Aver Drom, un altro cammino. I minori non accompagnati del Centro Astalli

Jean Baptiste produce oggetti grazie a Refugee Scart, progetto patrocinato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati. Kewory dopo un tirocinio finanziato dal Comune di Roma lavora come magazziniere nella grande distribuzione. Kamal sta realizzando il suo sogno di fare il sarto in Italia, mettendo a frutto il sapere acquisito nel suo paese. Ripon dopo aver frequentato un corso per pasticcere ora prepara brioches e prodotti da forno nella nostra città.

Nel corso degli ultimi anni la semiautonomia Aver Drom ha accolto principalmente minori stranieri non accompagnati provenienti per lo più da Afghanistan, Egitto, Bangladesh, Mali e Costa d’Avorio.

Aver Drom in lingua romaní significa altro cammino. I giovani ospitati dalla struttura del Centro Astalli partono dai loro paesi perché scelgono una nuova strada fatta di sogni e speranze di costruirsi un futuro diverso in Italia.

L’Aver Drom accoglie minori di età compresa tra i 16 e i 18 anni e neomaggiorenni privi di occupazione, in via di apprendimento lavorativo o in formazione. L’obiettivo è quello di fornire ai ragazzi gli strumenti utili a relazionarsi autonomamente e in modo efficace nella società italiana attraverso il rafforzamento delle proprie capacità.

L’Aver Drom realizza progetti di inclusione sociale che riguardano le aree del lavoro, della formazione scolastica, della situazione sanitaria e di quella giuridico-legale, supportando anche quei minori che presentano la richiesta di protezione internazionale.

Nel panorama dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati a Roma emergono alcune criticità – così come rilevato in una recente pubblicazione di Roma Capitale, I minori stranieri a Roma: quadro statistico e analisi dei percorsi di integrazione  – che riguardano l’accesso al lavoro, la formazione scolastica e lavorativa, la mediazione linguistico-culturale. Più in generale emerge una ancora scarsa capacità del sistema di fornire ai ragazzi  gli strumenti necessari per raggiungere autonomamente un livello di qualità della vita accettabile una volta compiuta la maggiore età, quando i giovani dovranno lasciare le strutture di accoglienza per minori.

Per i ragazzi è indispensabile arrivare al compimento dei 18 anni di età con i requisiti necessari a convertire il permesso di soggiorno per “minore età” in permesso per motivi di lavoro o di studio, aver compiuto una buona formazione scolastica e lavorativa, aver garantito il diritto alla salute e a una sistemazione abitativa adeguata.

In questo senso anche dopo il compimento della maggiore età l’équipe dell’Aver Drom si occupa di supportare i ragazzi nella regolarizzazione dello status giuridico, nell’accesso alla abitazione e nella ricerca di una occupazione.

Inoltre all’interno della struttura operano alcuni volontari che decidono di impegnarsi in progetti annuali. Il volontariato è di supporto al lavoro dell’équipe e il suo intervento non si sostituisce a quello degli operatori, ma lo integra. Teresa per esempio si occupa di aiutare Kawsar nel suo percorso mirato all’ottenimento a giugno del diploma di terza media. Sally insegna a tutti i ragazzi l’inglese, oggi fondamentale per trovare lavoro. Pablo e Syrilus si occupano di svolgere attività educative con gli ospiti dell’Aver Drom coinvolgendo in questo anche un gruppo di ragazzi italiani.

In questo momento gli ospiti dell’Aver Drom sono impegnati negli allenamenti preparatori al torneo di natale organizzato per gli alunni della scuola Penny Wirton. Siamo certi che i ragazzi saranno pronti e preparati a giocarsi anche questa partita.

 

Andrea Anzaldi e Lucio Fabbrini

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Il gelato

Oggi è sabato, ed è quasi mezzogiorno. Per me questo vuol dire una cosa sola: la chiacchierata madre-figlio.

E’ da tanto che io e la mia mamma ci dedichiamo un’oretta solo per noi un giorno alla settimana, è diventata una specie di usanza; i miei genitori mi hanno sempre insegnato l’importanza che c’è nel dialogo con i figli, quanto mi può servire “aprirmi” con loro.

