Un accordo molto preoccupante

L’accordo concluso tra Unione Europea e Turchia il 18 marzo 2016 e entrato in vigore due giorni dopo rappresenta un cambiamento sostanziale nelle politiche europee sulla protezione internazionale. Per la prima volta in assoluto è stato stipulato un accordo tra UE e un Paese terzo con la dichiarata finalità di impedire ai richiedenti asilo di varcare le frontiere dell’Europa. Come hanno rilevato immediatamente numerosi enti di tutela, tra cui il Centro Astalli, numerosi elementi dell’accordo sono in evidente contrasto con il diritto europeo vigente. Il JRS Europa ha elaborato un documento, condiviso con i 15 uffici nazionali europei, in cui si offre un’analisi accurata degli aspetti che suscitano gravi preoccupazioni rispetto alla tutela dei diritti umani dei migranti forzati. In primo luogo, l’accordo prevede il respingimento forzato verso la Turchia dei richiedenti asilo giunti sulle isole greche. Sebbene si affermi che questo avverrà nel rispetto delle norme europee e internazionali, ci sono validi motivi per dubitare che esistano le condizioni per assicurare accesso effettivo e individuale alla procedura di asilo in Grecia e, soprattutto, sul fatto che la Turchia ad oggi possa essere considerata un “Paese sicuro” alla luce dei requisiti previsti dalle Direttive europee in vigore. Un secondo motivo di preoccupazione, anche alla luce del crescente numero di donne e bambini che arrivano dalla Turchia alla Grecia, è il rischio concreto che il reinvio in Turchia precluda il ricongiungimento familiare e non consenta la necessaria tutela dell’interesse dei minori. Inoltre, l’uso indiscriminato della detenzione negli hotspot sulle isole greche è particolarmente deleterio e non fa che esporre persone vulnerabili in fuga da violenza, guerra e persecuzioni a ulteriori esperienze traumatiche. Particolarmente discutibile, infine, è il cosiddetto schema “uno a uno” per il reinsediamento di rifugiati, esclusivamente siriani, dalla Turchia agli Stati membri dell’Unione, fino a un massimo di 72.000 persone. Di fatto, tale schema subordina la possibilità che un rifugiato siriano arrivi in Europa in sicurezza al fatto che un altro siriano rischi la vita nel tentativo di raggiungere la Grecia (perdendo peraltro il diritto di accedere successivamente al programma di reinsediamento). Questa misura viene giustificata sulla base della necessità di salvare vite umane, ma di fatto può essere attuata soltanto mettendo a rischio l’incolumità dei rifugiati stessi. Esistono altre misure che consentono alle persone di arrivare a chiedere protezione in Europa in legalità e in sicurezza, che tutelano effettivamente la dignità e i diritti umani dei migranti forzati e a cui l’Unione Europea potrebbe ricorrere. Ma l’accordo UE-Turchia sembra andare in direzione del tutto opposta. Per giunta, le negoziazioni e la conclusione dell’accordo non hanno previsto la consultazione del Parlamento Europeo né dei Parlamenti nazionali. Al contrario, le rappresentanze democratiche del popolo europeo sono state deliberatamente escluse dal processo. Per questa ragione, gli uffici del JRS in Europa hanno scritto una lettera ai parlamentari europei dei diversi Stati membri invitandoli a chiedere l’annullamento dell’accordo e di premere per la creazione di vie legali e sicure di accesso alla protezione.

Chiara Peri

#I get you: raccontiamo l’Europa che vogliamo

È stata lanciata lo scorso 20 aprile la campagna “I get you”, promossa dal JRS in nove Paesi europei nell’ambito del progetto BEST, finanziato dalla Commissione Europea. “I get you” in inglese significa “ti capisco, so come ti senti”. L’obiettivo è raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e molto distante da quella che ci viene comunicata dalla politica attraverso esperienze innovative che vedano cittadini e migranti impegnati insieme in iniziative di accoglienza, socializzazione e valorizzazione della diversità.
Per i prossimi mesi attraverso la sezione italiana del sito multilingue http://www.igetyou-jrs.org si potranno segnalare iniziative di associazioni, gruppi di volontari, parrocchie ecc che abbiamo l’obiettivo di facilitare l’inclusione di rifugiati e migranti: corsi di italiano, gruppi sportivi, laboratori di arte e di cucina, esperienze di ospitalità… Per farlo si deve compilare un breve questionario online già disponibile sul sito, dando alcune informazioni essenziali sull’iniziativa, ma anche possibilmente brevi testimonianze dirette di rifugiati, migranti e cittadini che vi partecipano e fotografie che trasmettano l’idea del fare insieme, che è un po’ il cuore del messaggio della campagna.

