L’ITALIA E I DIRITTI NEGATI LUNGO IL CONFINE ORIENTALE

Negli stessi giorni in cui Italia e Slovenia si incontravano per superare le ferite rimaste aperte dall’ultimo conflitto mondiale, la frontiera orientale irrompeva a Montecitorio con un’interrogazione sulle riammissioni informali di migranti tra i due Paesi.

L’azione parlamentare prendeva spunto dalla lettera aperta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – ASGI – nella quale si denunciava la violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo ope-rata lungo il confine sloveno dall’Italia. Sinteticamente, le accuse erano di:

1) effettuare riammissioni in Slovenia sulla base di un trattato bilaterale, antecedente l’ingresso di Lubiana nella Ue, interpretato peraltro in senso contrario a quanto stabilito in materia dalla Convenzione di Ginevra e dagli accordi europei e internazionali;

2) respingere i migranti senza l’emissione di un provvedimento motivato e notificato all’interessato che possa essere impugnato in tribunale (come previsto dalla Carta europea dei diritti dell’uomo – CEDU – e dal Regola-mento Ue n. 2016/399) e senza convalida giudiziaria (come prescritto dalla Costituzione repubblicana – art. 13);

3) non tenere conto della volontà di alcuni migranti di chiedere asilo in Italia. La responsabilità per queste do-mande è invece chiaramente regolata dal cosiddetto “Dublino III” (Reg. Ue n. 2013/604) e prevede che un Paese non possa rifiutarsi di esaminare una domanda di asilo, anche se originariamente presentata o da presentare in un altro Stato membro dell’Ue; oltre a escludere i respingimenti per i ri-chiedenti (Reg. Ue n. 2016/399). Con questo approccio, inoltre, l’Italia “finge di ignorare” – si legge nella lettera – che una volta in Slovenia, i migranti sono rispediti prima in Croazia, poi in Bosnia-Erzegovina e in Serbia dove subiscono torture e violenze, documentare dalle ONG locali; l’art. 3 della CEDU vieta le riammissioni se si rischiano trattamenti inumani e degradanti;

4) effettuare respingimenti collettivi, vietati dalla CEDU, aggravati dalla mancata possibilità di presentare doman-da di asilo o di far valere lo status di richiedente.

La successiva risposta fornita dal Ministero dell’Interno ha destato preoccupazione perché conferma che i migranti sono respinti: 1) in virtù del trattato bilaterale del 1996, violando le tutele fissate a livello interno, europeo e internazionale; 2) senza tener conto dell’eventuale richiesta di asilo resa manifesta o del possesso dello status di richiedente; 3) collettivamente; 4) ignorando le conseguenze che affron-teranno i migranti nei Paesi in cui saranno ricollocati.

I timori palesati dall’ASGI e ripresi dall’interrogazione parlamentare sembrano quindi fondati, tanto da configurare un grave passo indietro dell’Italia sui temi del rispetto dei diritti demigranti in generale e del diritto d’asilo in particolare: non più o non solo un coinvolgimento indiretto, come acca-duto in occasione dell’accordo europeo con la Turchia o nel controverso trattato bilaterale con la Libia – finanziata affinché bloccasse le partenze dei migranti, lasciandole carta bianca sui mezzi da utilizzare in terra e in mare. In questo caso, si tratta di un intervento diretto, attuato sul territorio italiano, con il coinvolgimento di istituzioni e di forze di polizia italiane. Sorge quindi più di un’apprensione a immaginare quali possano essere gli sviluppi successivi, nella prospettiva drammaticamente segnata dal deterioramento del tessuto sociale, economico e politico causato dalla pandemia da Covid-19.

Massimo Piermattei

Generare solidarietà: il nuovo volto del volontariato

Come mettere in pratica un’idea di società giusta e solidale? Come aiutare i rifugiati per far fronte ai bisogni sopraggiunti con la pandemia? Il racconto di una rete nata spontaneamente per aiutare i rifugiati in bilico tra precarietà e marginalità. Storie che arrivano per frammenti, che riguardano persone con le quali avevo stabilito un collegamento nel tempo, spesso casuale, storie che raccontano gli effetti dell’epidemia su quei molti migranti che vivono al confine tra una difficile integrazione e l’esclusione sociale, una specie di avanguardia di quella situazione di fragilità che non è certo esclusiva di queste persone, ma che le ha rese particolarmente a rischio, quando l’isolamento e il distanziamento sociale hanno colpito proprio quelle attività di economia informale, di lavoro occasionale o precario su cui tante fondavano la loro sopravvivenza.