Con la mamma è più facile che con papà, lui è troppo silenzioso per i miei gusti: lei invece ride sempre e mi dà un sacco di consigli utili, soprattutto espressioni tipiche della sua terra. Beh, della nostra terra. Io, mamma, papà e Sarah, la mia sorellina di quattro anni – io ne ho otto -, siamo tutti nati in Sudan, in Africa. Io – che mi chiamo Emmanuel – e Sarah abbiamo un nome cristiano, perché siamo stati battezzati, mentre mia madre e mio padre mantengono ancora quello del loro villaggio, Nyagai e Biel.

Mi piace molto pensare all’Africa come al luogo delle mie origini, la mia “casa”: non che me la ricordi più di tanto, ma di certo tutto ciò che mi è rimasto del Sudan fa molto “contrasto” con quello che adesso mi trovo davanti qui in Italia, dove mi sento quasi un estraneo. È come se ce l’avessi nel sangue, dato che non sono ricordi veri e propri. Quelli del mio villaggio d’origine sono molto confusi, giusto qualche immagine di capanne, e ancora più sfocati sono quelli che riguardano il viaggio che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fin qui, ma ben impressa mi è rimasta la prima volta che ho visto una città italiana. E’ tutto così grande qui, così immenso.

E io sono così piccolo.

Papà mi sta accompagnando al solito posto dove vedo la mamma ogni sabato; prima lei non può dedicarsi a me, da quando è nata è quasi un’esclusiva di Sarah. La porta a spasso dalla mattina presto e, probabilmente, adesso le sta dando da mangiare in qualche parco, o almeno così mi sono sempre immaginato io. Mia mamma è sempre molto vaga quando parla di dove sta. Se tutto va bene, Sarah avrà finito il suo pranzo e starà per addormentarsi per il riposino, e questo vuol dire che finalmente mia madre mi riserverà tutte le sue attenzioni e si concentrerà su di me.

Io e papà, appena arrivati, ci sediamo ed aspettiamo, come al solito. Non so cosa ci sia di tanto bello in questo posto, ma mio padre lo preferisce a tutti gli altri, sostiene che qui siano più gentili. Io sinceramente non ho mai capito cosa ci trovi di “gentile” nel proprietario, un tipo arcigno che non si muove praticamente mai dalla cassa e ci fissa, convinto che noi non ce ne accorgiamo. Magari papà dice così perché ha trovato pure di peggio, non saprei.

Oh, eccola, la mamma è arrivata. E’ proprio bellissima. Le donne qui sono diverse, la maggior parte sono alte, magre e con degli strani colori nei capelli, prima fra tutte la mia maestra. Io non ci credo che è nata con quel brutto color paglia, non è possibile!
La mia mamma, invece, con quelle guance piene e il sorriso allegro, resta sempre la più bella, dolce e spensierata. Soprattutto quando canta io non credo ci sia niente di meglio.

« Emmanuel! » mi saluta appena mi vede, sorridendo « Tutto apposto, piccolo? ».
Parliamo sempre ed esclusivamente in sudanese, io e lei. A imparare l’italiano proprio non ci riesce.

Ha in braccio Sarah, che dormicchia.

« Ciao Sarah! » trillo io per attirare la sua attenzione, ma lei nemmeno si gira. Vorrei stare anche io abbracciato alla mamma così, la sua pelle profuma di zucchero.

Mamma scoppia a ridere.

« Sarah è stanca » mi spiega « Oggi abbiamo camminato tanto. Com’è bello quel… zelano ».

« Gelato, mamma! » la correggo io, sventolandolo. Me l’ha comprato papà mentre venivamo qui: è enorme, tutto al cioccolato. Lo prendo quasi tutti i sabati, eppure mamma ancora si ostina a non capirne il nome. Mi  dice sempre che è normale che io impari la lingua più in fretta, perché sono piccolo; lei invece, che è più grande, ha la testa già riempita da quella sudanese.

« Torno fra un po’ » ci interrompe mio padre « Ciao, Nyagai ».

Come mio padre guarda mia madre non ho mai visto nessun uomo guardare una donna. È uno sguardo tenero, apprensivo.
Mia madre lo saluta con un sorriso e gli manda un bacio, lui si allontana; so benissimo che non andrà più in là dell’uscita del negozio, ma ha capito che io ho bisogno d’intimità per la chiacchierata madre-figlio, e così ci lascia in pace. Lo apprezzo molto.