“Morire di speranza” in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa

 

 Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, piazza Santa Maria in Trastevere e questa splendida Basilica erano gremite di gente in festa, per salutare e ricevere il caloroso abbraccio di Papa Francesco, in visita alla Comunità di Sant’Egidio. Erano presenti esponenti di diverse confessioni religiose, persone provenienti da tutti i continenti e tutto il popolo di Sant’Egidio: immigrati, anziani, disabili (rom, ex detenuti, i senza fissa dimora). Portiamo nel cuore il momento di preghiera, le Parole del Santo Padre e le toccanti testimonianze di Rom, di profughi e di rifugiati.

Questa sera, in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa, vorrei iniziare dando voce a una breve testimonianza di una piccola rifugiata. Sono le parole di Jamila, una bambina siriana di 10 anni:

La spiaggia è affollata.

Non vedo che schiene e gambe di adulti.

I grandi sono accalcati e impauriti.

Mamma mi stringe forte a sé assieme a mia sorella.

Ho paura.

Saliamo a bordo e la barca parte.

Inizia con questo sentimento di paura la via crucis di tanti bambini, di donne e uomini innocenti, a bordo di carrette del mare. In preghiera, gli uni accanto agli altri, rispondiamo al caloroso invito della Comunità di Sant’Egidio che anche quest’anno, insieme con le ACLI, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes e il Jesuit Refugee Service, ci ospita in questa Basilica per fare memoria di fratelli e sorelle travolti dalle onde del mare.

Il “Mare Mediterraneo”, che letteralmente significa “centro del mondo”, che da sempre rappresenta un crocevia di popoli e di culture, si è trasformato in questi ultimi anni in una drammatica rotta verso l’Europa, in una mappa segnata negli abissi da croci invisibili di innocenti, che hanno perso la vita su quelle “barche che invece di essere una via di speranza sono una via di morte”.

Stasera, ricorderemo per nome chi aveva il diritto di trovare un futuro migliore, ed invece è stato condannato dall’indifferenza umana a perdere la propria vita in mare.  Con le parole di Papa Francesco a Lampedusa “chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi” e rende le persone “insensibili alle grida degli altri”. Sono drammi che potevano essere evitati. Si tratta di tragedie annunciate da ormai troppo tempo e difficili da affrontare nella loro complessità; ma la speranza di una vita decorosa e di un futuro di libertà per sé e per la propria famiglia merita soluzioni che impegnino l’Europa a difendere i diritti umani e la dignità dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Ancor prima di rischiare la vita alla mercé di scafisti senza scrupoli, il viaggio della speranza inizia via terra per coloro che fuggono da situazioni di guerre, di persecuzioni, di torture e di estrema povertà. Sono rifugiati e richiedenti asilo somali, eritrei, sudanesi, afgani, siriani di tutte le età, con un bagaglio enorme di sofferenza. Camminano per settimane anche attraverso il deserto e affrontano tanti pericoli di morte, per raggiungere imbarcazioni di fortuna sulle coste africane. Sono dolorose le immagini di barconi  in avaria, sovraffollati di uomini e donne, con tanti bambini. I più piccoli sono bimbi di pochi mesi, o di pochi anni, i più grandi sono adolescenti. Piccole testoline, una accanto all’altra, impaurite, stremate, che sempre più numerose fuggono dalla guerra in Siria. Arrivano disidratati, stanchi e con i vestiti bagnati. Un’odissea per i più piccoli che non finirà una volta portati in salvo nei nostri porti, dalla Marina militare. Anche per loro, il futuro rimane incerto. L’Italia, infatti, rappresenta solo una tappa e questi bambini, spesso non accompagnati, rischiano di cadere vittime nelle reti della criminalità organizzata mentre si fanno strada verso i Paesi del Nord per ricongiungersi con parenti o conoscenti.

