“Morire di speranza” in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa

 

 Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, piazza Santa Maria in Trastevere e questa splendida Basilica erano gremite di gente in festa, per salutare e ricevere il caloroso abbraccio di Papa Francesco, in visita alla Comunità di Sant’Egidio. Erano presenti esponenti di diverse confessioni religiose, persone provenienti da tutti i continenti e tutto il popolo di Sant’Egidio: immigrati, anziani, disabili (rom, ex detenuti, i senza fissa dimora). Portiamo nel cuore il momento di preghiera, le Parole del Santo Padre e le toccanti testimonianze di Rom, di profughi e di rifugiati.

Questa sera, in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa, vorrei iniziare dando voce a una breve testimonianza di una piccola rifugiata. Sono le parole di Jamila, una bambina siriana di 10 anni:

La spiaggia è affollata.

Non vedo che schiene e gambe di adulti.

I grandi sono accalcati e impauriti.

Mamma mi stringe forte a sé assieme a mia sorella.

Ho paura.

Saliamo a bordo e la barca parte.

Inizia con questo sentimento di paura la via crucis di tanti bambini, di donne e uomini innocenti, a bordo di carrette del mare. In preghiera, gli uni accanto agli altri, rispondiamo al caloroso invito della Comunità di Sant’Egidio che anche quest’anno, insieme con le ACLI, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes e il Jesuit Refugee Service, ci ospita in questa Basilica per fare memoria di fratelli e sorelle travolti dalle onde del mare.

Il “Mare Mediterraneo”, che letteralmente significa “centro del mondo”, che da sempre rappresenta un crocevia di popoli e di culture, si è trasformato in questi ultimi anni in una drammatica rotta verso l’Europa, in una mappa segnata negli abissi da croci invisibili di innocenti, che hanno perso la vita su quelle “barche che invece di essere una via di speranza sono una via di morte”.

Stasera, ricorderemo per nome chi aveva il diritto di trovare un futuro migliore, ed invece è stato condannato dall’indifferenza umana a perdere la propria vita in mare.  Con le parole di Papa Francesco a Lampedusa “chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi” e rende le persone “insensibili alle grida degli altri”. Sono drammi che potevano essere evitati. Si tratta di tragedie annunciate da ormai troppo tempo e difficili da affrontare nella loro complessità; ma la speranza di una vita decorosa e di un futuro di libertà per sé e per la propria famiglia merita soluzioni che impegnino l’Europa a difendere i diritti umani e la dignità dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Ancor prima di rischiare la vita alla mercé di scafisti senza scrupoli, il viaggio della speranza inizia via terra per coloro che fuggono da situazioni di guerre, di persecuzioni, di torture e di estrema povertà. Sono rifugiati e richiedenti asilo somali, eritrei, sudanesi, afgani, siriani di tutte le età, con un bagaglio enorme di sofferenza. Camminano per settimane anche attraverso il deserto e affrontano tanti pericoli di morte, per raggiungere imbarcazioni di fortuna sulle coste africane. Sono dolorose le immagini di barconi  in avaria, sovraffollati di uomini e donne, con tanti bambini. I più piccoli sono bimbi di pochi mesi, o di pochi anni, i più grandi sono adolescenti. Piccole testoline, una accanto all’altra, impaurite, stremate, che sempre più numerose fuggono dalla guerra in Siria. Arrivano disidratati, stanchi e con i vestiti bagnati. Un’odissea per i più piccoli che non finirà una volta portati in salvo nei nostri porti, dalla Marina militare. Anche per loro, il futuro rimane incerto. L’Italia, infatti, rappresenta solo una tappa e questi bambini, spesso non accompagnati, rischiano di cadere vittime nelle reti della criminalità organizzata mentre si fanno strada verso i Paesi del Nord per ricongiungersi con parenti o conoscenti.

Preghiamo insieme il Signore, misericordioso e pieno di amore perché nessuno rimanga indifferente all’accoglienza di questi fratelli e sorelle, alla custodia della loro dignità e del loro diritto alla protezione internazionale.

Obbedienti alla volontà del Padre, sorge, pertanto, spontaneo chiederci: siamo capaci di custodirci gli uni con gli altri? Siamo capaci di amare e di ospitare lo straniero, nella pratica della fede così come Dio lo ospita nel mondo e lo salva nella sua misericordia?

Misericordioso è colui che apre il cuore e permette all’altro di rigenerarsi, di sentirsi a casa sua, di prendere fiato e di fare l’esperienza che c’è qualcuno che condivide con lui la propria storia. L’ospitalità non è un dovere ma un diritto degli altri verso ognuno di noi, è un evento della grazia del Signore. Dio ci onora di visitarci e di farsi accogliere inviando presso di noi una sua immagine, quella del migrante e del rifugiato.

