Philip, rifugiato siriano: in Italia posso ricominciare a sperare nel futuro

Mi chiamo Philip ed ho 37 anni. Sono di Aleppo, una grande città industriale nel nord della Siria.
Sono venuto in Italia 7 anni fa per studiare psicologia all’università salesiana dove tutt’ora continuo i miei studi.
Il mio primo anno è stato molto difficile perché dovevo studiare ed imparare l’italiano allo stesso tempo. Quando chiamavo la mia famiglia in Siria, loro mi dicevano di tenere duro perché in quel periodo la situazione ad Aleppo stava sempre più peggiorando.
La mia vita è cambiata quando una telefonata mi ha informato di una malattia che aveva colpito mio padre; ho sentito subito l’esigenza di tornare, dalla mia famiglia, ed offrire loro un po’ di conforto. Era la fine del 2008 e ho passato in Siria quello che io definisco 8 mesi di inferno. Sono arrivato a Beirut, in Libano, perché tutti gli aeroporti in Siria erano stati chiusi; da lì ho iniziato un lungo viaggio in autobus durante il quale ho potuto notare fin da subito come la mia terra era profondamente cambiata. Eravamo costretti a fermarci ad ogni check point, le strade erano sempre più difficili da percorrere.
Ad Aleppo ho finalmente riabbracciato la mia famiglia che ho trovato profondamente cambiata nell’animo: alla preoccupazione per la salute di mio padre si aggiungeva la forte ansia per quello che stava accadendo fuori dalla finestra di casa nostra. In ospedale la situazione non era di certo migliore: i medicinali scarseggiavano ed anche la ricerca di uno dei farmaci più semplici era davvero difficile; le condizioni igieniche erano pessime perché l’acqua calda non c’era e l’elettricità era presente solo qualche ora al giorno. Mio padre non riusciva a camminare e i calmanti per il dolore erano finiti.
Il 9 marzo 2009 mio padre è morto. Mi ritrovavo ora davanti ad un bivio: il 24 marzo di quello stesso anno mi sarebbe scaduto il visto studentesco che avevo ottenuto per studiare in Italia ed io dovevo decidere se restare o tornare a Roma. Ho parlato con i miei amici e con la mia famiglia per cercare consigli e sciogliere i miei dubbi; tutti mi dicevano di ritornare in Italia per non perdere il visto che avrebbe rappresentato per me, mia madre e mia sorella un’opportunità per fuggire.
Sono ripartito ma ogni giorno ero preoccupato per le condizioni in cui avevo lasciato la mia famiglia. La sentivo via skype e chiedevo sempre a mia madre se volevano raggiungermi a Roma dove avremmo vissuto serenamente e senza angosce. Mia madre era categorica: non voleva lasciare tutto, non voleva abbandonare la casa che aveva fatto costruire con mio padre e che con i loro sacrifici avevano ristrutturato recentemente. Mia sorella non voleva lasciare il suo lavoro nella complesso industriale di Aleppo per ricominciare in un posto per lei completamente nuovo.
La situazione è radicalmente cambiata nel giorno di Pasqua del 2015: questo giorno è ancora ricordato come la Pasqua nera. Una pioggia di missili ha bombardato il mio quartiere radendo al suolo intere palazzine e uccidendo molte persone che in quel tempo si stavano dirigendo verso la chiesa. Dopo molte ore sono riuscito a raggiungere telefonicamente mia madre che senza alcuna esitazione ha espresso la sua volontà di fuggire dalla Siria e raggiungermi in Italia insieme a mia sorella.
Mi sono subito attivato per trovare un modo sicuro per farle arrivare a Roma e solo con l’aiuto di un parroco sono riuscito ad ottenere un visto turistico per entrambe. Hanno affrontato un viaggio pericoloso fino a Beirut dove hanno raggiunto l’ambasciata italiana per ritirare il visto. Hanno preso il primo volo per l’Italia e ci siamo finalmente riabbracciati all’aeroporto di Fiumicino. Certo, le difficoltà che abbiamo trovato subito dopo il loro arrivo erano tante: mia sorella doveva imparare l’italiano ed ora lo sta facendo nella scuola del Centro Astalli e mia madre vive ogni giorno con la speranza di poter ritornare in Siria appena la situazione sarà migliore.
Sin dall’inizio mi sono rivolto a questo centro d’ascolto, in via del collegio romano, ed è proprio da qui che ho potuto ricominciare a sperare nel futuro mio e della mia famiglia. Grazie all’appello che Papa Francesco ha rivolto a tutte le parrocchie d’Italia, il Centro Astalli e il servizio di comunità di accoglienza ci hanno aiutato a trovare un rifugio. Ora viviamo tutti e tre insieme ed in pace.

