Per fare la pace ci vuole coraggio

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L’8 giugno, domenica di Pentecoste, ha visto levarsi alto, da più parti, l’appello per la pace, in particolare in Medio Oriente. Nei Giardini Vaticani, Papa Francesco ha accolto il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo per un intenso momento di preghiera e di condivisione.

“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”, ha detto il Papa. “Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

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Molto coraggio e molta speranza sostengono le attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Siria (JRS Siria), a cui quella stessa sera veniva assegnato il premio per la Pace di Pax Christi International 2014, “per la sua opera nel fornire aiuto urgente ai siriani dall’inizio della guerra nel 2011”.

“Le religioni non dovrebbero essere qualcosa che divide le società, ma qualcosa che ci unisca quando lavoriamo insieme per la pace, per l’amore, per tutti”, ha detto padre Mourad Abou Seif sj, che insieme a padre Ziad Hilal sj ha ritirato il premio a nome dell’organizzazione. “Questa è l’importanza del premio di Pax Christi: dire alle persone che c’è una possibilità e che stiamo costruendo qualcosa di nuovo.”

I team del JRS in Siria sono formati da 600 persone, dai17 ai 70 anni, provenienti da una varietà di origini etniche, religiose e socioeconomiche: grazie al loro impegno comune, nel 2013 è stato possibile assistere 300.000 siriani colpiti dalla guerra. Una componente centrale del lavoro del JRS in Siria e nell’intera regione è la promozione della cooperazione interreligiosa e del dialogo, per resistere alla logica della violenza e del settarismo.

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Un concerto di solidarietà per la Siria è stato organizzato sempre la sera dell’8 giugno a Milano dalla rivista Popoli. In occasione dell’evento, la comunità del Monastero di Deir Mar Musa ha inviato una lettera, una straordinaria testimonianza su ciò che significa vivere consacrati al dialogo interreligioso, anche in tempo di guerra.

“Continuiamo la nostra vita di preghiera, fiduciosi nel Signore che non ci lascia mai”, scrivono i membri della comunità. “Il nostro sforzo è stato riversato sugli aiuti umanitari. Il nostro secondo monastero, Deir Mar Elian ha ricevuto quasi 5.000 profughi per diversi mesi. È stato un rifugio per tante famiglie musulmane dei villaggi vicini. La comunità ha sostenuto queste famiglie distribuendo aiuti alimentari e medicinali e vivendo come una grande famiglia. Siamo riusciti a fare questo grazie al sostegno di tanti benefattori e al Jesuit Refugee Service. C’erano quasi 110 bambini, per i quali abbiamo organizzato giornate di attività di gioco con i giovani volontari della parrocchia. Abbiamo insistito anche per mandarli a scuola e provvedere ai loro bisogni… Il contatto con persone che sono in maggioranza musulmane è un’occasione concreta per vivere fino in fondo la nostra consacrazione al dialogo interreligioso. Viviamo questa nostra vocazione in una forma di dialogo non teologico ma vitale e concreto”.

E concludono: “Lavoriamo e preghiamo per il futuro della Siria e per il futuro del mondo senza mai perdere la speranza”. Questo è lo sforzo a cui tutti siamo chiamati.

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri

Europe Act Now: una campagna per accogliere i rifugiati dalla Siria

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L’ECRE – Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli, con il supporto dell’Unhcr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha lanciato la campagna ‘Europe Act Now’, un modo per dare voce ai rifugiati siriani. Alla campagna hanno aderito oltre 100 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, tra cui il Centro Astalli e diversi altri uffici del JRS.

Attraverso ‘Europe Act Now’ viene chiesto ai leader e alle istituzioni europee di prendere delle decisioni di forte responsabilità rispetto alla tragedia umanitaria dei profughi siriani.

Il conflitto in Siria dal suo inizio nel marzo 2011 ha causato oltre 130mila morti e un numero di profughi superiore ai 2,4 milioni che si stima possano diventare quasi 4 milioni entro la fine del 2014. Questa enorme crisi umanitaria ha finora toccato solo marginalmente l’Europa, che ha accolto solo 81mila rifugiati, ovvero il 3% delle persone bisognose di protezione.

Con la campagna ‘Europe Act Now’ si sollecitano i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa; fermare i respingimenti; proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee; ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

Lo scorso 6 marzo il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera d’appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno e alla ministra per gli Affari Esteri per chiedere con urgenza che vengano aperti canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria.