Fedeli alla Parola del Signore siamo chiamati ad accogliere questi fratelli e sorelle con il saluto del Risorto: “Pace a voi!” (Luca 24, 37).

Fratelli e sorelle, diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità dei Paesi del Mediterraneo, perché questo mare Nostrum diventi un simbolo di pace, un luogo di alleanza tra gli uomini contro ogni diffidenza ed estraneità. Dove possiamo udire l’eco di espressioni di saluto, di incontro e di pace come: Shālôm, salâm alaykum (la pace sia su di voi). Pax vobiscum, la pace sia con voi!

 

Discorso pronunciato dal Cardinal Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in occasione della preghiera ecumenica “Morire di speranza” che si tenuta a Roma nella Basilica di S. Maria in Trastevere lo scorso 22 giugno 2014

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I calzini non cambiano mai – racconto vincitore de “La scrittura non va in esilio”

Ecco! finalmente un brav’uomo che si decide a comprare un paio dei miei calzini. Si, avete capito bene…calzini. Vi sembrerà strano che dopo tutte le innovazioni tecnologiche, l’invenzione di robot e di macchine super accessoriate, i calzini siano rimasti sempre quelli! Ma è proprio così! Anche oggi, nel 2113, capita di togliersi la scarpa e di ritrovarsi un fastidioso buco sul calzino!

Dai racconti di Aweis mi accorgo che sono una delle pochissime cose che non sono cambiate… oh, scusate, non vi ho detto chi è Aweis: lui è il mio migliore amico, il più simpatico di quelli conosciuti da quando sono in Somalia; un ragazzino di tredici anni mio coetaneo, dallo sguardo saggio e profondo.

Aweis mi racconta sempre molte cose che dice di leggere sugli e-book a scuola e, a volte, mi mostra anche alcuni di quei meravigliosi arnesi pieni di figure e scritte a me incomprensibili. Infatti io non sono mai andato a scuola perché nel mio paese erano a pagamento e la mia famiglia non aveva abbastanza denaro. Qui, in Somalia, ho appena cominciato a lavorare come venditore ambulante e fra qualche tempo potrò perfino iniziare a studiare! Così la smetterò di restare delle ore a guardare i ragazzi che escono felici da quell’imponente edificio e a immaginare chissà quante cose meravigliose avranno imparato!

Aweis dice che quando andrò a scuola potrò anche studiare la storia del mio paese e capire finalmente bene perché io mi trovi qui, senza avere più notizie di mio padre. Mio padre… Mi è difficile parlarne ora che non è più con noi. È partito lontano sì, è vero, per una buona causa ma tuttavia costretto dal governo del mio paese, altrimenti non avrebbe mai lasciato da soli, me e la mamma. È stato mandato su Marte insieme a tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni per una “missione umanitaria”, così dicono: raccogliere l’acqua fossile presente sul quel pianeta e riportarla nelle nostre case, dove le scorte sono sempre più scarse.

Come mi racconta sempre Aweis, un tempo il mio paese e tutti quelli confinanti erano molto ricchi; possedevano tutto ma non si accontentavano e cercavano di avere sempre di più. Non gli importava affatto che anche la terra avesse un limite ma continuavano a sfruttarne le risorse incondizionatamente, fino a quando esse sono andate sempre più esaurendosi. A quel punto, i pochi beni rimasti hanno raggiunto prezzi a dir poco inimmaginabili, con la conseguenza che solo i milionari potevano continuare a vivere in un paese dove anche respirare aveva un costo. Hanno cominciato così a mandare gli uomini nello spazio in cerca di risorse. E mio padre, prima di partire, ha deciso con mia madre che dovevamo cercare un posto migliore per vivere. Deciso…dovrei dire piuttosto che non c’era altra scelta! Io amo il mio paese, la pizza, il gelato, il mare, ma erano tutte cose delle quali potevo godere solo nel ricordo perché ormai erano diventate troppo costose.

La nostra nuova meta sarebbe stata la Somalia, un piccolo paese del Corno d’Africa che, dopo l’avvento di una reale democrazia, è ora diventato uno dei paesi più ricchi ed economicamente sviluppati.

Aweis mi racconta sempre che da loro la vita appena cento anni fa era -salvo i calzini- l’opposto di quella attuale. Erano infatti i Somali che, vessati da un governo che li privava delle libertà fondamentali e sfruttati dalle multinazionali straniere per la ricchezza del loro paese, erano costretti a fuggire nella mia e in altre terre alla ricerca di un futuro che veniva loro negato.