« Allora, cosa mi racconta il mio ometto della sua settimana? » mi sprona mia madre mentre culla Sarah.

« Ti ho già detto di aver preso ottimo in italiano, vero? » le chiedo, entusiasta.

Lei è raggiante. Lo è sempre quando parlo di scuola, perché lei non l’ha fatta.

« Bravissimo » mi dice con gli occhi che le brillano.

« La maestra mi ha messo anche una faccina sorridente sul quaderno » gongolo « Però poi ho litigato con Federico » mi rabbuio qualche secondo dopo.

Mia madre mi guarda spaesata, e continua a sorridere.

« Non è buona una faccina sul quaderno? ».

« Lo è » mi affretto a rispondere, per non deluderla – ho sempre avuto questo timore – « Ma Federico ha cominciato a prendermi in giro, dicendo che la maestra è più buona con me soltanto perché so l’italiano da poco ».

« Tu sai l’italiano benissimo, ometto. M’insegnerai, vero? ».

« Sì, mamma » le prometto, gonfio d’orgoglio.

« Ma perché il tuo amichetto ti dice che non sai l’italiano? Avete iniziato la scuola tutti e due a sei anni ».
Mi sento arrossire.

« Federico non è un mio amichetto, mamma » borbotto « Non è la prima volta che mi prende in giro. Dice che non so l’italiano perché non sono nato qui come lui ».

Quando devo dire queste cose mi sento terribilmente in imbarazzo.
Un po’ perché Federico ha ragione, alla fine. Io non sono come gli altri.
Ciò non vuol dire che può trattarmi male, però.

« Chi è quello che ha preso ottimo in italiano, tu o Federico? » mi stuzzica mia madre per farmi sorridere. Ci riesce, ma c’è sempre lo stesso pensiero che mi martella in testa dall’altro giorno.

« Mamma » mormoro abbassando gli occhi e sentendo le mie guance infiammarsi – odio questa sensazione! – « E se Federico avesse ragione? E se la maestra mi stesse solo favorendo perché non sono come gli altri? ».

Mamma mi fissa per qualche istante, tranquilla.

« La maestra ti favorisce, sì » ammette « Ma lo sai perché? ».

« Perché non sono…».

« Perché sei più bravo di Federico, ometto! » mi interrompe lei, serena « Semplicemente per questo! Perché ti preoccupi, piccolo mio? Sei nato in un’altra parte del mondo, e allora? Avrai più storie da raccontare, più cose da scoprire! ».

« Sì, ma… » obbietto io.

« Niente ma! » mi frena lei « Sei un bambino come tutti gli altri. Vai a scuola come Federico, mangi il zelato come Federico, giochi come Federico… ».

« Gelato, mamma, gelato! » la correggo io, ridendo.

« Sei un bambino come tutti gli altri, a tutti gli effetti » stabilisce lei con un sorriso.

« Però non ci sono tanti bambini come me ».

« Tutti i bambini sono uguali, tesoro ».

« Dillo a Federico! » strillo io, poi abbasso la voce, in imbarazzo, e deglutisco.

« Domani c’è una partita di calcetto » mormoro « E ho paura che non mi faccia giocare ».

« E perché dovrebbe deciderlo Federico? ».

« Se Federico non mi vuole poi non mi vogliono nemmeno gli altri ».
Mia madre si intenerisce, guardandomi.

« Emmanuel, perché non ti dovrebbero volere? Oh, questo Federico, quanti problemi che si fa! Perché non gli regali un gelato e fate amicizia? ».

« Mamma! Hai detto “gelato” bene! » esulto.

Lei scoppia a ridere.

« Vedi? Imparo anche io! ».

Sto per replicare qualcosa riguardo a Federico che, alla fine, quando non fa l’antipatico è un mio amico, quando un suono acuto, familiare ormai, mi perfora le orecchie.

« È finito! A sabato, ometto! Ciaociao!» mi sussurra mia madre frettolosamente, lanciandomi un bacio.

No, no!

Non voglio, ma la sua immagine comincia a sbiadire. Attacco le mie mani sullo schermo, quasi a sperare di riuscire ad afferrarla.
Il tipo arcigno della cassa si avvicina e, brusco, mi fa:

« Stacca le mani dal computer, ragazzino. Se vuoi un’altra ora la devi pagare ».