La campagna ‘Europe Act now’ chiede a tutti i cittadini di partecipare e di mobilitarsi a favore delle vittime del conflitto siriano. Si può aderire sul sito www.helpsyriasrefugees.eu firmando la petizione online e contribuendo a dare voce ai rifugiati attraverso Twitter e Facebook, nelle modalità illustrate sul sito. Invitiamo quindi tutti voi a firmare la petizione e a dare la massima diffusione alla campagna.

La campagna ‘Europe Act Now’ durerà per 4 mesi e terminerà in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, il 20 giugno 2014.

Sud Sudan: Ancora un nuovo conflitto

Dopo la soffertissima liberazione dal nord del paese (Repubblica del Sudan), il Sud Sudan,  che ha conquistato l’indipendenza soltanto due anni fa il 9 luglio 2011, dopo decenni di guerra civile, è ancora in guerra, ma questa volta il conflitto è tra gli stessi protagonisti della lotta contro l’egemonia del nord. Il presidente del paese Salva Kiir Mayardit, è apparso alla televisione di Stato nel mese di luglio del 2013, annunciando la rimozione del vicepresidente Riek Machar e dell’intero governo. La decisione di Salva Kiir ha colto di sorpresa molti dei diretti interessati, alcuni dei quali hanno appreso del proprio licenziamento esattamente come il resto della nazione: dagli schermi televisivi. Un colpo inatteso, in una situazione già precaria che da mesi vede il Sud Sudan sull’orlo di un nuovo conflitto armato.

Per capire la gravità della situazione attuale, che ha avuto una svolta pericolosa nel dicembre 2013, quando l’ex vice presidente esonerato Riek Machar ha deciso di scegliere la lotta armata per tornare al potere, bisogna considerare che i due antagonisti rappresentano i gruppi etnici più grandi nel paese, i Dinka dell’attuale presidente Kiir e i Nuer di Machar. Kiir ha esonerato anche Pagan Amum, segretario generale del suo stesso partito l’SPLM. Appena la notizia si è diffusa, tra i cittadini delle due tribù sono cominciate ritorsioni e scontri per le strade. La città di Juba, la capitale del paese, è quasi completamente svuotata, dopo che al primo giorno di scontro sono morte oltre 500 persone.

Lo scontro poi si è concentrato nella zona della città di Bor, abitata da tanti Nuer e Dinka. In questi ultimi giorni i ribelli di Riek Machar hanno concentrato le loro offensive al Nord: nel Walayat e nella città di Bentiu, dove si concentra la maggior parte del petrolio del Sud Sudan. Non è da escludersi il coinvolgimento degli ex padroni del nord, la Repubblica del Sudan in accordo segreto con il gruppo di Riek Machar e altri gruppi ribelli, ambiscono a prendere il controllo sui giacimenti di petrolio. Ciò risulta più chiaro sapendo che subito dopo l’indipendenza i due paesi sono entrati in conflitto proprio a causa di un disaccordo sulle tasse richieste dal Nord Sudan del presidente Omar Al-Bashir per il passaggio del petrolio del Sud Sudan attraverso gli oleodotti del Sudan, necessario perché le uniche raffinerie sono nella città di Portsudan, sul Mar Rosso.

Purtroppo le vittime, come sempre in queste situazioni, sono i civili che ormai sono tornati a vivere da rifugiati o sfollati interni. Un operatore umanitario al campo di Kakuma in Kenya commenta così la situazione: “Solo dopo due anni dall’indipendenza del Sud Sudan mi trovo ancora qui ad assistere donne i bambini. Gli stessi che avevamo fatto ritornare alle loro case nel 2011”. Secondo fonti ufficiali 8.400 persone hanno attraversato il confine del Kenya, 45.200 quello dell’Uganda, 209.000 hanno dovuto tornare a cercare asilo nella terra del ex nemico, il Nord Sudan, 490,600 è il totale degli sfollati interni al paese che hanno bisogno di essere aiutati e protetti. La situazione si aggrava di giorno in giorno e il Sud Sudan è minacciato da una vera e propria catastrofe umanitaria.

 

Abdelazim Adam Koko

Buon compleanno, JRS!

Nel 33° anniversario della fondazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS), di cui il Centro Astalli è la sede italiana, pubblichiamo una lettera di padre Peter Balleis, Direttore Internazionale del JRS.

Luanda, 14 novembre 2013 – Come JRS, crediamo che la nostra presenza tra i rifugiati possa essere un “un efficace segno dell’amore di Dio e di riconciliazione“. In effetti sarebbe praticamente impossibile per il JRS realizzare la propria missione senza focalizzarsi sulla riconciliazione.