Ricordo ancora quel giorno quando, mentre giocavamo nella buia soffitta della casa di Aweis con il suo nuovo robot -dovreste vederlo, è davvero magnifico!- abbiamo trovato un taccuino polveroso  che doveva essere davvero vecchio perché ancora cartaceo. Sfogliando le prime pagine e chiedendo alcune informazioni ad amici e parenti abbiamo scoperto che il proprietario di quell’oggetto obsoleto era stato il bisnonno di Aweis, “un brav’uomo” come definito dai vaghi e sfocati ricordi della gente, approdato da ragazzo in Europa all’incirca cento anni fa.

Su quel vecchio taccuino egli aveva raccontato il suo lungo viaggio, appuntando i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Presi dalla curiosità avevamo cominciato a leggere quelle pagine ingiallite…o, meglio, Aweis leggeva ed io ascoltavo. Mano a mano che andavamo avanti ci eravamo resi conto che, altro che “brav’uomo”, quello era davvero un eroe! Cercando di raggiungere l’Europa aveva trascorso dieci anni della sua vita affrontando i pericoli del mare,la spietatezza dei trafficanti, il dolore e la sofferenza nelle carceri libiche, non riesco neanche a raccontarvi quello che Aweis leggeva, la fuga attraverso il deserto, la morte per gli stenti dei suoi compagni di viaggio. E poi, andando sempre più a ritroso nella sua storia, la fuga dal suo paese perchè perseguitato dalle forze di governo, l’abbandono forzato dei suoi familiari… Che cose terribili avrà provato quel ragazzo sulla sua pelle! La sua storia non si fermava a quei dieci anni di sofferenza ma continuava con la sua vita nel paese di nuova destinazione, perché anche lì non era riuscito subito a trovare pace. Ancora cinque anni di solitudine, di abbandono, di sopravvivenza con i piccoli gesti di elemosina dei pochi passanti mossi da carità, con il rischio di essere scoperto e di tornare al punto di partenza, fino al colpo di fortuna, che nel taccuino egli definisce miracoloso, quando grazie all’interessamento di alcune persone, era riuscito a trovare una casa, un lavoro, e, a causa della sua storia, protezione.

Ciò che mi aveva colpito e che ancora mi suscita ammirazione è che quel ragazzo di tanti anni fa, nonostante così grandi disavventure e dispiaceri, non avesse mai abbandonato la speranza e che grazie ad essa fosse riuscito a vivere una vita tutto sommato felice.

Ripensando al mio viaggio verso la Somalia, non so molto o, meglio, non ho mai saputo più di tanto, perchè mia madre spesso mi aveva tappato le orecchie e velato gli occhi con la sua calda e profumata sciarpa credo, forse, per evitare ai miei occhi di bambino tanta sofferenza. Ricordo solo la dolce e rassicurante stretta della sua mano, capace di attenuare per un pò il sempre più impellente bisogno di bere.

Aweis dice che anche io, nel mio piccolo, sono stato un eroe come il bisnonno del taccuino, io penso invece che c’è una grande differenza tra noi due. Appena giunto in Somalia io ho ricevuto infatti le necessarie cure sanitarie, sono stato sfamato e dissetato, abito ora in una casa con mia madre; dopo pochi giorni ci è stato assegnato un lavoro e il mio, anche se temporaneo, è ben pagato e divertente; so che il desiderio di andare a scuola sarà tra un po’ realizzabile. Quel ragazzo di un secolo fa, invece, una volta approdato ha dovuto attendere ben cinque anni prima di ricevere accoglienza, solidarietà e protezione; e pensare che era andato cercando tutte queste cose proprio sul suolo del mio paese…

Ma adesso devo interrompere queste mie riflessioni. Devo tornare al mio lavoro, ecco un uomo che si avvicina. -Ehi, amico, vuoi dei nuovi calzini? Corti, lunghi, di lana, di cotone…

-Buoni, questi! A quanto me li dai? –

-3 king, amico. È un affare!

-Stai scherzando?! Questi ne valgono almeno dodici di king. Non vorrai mica morire di fame… ecco, e tieni anche il resto!!-

Ragazzi… ci siete ancora? Vi siete accorti anche voi che le persone qui sono totalmente cambiate? ma non voglio elencarvi tutto ciò che per me non è più come prima.

Una cosa però ci tengo a dirvela: “continuate a godervi pure il calcio fino a quando anche questo piacere non scomparirà e… viva l’Italia!”

Chiara Agostinelli

Io ci sono. Come posso dare una mano?