Era iniziata da poco la inaspettata reclusione imposta dalla pandemia, quando, interrotto il mio servizio alla mensa, e troppo in là con gli anni per rischiare il contagio, mi sono chiesta se potessi fare qualcosa. Non che mancassero iniziative, ma temevo che l’isolamento, nel togliere parola e visibilità ai bisogni, nascondesse definitivamente quei settori sociali in povertà assoluta o relativa. Ho provato allora ad attivare un intervento modesto e non particolarmente originale: raccogliere fondi per sostenere delle famiglie o dei singoli in difficoltà. Piccole somme che pote-vano fare la differenza tra l’insicurezza o la paura dell’abbandono e la prospettiva di guadagnare qualche settimana per provare a ripartire con le proprie gambe: una quota dell’affitto, le spese per una procedura burocratica, l’abbonamento al trasporto pubblico, il pagamento di qualche bolletta. Ho cominciato chiedendo agli amici ed è cresciuta, quasi spontaneamente, una rete, senza regole e senza apparati, fatta di conoscenti spesso informati da un rapido “passa parola”, persone impazienti di fare qualcosa, che fosse immediatamente operativa e che, grazie al Centro Astalli, poteva davvero esserlo mentre io continuavo da casa solo una intensa attività telefonica e telematica. Non era il mio un generico appello a donare, ma la richiesta di collaborare a risolvere un problema specifico di una specifica persona e le risposte, credo, siano state dettate da un impegno etico ma soprattutto da una sincera, gratuita, riservata solidarietà.

A giudicare da questa piccola esperienza penso che il lockdown possa essere stato davvero, almeno per alcuni, un momento di riflessione, di attenzione agli altri, di maggiore consapevolezza sulle dimensioni della povertà e del disagio, che abbia forse illuminato aree nascoste e fatto comprendere che esistono spazi per forme diverso di impegno e di coinvolgimento.

Emma Ansovini, volontaria del Centro Astalli

IN QUESTA STRANA ESTATE DI EMERGENZE

In questa strana estate in cui il coronavirus condiziona le nostre vite, ancora una volta è la voce di Papa Francesco che si leva a difesa di chi non ha voce, di chi perde la vita nell’indifferenza generale. Durante l’Angelus del 23 agosto ha ricordato:

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto».

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto». Sì, perché continuano ancora a essere in molti a cadere nel Mediterraneo e in altre parti del mondo, uomini e donne vittime dell’indifferenza e della dilagante cultura dello scarto che “cosifica” le persone, che le usa finché sono produttive, che le considera solo se potenziali consumatori.

In questa strana estate di coronavirus, le persone migranti hanno continuato ad arrivare sulle nostre coste come era prevedibile, strano sarebbe stato il contrario. Neppure i numeri, che molti definiscono falsamente emergenza, sorprendono. Il tempo di pandemia ha solo reso più evidente la fragilità di un sistema che vorrebbe grandi centri in cui accogliere un elevato numero di persone, salvo poi scandalizzarsi se in tali contesti il virus si diffonde più rapidamente. In questi mesi estivi molte persone sono morte lungo la rotta centrale del Mediterraneo che da anni miete migliaia di vittime.

Centinaia di persone sono ancora recluse in Libia, nei centri di detenzione, nonostante siano ormai accertate al loro interno, sistematiche e gravi violazioni dei diritti umani.

Ciò che colpisce è che in questa strana estate di coronavirus, molti non trovino strano che ancora una volta vada in scena la surreale e grottesca pantomima dell’emergenza migranti. E su questa finta emergenza si speculi e si facciano le solite facili strumentalizzazioni.

In realtà tutto ciò è voluto e pensato, orchestrato e programmato, perché i “nemici migranti” sono una “merce” facile da vendere sul banco degli interessi di parte, siano essi sovranazionali, nazionali o di raggruppamenti politici, specie in vista delle elezioni. Tanto, in quanto “scartati” nessuna voce si leverà in loro difesa e chi lo farà verrà minacciato, prontamente apostrofato come buonista o messo alla gogna perché si arricchisce sulla loro pelle.

