivendo tra la vita e la morte, di fronte all’esame tornino un po’ bambini, con gli occhi che tradiscono timore e paura.

I nostri studenti hanno sostenuto le prove scritte e l’orale, e tutti sono riusciti a passare l’esame e i docenti delle scuole si sono complimentati con loro per questo passo, per la responsabilità e la serietà che hanno dimostrato.

In un momento in cui la scuola è spesso criticata e svalutata, abbiamo provato a realizzare un nuovo tipo di insegnamento, che non è in alternativa a quella già esistente ma si accompagna ad esso: una scuola su misura, che cerca, oltre alla trasmissione di contenuti, da una parte di valorizzare l’esperienza umana dei rifugiati e dall’altra di creare connessioni con altri contesti, per suscitare domande e interrogativi sulla nostra vita in relazione ai ragazzi rifugiati, che spesso incontriamo nelle nostre città.

Claudio Zonta sj