Nelle parole conclusive del suo discorso al Centro Astalli, Papa Francesco, con semplicità e schiettezza, ha ricordato che accogliere e accompagnare i rifugiati non è un compito da lasciare a pochi specialisti. La fila che si snoda ogni pomeriggio a due passi da piazza Venezia, davanti alla porta verde di via degli Astalli 14a, non dovrebbe lasciare indifferenti. “Queste persone ci ricordano sofferenze e drammi dell’umanità”, ha detto il Papa, “Ma quella fila ci dice anche che fare qualcosa, adesso, tutti, è possibile. Basta bussare alla porta, e provare a dire: Io ci sono. Come posso dare una mano?”.

Non si tratta solo di far fronte a una necessità materiale. La sfida è più ambiziosa. Promuovendo insieme, come collettività, la dignità dei rifugiati riscopriamo il gusto di lottare per il bene comune, restituiamo sostanza alle relazioni tra persone che sono alle basi della nostra democrazia. Senza paura delle differenze, dunque, sono molte le opportunità di “dare una mano”.

Informati e informa. L’Italia è un Paese che non conosce i rifugiati, che non li distingue da tutti gli altri cittadini stranieri. I media non aiutano, facendo continuo riferimento – nonostante qualche progresso compiuto negli ultimi anni –  a emergenze, invasioni, clandestini e criminali. Da molti anni il Centro Astalli promuove nelle scuole dei progetti che danno l’opportunità di capire meglio e di contrastare i pregiudizi incontrando nelle classi rifugiati e persone di religioni diverse: una palestra di dialogo, che aiuta i più giovani a crescere in una prospettiva di apertura e di valorizzazione della diversità. Se sei un insegnante o un genitore, considera di proporre nella tua scuola questa esperienza.

Contribuisci, nel tuo piccolo, a risolvere un problema. Spesso siamo disposti a aiutare a distanza le persone e le famiglie meno fortunate. I rifugiati che vivono in Italia tra mille difficoltà sono i nostri vicini di casa. Anche un contributo economico modesto può rispondere a un bisogno molto concreto di uno di loro: un pasto caldo, un paio di occhiali, un farmaco non passato dal Servizio Sanitario Nazionale. Guarda la pagina della campagna “Io sostengo da vicino” sul sito www.centroastalli.it e troverai molte idee.

Partecipa. Se hai del tempo a disposizione, considera di dedicare del tempo al volontariato. È un modo concreto per aiutare e, soprattutto, un’occasione di incontrare dei rifugiati. Stabilire una relazione con loro è un’opportunità importante, per te e per la tua famiglia.

Chiara Peri

Il gelato

Oggi è sabato, ed è quasi mezzogiorno. Per me questo vuol dire una cosa sola: la chiacchierata madre-figlio.

E’ da tanto che io e la mia mamma ci dedichiamo un’oretta solo per noi un giorno alla settimana, è diventata una specie di usanza; i miei genitori mi hanno sempre insegnato l’importanza che c’è nel dialogo con i figli, quanto mi può servire “aprirmi” con loro.

Con la mamma è più facile che con papà, lui è troppo silenzioso per i miei gusti: lei invece ride sempre e mi dà un sacco di consigli utili, soprattutto espressioni tipiche della sua terra. Beh, della nostra terra. Io, mamma, papà e Sarah, la mia sorellina di quattro anni – io ne ho otto -, siamo tutti nati in Sudan, in Africa. Io – che mi chiamo Emmanuel – e Sarah abbiamo un nome cristiano, perché siamo stati battezzati, mentre mia madre e mio padre mantengono ancora quello del loro villaggio, Nyagai e Biel.

Mi piace molto pensare all’Africa come al luogo delle mie origini, la mia “casa”: non che me la ricordi più di tanto, ma di certo tutto ciò che mi è rimasto del Sudan fa molto “contrasto” con quello che adesso mi trovo davanti qui in Italia, dove mi sento quasi un estraneo. È come se ce l’avessi nel sangue, dato che non sono ricordi veri e propri. Quelli del mio villaggio d’origine sono molto confusi, giusto qualche immagine di capanne, e ancora più sfocati sono quelli che riguardano il viaggio che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fin qui, ma ben impressa mi è rimasta la prima volta che ho visto una città italiana. E’ tutto così grande qui, così immenso.

E io sono così piccolo.

Papà mi sta accompagnando al solito posto dove vedo la mamma ogni sabato; prima lei non può dedicarsi a me, da quando è nata è quasi un’esclusiva di Sarah. La porta a spasso dalla mattina presto e, probabilmente, adesso le sta dando da mangiare in qualche parco, o almeno così mi sono sempre immaginato io. Mia mamma è sempre molto vaga quando parla di dove sta. Se tutto va bene, Sarah avrà finito il suo pranzo e starà per addormentarsi per il riposino, e questo vuol dire che finalmente mia madre mi riserverà tutte le sue attenzioni e si concentrerà su di me.