Preghiamo insieme il Signore, misericordioso e pieno di amore perché nessuno rimanga indifferente all’accoglienza di questi fratelli e sorelle, alla custodia della loro dignità e del loro diritto alla protezione internazionale.

Obbedienti alla volontà del Padre, sorge, pertanto, spontaneo chiederci: siamo capaci di custodirci gli uni con gli altri? Siamo capaci di amare e di ospitare lo straniero, nella pratica della fede così come Dio lo ospita nel mondo e lo salva nella sua misericordia?

Misericordioso è colui che apre il cuore e permette all’altro di rigenerarsi, di sentirsi a casa sua, di prendere fiato e di fare l’esperienza che c’è qualcuno che condivide con lui la propria storia. L’ospitalità non è un dovere ma un diritto degli altri verso ognuno di noi, è un evento della grazia del Signore. Dio ci onora di visitarci e di farsi accogliere inviando presso di noi una sua immagine, quella del migrante e del rifugiato.

Fedeli alla Parola del Signore siamo chiamati ad accogliere questi fratelli e sorelle con il saluto del Risorto: “Pace a voi!” (Luca 24, 37).

Fratelli e sorelle, diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità dei Paesi del Mediterraneo, perché questo mare Nostrum diventi un simbolo di pace, un luogo di alleanza tra gli uomini contro ogni diffidenza ed estraneità. Dove possiamo udire l’eco di espressioni di saluto, di incontro e di pace come: Shālôm, salâm alaykum (la pace sia su di voi). Pax vobiscum, la pace sia con voi!

 

Discorso pronunciato dal Cardinal Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in occasione della preghiera ecumenica “Morire di speranza” che si tenuta a Roma nella Basilica di S. Maria in Trastevere lo scorso 22 giugno 2014

Per fare la pace ci vuole coraggio

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L’8 giugno, domenica di Pentecoste, ha visto levarsi alto, da più parti, l’appello per la pace, in particolare in Medio Oriente. Nei Giardini Vaticani, Papa Francesco ha accolto il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo per un intenso momento di preghiera e di condivisione.

“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”, ha detto il Papa. “Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

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Molto coraggio e molta speranza sostengono le attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Siria (JRS Siria), a cui quella stessa sera veniva assegnato il premio per la Pace di Pax Christi International 2014, “per la sua opera nel fornire aiuto urgente ai siriani dall’inizio della guerra nel 2011”.

“Le religioni non dovrebbero essere qualcosa che divide le società, ma qualcosa che ci unisca quando lavoriamo insieme per la pace, per l’amore, per tutti”, ha detto padre Mourad Abou Seif sj, che insieme a padre Ziad Hilal sj ha ritirato il premio a nome dell’organizzazione. “Questa è l’importanza del premio di Pax Christi: dire alle persone che c’è una possibilità e che stiamo costruendo qualcosa di nuovo.”

I team del JRS in Siria sono formati da 600 persone, dai17 ai 70 anni, provenienti da una varietà di origini etniche, religiose e socioeconomiche: grazie al loro impegno comune, nel 2013 è stato possibile assistere 300.000 siriani colpiti dalla guerra. Una componente centrale del lavoro del JRS in Siria e nell’intera regione è la promozione della cooperazione interreligiosa e del dialogo, per resistere alla logica della violenza e del settarismo.

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Un concerto di solidarietà per la Siria è stato organizzato sempre la sera dell’8 giugno a Milano dalla rivista Popoli. In occasione dell’evento, la comunità del Monastero di Deir Mar Musa ha inviato una lettera, una straordinaria testimonianza su ciò che significa vivere consacrati al dialogo interreligioso, anche in tempo di guerra.

