CON I RIFUGIATI SEGUENDO UNA STELLA

In passato, all’avvicinarsi del Natale, abbiamo cercato di comunicare e far vivere ai migranti che accompagniamo quello che di religioso, ma anche di culturale, questa festa porta con sé e rappresenta per noi. Era nostro desiderio offrire una carezza per chi si trova lontano da patria e affetti in un giorno in cui le relazioni familiari e amicali hanno un sapore particolare. Quest’anno la dimensione di incontro e condivisione del Natale è di fatto ridotta notevolmente. Molte persone sono in quarantena, in ospedale o peggio in una terapia intensiva, isolati dagli affetti più cari; oppure si trovano a sperimentare dolorosamente gli effetti economici di questa pandemia senza più una sicurezza per il futuro. Non sarà possibile vivere questo tempo come eravamo abituati, tra celebrazioni religiose molto frequentate, riunioni familiari allargate, momenti di condivisione, regali e meritato riposo. Sarà tutto più essenziale. Potrebbe sembrare quindi che lo stesso spirito del Natale venga un po’ stravolto. Ma è proprio vero?

Credo che, nella fatica di questo tempo, ancora una volta ci sia data un’occasione: vivere il Natale come fecero i pastori e i magi, accorsi alla mangiatoia dove era nato un bambino. Mettiamoci in ascolto dei rifugiati e di chi come loro ha sofferto e sta soffrendo, di chi aggrappandosi a una flebile luce di speranza nella propria vita ha saputo attraversare momenti bui o li sta ancora attraversando. Pensiamo a quante feste di Natale milioni di rifugiati hanno vissuto in prigionia, in centri di detenzione, in cammino attraversando confini o in mare in balìa delle onde, in centri di accoglienza o in strada perché non c’è posto per loro nelle nostre città. Relegati ai margini, lontani dai propri affetti, lacerati dal dolore di aver perso persone care a causa della violenza o averle lasciate per necessità. Questa umanità in cammino come i pastori, come i magi ci mostra la stella, il luogo dove nasce quel bambino che cambia la Storia.

Quest’anno, invece di far vivere ai rifugiati un giorno diverso, proviamo a viverlo noi quel giorno, attraverso il loro sguardo, la loro voglia di vivere finalmente in pace, in un mondo più giusto. Proviamo da questa nuova prospettiva a scorgere quella stella che con la sua luce può illuminare il cammino verso un futuro migliore per tutti.

Camillo Ripamonti sj

A Natale cerchiamoci

Appena superata la frontiera ti sembra di stare su un’astronave che lascia il pianeta a razzo e vedi dall’oblò casa tua che s’allontana fino a diventare un puntino.
In via degli Astalli sono uno dei profughi in fila.

I siriani all’estero sono emigrati, esiliati, fuggiti… la nostalgia è ferita comune, ma il sentimento dell’ingiustizia subita è un cancro dell’anima e passa anche alle generazioni successive; non guarisce neanche in America! Auguri per un Natale di ricongiungimento.

Camminare stralunato in un campo deserto alla frontiera siriana, in Turchia … Qui la popolazione locale non li ha voluti… I cani si aggirano ancora pensierosi tra le basi di blocchetti di cemento delle tende… lunghe file di vuoto nel cuore. Gli scivoli del parco giochi raccontano tragedie precoci. A Natale cerchiamoci.

A Van. Le lunghe teorie di container per le vittime del terremoto… Si ricostruisce con passione. Fa meno male quando a colpire è un dio cieco e sordo che quando fuggi dagli occhi iniettati di sangue, dalle urla di guerra di tuo fratello. “Degli armeni si parla ancora?” “In questo giardino c’è un antico gelso dai frutti neri… solo in quelli ch’erano i loro giardini se ne trovano… Passa di qui anche la tratta degli afgani e dei congolesi”. Per Natale guardiamoci negli occhi.

Ripassato il confine da clandestino viene voglia di baciare il fango come il papa. Migliaia di tende rivestono le colline… Qui Bashar non può bombardare perché i mig sconfinerebbero. Le famiglie sono state per mesi sotto gli ulivi con dei sacchi di iuta per l’intimità. Donne portano fasci di spine per cuocere il pane su una latta. Elia, inginocchiato, chiede alla vecchia di dargliene giusto un pezzo e le bacia la mano. Quella ride dicendo che non le era capitato neppure da giovane. I bimbi protestano che vogliono la scuola. Proviamo a scrivere per terra con gli zeppi, poi con la penna sulle tende aspettando i quaderni dal mondo libero: “Benvenuta Maryam, ti nomino maestra; si, si, tienila pure.” Natale per sorridere.

I ragazzi soldato, mutilati, evacuati da Homs, tengono alto il morale cantando vecchie filastrocche eroiche della loro città lontana, ormai fantasma. Natale, coraggio di sperare.

P. Paolo Dall’Oglio sj (Sulaymaniya – Iraq)