Io e papà, appena arrivati, ci sediamo ed aspettiamo, come al solito. Non so cosa ci sia di tanto bello in questo posto, ma mio padre lo preferisce a tutti gli altri, sostiene che qui siano più gentili. Io sinceramente non ho mai capito cosa ci trovi di “gentile” nel proprietario, un tipo arcigno che non si muove praticamente mai dalla cassa e ci fissa, convinto che noi non ce ne accorgiamo. Magari papà dice così perché ha trovato pure di peggio, non saprei.

Oh, eccola, la mamma è arrivata. E’ proprio bellissima. Le donne qui sono diverse, la maggior parte sono alte, magre e con degli strani colori nei capelli, prima fra tutte la mia maestra. Io non ci credo che è nata con quel brutto color paglia, non è possibile!
La mia mamma, invece, con quelle guance piene e il sorriso allegro, resta sempre la più bella, dolce e spensierata. Soprattutto quando canta io non credo ci sia niente di meglio.

« Emmanuel! » mi saluta appena mi vede, sorridendo « Tutto apposto, piccolo? ».
Parliamo sempre ed esclusivamente in sudanese, io e lei. A imparare l’italiano proprio non ci riesce.

Ha in braccio Sarah, che dormicchia.

« Ciao Sarah! » trillo io per attirare la sua attenzione, ma lei nemmeno si gira. Vorrei stare anche io abbracciato alla mamma così, la sua pelle profuma di zucchero.

Mamma scoppia a ridere.

« Sarah è stanca » mi spiega « Oggi abbiamo camminato tanto. Com’è bello quel… zelano ».

« Gelato, mamma! » la correggo io, sventolandolo. Me l’ha comprato papà mentre venivamo qui: è enorme, tutto al cioccolato. Lo prendo quasi tutti i sabati, eppure mamma ancora si ostina a non capirne il nome. Mi  dice sempre che è normale che io impari la lingua più in fretta, perché sono piccolo; lei invece, che è più grande, ha la testa già riempita da quella sudanese.

« Torno fra un po’ » ci interrompe mio padre « Ciao, Nyagai ».

Come mio padre guarda mia madre non ho mai visto nessun uomo guardare una donna. È uno sguardo tenero, apprensivo.
Mia madre lo saluta con un sorriso e gli manda un bacio, lui si allontana; so benissimo che non andrà più in là dell’uscita del negozio, ma ha capito che io ho bisogno d’intimità per la chiacchierata madre-figlio, e così ci lascia in pace. Lo apprezzo molto.

« Allora, cosa mi racconta il mio ometto della sua settimana? » mi sprona mia madre mentre culla Sarah.

« Ti ho già detto di aver preso ottimo in italiano, vero? » le chiedo, entusiasta.

Lei è raggiante. Lo è sempre quando parlo di scuola, perché lei non l’ha fatta.

« Bravissimo » mi dice con gli occhi che le brillano.

« La maestra mi ha messo anche una faccina sorridente sul quaderno » gongolo « Però poi ho litigato con Federico » mi rabbuio qualche secondo dopo.

Mia madre mi guarda spaesata, e continua a sorridere.

« Non è buona una faccina sul quaderno? ».

« Lo è » mi affretto a rispondere, per non deluderla – ho sempre avuto questo timore – « Ma Federico ha cominciato a prendermi in giro, dicendo che la maestra è più buona con me soltanto perché so l’italiano da poco ».

« Tu sai l’italiano benissimo, ometto. M’insegnerai, vero? ».

« Sì, mamma » le prometto, gonfio d’orgoglio.

« Ma perché il tuo amichetto ti dice che non sai l’italiano? Avete iniziato la scuola tutti e due a sei anni ».
Mi sento arrossire.

« Federico non è un mio amichetto, mamma » borbotto « Non è la prima volta che mi prende in giro. Dice che non so l’italiano perché non sono nato qui come lui ».

Quando devo dire queste cose mi sento terribilmente in imbarazzo.
Un po’ perché Federico ha ragione, alla fine. Io non sono come gli altri.
Ciò non vuol dire che può trattarmi male, però.

« Chi è quello che ha preso ottimo in italiano, tu o Federico? » mi stuzzica mia madre per farmi sorridere. Ci riesce, ma c’è sempre lo stesso pensiero che mi martella in testa dall’altro giorno.

« Mamma » mormoro abbassando gli occhi e sentendo le mie guance infiammarsi – odio questa sensazione! – « E se Federico avesse ragione? E se la maestra mi stesse solo favorendo perché non sono come gli altri? ».

Mamma mi fissa per qualche istante, tranquilla.

