Intervista a Cécile Kyenge, Ministro per l’integrazione

L’Italia mostri il suo lato migliore

Il Ministro per l’Integrazione si presenta in conferenza stampa esordendo con una frase semplice e potente: “Non chiamatemi di colore, dite tranquillamente che sono nera”.
Primo ministro di origini straniere della repubblica italiana. Un medico oculista, una laurea presa in Italia a tempo di record e con il massimo dei voti.
Un’intelligenza vivace, una motivazione di ferro, un sorriso accogliente.
Non si sottrae ai giornalisti e alle domande. “C’è tempo per tutti, parlerò singolarmente con ciascuno di voi per un tempo massimo di cinque minuti”.
Cinque minuti densi, in cui racconta una vita e un progetto politico che in non pochi punti coincidono.

Ministro non è stato un inizio facile il suo. Come giudica gli attacchi razzisti ricevuti?

Gli attacchi sono di una minoranza che urla di più. L’Italia non è razzista, ha una tradizione di accoglienza che va valorizzata. Sarà mio compito farlo. Sono il simbolo di una nuova Italia che oggi è alla ricerca di un suo modello di integrazione. Spero che con il mio contributo l’augurio che ha rivolto don Luigi Ciotti al mio Ministero diventi presto una realtà: non ci sia più bisogno di occuparsi di integrazione ma si pensi all’interazione. Una g di meno che ci fa passare dall’accettazione alla relazione, da una logica di inclusione a una logica di cittadinanza.

A giugno si celebra la Giornata mondiale del Rifugiato. Un’occasione importante per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle migrazioni forzate.

Mi impegnerò per i diritti di tutti i migranti che giungono e vivono sul nostro territorio. Tra questi ovviamente non possiamo dimenticare i rifugiati.
Lavorerò per una nuova legge sull’immigrazione che abolisca il reato di clandestinità e che finalmente disciplini in maniera organica l’asilo. Mi impegnerò per cambiare radicalmente la natura dei CIE, dove uomini e donne vivono in condizioni inaccettabili. Mia priorità sarà lavorare a una legge che introduca una forma di ius soli per riconoscere la cittadinanza ai figli di immigrati che da tanto tempo vivono in Italia. Certo, sono misure strutturali e complesse che si possono realizzare soltanto con una sinergia di governo. È necessario aprire dei tavoli interministeriali per lavorare insieme a questi obiettivi che per me sono prioritari.

Il Centro Astalli le rivolge i migliori auguri per questo suo impegno di governo. Il fatto che lei sia ministro ci fa sperare in un’Italia migliore.

Il mio impegno sarà totale, metterò a disposizione degli italiani le mie competenze, la mia storia, la ricchezza di essere sia italiana che congolese e di essere il frutto dell’unione di due culture.
Sono il ministro di tutti. Molte volte ho sentito pronunciare questa frase di cui oggi sento particolarmente la responsabilità. Non sono il ministro degli immigrati, come qualcuno ha già detto. Sono il ministro degli italiani presenti e futuri. Lavorerò perché chi arriva in Italia da straniero trovi un paese capace di mostrare il suo lato migliore.

Donatella Parisi

Il mare unisce. La terra non divida

E se invece che stivale fosse braccio allungato verso sud? E se, anziché tacco e punta, Puglia e Calabria fossero il palmo aperto di quel braccio, una mano tesa che accoglie, che mette in salvo, che consola? E se la Sicilia fosse un fazzoletto da sventolare per indicare la rotta, per dire “ehi gente noi siamo qui”?

Basterebbe fermarsi a pensare davanti a una carta geografica, provare a cambiare prospettiva. Un esercizio, un augurio, una possibilità per riconoscersi approdo e non barriera, salvezza e non fortino, inizio della terraferma e non fine di ogni speranza.

Sarebbe un’altra Italia, una nuova Italia o forse la più antica che sia mai esistita. Quella che accolse Enea esule e in cui l’ospite fu sacro perché mandato dagli dei prima e dal Dio dell’Antico Testamento poi.