Camillo Ripamonti sj

In ognuno la traccia di ognuno

“I rifugiati non possono continuare a es-sere percepiti come nemici, per questo non possiamo abbandonarli in Libia, lasciarli morire in mare o alle frontiere. In questa pandemia percepiamo che siamo parte di una casa comune, siamo interconnessi più di quanto pensavamo”, P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, apre così il colloquio sulle migrazioni “In ognuno la traccia di ognuno. Con i rifugiati per una nuova cultura dell’ac-coglienza e della solidarietà”, promosso in occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2020, trasmesso il 17 giugno in diretta streaming su Vatican News. “Viviamo in una società sempre più impaurita e sfiducia-ta, convinta che la diffidenza sia la chiave della sicurezza – ha affermato Paolo Ruffini, prefetto per la comunicazione della Santa Sede, nel suo saluto iniziale – In tanti dividiamo il mondo in due: il noi e gli altri e questo ci porta progressivamente a sognare un mondo fatto solo per noi. Da qui la creazione di capri espiatori che ci preclude non solo di vedere la verità dei problemi ma anche di vivere l’incontro con l’altro e di fare esperienza dell’aiuto reciproco”. Accoglienza e inclusione sono temi che devono trovare spazio nelle agende politiche, secondo la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervenuta con un messaggio: “I principi cardine delle politiche europee dovrebbero es-sere la solidarietà, l’equa ripartizione delle responsabilità, la tutela della vita dei migranti e la promozione dei diritti umani, che sono di primaria responsabilità dell’Ue e degli Stati membri nel loro insie me e non solo dei Paesi che affacciano sul Mediterraneoperché l’unica strada percorribile è l’azione sinergica basata su un approccio partecipato capace di realizzare una seria politica di integrazione e protezione, da qui la necessità di riformare il Regolamento Dublino”. Sull’importanza della corresponsabilità si è soffermato il Cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna: “Dobbiamo rendere la pandemia una grande opportunità per essere responsabili gli uni degli altri e per capire come vogliamo stare insieme”. Da qui l’esigenza di promuovere “una politica europea che superi le paura e promuova l’accoglienza e l’inclusione dei migranti”. Secondo Zuppi i canali umanitari e la regolarizzazione dei migranti vanno in questa direzione e pertanto sono misure da sostenere e ampliare.“La cittadinanza e il luogo in cui viviamo non sono un possesso o una proprietà – ha spiegato la filosofa  Donatella Di Cesare –. Abbiamo dunque bisogno da una parte di mettere in discussione l’idea di una democrazia etnocentrica, fondata sui concetti di sangue e suolo, dall’altra di pensare a una nuova comunità che sia degna di questo nome, cioè aperta e ospitale”. Per la professoressa la logica utilitaristica secondo cui apriamo le porte ai migranti perché servono alla nostra economia e al nostro benessere è sba-gliata e fallimentare.

“La mia vita andava bene: poi un colpo di Stato e sono stato portato in un campo militare e torturato. Sono stato in Libia dove ho pensato di morire, ora vivo in Italia tra mille difficoltà, ma un giorno spero di poter riprendere i miei stu-di in legge”. Queste le parole di Moussa, rifugiato dal Mali, che ha aperto l’incontro, perché il pezzo che non deve mancare mai è la voce dei protagonisti, dei rifugiati che ci insegnano con la loro vita quello che scriveva Primo Levi agli amici “In ognuno la traccia di ognuno”.