Per tutta la sua storia, il JRS ha sempre lavorato per la riconciliazione, solitamente senza chiamarla così. Ci impegniamo in progetti di comunità che comprendono educazione alla pace, dialogo e risoluzione del conflitto. Il sostegno educativo e psicosociale, le nostre aree di particolare impegno, alimentano guarigione e speranza. Il nostro lavoro di advocacy promuove la ricerca della verità e la responsabilità necessarie alla riconciliazione e alla giustizia; le nostre ricerche producono analisi delle cause del conflitto e della migrazione forzata.

Tuttavia, prima di parlare di riconciliazione, è necessario prima parlare delle cause del conflitto, dell’odio, delle divisione e del ciclo della violenza che rendono la riconciliazione – ‘ricreare le giuste relazioni’ – così necessaria.

Prendiamo il caso della Siria. Ciò che è iniziato come una ‘Primavera Araba’ per ottenere una riforma politica, è stato accolto dalla violenza del regime e è progressivamente degenerato in un circolo vizioso di violenza e vendetta, in un conflitto settario a cui nessuno sembra capace di mettere fine. L’ingiustizia porta altra ingiustizia, l’odio porta più odio, le uccisioni altre uccisioni. Come tutte le guerre, appare del tutto insensata.

Ho avuto esattamente la stessa sensazione 15 anni fa, qui a Luanda, Angola, dove mi trovo mentre scrivo queste righe. L’Angola aveva già sofferto quasi 25 anni di guerra e distruzione quando, alla fine del 1998, le fazioni contendenti ingaggiarono un’ulteriore e persino più violenta fase del conflitto. Ancora più persone sono morte, sono dovute fuggire, hanno perso le loro case. Una simile distruzione non ha alcuno scopo, è completamente priva di senso.

Questo è ciò che ha scritto il teologo Dietrich Bonhoeffer da un carcere nazista a Berlino: il male è stupido. La violenza è auto-distruttiva. A un certo punto, diventa insostenibile e si distrugge da sola. A un certo punto il circolo vizioso si spezza. Si ferma perché la gente è stremata. In Angola, la violenza si è fermata quando il leader dei ribelli è morto, nel 2002.

Per interrompere il circolo vizioso dell’odio, della violenza e della morte serve ben più della vittoria di un gruppo sull’altro. Servono pietà, perdono, guarigione e riconciliazione – la grazia di perdonare l’imperdonabile – una pace che il ‘mondo’ non può dare…

Anche se i conflitti finiscono sul campo di battaglia e/o a livello politico, i cuori restano profondamente feriti; i cari che sono caduti sono persi per sempre. La riconciliazione tocca questo livello più profondo. Se il male è stupido allora possiamo dire che la bontà, perdonare l’imperdonabile, è una cosa saggia e prudente, perché spezza il circolo vizioso della violenza.

Gli operatori del JRS in Siria, che fanno parte delle comunità alawita, cristiana e sunnita, rappresentano le molte persone che sono state ferite, che hanno perso moltissimo. Eppure, insieme, si mettono a servizio degli sfollati, dei feriti e delle vittime della guerra. In termini teologici cristiani, si pongono dalla parte del Crocifisso, la vittima innocente che ha pregato “perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Molti di coloro che imbracciano le armi in Siria, in Congo orientale e in altri luoghi non sanno quello che fanno. La cecità della violenza ha oscurato i loro cuori. La grazia del perdono porta una luce nuova. Preghiamo sempre per questa grazia di pace che solo Dio può concedere e lavoriamo affinché possa diventare realtà nella vita dei migranti forzati che serviamo.

Peter Balleis SJ, Direttore Internazionale del JRS

Il gelato

Oggi è sabato, ed è quasi mezzogiorno. Per me questo vuol dire una cosa sola: la chiacchierata madre-figlio.

E’ da tanto che io e la mia mamma ci dedichiamo un’oretta solo per noi un giorno alla settimana, è diventata una specie di usanza; i miei genitori mi hanno sempre insegnato l’importanza che c’è nel dialogo con i figli, quanto mi può servire “aprirmi” con loro.

Con la mamma è più facile che con papà, lui è troppo silenzioso per i miei gusti: lei invece ride sempre e mi dà un sacco di consigli utili, soprattutto espressioni tipiche della sua terra. Beh, della nostra terra. Io, mamma, papà e Sarah, la mia sorellina di quattro anni – io ne ho otto -, siamo tutti nati in Sudan, in Africa. Io – che mi chiamo Emmanuel – e Sarah abbiamo un nome cristiano, perché siamo stati battezzati, mentre mia madre e mio padre mantengono ancora quello del loro villaggio, Nyagai e Biel.

