3 ottobre a Lampedusa

Lampedusa è sostanzialmente confine. Lo è per etimologia che la vuole al contempo lampada e scoglio, presagio antico di una vocazione di approdo, di faro, ma anche di barriera, di morte.

Lampedusa è confine: isola africana per geologia e geografia, ma che parla italiano e che si definisce ostinatamente europea.

Soglia di una porta spalancata da cui escono migliaia di figli in fuga e al contempo di un’Europa, chiusa, ostile, che si sogna invalicabile.

È confine tra salvezza e morte. A Lampedusa arrivano migranti senza vita, seppelliti nel cimitero dei lampedusani che dicono almeno da morti non saranno mai soli. Da morti in fondo si è tutti uguali, paradosso moderno di democrazie malconce.

Ogni giorno arrivano migranti, vivi, incuranti di blocchi, divieti, di politiche che non li vorrebbero. Sono l’umanità in cammino, quella che non si arresta.

È confine tra cittadini e migranti. Due mondi che non si conoscono si guardano negli occhi per la prima volta qui. Diffidenza e preoccupazione non mancano. Molti accolgono, aspettano, salvano. Altri no, non vorrebbero, non c’è posto, non c’è lavoro.

Un confine naturale: una bellezza che stupisce e consola, un mare che divora.

Un confine tra chi arriva per poco, visita, conosce, fa domande, ricorda, si commuove e poi riparte e chi rimane e ci abita che sia estate o che sia inverno.

Lampedusa è il confine di un’Italia accogliente, ma anche respingente.

Lampedusa è immensa umanità e immenso dolore; è minuscolo punto in un mare che sopporta troppe guerre, carestie e migrazioni.

Essere a Lampedusa il 3 ottobre per celebrare la Giornata Nazionale della Memoria ha senso solo se la memoria diventa responsabilità.

Allora celebrare vuol dire aprire corridoi umanitari, vuol dire rispettare i diritti umani di tutti, restituire al Mediterraneo la vocazione di vita, di dialogo, di incontro tra genti e culture, vuol dire neanche più un morto affogato. Lo chiedono insieme gli studenti europei, i sopravvissuti, le ong, i religiosi cristiani e musulmani che sono giunti a Lampedusa per fare memoria. Le istituzioni siano all’altezza di una società civile che merita di vivere in un paese accogliente e solidale, in un’Italia che sia prima di tutto porta aperta, porta d’Europa.

 

Donatella Parisi

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Per una cittadinanza della partecipazione

Il tema della cittadinanza, nato come espressione di uguaglianza, sta diventando un formidabile coefficiente di discriminazione. Ho avuto occasione di approfondirlo più volte e con grande interesse nella mia esperienza alla Corte Costituzionale. In tale sede si è molto discusso sulla distinzione fra ‘migrante economico’ e ‘rifugiando’, anche in relazione alle risposte che come italiani, ma anche come europei, abbiamo dato alle migrazioni avvenute in seguito al terremoto geopolitico sull’altra sponda del Mediterraneo.

Vorrei provare a riflettere sul significato del concetto di cittadinanza, che a mio parere deve evolvere da un concetto di cittadinanza come appartenenza iure sanguinis a cittadinanza come partecipazione. La grande sfida che ci viene posta al tempo della globalizzazione è questa.

Il tema della cittadinanza è fondamentale in riferimento alla Costituzione e coinvolge una serie di problemi: l’eguaglianza tra chi è cittadino e chi non lo è; il godimento dei diritti costituzionali (se sono uguali i diritti costituzionali per il cittadino e per il non cittadino); e, infine, il tema del rapporto tra libertà e autorità.

Il concetto di cittadinanza, nato come concetto di eguaglianza in contrapposizione a precedenti schemi in cui alcune categorie erano privilegiate per ragioni di corporazioni, di censo o di altro tipo, riguarda oggi il rapporto tra il trattamento del cittadino e il trattamento dello straniero, in un contesto come quello attuale di migrazioni di massa.

La Costituzione riconosce all’art. 120 il diritto di libera circolazione sul territorio nazionale e la Dichiarazione Universale della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce lo stesso diritto a livello internazionale, sia per la libera circolazione all’interno degli Stati, sia per il divieto di espulsione e per la libertà di uscire dagli Stati.