Donatella Parisi

RIPARTENZA,MA NON PER TUTTI

In queste ultime settimane abbiamo parlato molto della fase 3 della pandemia, di riapertura, ripartenza e ri-presa. Sono molto suggestive le parole di papa Francesco nella Lettera ai movimenti popolari nel mondo del giorno di Pasqua, che descrivono una situazione che accomuna molte persone – tra queste migranti e rifugiati – sulle quali si è abbattuta la pandemia. «Molti di voi vivono giorno per gior-no senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia po-polare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento». Spesso, parlando di migranti e rifugiati, ci limitiamo a discutere della regolarità del loro soggiorno sul territorio europeo, ma avere un permesso regolare non sem-pre è garanzia di esigibilità di diritti. Le garanzie legali attraversano molti aspetti della vita: un regolare contratto di abitazione, un regolare contratto di lavoro (non solo per agricoltori, badanti e colf), bollette intestate al legittimo utilizzatore e si potrebbero fare tanti altri esempi. Vivere giorno per giorno senza garanzie legali significa vivere in una situazione di reale precarietà. È la prospettiva di molte famiglie che il coronavirus ha gettato in una condizione di povertà conclamata, specie molte famiglie di migranti e rifugiati. “I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente” diceva papa Francesco. Chi non ha garanzie legali si trova oggi doppiamente in difficoltà, perché alla crisi – che travolge tutti – va aggiunta la piaga dell’illegalità che rende molti ancora più invisibili e ai margini. Ora che è iniziata la ripartenza le persone più fragili rischiano di restare più indietro. Siamo tutti sulla stessa barca, ma su questa barca non sia-mo tutti uguali, le persone più vulnerabili hanno bisogno di un’attenzione maggiore. Non si tratta solo di mettere in atto azioni assistenziali, necessarie ma solo per una fase circoscritta, c’è bisogno di una reale inversione di tendenza progettuale e lungimirante, di politiche adeguate per quel che riguarda casa, lavoro, istruzione, salute; senza di queste non ci sarà una reale ripartenza per tutti.

Camillo Ripamonti sj

CHI È UN RIFUGIATO OGGI? LA STORIA DI PAUL

Paul ha circa 30 anni e viene dal Camerun. Era iscritto al terzo anno di economia ed era uno studente eccellente. Per mantenersi gli studi svolgeva autonomamente delle consulenze informatiche per piccole aziende. La matematica e i numeri sono la sua passione. Fugge dal paese dopo essere stato arrestato e imprigionato più volte per aver partecipato a manifestazioni studentesche contro il rincaro delle tasse universitarie. Nel corso di diverse detenzioni viene costretto dentro una stanza buia incatenato, percosso e minacciato di morte. Rilasciato per la terza volta, temendo di essere nuovamente arrestato e forse ucciso, decide di fuggire dal paese con la giovane moglie. Comincia un viaggio pieno di pericoli attraverso il deserto fino alla Libia. Arrivati in Libia vengono imprigionati a Tripoli in un centro di detenzione informale con 200 migranti. Le condizioni igieniche sono terribili, mangiano pochissimo, dormono per terra, chi protesta viene picchiato duramente. All’interno del campo Paul diviene a poco a poco un leader per gli altri prigionieri. Tratta con i carcerieri per cercare di assicurare a tutti delle condizioni minime di vita. Gli altri migranti lo chiamano le Presì, il Presidente. Alle sue richieste seguono spesso percosse e ritorsioni, anche sulla moglie. Assiste all’uccisione di molte persone e spesso viene costretto insieme ad altri prigionieri a seppellire sommariamente i morti. Sarà solo dopo sei mesi di questo inferno che riuscirà a pagare il riscatto e a imbarcarsi. Sono più di 150 persone su una piccola imbarcazione e riescono ad arrivare in Italia nel 2018. Al Samifo incontriamo Paul grazie all’invio dal centro d’ascolto che sta tentando in tutti i modi di far rivalutare il suo caso a cui era stato assegnato solo un permesso di protezione umanitaria che ormai non ha più valore. Il suo sguardo è spesso assente e nel corso di una visita ci racconta che la sua testa è piena di voci. C’è la voce di un amico ucciso nel campo in Libia, c’è la voce di un bambino che nel campo lo chiamava Presì e che lui proteggeva come un figlio e poi c’è una voce che conti-nua a terrorizzarlo, la voce del carceriere più spietato, quello che aveva diritto di vita o di morte su tutti. Il periodo passato in Libia è stato troppo lungo e troppo violento da essere semplicemente insopportabile e quindi ha causato una frattura nella capacità della sua coscienza di integrare normalmente le esperienze vissute. Ancora una volta sarà la straordinaria intelligenza di Paul ad aiutarlo, in poco tempo riuscirà a capire che non ci sono dei fantasmi a tormentarlo ma che è la sua mente a reagire ancora a un passato così terribile da continuare a vivere dentro di lui e che sarà possibile, piano piano, guarire. Oggi Paul ha ritrovato se stesso, le sue capacità ed è stato in grado di ritornare davanti a una Commissione e questa volta ha potuto raccontare quello che aveva vissu-to nel proprio paese, i motivi della sua fuga e finalmente ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato. La moglie è andata in Belgio perché in Italia le condizioni erano troppo difficili. Si sentono sempre e prima o poi si rincontreranno. Oggi Paul si mantiene a fatica, ma in modo autonomo, con piccoli lavori di artigianato, in particolare è molto bravo ad aggiustare apparecchi elettronici e vecchi orologi. Con il lockdown per l’emergenza sanitaria si è ritrovato senza lavoro e di nuovo in difficoltà. Quando l’ho contattato per chiedergli il permesso di parlare della sua storia mi ha detto di farlo e di mettere il suo nome. Solo mi ha chiesto di farlo al posto suo, senza coinvolgerlo dal vivo, perché i ricordi della Libia fanno ancora troppo male.