“Continuiamo la nostra vita di preghiera, fiduciosi nel Signore che non ci lascia mai”, scrivono i membri della comunità. “Il nostro sforzo è stato riversato sugli aiuti umanitari. Il nostro secondo monastero, Deir Mar Elian ha ricevuto quasi 5.000 profughi per diversi mesi. È stato un rifugio per tante famiglie musulmane dei villaggi vicini. La comunità ha sostenuto queste famiglie distribuendo aiuti alimentari e medicinali e vivendo come una grande famiglia. Siamo riusciti a fare questo grazie al sostegno di tanti benefattori e al Jesuit Refugee Service. C’erano quasi 110 bambini, per i quali abbiamo organizzato giornate di attività di gioco con i giovani volontari della parrocchia. Abbiamo insistito anche per mandarli a scuola e provvedere ai loro bisogni… Il contatto con persone che sono in maggioranza musulmane è un’occasione concreta per vivere fino in fondo la nostra consacrazione al dialogo interreligioso. Viviamo questa nostra vocazione in una forma di dialogo non teologico ma vitale e concreto”.

E concludono: “Lavoriamo e preghiamo per il futuro della Siria e per il futuro del mondo senza mai perdere la speranza”. Questo è lo sforzo a cui tutti siamo chiamati.

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri

Europe Act Now: una campagna per accogliere i rifugiati dalla Siria

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L’ECRE – Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli, con il supporto dell’Unhcr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha lanciato la campagna ‘Europe Act Now’, un modo per dare voce ai rifugiati siriani. Alla campagna hanno aderito oltre 100 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, tra cui il Centro Astalli e diversi altri uffici del JRS.

Attraverso ‘Europe Act Now’ viene chiesto ai leader e alle istituzioni europee di prendere delle decisioni di forte responsabilità rispetto alla tragedia umanitaria dei profughi siriani.

Il conflitto in Siria dal suo inizio nel marzo 2011 ha causato oltre 130mila morti e un numero di profughi superiore ai 2,4 milioni che si stima possano diventare quasi 4 milioni entro la fine del 2014. Questa enorme crisi umanitaria ha finora toccato solo marginalmente l’Europa, che ha accolto solo 81mila rifugiati, ovvero il 3% delle persone bisognose di protezione.

Con la campagna ‘Europe Act Now’ si sollecitano i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa; fermare i respingimenti; proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee; ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

Lo scorso 6 marzo il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera d’appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno e alla ministra per gli Affari Esteri per chiedere con urgenza che vengano aperti canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria.

La campagna ‘Europe Act now’ chiede a tutti i cittadini di partecipare e di mobilitarsi a favore delle vittime del conflitto siriano. Si può aderire sul sito www.helpsyriasrefugees.eu firmando la petizione online e contribuendo a dare voce ai rifugiati attraverso Twitter e Facebook, nelle modalità illustrate sul sito. Invitiamo quindi tutti voi a firmare la petizione e a dare la massima diffusione alla campagna.

La campagna ‘Europe Act Now’ durerà per 4 mesi e terminerà in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, il 20 giugno 2014.

Buon compleanno, JRS!

Nel 33° anniversario della fondazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS), di cui il Centro Astalli è la sede italiana, pubblichiamo una lettera di padre Peter Balleis, Direttore Internazionale del JRS.

Luanda, 14 novembre 2013 – Come JRS, crediamo che la nostra presenza tra i rifugiati possa essere un “un efficace segno dell’amore di Dio e di riconciliazione“. In effetti sarebbe praticamente impossibile per il JRS realizzare la propria missione senza focalizzarsi sulla riconciliazione.

Per tutta la sua storia, il JRS ha sempre lavorato per la riconciliazione, solitamente senza chiamarla così. Ci impegniamo in progetti di comunità che comprendono educazione alla pace, dialogo e risoluzione del conflitto. Il sostegno educativo e psicosociale, le nostre aree di particolare impegno, alimentano guarigione e speranza. Il nostro lavoro di advocacy promuove la ricerca della verità e la responsabilità necessarie alla riconciliazione e alla giustizia; le nostre ricerche producono analisi delle cause del conflitto e della migrazione forzata.