Mi piace molto pensare all’Africa come al luogo delle mie origini, la mia “casa”: non che me la ricordi più di tanto, ma di certo tutto ciò che mi è rimasto del Sudan fa molto “contrasto” con quello che adesso mi trovo davanti qui in Italia, dove mi sento quasi un estraneo. È come se ce l’avessi nel sangue, dato che non sono ricordi veri e propri. Quelli del mio villaggio d’origine sono molto confusi, giusto qualche immagine di capanne, e ancora più sfocati sono quelli che riguardano il viaggio che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fin qui, ma ben impressa mi è rimasta la prima volta che ho visto una città italiana. E’ tutto così grande qui, così immenso.

E io sono così piccolo.

Papà mi sta accompagnando al solito posto dove vedo la mamma ogni sabato; prima lei non può dedicarsi a me, da quando è nata è quasi un’esclusiva di Sarah. La porta a spasso dalla mattina presto e, probabilmente, adesso le sta dando da mangiare in qualche parco, o almeno così mi sono sempre immaginato io. Mia mamma è sempre molto vaga quando parla di dove sta. Se tutto va bene, Sarah avrà finito il suo pranzo e starà per addormentarsi per il riposino, e questo vuol dire che finalmente mia madre mi riserverà tutte le sue attenzioni e si concentrerà su di me.

Io e papà, appena arrivati, ci sediamo ed aspettiamo, come al solito. Non so cosa ci sia di tanto bello in questo posto, ma mio padre lo preferisce a tutti gli altri, sostiene che qui siano più gentili. Io sinceramente non ho mai capito cosa ci trovi di “gentile” nel proprietario, un tipo arcigno che non si muove praticamente mai dalla cassa e ci fissa, convinto che noi non ce ne accorgiamo. Magari papà dice così perché ha trovato pure di peggio, non saprei.

Oh, eccola, la mamma è arrivata. E’ proprio bellissima. Le donne qui sono diverse, la maggior parte sono alte, magre e con degli strani colori nei capelli, prima fra tutte la mia maestra. Io non ci credo che è nata con quel brutto color paglia, non è possibile!
La mia mamma, invece, con quelle guance piene e il sorriso allegro, resta sempre la più bella, dolce e spensierata. Soprattutto quando canta io non credo ci sia niente di meglio.

« Emmanuel! » mi saluta appena mi vede, sorridendo « Tutto apposto, piccolo? ».
Parliamo sempre ed esclusivamente in sudanese, io e lei. A imparare l’italiano proprio non ci riesce.

Ha in braccio Sarah, che dormicchia.

« Ciao Sarah! » trillo io per attirare la sua attenzione, ma lei nemmeno si gira. Vorrei stare anche io abbracciato alla mamma così, la sua pelle profuma di zucchero.

Mamma scoppia a ridere.

« Sarah è stanca » mi spiega « Oggi abbiamo camminato tanto. Com’è bello quel… zelano ».

« Gelato, mamma! » la correggo io, sventolandolo. Me l’ha comprato papà mentre venivamo qui: è enorme, tutto al cioccolato. Lo prendo quasi tutti i sabati, eppure mamma ancora si ostina a non capirne il nome. Mi  dice sempre che è normale che io impari la lingua più in fretta, perché sono piccolo; lei invece, che è più grande, ha la testa già riempita da quella sudanese.

« Torno fra un po’ » ci interrompe mio padre « Ciao, Nyagai ».

Come mio padre guarda mia madre non ho mai visto nessun uomo guardare una donna. È uno sguardo tenero, apprensivo.
Mia madre lo saluta con un sorriso e gli manda un bacio, lui si allontana; so benissimo che non andrà più in là dell’uscita del negozio, ma ha capito che io ho bisogno d’intimità per la chiacchierata madre-figlio, e così ci lascia in pace. Lo apprezzo molto.

« Allora, cosa mi racconta il mio ometto della sua settimana? » mi sprona mia madre mentre culla Sarah.

« Ti ho già detto di aver preso ottimo in italiano, vero? » le chiedo, entusiasta.

Lei è raggiante. Lo è sempre quando parlo di scuola, perché lei non l’ha fatta.

« Bravissimo » mi dice con gli occhi che le brillano.

« La maestra mi ha messo anche una faccina sorridente sul quaderno » gongolo « Però poi ho litigato con Federico » mi rabbuio qualche secondo dopo.

Mia madre mi guarda spaesata, e continua a sorridere.