« La maestra ti favorisce, sì » ammette « Ma lo sai perché? ».

« Perché non sono…».

« Perché sei più bravo di Federico, ometto! » mi interrompe lei, serena « Semplicemente per questo! Perché ti preoccupi, piccolo mio? Sei nato in un’altra parte del mondo, e allora? Avrai più storie da raccontare, più cose da scoprire! ».

« Sì, ma… » obbietto io.

« Niente ma! » mi frena lei « Sei un bambino come tutti gli altri. Vai a scuola come Federico, mangi il zelato come Federico, giochi come Federico… ».

« Gelato, mamma, gelato! » la correggo io, ridendo.

« Sei un bambino come tutti gli altri, a tutti gli effetti » stabilisce lei con un sorriso.

« Però non ci sono tanti bambini come me ».

« Tutti i bambini sono uguali, tesoro ».

« Dillo a Federico! » strillo io, poi abbasso la voce, in imbarazzo, e deglutisco.

« Domani c’è una partita di calcetto » mormoro « E ho paura che non mi faccia giocare ».

« E perché dovrebbe deciderlo Federico? ».

« Se Federico non mi vuole poi non mi vogliono nemmeno gli altri ».
Mia madre si intenerisce, guardandomi.

« Emmanuel, perché non ti dovrebbero volere? Oh, questo Federico, quanti problemi che si fa! Perché non gli regali un gelato e fate amicizia? ».

« Mamma! Hai detto “gelato” bene! » esulto.

Lei scoppia a ridere.

« Vedi? Imparo anche io! ».

Sto per replicare qualcosa riguardo a Federico che, alla fine, quando non fa l’antipatico è un mio amico, quando un suono acuto, familiare ormai, mi perfora le orecchie.

« È finito! A sabato, ometto! Ciaociao!» mi sussurra mia madre frettolosamente, lanciandomi un bacio.

No, no!

Non voglio, ma la sua immagine comincia a sbiadire. Attacco le mie mani sullo schermo, quasi a sperare di riuscire ad afferrarla.
Il tipo arcigno della cassa si avvicina e, brusco, mi fa:

« Stacca le mani dal computer, ragazzino. Se vuoi un’altra ora la devi pagare ».

Mio padre è appena rientrato.

« No, stia tranquillo, adesso ce ne andiamo ».

Ogni volta che vedo mia madre sparire all’interno di quel computer, in quell’internet point, mi prende lo sconforto.

Vorrei tanto averla qui.

Vorrei tanto che stesse con me, lei, la sua pelle che sa di zucchero e i suoi consigli.
Vorrei tanto che fra noi non ci fosse così tanta distanza, che fra noi non ci fosse un computer.

Perché può un computer, un oggetto, un pezzo di ferro, far da intermediario tra madre e figlio?

(Racconto vincitore della VI edizione del concorso letterario la scrittura non va in esilio.
In attesa di ottobre per i nuovi vincitori!)


Alba Bisante

Liceo Classico Terenzio Mamiani (Roma)

Haydar, un nuovo parigino

WelcomeMershIl progetto Welcome, ideato e coordinato dal JRS France, è una rete di famiglie e di comunità religiose disponibili ad accogliere per un periodo di tempo stabilito – di solito un mese – un richiedente asilo o un rifugiato.
Offrire accoglienza a persone appena arrivate e in attesa di essere inviate a un Centro di Accoglienza governativo e che spesso sono costrette a trascorrere questo periodo di attesa dormendo per strada significa in primo luogo dare loro l’opportunità di tranquillizzarsi e riposarsi dal viaggio e dallo choc dell’arrivo in un contesto sconosciuto.
Sia con la famiglia ospitante che con il tutor del JRS, che continua a seguire la persona in tutto il suo percorso, si stabiliscono relazioni autentiche, che avviano efficacemente al percorso di autonomia dei rifugiati, permettendo loro di prendere confidenza con la cultura francese, sentendosi meno isolati.

Oggi vi proponiamo un’intervista a Haydar, rifugiato afgano, che è stato accolto per cinque mesi dalla rete Welcome a Parigi, prima in una comunità di gesuiti e poi in diverse famiglie parigine.
Come è iniziata la tua vita a Parigi?

Il 24 settembre 2010, dopo un viaggio durato diversi mesi, sono arrivato a Parigi. Non sapendo come fare per presentare domanda d’asilo, ho chiesto informazioni a dei giovani del mio Paese. Come loro, ho trascorso i primi giorni tra le stazioni della metro e un parco. Una mattina – dormivo su una panchina – si è avvicinato un signore anziano. Mi ha fatto qualche domanda e, visto che non parlavo una parola di francese, mi ha proposto di insegnarmelo. Il giorno dopo, è tornato con un quaderno e una matita e abbiamo cominciato, così, nel parco. Imparavo in fretta e gli ho fatto capire che avevo molta voglia di imparare, perché non sarei più potuto tornare nel mio Paese e avrei dovuto vivere in Francia. «Allora devi andare a scuola» – mi ha detto lui. Ho accettato molto volentieri e tre mesi dopo ho iniziato a seguire dei corsi, quasi tutti i giorni.
Come ti sentivi a quel tempo?