Tuttavia, prima di parlare di riconciliazione, è necessario prima parlare delle cause del conflitto, dell’odio, delle divisione e del ciclo della violenza che rendono la riconciliazione – ‘ricreare le giuste relazioni’ – così necessaria.

Prendiamo il caso della Siria. Ciò che è iniziato come una ‘Primavera Araba’ per ottenere una riforma politica, è stato accolto dalla violenza del regime e è progressivamente degenerato in un circolo vizioso di violenza e vendetta, in un conflitto settario a cui nessuno sembra capace di mettere fine. L’ingiustizia porta altra ingiustizia, l’odio porta più odio, le uccisioni altre uccisioni. Come tutte le guerre, appare del tutto insensata.

Ho avuto esattamente la stessa sensazione 15 anni fa, qui a Luanda, Angola, dove mi trovo mentre scrivo queste righe. L’Angola aveva già sofferto quasi 25 anni di guerra e distruzione quando, alla fine del 1998, le fazioni contendenti ingaggiarono un’ulteriore e persino più violenta fase del conflitto. Ancora più persone sono morte, sono dovute fuggire, hanno perso le loro case. Una simile distruzione non ha alcuno scopo, è completamente priva di senso.

Questo è ciò che ha scritto il teologo Dietrich Bonhoeffer da un carcere nazista a Berlino: il male è stupido. La violenza è auto-distruttiva. A un certo punto, diventa insostenibile e si distrugge da sola. A un certo punto il circolo vizioso si spezza. Si ferma perché la gente è stremata. In Angola, la violenza si è fermata quando il leader dei ribelli è morto, nel 2002.

Per interrompere il circolo vizioso dell’odio, della violenza e della morte serve ben più della vittoria di un gruppo sull’altro. Servono pietà, perdono, guarigione e riconciliazione – la grazia di perdonare l’imperdonabile – una pace che il ‘mondo’ non può dare…

Anche se i conflitti finiscono sul campo di battaglia e/o a livello politico, i cuori restano profondamente feriti; i cari che sono caduti sono persi per sempre. La riconciliazione tocca questo livello più profondo. Se il male è stupido allora possiamo dire che la bontà, perdonare l’imperdonabile, è una cosa saggia e prudente, perché spezza il circolo vizioso della violenza.

Gli operatori del JRS in Siria, che fanno parte delle comunità alawita, cristiana e sunnita, rappresentano le molte persone che sono state ferite, che hanno perso moltissimo. Eppure, insieme, si mettono a servizio degli sfollati, dei feriti e delle vittime della guerra. In termini teologici cristiani, si pongono dalla parte del Crocifisso, la vittima innocente che ha pregato “perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Molti di coloro che imbracciano le armi in Siria, in Congo orientale e in altri luoghi non sanno quello che fanno. La cecità della violenza ha oscurato i loro cuori. La grazia del perdono porta una luce nuova. Preghiamo sempre per questa grazia di pace che solo Dio può concedere e lavoriamo affinché possa diventare realtà nella vita dei migranti forzati che serviamo.

Peter Balleis SJ, Direttore Internazionale del JRS

Papa Francesco al Centro Astalli

La seconda tappa di un viaggio iniziato a Lampedusa Papa Francesco l’ha fatta al Centro Astalli.

Tanti i significati che si possono leggere in questa visita. Per chi l’ha vissuta in prima persona sopra ogni cosa c’è la forza dell’incontro.

Papa Francesco ha incontrato i rifugiati, li ha abbracciati, ascoltati, ha pregato con loro.

Ha ridato a uomini e donne provati nel corpo e nello spirito la dignità perduta. Li ha messi al centro del mondo. Per un pomeriggio la mensa dei rifugiati, un posto semplice, povero per i poveri, è diventato un luogo a cui tutti guardavano, in cui tutti volevano essere.

Grazie Francesco per esserci stato, per aver risposto ad un invito, per aver telefonato:“Sono papa Francesco, saluta i rifugiati da parte mia, presto verrò”. Una promessa mantenuta, una felicità condivisa tra operatori, volontari, rifugiati.

