MIGRANTI: COMUNITÀ APERTE SUL MONDO

In una recente intervista al Diario di Papa Francesco, (TV2000, 20 maggio 2020) alla domanda «Tutti noi speriamo in un vaccino, che si trovino presto delle cure per questo virus. Oltre a questo desiderio comune, che cosa si può e si deve sperare?» P. Arturo Sosa, Generale della Compagnia di Gesù, ha risposto che mentre la speranza nel vaccino è tornare alla situazione prima della pandemia, la sua speranza è che questa pandemia ci porti la profondità per capire la nostra responsabilità come umanità. Questa crisi sia un’opportunità per renderci conto che siamo ancora in tempo per prenderci cura della nostra casa comune cambiando stile di vita. Non può bastarci semplicemente proteggerci da un virus con un vaccino, dobbiamo cambiare vita. La speranza da coltivare è che si arrivi a modificare le strutture sociali che oggi creano ingiustizie e diseguaglianze. Sosa conclude dicendo di sperare in un cambiamento del cuore delle persone che porti a una maggiore cura del bene comune. Il virus ci ha mostrato che i confini non esistono, ma nonostante ciò, questa evidenza può trasformarsi in un boomerang: sull’onda della profonda crisi economica che stiamo vivendo corriamo il rischio di tornare ad alimentare, con rinnovato vigore, la lotta contro i migranti: ancora una volta agente esterno su cui scaricare colpe e responsabilità. È purtroppo molto serio il pericolo che i migranti divengano capro espiatorio di democrazie che piuttosto che costruire comunità solidali e partecipate siano sem-pre più sulla difensiva. Ma una democrazia difensiva non può creare una comunità responsabilizzante. Così come nella medicina difensiva il medico per paura di es-sere denunciato si difende dai pazienti e non crea quell’alleanza terapeutica vitale per la cura, così in una democrazia difensiva i rappresentanti politici, per paura di perdere il voto dei cittadini che chiedono di difendere il proprio personale benessere, si riducono a paladini di una somma di individualità in un Paese piccolo come i propri confini o peggio come i propri interessi particolari. Celebrare la Giornata del Rifugiato 2020 oggi significa assumersi personalmente la responsabilità della salute del mondo intero, di un villaggio globale dove tutti siamo cittadini con gli stessi diritti.

Camillo Ripamonti sj

Una sfida di libertà. La giornata del rifugiato a 2500 metri di quota

Il 16 giugno, di buon mattino, una lunga fila multicolore si inerpica sulla strada che conduce al rifugio Damiano Chiesa. Siamo in Trentino, sul Monte Altissimo, una delle cime della catena del Monte Baldo che separa la Vallata dell’Adige dal Lago di Garda.

La meta: un rifugio, un luogo dove chi ti chi accoglie non ti chiede da dove vieni, ma solo dove sei diretto e te lo chiede per poterti portare soccorso se il tuo cammino dovesse richiederlo.

Celebrare lassù la Giornata Mondiale del Rifugiato potrebbe sembrare una provocazione o un gioco di parole ma nella realtà i significati sono molti e profondi.

La montagna è come una sfida. Di fronte a una cima puoi scegliere di rimanere a Valle, dove l’ombra ti dà frescura e ti tiene al sicuro dai pericoli e a riparo dal vento. Oppure puoi decidere di affrontare la salita, il rischio, il vento e la fatica e arrivare in vetta dove lo sguardo si perde lontano, nell’infinito e non hai più confini né barriere.

Se rimani a Valle, ti dovrai accontentare di ascoltare chi te lo racconta, ma lo farà con la sua mente e con il suo cuore, ma così la tua mente e il tuo cuore non sono saranno mai del tutto liberi.

Lo hanno raccontato Mara e Marco, nel loro spettacolo “Il muro” che ha concluso la giornata: per passare il muro, quello reale e quello che ci viene costruito intorno da chi alimenta le paure, in fondo serve la voglia di crederci e il coraggio di affrontare la salita riempiendo di senso e libertà il proprio tratto di strada.

Ogni alpinista sa anche che per affrontare una vetta serve una buona cordata, fatta di alpinisti che condividono la meta e la voglia di raggiungerla: oggi, in una società sempre più chiusa dove accoglienza e integrazione sono sfide sempre più dura abbiamo bisogno di costruire cordate con tutte quelle persone e tutti quei mondi che condividono i nostri valori.

Anche in Trentino, laddove le comunità si ritrovano “nude” di fronte a una società che sta destrutturando le architetture comunitarie fondate sulla solidarietà e sul rispetto della dignità di ogni essere umano, abbiamo bisogno di costruire solide cordate di enti e persone che hanno voglia di combattere questa battaglia insieme a noi.

Per questo abbiamo scelto di collaborare con la SAT (Società Alpinisti Trentini) che incarna il valore degli uomini di montagna e con la Fondazione Museo Storico, che ci hanno consentito, lassù fra le trincee del Monte Altissimo, di comprendere che i rifugiati del 900, i nostri rifugiati della Grande Guerra, hanno vissuto le medesime sfide dei rifugiati di oggi.

La nostra sfida è camminare in cordata con chi come noi ha voglia di scalare questa montagna.

Stefano Graiff

Presidente Centro Astalli Trento