Martino Volpatti

MIGRANTI: COMUNITÀ APERTE SUL MONDO

In una recente intervista al Diario di Papa Francesco, (TV2000, 20 maggio 2020) alla domanda «Tutti noi speriamo in un vaccino, che si trovino presto delle cure per questo virus. Oltre a questo desiderio comune, che cosa si può e si deve sperare?» P. Arturo Sosa, Generale della Compagnia di Gesù, ha risposto che mentre la speranza nel vaccino è tornare alla situazione prima della pandemia, la sua speranza è che questa pandemia ci porti la profondità per capire la nostra responsabilità come umanità. Questa crisi sia un’opportunità per renderci conto che siamo ancora in tempo per prenderci cura della nostra casa comune cambiando stile di vita. Non può bastarci semplicemente proteggerci da un virus con un vaccino, dobbiamo cambiare vita. La speranza da coltivare è che si arrivi a modificare le strutture sociali che oggi creano ingiustizie e diseguaglianze. Sosa conclude dicendo di sperare in un cambiamento del cuore delle persone che porti a una maggiore cura del bene comune. Il virus ci ha mostrato che i confini non esistono, ma nonostante ciò, questa evidenza può trasformarsi in un boomerang: sull’onda della profonda crisi economica che stiamo vivendo corriamo il rischio di tornare ad alimentare, con rinnovato vigore, la lotta contro i migranti: ancora una volta agente esterno su cui scaricare colpe e responsabilità. È purtroppo molto serio il pericolo che i migranti divengano capro espiatorio di democrazie che piuttosto che costruire comunità solidali e partecipate siano sem-pre più sulla difensiva. Ma una democrazia difensiva non può creare una comunità responsabilizzante. Così come nella medicina difensiva il medico per paura di es-sere denunciato si difende dai pazienti e non crea quell’alleanza terapeutica vitale per la cura, così in una democrazia difensiva i rappresentanti politici, per paura di perdere il voto dei cittadini che chiedono di difendere il proprio personale benessere, si riducono a paladini di una somma di individualità in un Paese piccolo come i propri confini o peggio come i propri interessi particolari. Celebrare la Giornata del Rifugiato 2020 oggi significa assumersi personalmente la responsabilità della salute del mondo intero, di un villaggio globale dove tutti siamo cittadini con gli stessi diritti.

Camillo Ripamonti sj

MALTA RESPINGE I MIGRANTI VERSO LA LIBIA

Ad aprile, cinque migranti sono stati trovati morti su una barca bloccata nella zona di ricerca e salvataggio di Malta, dopo che il governo maltese si era rifiutato di soccorrerli.