In realtà non stavo molto bene, a parte quando ero a lezione, perché là smettevo di pensare alla mia famiglia, sempre in pericolo, e a tutte le sofferenze che avevo vissuto. A scuola mi concentravo sulle parole, ridevo con i professori, il tempo passava in fretta e mi pareva che finalmente nella mia vita stesse ricominciando a succedere qualcosa di positivo. Ma appena uscivo dalla scuola, il dolore e la tristezza ritornavano.
Come sei entrato in contatto con il progetto Welcome del JRS?

A dicembre, cominciava a fare freddo, pioveva, ero malato e la mattina a lezione ero molto stanco. Un professore mi ha detto «ti posso ospitare a casa mia, ma solo per qualche giorno, perché poi viene la mia famiglia a trovarmi». Natale si avvicinava e lui non sapeva più che fare, allora ha chiamato il JRS. Il 24 ci hanno ricevuto e quella sera sono stato accolto da una comunità di gesuiti.
Sei rimasto diversi mesi in questa rete di accoglienza. Che esperienza è stata?

In primo luogo, è molto importante vivere con dei francesi. Ogni sera mi pareva di aver vissuto cose che non capivo in città: tornando a casa, potevo parlarne, chiedere spiegazioni e alla fine capire cosa era davvero successo e perché. Poi mi sentivo atteso. La prima accoglienza è sempre un po’ difficile, perché uno ha l’impressione di disturbare e poi, se uno non sa la lingua, chi ospita deve fare molti sforzi e questo è ancora più imbarazzante. Poi diventa più facile: diciamo spesso che quelli che vanno direttamente dalla strada al centro di accoglienza, senza passare dalle famiglie, non possono capire nulla della Francia. Poi, come dicevo, quando mi trovavo da solo era come se fossi ancora al moi Paese, con tutte le paure e il dolore che riemergevano. Essere in famiglia mi ha aiiutato a concentrarmi su delle persone, delle parole, delle cose, a essere davvero presente. Mi piaceva soprattutto poter aiutare, rendermi utile.
Non è troppo difficile, dopo 5 mesi di accoglienza nella rete Welcome, uscire e ritrovarsi da solo al centro d’accoglienza?

Sì e no. Innanzitutto va detto che è una cosa normale. Poi ormai ero in grado di cavarmela da solo ed ero comunque rimasto in contatto con le famiglie che mi avevano ospitato e con il JRS, quindi non ero più isolato e anzi ero felice di non dipendere più da nessuno!
Cosa pensi della durata dell’accoglienza in ciascuna famiglia? Un mese non è troppo poco?

Per me un mese passava molto in fretta, ma non so se per la famiglia era lo stesso… Certo, è un peccato doversene andare proprio quando si comincia ad abituarsi. Ma ogni persona è diversa: per alcuni abituarsi è un bene, per altri è un male.
Cosa vorresti dire a chi ti legge?

Che la settimana scorsa mi hanno riconosciuto lo status di rifugiato e penso che senza il JRS, la scuola e le famiglie che mi hanno ospitato certamente non sarei qui. Vivere in famiglia, anche se possiamo sembrare timidi o preoccupati, ci fa molto bene, ci restituisce la speranza e l’energia. Grazie!

 

In cerca di valori comuni. Conversazione con Melania Mazzucco

Come si possono aiutare i ragazzi ad accostarsi a tematiche complesse e delicate come la mondialità, l’intercultura, le guerre nel mondo, le migrazioni?

La letteratura apre una straordinaria finestra sul mondo, per chi ha questa sensibilità. Leggere un libro è sempre un esercizio di immedesimazione: chi legge, e ancor più chi scrive, può diventare uomo, donna, bambino, migrante, soldato.
Inoltre i progetti di testimonianza sono un’opportunità preziosa. Penso a chi ha potuto ascoltare i testimoni dei campi di concentramento, una realtà che i ragazzi immaginano lontanissima (se non, addirittura, mai accaduta) e che invece tocca da vicino tutti noi. Incontrare faccia a faccia qualcuno che l’ha vissuta è un’esperienza che non si dimentica più. Oggi c’è l’opportunità, grazie ai progetti del Centro Astalli, di sentire raccontare le migrazioni forzate da chi le ha vissute in prima persona. Penso ai tanti giovanissimi afghani che arrivano in Italia: se un ragazzo ascolta un coetaneo che racconta storie come le loro, l’impatto è fortissimo.