Ci hai mostrato ancora una volta quanto ci sia di straordinario nella semplicità dei gesti: stringere una mano, abbracciare, bere un mate seduto in cerchio con i rifugiati. Ascoltare, parlare, accogliere il dolore facendosene carico, centinaia di lettere raccolte, con disponibilità e generosità. Ti sei dato senza barriere a chi dalla vita ha avuto solo il peggio.

Ci hai colpito con la potenza delle tue parole, perché semplicità non vuol dire debolezza. Hai parlato di accoglienza, di dignità, hai invocato giustizia e solidarietà. Hai riempito di significato ogni parola pronunciata. Nella Chiesa del Gesù, davanti a 350 rifugiati e 300 volontari hai omaggiato la tomba di Padre Pedro Arrupe, che volle istituire con tutte le sue forze il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Hai pronunciato parole importanti, pietre, per le coscienze di ciascuno. La tua voce è giunta forte a tutto il mondo.

Un discorso intenso, in cui hai voluto riprendere e spiegare la missione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati “accompagnare, servire, difendere”. Le hai pronunciate quelle tre parole, le hai spiegate, le hai rese attuali e vive con la forza e la concretezza che  caratterizza il tuo modo di parlare.

Hai concluso con un monito alla Chiesa, alla tua Chiesa: “Apriamo le nostre porte ai rifugiati. Fuggiamo la mondanità e la ricchezza, accogliamo la carne di Cristo che sono i rifugiati”.

Grazie Papa Francesco. Ancora una volta. La tua presenza è stata una festa, un dono che ci spinge a metterci a servizio dei rifugiati ogni giorno con maggiore impegno e dedizione.

P. Giovanni La Manna sj

Rifugiati in detenzione: Panama

Il dramma dei rifugiati e sfollati colombiani è la crisi umanitaria più persistente dell’emisfero occidentale ed è probabilmente anche una delle più ignorate. Solo negli ultimi vent’anni, i conflitti armati hanno portato alla migrazione forzata oltre cinque milioni di colombiani.

Molti di loro cercano asilo a Panama e spesso non hanno alcuno status legale. Devono mantenersi senza avere accesso al mercato del lavoro regolare, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Anche se sono richiedenti asilo, alcuni profughi sono trattenuti in centri di detenzione durante l’esame della loro domanda.

Quando lo abbiamo visitato lo scorso marzo, il centro di detenzione per migranti di Panama City ospitava quasi 100 uomini. Alcuni erano migranti irregolari in attesa di essere rimpatriati, ma diverse persone che abbiamo incontrato erano rifugiati riconosciuti o richiedenti asilo. I detenuti dormono su sottili materassi sul pavimento in sei grandi camerate, solo due delle quali hanno una finestra — unica fonte di aria fresca.

Uno degli uomini con cui abbiamo parlato ci ha detto che i guerriglieri in Colombia lo hanno fatto scendere a forza dalla sua auto per rubargliela e poi l’hanno rapito. Dopo aver tentato più volte di denunciarli alle autorità colombiane, ha capito che non avrebbe ottenuto giustizia.

È fuggito dalla Colombia a Panama a piedi attraverso la giungla di Darien Gap. Ha chiesto asilo alle autorità panamensi, ma invece di ottenere protezione è stato accusato di essere un narcotrafficante e imprigionato in attesa di rimpatrio.

In lacrime, ci ha raccontato di aver chiesto alle autorità un permesso per lavoro o per transito, ma ha ottenuto solo di essere imprigionato e ora sta perdendo ogni speranza. Alcune persone sono trattenute nel centro di detenzione per più di un anno mentre le autorità panamensi prendono una decisione definitiva in merito alla loro domanda d’asilo.

Quest’uomo non vuole essere qui, e il suo dolore è così grande che sta pensando di firmare per ottenere di essere rimpatriato in Colombia. Lì la sua vita è in pericolo, ma essere imprigionato senza speranza per lui è ben peggio. L’ignoto è stressante e lui è disperato. Dice che preferirebbe morire piuttosto che rimanere in carcere senza speranza.

L’avvocato del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati Panama promette di seguire il suo caso presso le autorità panamensi e tutti lo incoraggiamo a non perdere la speranza. La sua voce sarà ascoltata.

