Mali: un Paese allo stremo

La crisi in Mali dura da almeno un anno: il 22 marzo 2012 un gruppo di militari ha rovesciato la repubblica con un colpo di Stato. A quel punto i tuareg, che da decenni periodicamente rivendicano la propria autonomia, alleandosi con alcune fazioni fondamentaliste hanno proclamato l’indipendenza della zona settentrionale del Paese, l’Azawad. Molti dei tuareg coinvolti nella rivolta erano stati mercenari nella Libia di Gheddafi, tornati in patria armati e ben addestrati dopo la guerra dello scorso anno. Dal mese di dicembre è in corso una missione ONU per ripristinare l’unità del Paese e lo scorso gennaio la Francia, con il sostegno logistico di alcuni Stati europei, tra cui l’Italia, è intervenuta militarmente a sostegno del presidente maliano ad interim nominato dalla giunta militare, ristabilendo il controllo nelle principali città dell’Azawad.

La situazione è in continua evoluzione. Il controllo del governo centrale nel nord è limitato ai centri urbani, che sono ancora teatro di attentati suicidi e di azioni di guerriglia. Anche in questo caso, nell’attuale crisi politico-militare si intrecciano interessi nazionali e internazionali, legati al contenimento del fondamentalismo islamico, ma anche e soprattutto allo sfruttamento delle risorse  della regione.

Abbiamo intervistato Andrea Lari, che ha recentemente effettuato un’indagine sul campo per conto dell’ONG internazionale Refugees International.

Che obiettivi aveva la vostra missione?

Valutare le conseguenze umanitarie della crisi sulla popolazione civile, specialmente attraverso interviste a migranti forzati. Nel nord il dilagare di gravi violazioni dei diritti umani (omicidi, esecuzioni, mutilazioni, stupri e altre gravi violenze contro le donne, reclutamento di bambini soldato) ha costretto alla fuga circa 430 mila persone, di cui oltre 260mila sono sfollate all’interno del Paese. In concomitanza con l’acuirsi del conflitto, l’intera regione del Sahel ha dovuto fare i conti con una grave siccità.

La fornitura degli aiuti umanitari internazionali si è concentrata sulle regioni del Nord, con gravi problemi di accesso al territorio e di controllo della distribuzione. Ma la maggior parte degli sfollati si trova nel sud del Paese, dove si potrebbe intervenire con maggiore efficacia. I loro bisogni sono stati sottovalutati perché molti sono ospiti della propria famiglia allargata. Ma con il protrarsi della crisi, la situazione sta diventando insostenibile: ogni nucleo familiare, già numeroso, ospita una media di 12-14 parenti sfollati. In pratica, ogni capofamiglia deve mantenere 20 o più persone.

Quali sono i problemi più gravi?

Gli sfollati non riescono a trovare un lavoro nel sud e le risorse delle famiglie si stanno esaurendo. Molti devono cercare alloggi alternativi, separando le famiglie: il rischio di violenze per donne e bambini è aumentato drammaticamente. L’assistenza sanitaria è in parte a pagamento e molti non possono più permettersela. Le scuole, già sovraffollate, non possono accogliere gli studenti sfollati.

Che prospettiva vedi?

Il primo passo per il Mali sono le prossime elezioni. Ma tutto il Sahel è un’area complessa, non facile da pacificare, soggetta a crisi climatiche ricorrenti. Le bande armate che sfidano i governi centrali e spesso ostentano posizioni fondamentaliste hanno accesso a risorse economiche ingenti, che derivano da traffico di droga, di armi e di esseri umani. In pratica le vittime delle loro violenze, costrette alla fuga, concorrono in parte ad accrescerne il potere.

Chiara Peri

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