« Non è buona una faccina sul quaderno? ».

« Lo è » mi affretto a rispondere, per non deluderla – ho sempre avuto questo timore – « Ma Federico ha cominciato a prendermi in giro, dicendo che la maestra è più buona con me soltanto perché so l’italiano da poco ».

« Tu sai l’italiano benissimo, ometto. M’insegnerai, vero? ».

« Sì, mamma » le prometto, gonfio d’orgoglio.

« Ma perché il tuo amichetto ti dice che non sai l’italiano? Avete iniziato la scuola tutti e due a sei anni ».
Mi sento arrossire.

« Federico non è un mio amichetto, mamma » borbotto « Non è la prima volta che mi prende in giro. Dice che non so l’italiano perché non sono nato qui come lui ».

Quando devo dire queste cose mi sento terribilmente in imbarazzo.
Un po’ perché Federico ha ragione, alla fine. Io non sono come gli altri.
Ciò non vuol dire che può trattarmi male, però.

« Chi è quello che ha preso ottimo in italiano, tu o Federico? » mi stuzzica mia madre per farmi sorridere. Ci riesce, ma c’è sempre lo stesso pensiero che mi martella in testa dall’altro giorno.

« Mamma » mormoro abbassando gli occhi e sentendo le mie guance infiammarsi – odio questa sensazione! – « E se Federico avesse ragione? E se la maestra mi stesse solo favorendo perché non sono come gli altri? ».

Mamma mi fissa per qualche istante, tranquilla.

« La maestra ti favorisce, sì » ammette « Ma lo sai perché? ».

« Perché non sono…».

« Perché sei più bravo di Federico, ometto! » mi interrompe lei, serena « Semplicemente per questo! Perché ti preoccupi, piccolo mio? Sei nato in un’altra parte del mondo, e allora? Avrai più storie da raccontare, più cose da scoprire! ».

« Sì, ma… » obbietto io.

« Niente ma! » mi frena lei « Sei un bambino come tutti gli altri. Vai a scuola come Federico, mangi il zelato come Federico, giochi come Federico… ».

« Gelato, mamma, gelato! » la correggo io, ridendo.

« Sei un bambino come tutti gli altri, a tutti gli effetti » stabilisce lei con un sorriso.

« Però non ci sono tanti bambini come me ».

« Tutti i bambini sono uguali, tesoro ».

« Dillo a Federico! » strillo io, poi abbasso la voce, in imbarazzo, e deglutisco.

« Domani c’è una partita di calcetto » mormoro « E ho paura che non mi faccia giocare ».

« E perché dovrebbe deciderlo Federico? ».

« Se Federico non mi vuole poi non mi vogliono nemmeno gli altri ».
Mia madre si intenerisce, guardandomi.

« Emmanuel, perché non ti dovrebbero volere? Oh, questo Federico, quanti problemi che si fa! Perché non gli regali un gelato e fate amicizia? ».

« Mamma! Hai detto “gelato” bene! » esulto.

Lei scoppia a ridere.

« Vedi? Imparo anche io! ».

Sto per replicare qualcosa riguardo a Federico che, alla fine, quando non fa l’antipatico è un mio amico, quando un suono acuto, familiare ormai, mi perfora le orecchie.

« È finito! A sabato, ometto! Ciaociao!» mi sussurra mia madre frettolosamente, lanciandomi un bacio.

No, no!

Non voglio, ma la sua immagine comincia a sbiadire. Attacco le mie mani sullo schermo, quasi a sperare di riuscire ad afferrarla.
Il tipo arcigno della cassa si avvicina e, brusco, mi fa:

« Stacca le mani dal computer, ragazzino. Se vuoi un’altra ora la devi pagare ».

Mio padre è appena rientrato.

« No, stia tranquillo, adesso ce ne andiamo ».

Ogni volta che vedo mia madre sparire all’interno di quel computer, in quell’internet point, mi prende lo sconforto.

Vorrei tanto averla qui.

Vorrei tanto che stesse con me, lei, la sua pelle che sa di zucchero e i suoi consigli.
Vorrei tanto che fra noi non ci fosse così tanta distanza, che fra noi non ci fosse un computer.

Perché può un computer, un oggetto, un pezzo di ferro, far da intermediario tra madre e figlio?

(Racconto vincitore della VI edizione del concorso letterario la scrittura non va in esilio.
In attesa di ottobre per i nuovi vincitori!)