Una rivoluzione culturale, una vocazione da assecondare, un ponte da gettare: quante cose una penisola può essere. Tre lati bagnata dal mare, uno solo attaccato al continente.

Basterebbe questo a definirci sponda, approdo, porto. E invece per secoli abbiamo cercato ad ogni costo di diventare barriera, fortezza, confine, per convincerci di essere inespugnabili, per illuderci di essere altro.

Siamo figli del Mediterraneo che ci ospita, siamo fratelli di mare con popoli vicini che mai come oggi ci sembrano lontani. Marocco, Libia, Algeria, Tunisia, Egitto odorano di mare proprio come noi, respirano la stessa aria, mangiano gli stessi frutti.

Certo, preghiamo un Dio diverso, parliamo lingue diverse, abbiamo storie diverse. Ma questa è tutta ricchezza, è linfa vitale. È ciò che fa muovere le onde, che spinge all’incontro, che ci obbliga a riconoscerci famiglia.

Siamo nati per parlarci, per stringere patti, per scambiare ricchezze. Abbiamo lasciato il Mare Nostrum in mano a trafficanti senza scrupoli che ne hanno fatto un cimitero per migliaia di migranti in fuga da guerre e dittature.

Il Mediterraneo è un mare straziato, un mare in lutto. È un mare che piange i suoi figli che tentano di navigarlo in cerca di salvezza. In cerca di asilo.

Il mare da sempre ci unisce, la terra smetta di dividerci. Non siamo nati per questo!

  Donatella Parisi

Messaggio che il Centro Astalli ha condiviso per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2013

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.

Legami a rischio – La storia di Joseph che lotta per riabbracciare le sue figlie

Per fuggire alla violenza e alle persecuzioni del suo governo, Joseph, esponente del maggior partito d’opposizione camerunense, è stato costretto a lasciare improvvisamente non solo la sua casa e il suo Paese, ma anche la sua famiglia. Affidare la moglie e le sue due bambine ai trafficanti sarebbe stato troppo pericoloso ed economicamente impossibile. Per questo motivo ha dovuto compiere una scelta dolorosa quanto obbligata, comune a tante altre persone che lasciano tutto solo per potersi salvare: separarsi dai propri cari.

Ormai Joseph è in Italia da quasi tre anni, ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, ma non è ancora riuscito a ricostruire le basi della sua vita: non ha un lavoro, non ha una casa. Per questo, nonostante gli anni di lontananza dalla sua famiglia, fino a qualche mese fa non era intenzionato a farsi raggiungere a Roma dalla moglie e dalle figlie. Avrebbe voluto farle arrivare solo nel momento in cui fosse riuscito a offrire loro un’indipendenza basata su una sua occupazione più o meno stabile, una parvenza di vita normale lontana dai centri di accoglienza. Ma la morte improvvisa della moglie ha modificato drammaticamente la situazione.

Purtroppo anche per un rifugiato, che per legge non ha bisogno di dimostrare alcun requisito né legato al reddito né alla condizione alloggiativa, la via verso il ricongiungimento familiare può rivelarsi spesso un lungo percorso ad ostacoli. Così si è dimostrato per Joseph, costretto ad affrontare sfide burocratiche ed economiche in una snervante corsa contro il tempo.

In alcuni Paesi, infatti, i documenti necessari da presentare in ambasciata, come gli atti di nascita e di morte, o i certificati di matrimonio, non sono sempre facili da reperire, soprattutto se registrati in villaggi lontani dalla capitale. Va poi considerato il problema economico: oltre ai biglietti aerei ha dovuto pagare il test del DNA per dimostrare il legame con le sue figlie ma anche tutti i controlli richiesti dall’ambasciata italiana a Youndè, compreso il certificato di sepoltura della moglie. Ciò significa che senza il sostegno legale ed economico di diverse associazioni, Joseph non sarebbe mai riuscito a portare avanti la sua pratica e due bambine rimaste sole, oggi non avrebbero la minima possibilità di riabbracciare il padre lontano migliaia di chilometri.