Mio padre è appena rientrato.

« No, stia tranquillo, adesso ce ne andiamo ».

Ogni volta che vedo mia madre sparire all’interno di quel computer, in quell’internet point, mi prende lo sconforto.

Vorrei tanto averla qui.

Vorrei tanto che stesse con me, lei, la sua pelle che sa di zucchero e i suoi consigli.
Vorrei tanto che fra noi non ci fosse così tanta distanza, che fra noi non ci fosse un computer.

Perché può un computer, un oggetto, un pezzo di ferro, far da intermediario tra madre e figlio?

(Racconto vincitore della VI edizione del concorso letterario la scrittura non va in esilio.
In attesa di ottobre per i nuovi vincitori!)


Alba Bisante

Liceo Classico Terenzio Mamiani (Roma)

Intervista a Cécile Kyenge, Ministro per l’integrazione

L’Italia mostri il suo lato migliore

Il Ministro per l’Integrazione si presenta in conferenza stampa esordendo con una frase semplice e potente: “Non chiamatemi di colore, dite tranquillamente che sono nera”.
Primo ministro di origini straniere della repubblica italiana. Un medico oculista, una laurea presa in Italia a tempo di record e con il massimo dei voti.
Un’intelligenza vivace, una motivazione di ferro, un sorriso accogliente.
Non si sottrae ai giornalisti e alle domande. “C’è tempo per tutti, parlerò singolarmente con ciascuno di voi per un tempo massimo di cinque minuti”.
Cinque minuti densi, in cui racconta una vita e un progetto politico che in non pochi punti coincidono.

Ministro non è stato un inizio facile il suo. Come giudica gli attacchi razzisti ricevuti?

Gli attacchi sono di una minoranza che urla di più. L’Italia non è razzista, ha una tradizione di accoglienza che va valorizzata. Sarà mio compito farlo. Sono il simbolo di una nuova Italia che oggi è alla ricerca di un suo modello di integrazione. Spero che con il mio contributo l’augurio che ha rivolto don Luigi Ciotti al mio Ministero diventi presto una realtà: non ci sia più bisogno di occuparsi di integrazione ma si pensi all’interazione. Una g di meno che ci fa passare dall’accettazione alla relazione, da una logica di inclusione a una logica di cittadinanza.

A giugno si celebra la Giornata mondiale del Rifugiato. Un’occasione importante per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle migrazioni forzate.

Mi impegnerò per i diritti di tutti i migranti che giungono e vivono sul nostro territorio. Tra questi ovviamente non possiamo dimenticare i rifugiati.
Lavorerò per una nuova legge sull’immigrazione che abolisca il reato di clandestinità e che finalmente disciplini in maniera organica l’asilo. Mi impegnerò per cambiare radicalmente la natura dei CIE, dove uomini e donne vivono in condizioni inaccettabili. Mia priorità sarà lavorare a una legge che introduca una forma di ius soli per riconoscere la cittadinanza ai figli di immigrati che da tanto tempo vivono in Italia. Certo, sono misure strutturali e complesse che si possono realizzare soltanto con una sinergia di governo. È necessario aprire dei tavoli interministeriali per lavorare insieme a questi obiettivi che per me sono prioritari.

Il Centro Astalli le rivolge i migliori auguri per questo suo impegno di governo. Il fatto che lei sia ministro ci fa sperare in un’Italia migliore.

Il mio impegno sarà totale, metterò a disposizione degli italiani le mie competenze, la mia storia, la ricchezza di essere sia italiana che congolese e di essere il frutto dell’unione di due culture.
Sono il ministro di tutti. Molte volte ho sentito pronunciare questa frase di cui oggi sento particolarmente la responsabilità. Non sono il ministro degli immigrati, come qualcuno ha già detto. Sono il ministro degli italiani presenti e futuri. Lavorerò perché chi arriva in Italia da straniero trovi un paese capace di mostrare il suo lato migliore.

Donatella Parisi

Ponti da costruire. La scuola di italiano del Centro Astalli

La scuola di italiano del Centro Astalli ha come obbiettivo fondamentale la ricostruzione della dignità della persona, la possibilità di un reinserimento sociale, la valorizzazione delle capacità personali, attraverso l’apprendimento della lingua italiana.