Alba Bisante

Liceo Classico Terenzio Mamiani (Roma)

La questione kurda: proviamo a fare il punto

Il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) è un movimento attivo Turchia nella lotta per il riconoscimento dei diritti dell’etnia curda. Abdullah Öcalan è leader e cofondatore del partito di ispirazione marxista-leninista, costituito nel 1978 con l’obiettivo di creare uno stato curdo indipendente. Il 1984 ha segnato l’inizio della lotta armata tra i guerriglieri curdi e il governo turco. Tre anni dopo la Turchia ha dichiarato lo stato d’emergenza in 11 province del Paese, cercando di fronteggiare gli attacchi del PKK, concentrati soprattutto nelle regioni sud-orientali. L’escalation di violenza ha provocato circa 40.000 vittime dal 1984[1].

Abdullah Öcalan, detto Apo, è stato processato nel 1999 per “tradimento e separatismo” e condannato alla pena capitale, poi commutata in ergastolo. Da quel momento il leader curdo è detenuto in isolamento assoluto nel carcere di Imrali.

Negli anni gli obiettivi del movimento si sono evoluti passando dalla richiesta di un netto separatismo alla ricerca di una maggiore autonomia culturale e politica per l’etnia. Lo stesso Öcalan, che conserva un grande seguito tra gli attivisti curdi in Turchia e all’estero, dal carcere ha a più riprese effettuato proposte per una soluzione democratica della questione curda, aprendo spiragli di dialogo con le autorità turche fino allo storico annuncio dello scorso 21 marzo. «Una nuova era inizia oggi, la porta si apre per passare dalla lotta armata alla lotta democratica», è questo uno dei passaggi più significativi del messaggio del leader curdo, che dal carcere ha chiesto alla guerriglia di cessare la lotta armata e di ritirarsi dal territorio turco.

Ha suscitato profonda emozione la lettura del messaggio, in turco e in curdo, da parte di due parlamentari curdi a Diyarbakir, a una folla di oltre 200mila persone riunita per le celebrazioni del Newroz, il capodanno curdo: ancora l’anno scorso la manifestazione era stata vietata ed era stata occasione di scontri e arresti in molte città del Kurdistan.

Il messaggio del leader del Pkk è il frutto di un lungo processo iniziato nel 2002, con l’ascesa al potere del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdoğan. Questi ha promosso riforme democratiche che tengano conto del rispetto delle minoranze, nella prospettiva di una riforma della costituzione turca, basata su di una definizione di cittadinanza non più etnica ma civica.

“Non è la fine, è l’inizio di una nuova era”, così Ocalan descrive nel messaggio la nuova rotta del movimento. La posizione espressa dal leader curdo non ha ancora la valenza di un vero e proprio trattato di pace, ma è un passo importante affinché la soluzione della questione curda possa finalmente passare attraverso canali democratici, ponendo fine a oltre 30 anni di conflitto.

 Margherita Gino


[1]           International Crisis Group, Turkey: ending the PKK insurgency, 20 settembre 2011, disponibile al link: http://www.crisisgroup.org/en/regions/europe/turkey-cyprus/turkey/213-turkey-ending-the-pkk-insurgency.aspx

Mali: un Paese allo stremo

La crisi in Mali dura da almeno un anno: il 22 marzo 2012 un gruppo di militari ha rovesciato la repubblica con un colpo di Stato. A quel punto i tuareg, che da decenni periodicamente rivendicano la propria autonomia, alleandosi con alcune fazioni fondamentaliste hanno proclamato l’indipendenza della zona settentrionale del Paese, l’Azawad. Molti dei tuareg coinvolti nella rivolta erano stati mercenari nella Libia di Gheddafi, tornati in patria armati e ben addestrati dopo la guerra dello scorso anno. Dal mese di dicembre è in corso una missione ONU per ripristinare l’unità del Paese e lo scorso gennaio la Francia, con il sostegno logistico di alcuni Stati europei, tra cui l’Italia, è intervenuta militarmente a sostegno del presidente maliano ad interim nominato dalla giunta militare, ristabilendo il controllo nelle principali città dell’Azawad.

La situazione è in continua evoluzione. Il controllo del governo centrale nel nord è limitato ai centri urbani, che sono ancora teatro di attentati suicidi e di azioni di guerriglia. Anche in questo caso, nell’attuale crisi politico-militare si intrecciano interessi nazionali e internazionali, legati al contenimento del fondamentalismo islamico, ma anche e soprattutto allo sfruttamento delle risorse  della regione.

Abbiamo intervistato Andrea Lari, che ha recentemente effettuato un’indagine sul campo per conto dell’ONG internazionale Refugees International.

Che obiettivi aveva la vostra missione?