Qual è secondo te la priorità per l’educazione, oggi?

La priorità è certamente l’educazione alla diversità. La conoscenza, prima di tutto, ma anche l’abitudine al confronto. Io da ragazza ho avuto la fortuna di viaggiare e di confrontarmi, anche in maniera accesa, con modi di concepire la vita molto diversi dai miei. Ricordo in particolare un viaggio in Iran e l’incontro con una donna che viveva la sua fede in modo molto rigido, persino aggressivo. È stata per me un’opportunità preziosa per riflettere su quali valori per me fossero veramente non negoziabili.

Ritieni che i giovani fatichino a trovare i loro valori?

Ho la sensazione che manchino, in Italia, i valori comuni, quelli in cui riconoscersi come cittadini. Assistendo alle elezioni americane, restiamo colpiti dal senso di identificazione che un cittadino degli Stati Uniti prova rispetto alla sua nazione, a prescindere dalla propria origine. In Italia, per motivazioni storiche e culturali, non abbiamo mai provato una profonda immedesimazione nei valori nazionali. Credo che oggi sia importante tessere questi valori fondanti, che devono essere ispirati all’apertura e al riconoscimento della pluralità, ma allo stesso tempo devono creare un terreno comune per tutti.

Chiara Peri

Tra i giovani una nuova cultura umanitaria

Intervista a Giovanni Anversa, presidente di giuria del premio letterario La scrittura non va in esilio.

 Un suo commento sul racconto vincitore

Il Gelato, il racconto vincitore di questa edizione del concorso, mi è piaciuto molto perché colpisce la capacità che una giovane studentessa ha di raccontare la realtà dei rifugiati che vivono in Italia.

Affronta il tema della comunicazione tra persone costrette a vivere lontane. Nell’era della tecnologia, per i migranti il telefonino e l’accesso a internet sono strumenti fondamentali del loro comunicare. Il gelato introduce questo elemento di novità.

Ha vinto un racconto che parla di un aspetto della vita quotidiana, senza cadere per una volta nella dimensione tragica della vita dei migranti.

Leggendo i racconti che idea si è fatto delle nuove generazioni ?

Da anni ormai leggo i racconti dei ragazzi e mi sembra di capire che anno dopo anno da parte loro c’è una sensibilità più accentuata, una maturità consapevole, aperta, che non rispecchia la strumentalizzazione che dei temi dell’immigrazione si fa nella società degli adulti.

Ragazzi attenti agli aspetti umanitari, alle condizioni terribili della guerra, delle carestie. Sono loro il segno che sta crescendo in Italia una cultura umanitaria.

D’altra parte vedo però che anche tra i ragazzi c’è il rischio della tendenza allo stereotipo.

Assorbono dai mass media concetti come  barcone,  trafficanti, clandestini, sbarchi e così come li sentono li riportano nei racconti.

Avviene in maniera meccanica, come se nella testa fossero entrati quei concetti che impediscono di capire la complessità del fenomeno.

Cosa si sente di consigliare a un insegnante?

Gli insegnanti dovrebbero avvalersi sempre più delle testimonianze dirette delle persone. Secondo me  è il miglior modo di coinvolgere i ragazzi nelle vicende umane. I giovani abbiano la consapevolezza che le migrazioni sono fatti storici e non solo un fenomeno di oggi e che pertanto non va letto solo con le lenti del contemporaneo.

Bisogna ristudiare la storia e la letteratura con un occhio più attento a questo fenomeno; offrire  chiavi di lettura fortemente incardinate nel percorso di approfondimento didattico. La testimonianza sia un elemento di suggestione da cui far nascere l’approfondimento culturale, non sporadico ma strutturale.

Quali secondo lei le speranze per i nostri giovani?

La parola speranza per dei ragazzi ha sempre un sapore che non mi piace: sa di fallimento.

Le speranze vanno riservate a chi si è giocato tutte le possibilità e non ha altro a cui affidarsi.

Parlare di speranze per i giovani è una mezza sconfitta. Bisognerebbe invece affezionarsi alla parola responsabilità. Responsabilità del cambiamento, del lottare per cambiare le cose.

Il mio augurio è di non tirarsi indietro mai dalle responsabilità, di aprire la mente, il cuore e di essere preparati, di essere pronti a fare fatica.

I ragazzi hanno bisogno di possibilità e di futuro. Hanno la vita davanti prima  di doversi accontentare di restare aggrappati a una speranza.

Donatella Parisi