Christian Fuchs e Mary Small, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati USA

Vite in transito

Il Marocco e l’Algeria, e la loro vasta distesa di deserto, sono una terra di nessuno per i rifugiati e i migranti che aspirano a una vita di libertà e sicurezza in Europa. Dopo un viaggio lungo e pericoloso nel Sahara, è solo arrivando nel Nord Africa che capiscono che la promessa di una protezione in Europa è illusoria quanto un miraggio nel deserto.

Prendete la storia di Fabrice, che viene dal Camerun. Nel 2004, lui e i suoi compagni si sono persi nella parte meridionale del deserto algerino, dopo essere stati abbandonati dai trafficanti che avevano pagato perché li portassero fino al Mediterraneo. I poliziotti algerini li hanno trovati, ma invece di aiutarli hanno messo sabbia nella poca acqua che ancora avevano e li hanno abbandonati. Fabrice ha camminato per giorni. Altri sono crollati e non si sono più rialzati. Lui ha perso coscienza ma è stato miracolosamente trovato da un nomade del deserto che l’ha portato a un campo in Niger.

“Così tante persone muoiono nel deserto”, dice Fabrice. “Non potete neanche cominciare a immaginare. Muoiono e i loro corpi vengono coperti dalla sabbia, e il mondo si dimentica che siano mai esistiti.”

La storia di Fabrice è documentata, insieme a molte altre, in un rapporto pubblicato dal JRS Europa nel dicembre 2012 dal titolo Lives in Transition (Vite in transito). Il rapporto è basato su interviste a rifugiati e migranti che sono bloccati in una situazione di perenne transito in Marocco e Algeria.
Sebbene entrambe le nazioni abbiano ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, nessuna delle due ha una sua legge sull’asilo. In Marocco, l’Ufficio per i rifugiati e gli apolidi non funziona dal 2004, e l’UNHCR è lasciata sola a determinare lo status di rifugiato e a difendere i diritti di base.

Tuttavia lo status di rifugiato dato dall’UNHCR non sempre viene riconosciuto. Il JRS Europa ha documentato casi in cui la polizia marocchina ha arrestato persone con lo status di rifugiato e le ha portate alla frontiera col deserto algerino. L’UNHCR cerca di intervenire, ma spesso non può fare niente perché le retate sono fatte durante la notte.

I migranti e i rifugiati sono trattati come cittadini di serie B. Michelle ha raccontato al ricercatore del JRS Europa che quando chiede l’elemosina per strada i marocchini spesso la insultano e le dicono di andare a lavorare. “Ma quando cerco un lavoro mi chiedono se ho i documenti in regola, e quando dico di no mi rispondono che non c’è lavoro. Alle volte la polizia marocchina mi ferma e devo usare tutti i soldi che ho per togliermi dai guai ed evitare di essere rispedita a Oujda [sulla frontiera con l’Algeria].”

In Algeria si riesce a trovare lavoro nel mercato nero, dove lo sfruttamento è la regola. Ismail, un migrante dalla Costa d’Avorio, conosce molto bene i rischi di questi lavori. “Alcune volte delle persone sono arrestate perché non avevano documenti validi o perché lavoravano irregolarmente. Ma secondo loro come dovremmo sopravvivere?”

Molti migranti si riducono a occupare abusivamente edifici abbandonati perché non possono permettersi di pagare un affitto. Il nostro ricercatore ha incontrato Matias, un giovane di 32 anni della Guinea, e Jean, un giovane di 22 anni del Camerun, in un edificio non terminato a Boush Bouk, un quartiere di Algeri. La loro stanza era priva di porta e fungeva da camera da letto, da sala, da cucina e da bagno. Era una delle stanze migliori della zona: almeno aveva tutti e quattro i muri.