Valutare le conseguenze umanitarie della crisi sulla popolazione civile, specialmente attraverso interviste a migranti forzati. Nel nord il dilagare di gravi violazioni dei diritti umani (omicidi, esecuzioni, mutilazioni, stupri e altre gravi violenze contro le donne, reclutamento di bambini soldato) ha costretto alla fuga circa 430 mila persone, di cui oltre 260mila sono sfollate all’interno del Paese. In concomitanza con l’acuirsi del conflitto, l’intera regione del Sahel ha dovuto fare i conti con una grave siccità.

La fornitura degli aiuti umanitari internazionali si è concentrata sulle regioni del Nord, con gravi problemi di accesso al territorio e di controllo della distribuzione. Ma la maggior parte degli sfollati si trova nel sud del Paese, dove si potrebbe intervenire con maggiore efficacia. I loro bisogni sono stati sottovalutati perché molti sono ospiti della propria famiglia allargata. Ma con il protrarsi della crisi, la situazione sta diventando insostenibile: ogni nucleo familiare, già numeroso, ospita una media di 12-14 parenti sfollati. In pratica, ogni capofamiglia deve mantenere 20 o più persone.

Quali sono i problemi più gravi?

Gli sfollati non riescono a trovare un lavoro nel sud e le risorse delle famiglie si stanno esaurendo. Molti devono cercare alloggi alternativi, separando le famiglie: il rischio di violenze per donne e bambini è aumentato drammaticamente. L’assistenza sanitaria è in parte a pagamento e molti non possono più permettersela. Le scuole, già sovraffollate, non possono accogliere gli studenti sfollati.

Che prospettiva vedi?

Il primo passo per il Mali sono le prossime elezioni. Ma tutto il Sahel è un’area complessa, non facile da pacificare, soggetta a crisi climatiche ricorrenti. Le bande armate che sfidano i governi centrali e spesso ostentano posizioni fondamentaliste hanno accesso a risorse economiche ingenti, che derivano da traffico di droga, di armi e di esseri umani. In pratica le vittime delle loro violenze, costrette alla fuga, concorrono in parte ad accrescerne il potere.

Chiara Peri

Per i 10 anni della Convenzione Dublino

Solo chi ha viaggiato davvero nel deserto, tentando di salvarsi la vita, può capire fino in fondo questo racconto dell’Esodo. Avevo trovato altri tre ragazzi, disposti come me a tentare l’impossibile e ci siamo messi in marcia, scegliendo le vie meno frequentate. Da Massaua a Port Sudan, a piedi: un incubo lungo più di 500 chilometri, attraverso il Sahara. Se guardo il nostro itinerario su una cartina, ancora oggi mi sembra impossibile che siamo arrivati. La morte ci camminava a fianco. Avevamo il minimo indispensabile di cibo e di acqua, a volte anche meno. Abbiamo visto morire in quel deserto tanti giovani come noi. Eppure andavamo avanti, sostenuti solo da un’irragionevole speranza.

Uno dei miei compagni, una sera, ci ha confessato che era la seconda volta che faceva quella strada. Tre anni prima era riuscito ad arrivare a Malta, dove aveva chiesto asilo. Le autorità maltesi glielo avevano negato e lo avevano rimpatriato ad Asmara. All’aeroporto, ad attenderlo, aveva trovato i militari, che lo avevano arrestato immediatamente. Per due anni era stato in prigione, sotto terra, sull’isola di Dahlak: un paradiso per i turisti, un inferno per noi eritrei. Lo avevano appena liberato e non poteva fare altro che ricominciare da capo, riprovarci, nonostante tutto. Oggi a volte qualcuno mi chiede se, sapendo cosa ci aspetta in Europa, sarei scappato lo stesso. Allora ripenso allo sguardo di quel ragazzo, quella sera. Alla sua determinazione disperata, alla sua consapevolezza. Lo sappiamo cosa ci aspetta qui, lo sapevamo anche allora. Eppure non abbiamo scelta. Non cerchiamo i vostri soldi, il vostro lavoro, i vostri vestiti: cerchiamo la vita, che ci è negata.