Emanuela Limiti

A 20 anni dalla prima immigrazione albanese in Italia

“È difficile respingerli, questi qui hanno facce come le nostre…” L’improvvisa, o quasi, invasione di massa degli albanesi in quel 1991 aveva messo in crisi anche il giornalista conservatore col quale stavo parlando. Era un suo modo, certamente singolare, per dire: stavolta non mi posso proprio opporre. Era la testimonianza vivente della nostra inadeguatezza culturale (anzitutto) di fronte all’immigrazione. Del resto, bastava aver frequentato, ad esempio, Bari e il suo porto, la sua grande area commerciale, anche anni prima, in piena dittatura comunista, per vederla, nei giorni di mercato, occupata da donne e uomini arrivati dall’altra sponda, le donne coi costumi tradizionali. Bastava per capire quanto fosse vicina quell’ “altra sponda” adriatica. Un braccio di mare.

Da allora l’immigrazione è stata costante. Ampliata nei numeri da giornali e soprattutto dalla tv quella via mare dall’Africa, che, certo, continua a proporci autentiche tragedie. Mentre si notavano di meno i ben più consistenti arrivi via terra, da est. In questi vent’anni l’inadeguatezza culturale di cui parlavo all’inizio è emersa, crudamente. Ci siamo negati alcuni dati evidenti da tempo: il fatto, per esempio, che gli italiani rifiutassero (ma avveniva già negli anni ’80) i lavori più faticosi e usuranti, dalla fonderia all’edilizia, all’assistenza domiciliare a tutta la manovalanza e che la presenza sempre più fitta di immigrati, uomini e donne, fosse non solo necessaria ma di grande utilità per la nostra economia. Se lo sono negati in alcune regioni soprattutto. Meno in altre. Non per essere “patriottico”, ma episodi di razzismo in Emilia-Romagna, dove pure la quota di immigrati sui residenti, è spesso la più alta d’Italia, non se ne sono registrati nella misura del Veneto o della Lombardia. Del resto era successo qualcosa di analogo con l’ondata migratoria (non ancora metabolizzata, diciamolo) da Sud a Nord.

Ne parlavo poco tempo fa col sindaco del mio paese, Predappio, dove gli immigrati regolarizzati rappresentano ormai l’11 per cento della popolazione, cioè oltre 700 su circa 6.500. Lì, è vero, c’è una economia abbastanza equilibrata fra agricoltura specializzata (vite soprattutto), industria e servizi. “I senegalesi in particolare hanno trovato posto in campagna. Una metà degli immigrati è costituita da badanti che, per i nostri vecchi, sono una benedizione”, sottolineava con schiettezza Giorgio Frassineti, geologo, insegnante.

Non che manchino i problemi e però c’è una attitudine a capire, a cercare e a trovare la strada per una integrazione o per una coabitazione civile. Certo, ha ragione Giuseppe De Rita quando osserva che i problemi dell’immigrazione sono meglio gestibili nella rete delle cento città e cittadine del Centro-Nord, dove il welfare comunale ancora funziona, nonostante la crisi, e che gli stessi invece divengono drammatici nelle grandi aree metropolitane del Paese. Là dove il disagio sociale colpisce tutti, figuriamoci gli ultimi.

Credo, da giornalista, che il contributo più utile che possiamo dare sia quello di raccontare questa autentica rivoluzione antropologica in tutta la sua complessità, comprese però le tante realtà positive, di integrazione, di dialogo, di buon vicinato. E far sapere ai nostri ragazzi che cento, centocinquant’anni fa siamo stati noi italiani i migranti che oggi sono africani, asiatici, sudamericani o europei dell’Est, e lo siamo stati ancora negli anni ’40 e ’50, anche da clandestini. Ce lo ricordano alcuni film del neorealismo, “Il cammino della speranza” di Germi sull’emigrazione in Francia. Quando eravamo “macaronì”.

  Vittorio Emiliani