Nel 2012 l’Unione europea ha vinto il premio Nobel per la pace. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha affermato che il premio “permetterà all’Europa di contribuire a modellare un mondo migliore in linea con i valori della libertà, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto”. In Nord Africa questa affermazione cade nella più allarmante delle contraddizioni. Dal 2010, diversi drammatici cambiamenti hanno allargato il divario tra le ambizioni dell’UE e le sue azioni. I 20.000 migranti arrivati in Italia in seguito alla rivoluzione tunisina sono stati una patata bollente che nessun governo dell’UE ha voluto toccare. E mentre le nazioni europee si sono mosse velocemente per la guerra al dittatore libico Gheddafi, esse sono poi state capaci di reinsediare solo alcune centinaia di rifugiati rispetto alle centinaia di migliaia ricevute dall’Egitto, dal Ciad e perfino dalla Tunisia.

In Siria, l’attuale risposta dell’UE è ugualmente rivelatrice. Sebbene abbiano lodevolmente donato più di 400 milioni di euro in aiuti umanitari, le nazioni dell’UE si tirano indietro di fronte alla prospettiva di reinsediare dei rifugiati nei loro territori. Così, mentre le nazioni che confinano con la Siria hanno ricevuto più di un milione di rifugiati, solamente 20.000 richiedenti asilo siriani hanno raggiunto l’Europa.

Gli eventi tumultuosi nelle aree vicine hanno portato l’UE a intensificare i controlli lungo le sue frontiere meridionali, rendendo quasi impossibile per i migranti e i richiedenti asilo il raggiungere l’Europa senza rischiare il viaggio via mare. L’UNHCR ha identificato il 2011 come “l’anno più letale” per i migranti nel Mediterraneo, un anno in cui quasi 2.000 persone – quelle di cui si ha notizia certa – sono morte.

Eventi di questo tipo non sono nuovi. Un accordo bilaterale del 1992 tra Spagna e Marocco ha chiuso brutalmente la frontiera fra i due paesi. Da allora, qualsiasi migrante che provi a raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla è immediatamente riportato indietro in Marocco. In un incidente nel 2005 le guardie marocchine hanno aperto il fuoco su centinaia di migranti che tentavano di scalare la recinzione verso Melilla.

Nel 2006 Fabrice ha provato a raggiungere Ceuta dal Marocco, nuotando per due chilometri e cercando allo stesso tempo di aiutare una donna incinta lungo il tragitto. Ma la donna è svenuta. Mentre Fabrice lottava disperatamente per salvarla, la Guardia Civil spagnola li ha individuati e issati a bordo della nave. “Invece di portarci in salvo, ci hanno riportati vicino alla riva marocchina e ci hanno ributtati in mare”, ricorda Fabrice. La donna è sopravvissuta, ma ha perso il bambino, grazie alle guardie di frontiera che lavorano per una nazione europea, parte della stessa UE che ha vinto il premio Nobel per la pace.

Attraverso il rapporto, il JRS Europa invita l’UE a essere all’altezza degli ideali per cui è stata premiata. L’UE e i suoi stati membri devono mettere in pratica dei meccanismi che permettano di identificare i migranti bisognosi di protezione e di assicurare che questa protezione venga fornita. Qualsiasi accordo bilaterale tra uno stato dell’UE e un paese terzo deve contenere una clausola sui diritti umani che protegga i diritti fondamentali di tutti i migranti, inclusi i diritti economici, sociali e culturali. E i migranti non devono essere portati con la forza verso nazioni che non siano in grado di proteggere i loro diritti.

Il primo e principale invito che il JRS Europa rivolge ai governi di Marocco e Algeria è di implementare una propria legge nazionale sull’asilo. Le persone riconosciute come rifugiate non devono essere deportate. Entrambi i governi dovrebbero inoltre permettere alle ONG di fornire liberamente aiuto a chi ne ha bisogno.

Molti migranti alla fine si rassegnano a vivere in uno stato di perenne transito per anni. Ma alcuni cercheranno comunque di raggiungere l’Europa, quali che siano i rischi, sperando di avere maggior fortuna. Un uomo ha detto al JRS Europa: “Dio è con me e mi proteggerà”. La sua fede incrollabile di fronte alla miseria è commovente. Speriamo che l’UE faccia la sua parte.

Philip Amaral, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Europa

Potete scaricare il rapporto del JRS Europa, Lives in Transition, qui.