Siamo sopravvissuti al deserto in quattro, ma arrivati in Libia la lotteria degli imbarchi ci ha destinato a traversate diverse. Qualche settimana dopo lo sbarco a Lampedusa, sopravvissuto una volta di più a tanti miei occasionali compagni di viaggio meno fortunati di me, mi sono trovato a Trapani, ancora una volta solo. Mi hanno liberato dal centro dove mi avevano trattenuto, ma non riuscivo a rallegrarmene: senza soldi, senza vestiti a parte quelli che indossavo, senza una direzione. Guardando la strada semideserta di quella periferia italiana, mi è stato chiaro che non ero ancora arrivato. Ero in Europa, ma non ero salvo. Illegale, clandestino, probabilmente ancora braccato, anche se non sapevo più da chi. Nel centro i miei connazionali nominavano spesso l’Inghilterra, la strada che bisognava fare per arrivarci. Così ho fatto anch’io. Milano, Calais, Londra. Nascondendomi ad ogni controllo, mimetizzandomi tra le merci di un camion che si imbarcava per attraversare la Manica.

A Newcastle pensavo di essere arrivato. Per la prima volta, qualcuno mi ha ascoltato, mi ha spiegato cosa potevo fare. Ho chiesto asilo politico. Mi sentivo a mio agio, perché parlavo un po’ di inglese e ho iniziato subito a perfezionarlo. Ma non era solo una questione di lingua. In tutto il mondo esistono gli interpreti.

Quando manca la volontà di ascoltare, le parole che si usano non hanno molta importanza. Se avessi potuto scegliere, la mia fuga sarebbe finita lì, in Inghilterra. Avevo degli obiettivi, dei corsi da seguire al college, un appartamento. Ma l’avvocato che seguiva la mia domanda d’asilo mi aveva avvertito: secondo le regole europee, probabilmente sarei stato rimandato in Italia. Noi rifugiati non possiamo scegliere in che Paese essere accolti. Questa è la procedura, vale per tutti, è solo questione di tempo.

Ero preoccupato, ma quando arrivò il fax dal governo italiano l’avvocato mi spiegò che dovevo stare tranquillo. In quel documento era scritto a chiare lettere, mi disse, che in Italia ai rifugiati sono assicurate adeguate misure di integrazione, che avrei avuto un posto dove vivere e la possibilità di studiare e di costruire una prospettiva stabile per me e, chissà, magari anche per la mia famiglia. Era una lettera ufficiale, non c’erano dubbi. Io ci ho creduto, anche se qualche dubbio in fondo al mio cuore l’avevo, ripensando alla strada deserta di Trapani.

Non vi preoccupate della vostra vita, che cosa mangerete, né per il vostro corpo, di che vestirete; perché la vita vale più del nutrimento e il corpo più del vestito. Mi ripeto ogni giorno queste parole del Vangelo. Mi aiutano ad accettare la vita che faccio oggi, mi danno speranza per il futuro. Come temevo, all’aeroporto di Fiumicino le mie aspettative sono andate definitivamente in fumo. Un poliziotto, che mi indicava semplicemente di andarmene, quando gli ho chiesto dove potevo andare a dormire si è messo a ridere. Una casa, io? Meglio che me lo togliessi subito dalla testa. “Vuoi andare in Inghilterra? Torna in Inghilterra!”. Quella risata mi suonava ancora nelle orecchie, mentre mi allontanavo a testa bassa, come un ladro.

Ancora una volta, mi trovavo da solo. Non potevo fare altro che ricominciare da capo. Ho preso il treno e sono arrivato alla Stazione Termini. Un’altra città, un altro ambiente ignoto, un’altra tappa della mia fuga senza fine. In stazione, guardandomi intorno, ho cercato qualche connazionale nella folla che correva sui marciapiedi. Dopo qualche tentativo, ho fatto l’incontro giusto e sono finito a vivere dove vivo tuttora. In un grande palazzo occupato da centinaia di eritrei, con un giaciglio in un angolo di uno stanzone dove tutto è di tutti e niente è di nessuno. Non è una casa, non ci assomiglia nemmeno. Ma è il massimo che sono riuscito a trovare, per ora.

Sono un rifugiato, l’Italia ormai è il mio Paese. Faccio del mio meglio, ogni giorno, per vivere in modo degno di un uomo libero. Non smetto di studiare la lingua italiana, non mi accontento di farmi capire. Chi parla due lingue può capire il doppio, ha il doppio delle probabilità di essere ascoltato. Anche questo l’ho imparato sulla mia pelle, più di una volta. Però mi sembra ancora di vivere in un mondo a parte, parallelo a quello degli italiani. I contatti non sono né frequenti né facili. Anche quelli casuali spesso sono accolti con fastidio, come mi ricorda la signora seduta nel posto accanto al mio, che continua a stringere la sua borsa, diffidente. Le sorrido e mi alzo. È ora di scendere.

(tratto da Terre senza promesse, Centro Astalli (a cura di), Avagliano editore 2011)