Oggi tutto questo si traduce in un diritto fondamentale di spostarsi sul pianeta, diritto fondamentale che è diventato una necessità di fronte alle guerre che ci affliggono e di fronte alla fame. Però, la libertà di emigrare non corrisponde alla libertà di immigrare: al diritto di ciascuno di sistemarsi dove vuole o di andare dove può per sfuggire ai problemi (migranti economici e rifugiati) non corrisponde un’analoga libertà di immigrazione. La Corte Costituzionale, ad esempio, riconosce allo Stato la possibilità di regolare e limitare l’immigrazione alla stregua di una serie di interessi pubblici connessi alla sicurezza, alla sanità, all’ordine pubblico, ai vincoli e alla politica internazionale: una scelta discrezionale che spetta al legislatore, purché non sia gestita in modo irragionevole e in termini esclusivamente di sicurezza e di ordine pubblico.

L’altro punto, che voglio solo accennare, riguarda quello che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo considera come il diritto ad acquistare e cambiare la cittadinanza: la regola di fondo è che nessuno può essere privato della cittadinanza e che tutti hanno il diritto ad avere una cittadinanza. In un mondo caratterizzato da guerre in continua evoluzione, il rischio di trovarsi senza cittadinanza sta diventando sempre più forte.

L’acquisto e la disciplina della cittadinanza pongono un problema: oggi la democrazia iure sanguinis (cioè quando si acquista la cittadinanza per sangue, perché si nasce da genitori appartenenti ad un Paese) non è ancora integrata da quella che viene definita la democrazia iure electionis, cioè la scelta di una cittadinanza collegata al radicamento sul territorio e alla volontà dell’interessato.

Oggi, acquistare la cittadinanza italiana è difficile perché le condizioni di acquisto sono rigorose: la residenza per lungo tempo e un iter burocratico complicato, che non so quanto si concilino con l’art. 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. È estremamente importante arrivare a superare la contrapposizione fra lo statuto costituzionale del cittadino e lo statuto costituzionale alla luce dei valori comuni della pari dignità (art. 3 della Costituzione che, nonostante sia destinato ai cittadini, vale per tutti) e dei diritti inviolabili della persona, che mal si conciliano con quella serie di categorie formali sul quale ci siamo sbizzarriti e che riuniamo nella distinzione tra i cosiddetti migranti economici e gli altri; come se il migrante economico – colui che fugge da morte per fame –  non abbia gli stessi diritti di colui che fugge da persecuzione o a causa del timore della morte per ragioni politiche.

Dobbiamo passare dal concetto di comunità dell’appartenenza a quello di comunità della partecipazione.

Il diritto politico dello straniero è un tema che coinvolge il cardine della democrazia. È difficile, oggi, giustificare i diritti di partecipazione politica ai soli cittadini una volta che abbiamo superato la visione naturalistica della comunità politica e abbiamo messo al suo posto la collettività insediata nel territorio. Noi siamo lenti a riconoscere in positivo la parità tra cittadini e stranieri correndo il rischio di perpetuare mediante questa distinzione quelle differenze classiste alle quali facevo accenno all’inizio. Penso che una democrazia iure sanguinis sia discriminante non come, ma in modo abbastanza vicino, alla democrazia censitaria, proprio perché dobbiamo passare dalla comunità dell’appartenenza alla comunità della partecipazione. Sul terreno dei diritti dei cosiddetti ‘diversi’, di quelli che rischiano di avere meno dignità (detenuti, migranti economici…) è tempo di affrontare una battaglia di civiltà.

In fondo, è questa la via indicata già dalla nostra Costituzione – forse non del tutto consapevolmente – quando dopo la guerra si scrisse l’articolo 10 di essa. In una Italia nella quale era ancora vivo il dramma dell’emigrazione per fame e dei viaggi della speranza, i padri costituenti ebbero il coraggio e l’intuizione di riconoscere il diritto di asilo anche a chi cercava la libertà e la democrazia, non solo a chi fuggiva dalla persecuzione. Una intuizione che dovremmo tener presente oggi, in un’Italia diventata – per la sua posizione geografica e per il suo benessere – terra di immigrazione e non più soltanto di emigrazione.

 

Giovanni Maria Flick

Presidente emerito Corte Costituzionale