La scuola ha una struttura, delle aule, una segreteria, dei programmi didattici, ma ciò che in realtà definisce la scuola è la relazione che si instaura tra gli studenti, provenienti soprattutto dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa e i numerosi docenti volontari. Cogliere il senso dell’importanza della lingua italiana attraverso la relazione di fratellanza diviene la base per poter edificare una scuola di frontiera, che si propone di abbracciare la fatica e il limite di costruire ponti tra mondi distanti e vite infrante.

L’insegnamento diviene così apertura all’altro, all’interno di un cammino che conduce a partecipare al graduale e faticoso apprendimento di una lingua tanto bella quanto complessa: tornano in mente i volti dei tanti ragazzi che nel giro di qualche mese sono riusciti a formulare brevi frasi con i verbi e le preposizioni al posto giusto! E poi il poter finalmente esprimere le proprie gioie per piccole conquiste, le preoccupazioni per una vita intrisa di precarietà, le infinite arrabbiature per le estenuanti trafile burocratiche.

Le lezioni, tutta la settimana, sono organizzate in modo da essere il meno possibile riconducibili a ciò che per noi è stata la scuola istituzionale: c’è un primo tempo di accoglienza, momenti di lezione frontale, di partecipazione attiva, intervallate da qualche spuntino, e poi l’appello, che conferisce serietà alla scuola e permette, a coloro che partecipano a tutte le lezioni, di avere la tessera mensile dei trasporti.

Quando il gruppo classe comincia ad essere consolidato, si organizzano escursioni per la città di Roma: memorabile quella presso il Comune, dove i ragazzi – i più audaci – si sono impossessati della poltrona del sindaco, così come è stato emozionante, durante una partita di calcetto, vedere giocare anche alcune ragazze, munite di velo, ma dal tocco di palla tutt’altro che inesperto. E poi i volti sorridenti, che forse per un attimo hanno dimenticato la pesantezza di una vita che non ha fatto sconti. Altre attività didattiche sono il cineforum, e il laboratorio teatrale, in cui si tenta di far prender coscienza delle potenzialità dell’espressione corporea.

Un’ultima attività nata sempre all’interno dell’ambito scolastico è stato un laboratorio di musica, dove i diversi mondi e culture musicali si possono incontrare e armonizzare insieme.

Claudio Zonta sj

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.

Morti in viaggio verso l’Europa e accoglienza dei rifugiati: le urgenze per il 2013

“Il 2012 è stato un anno molto difficile per i rifugiati: sono state migliaia le vittime incolpevoli dei viaggi in mare verso l’Europa. Ingiustificabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta emergenza Nord Africa che sta per concludersi senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate dalla Libia in guerra, come denunciato di recente dal Tavolo Asilo in un comunicato sottoscritto anche dal Centro Astalli. Per di più è ancora gravemente insufficiente e dispersivo il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree metropolitane”.

Questo il bilancio di Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) alla fine di un anno in cui i richiedenti asilo e rifugiati “hanno visto i loro diritti e la loro dignità minati da leggi lacunose, da una burocrazia inefficiente e da una società ancora troppo disattenta nel denunciare il degrado e l’esclusione sociale che spesso colpisce chi giunge in Italia in fuga da guerre e persecuzioni”.

In occasione dalla giornata mondiale del Rifugiato 2012, lo scorso 20 giugno, il Centro Astalli con una campagna dal titolo “In città, invisibili” denunciava l’insufficienza e la frammentarietà dei sistemi di accoglienza che, privi di regia unitaria e di standard uniformi, mostrano le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano.
Dalla ricerca “Mediazioni Metropolitane”, realizzata la Caritas di Roma, emergeva che circa 1500 richiedenti e titolari di protezione internazionale nella capitale vivono in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il territorio, in condizioni di grave precarietà e insicurezza (come del resto denunciato la scorsa settimana dal New York Times e dall’inglese Herald Tribune in merito alla situazione degli 800 rifugiati che occupano un edificio abbandonato nella periferia romana).

“Uno dei problemi principali che ci siamo trovati quotidianamente ad affrontare al Centro Astalli – sottolinea P. La Manna – è che i rifugiati, anche quando sono titolari di protezione internazionale, hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti sociali concreti. Anche ai più vulnerabili, come le vittime di tortura, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale.