Altri sette risultavano dispersi. I 51 sopravvissuti sono stati riportati in Libia, trattenuti in condizioni spaventose. La ragione fornita dal governo maltese per chiudere i suoi porti ai migranti: la pandemia di Covid-19. Insieme ad altre ONG, il JRS Malta si è affrettato a condannare questa decisione “scioc-cante” e ha dichiarato in un comunicato stampa: “È inaccettabile che Malta sfrutti la pandemia di Covid-19 per ac-cantonare i suoi obblighi in materia di diritti umani e mettere in pericolo la vita di uomini, donne e bambini”. Eppure questo è esattamente ciò che Malta ha fatto, sebbene sia riuscita a contenere gli effetti della pande-mia mantenendo un tasso di diffusione inferiore alla media e, per fortuna, facendo registrare un numero estremamente basso di decessi: quattro, nel momento in cui si scrive. Il JRS Malta e altre ONG hanno dichiarato: “Temiamo che Malta stia sfruttando l’emergenza sanitaria per privare i migranti della loro dignità umana, nascondendo- si dietro la protezione della salute pubblica”. Il governo ha dichiarato che la situazione rimarrà tale solo per il periodo dell’emergenza. Ma questo non è motivo di conforto. La decisione di usare la pandemia come scusa è sin-tomatica di una tendenza più ampia e profonda che è estremamente preoccupante. Quella di considerare la Libia come un porto sicuro in cui far tornare i migranti, ma non è affatto così. Tutto ciò è diventato chiaro quando i media locali hanno denunciato che le forze armate impediscono a decine di imbarcazioni di migranti di entrare nella zona di ricerca e salvataggio maltese. Se i maltesi capissero davvero cosa succede ai migranti in Libia, allora que-sto approccio disumano sarebbe difficile da giustificare, visto che va contro le norme internazionali sui diritti umani e la decenza comune. Ci sono innu-merevoli rapporti di agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative e giornalisti sulle orribili torture, estorsioni e forme di schiavitù subite dai migranti nei centri di detenzione ufficiali e non ufficiali in tutta la Libia. Si ritiene che circa 1500 migranti siano detenuti in tali centri – o almeno que-ste sono le informazioni in nostro pos-sesso. La cifra reale potrebbe essere molto più alta. Abbandonare i rifugiati per fare in modo che siano riportati in Libia significa accettare l’orribile trattamento che quasi certamente dovranno affrontare al loro ritorno. Lì, inoltre, non hanno realistiche possibilità di presentare domanda di asilo, motivo che ha spinto la maggior parte di loro a lasciare il pro-prio Paese. Il 27 aprile, la maggioranza degli eurodeputati della Commissione per le libertà civili ha chiesto all’Unione europea di non inviare ulteriori fondi in Libia per addestrare la sua guardia costiera mentre la violazione dei diritti umani dei migranti continua senza sosta. Hanno affermato che la Libia non è un “Paese sicuro” per lo sbarco delle persone soccorse in mare e hanno chiesto che la cooperazione con la guardia costiera libica si fermi. Si spera che l’UE faccia proprie le indicazioni dell’Europarlamento, dimostrando una solidarietà più concreta verso gli Stati di confine come Malta, che a sua volta deve smettere di usare scuse quali le mancanze degli altri e la pandemia per rinunciare ai suoi obblighi internaziona-li in materia di diritti umani.

Danielle Vella

* Coordinatrice dei programmi di riconciliazione e coesione sociale del Jrs International