La speranza per il 2013 – conclude P. La Manna – è che il diritto d’asilo trovi finalmente spazio in ragionamenti di respiro, fuori da logiche emergenziali.
Si mettano in atto misure coraggiose per risolvere l’eccessiva pericolosità dei viaggi con cui i rifugiati cercano di raggiungere l’Europa.

Si inizi al più presto un ripensamento delle misure di accoglienza a livello nazionale che dia luogo a un sistema unico, capace di collegare le reti esistenti, affinché tutti i migranti forzati trovino in Italia una risposta tempestiva e qualitativamente soddisfacente ai loro bisogni più immediati.
C’è molto da fare, le sfide non mancano, affrontarle è responsabilità di ciascuno.
Che sia un buon anno per tutti… nessuno escluso!”

Andare oltre l’indignazione

La settimana scorsa, in una nota alla stampa, il Centro Astalli esprimeva preoccupazione per la sorte delle oltre 20mila persone giunte in Italia dalla Libia nel 2011, tra cui molti rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni che il prossimo 31 dicembre non avranno più diritto all’accoglienza.

 

Di oggi la denuncia del periodico Espresso, che in copertina titola Scandalo profughi, sullo spreco e la cattiva gestione di fondi pubblici destinati alla cosiddetta emergenza Nord Africa.

Si tratta della punta dell’iceberg di un sistema malato e corrotto. E il desiderio di farsi voce di tante, troppe persone che non hanno ancora voce, è sempre più forte. Trae nutrimento dalle troppe ingiustizie che si traducono nell’offesa della dignità e dei diritti delle persone, soprattutto dei più deboli.

Da ogni parte si levano inviti all’austerità, all’onestà, alla buona e sana politica. Chi ha responsabilità di governo, chi ricopre ruoli istituzionali, non può più esimersi dal prendere coscienza della gravità della situazione e adoperarsi concretamente a favore delle persone e non più di interessi altri.

I più deboli: anziani, minori, diversamente abili, rifugiati, senza dimora e tanti altri, in questo momento pagano il prezzo più alto della crisi.

Con il pretesto della crisi, si sono messi da parte i diritti delle persone, calpestandone la dignità in nome di un interesse superiore. Siamo al punto in cui ci si disinteressa degli individui per mettere al centro l’economia.

Mi chiedo se le scelte fatte fino a questo momento siano le uniche possibili per superare una così dura crisi economica, causata da un sistema centrato sui soldi e preoccupato solo di fare altri soldi, che schiaccia senza remore le persone in difficoltà.

Appare lampante che è una situazione di estrema ingiustizia. I tagli effettuati troppo spesso riguardano oltre che i costi anche i diritti. Il diritto all’assistenza sanitaria, all’accoglienza ad esempio sono stati seriamente colpiti dai tagli alla spesa pubblica. Si è ancora incapaci di spendere bene e in maniera equa.

Ad amministrare la cosa pubblica siano persone oneste, serie, indirizzate al bene comune e capaci di mettere veramente al centro la persona, soprattutto quella più debole.

Election day, riforme elettorali, mediazioni tra i partiti. Questioni interessanti, per carità. Che però non si trasformano, ipso facto, in pane quotidiano per le mense delle famiglie disagiate o in lenzuola pulite per le persone bisognose accolte nei centri residenziali della città. Ogni giorno. Oggi  12 ottobre, domani sabato 13… Non tra tre mesi o la prossima primavera.

Il Centro Astalli, come tante altre realtà, è ogni giorno in prima linea per difendere i diritti dei più deboli e promuovere una cultura dell’accoglienza, ma purtroppo nessuno di noi vive di aria e bei pensieri. Qualcuno tra chi ha responsabilità di governo può distogliersi per un attimo dalle questioni accademiche e battere un colpo. Senza ulteriori indugi. E senza che nessuno tra i più indifesi debba scontare, ancora una volta sulla propria pelle, gli effetti di questa vergognosa negligenza.

Basta inviti, richiami, sollecitazioni, discussioni sterili. Abbiamo bisogno di agire animati dall’unico desiderio di pensare al bene delle persone, soprattutto le più deboli. Chi governa, ripeto, a tutti i livelli, ascolti il grido di chi è in difficoltà e abbandoni le vecchie logiche di potere della vetusta politica.

P. Giovanni La Manna sj