ACCOGLIERE I RIFUGIATI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

E i centri d’accoglienza? Come si vive la convivenza doppiamente forzata a causa del virus in questi luoghi dove già normalmente nessuno ha scelto di stare? In questi ambienti eterogenei, dove anche gli operatori e i volontari sono “altri”, “diversi”? Ascoltando i racconti dei protagonisti, si potrebbe riassumere l’esperienza con una battuta circolata sui social media: “Da un mese vivo notte e giorno con i miei familiari. Sembrano brave persone!”. Sì, è questo uno dei risvolti positivi della drammatica situazione che tutti stiamo vivendo: mentre dob-biamo distanziarci da chi è fuori dal nostro ambiente vitale, all’interno del ristretto spazio comune, invece, siamo costretti a una prossimità da cui trarre il meglio, perché tutti abbiamo bisogno del sostegno dell’altro. Così alla fine ci si conosce di più e la percezione del vicino cambia in meglio. Questo soprattutto grazie alle iniziative che operatori e volontari hanno messo in campo per rendere fruttuoso e positivo questo tempo difficile. Un po’ come tanti genitori si sono inventati modi nuovi per stare con i figli e riempire costruttivamente il tempo a disposizione, così le famiglie allargate e variopinte dei Centri di accoglienza hanno reagito con creatività. Innanzitutto si è cercato di non interrompere i percorsi formativi, per quanto possibile. Sospesi i tirocini e i corsi professionali, sono, invece, proseguite le lezioni d’italiano, con tutoraggi personalizzati attivati mediante collegamenti on-line. I bimbi e gli adolescenti in età scolastica hanno potu-to continuare le lezioni grazie ai collegamenti con i loro insegnanti attivati via web. Nei centri per famiglie e donne la regina delle attività è stata la cucina: dai cibi etnici ai più “convenzionali”, preparati con gli ingredienti a disposi-zione o procurati col sostegno di tanti amici del Centro Astalli. Per esempio gli ospiti del Pedro Arrupe hanno visto comparire a sorpresa l’Elemosiniere del papa, il cardinal Krajewski, con un furgone pieno di generi di prima necessità: dall’occorrente per la pulizia personale al latte fresco, la pasta, i biscotti e i cibi in scatola.Al Matteo Ricci la Pasqua è stata festeggiata con un pranzo multietnico, in cui non potevano mancare le uova di cioccolata, trovate dai ragazzi con una caccia al tesoro. A Casa di Giorgia è proseguita la tradizione della “torta del giovedì” e si è introdotta la “pizza al metro… di distanza”. Una caratteristica dei nostri Centri di accoglienza è di avere intorno uno spazio aperto nel quale è stato possibile uscire e muoversi per fare attività sportiva. Nel complesso della Chiesa del Gesù, si è potuto usufruire del cortile interno alla casa, dove le mamme e i figli ospiti hanno imparato ad andare in bicicletta. Tra cadute, scontri e ripartenze, la speranza è di po-ter presto fare una bella pedalata insieme lungo i Fori imperiali.

Giuseppe Trotta sj

SEGNI DI UNA COMUNITÀ VIVA E SOLIDALE

In queste settimane in cui abbiamo sperimentato il di-stanziamento sociale come strumento di difesa abbiamo toccato con mano che la prossimità è possibile anche se distanti. Abbiamo avuto la conferma che la direzione intrapresa dal Centro Astalli in questi anni – quella del camminare insieme per costruire una comunità di vita – è l’unica vera strada per il futuro. Nei giorni bui in cui si addensavano le nuvo-le nere della pandemia, e credo che un’immagine simbolo resterà quella di Piazza San Pietro vuota, sotto un cielo plumbeo, il giorno di Venerdì Santo, tante piccole luci nel nostro Paese e nel mondo intero tenevano viva la speranza: tra queste il nostro servizio per rifugiati. Abbiamo attuato quella resistenza intima, che il filosofo J. M. Esquirol descrive come «simile a quella elettrica che, paradossalmente, nell’opporsi al passaggio della corrente, offre luce e calore; una luce che illumina il cammino del singolo e, senza abbagliare, serve da riferimento agli altri». Non ci siamo dati per vinti anche se la strada della solidarietà è difficile quando il quotidiano è precario per tutti. Via degli Astalli ha continuato a essere un punto di riferimento per i più diseredati. Sono stati consegnati quasi 6000 pasti in due mesi ai nostri utenti e altri 3000 ad altre persone anche italiane, perlopiù senza dimora. I nostri centri di accoglienza hanno costruito, come ogni altra realtà familiare, una nuova quotidianità, con bambini e adolescenti costretti in casa e situazioni sanitarie dove la cronicità di malattie gestite con fatica nell’ordinario desta non poca preoccupazione. Eppure abbiamo continuato ad accogliere, grazie alla fantasia, alla costanza, alla determinazione, ma anche alla prudenza di operatori, volontari e religiosi. Tanti con la fatica dello smart working hanno seguito persone in situazioni disagiate, hanno portato avanti con costanza incontri con studenti, rapporti con i mezzi di informazione, lavoro di ammi-nistrazione. Il telefono al Centro Astalli non ha smesso di suonare in questi giorni: volontari vecchi e nuovi hanno chiesto come aiutare, donatori stabili e nuovi, in tempi rapidis-simi, hanno fatto arrivare piccoli e grandi contributi. Una comunità di vita in questo momento di difficoltà ha dato segno di esserci. Grazie a tutti!

Camillo Ripamonti sj