“Morire di speranza” in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa

 

 Cari fratelli e sorelle,

domenica scorsa, piazza Santa Maria in Trastevere e questa splendida Basilica erano gremite di gente in festa, per salutare e ricevere il caloroso abbraccio di Papa Francesco, in visita alla Comunità di Sant’Egidio. Erano presenti esponenti di diverse confessioni religiose, persone provenienti da tutti i continenti e tutto il popolo di Sant’Egidio: immigrati, anziani, disabili (rom, ex detenuti, i senza fissa dimora). Portiamo nel cuore il momento di preghiera, le Parole del Santo Padre e le toccanti testimonianze di Rom, di profughi e di rifugiati.

Questa sera, in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa, vorrei iniziare dando voce a una breve testimonianza di una piccola rifugiata. Sono le parole di Jamila, una bambina siriana di 10 anni:

La spiaggia è affollata.

Non vedo che schiene e gambe di adulti.

I grandi sono accalcati e impauriti.

Mamma mi stringe forte a sé assieme a mia sorella.

Ho paura.

Saliamo a bordo e la barca parte.

Inizia con questo sentimento di paura la via crucis di tanti bambini, di donne e uomini innocenti, a bordo di carrette del mare. In preghiera, gli uni accanto agli altri, rispondiamo al caloroso invito della Comunità di Sant’Egidio che anche quest’anno, insieme con le ACLI, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes e il Jesuit Refugee Service, ci ospita in questa Basilica per fare memoria di fratelli e sorelle travolti dalle onde del mare.

Il “Mare Mediterraneo”, che letteralmente significa “centro del mondo”, che da sempre rappresenta un crocevia di popoli e di culture, si è trasformato in questi ultimi anni in una drammatica rotta verso l’Europa, in una mappa segnata negli abissi da croci invisibili di innocenti, che hanno perso la vita su quelle “barche che invece di essere una via di speranza sono una via di morte”.

Stasera, ricorderemo per nome chi aveva il diritto di trovare un futuro migliore, ed invece è stato condannato dall’indifferenza umana a perdere la propria vita in mare.  Con le parole di Papa Francesco a Lampedusa “chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi” e rende le persone “insensibili alle grida degli altri”. Sono drammi che potevano essere evitati. Si tratta di tragedie annunciate da ormai troppo tempo e difficili da affrontare nella loro complessità; ma la speranza di una vita decorosa e di un futuro di libertà per sé e per la propria famiglia merita soluzioni che impegnino l’Europa a difendere i diritti umani e la dignità dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Ancor prima di rischiare la vita alla mercé di scafisti senza scrupoli, il viaggio della speranza inizia via terra per coloro che fuggono da situazioni di guerre, di persecuzioni, di torture e di estrema povertà. Sono rifugiati e richiedenti asilo somali, eritrei, sudanesi, afgani, siriani di tutte le età, con un bagaglio enorme di sofferenza. Camminano per settimane anche attraverso il deserto e affrontano tanti pericoli di morte, per raggiungere imbarcazioni di fortuna sulle coste africane. Sono dolorose le immagini di barconi  in avaria, sovraffollati di uomini e donne, con tanti bambini. I più piccoli sono bimbi di pochi mesi, o di pochi anni, i più grandi sono adolescenti. Piccole testoline, una accanto all’altra, impaurite, stremate, che sempre più numerose fuggono dalla guerra in Siria. Arrivano disidratati, stanchi e con i vestiti bagnati. Un’odissea per i più piccoli che non finirà una volta portati in salvo nei nostri porti, dalla Marina militare. Anche per loro, il futuro rimane incerto. L’Italia, infatti, rappresenta solo una tappa e questi bambini, spesso non accompagnati, rischiano di cadere vittime nelle reti della criminalità organizzata mentre si fanno strada verso i Paesi del Nord per ricongiungersi con parenti o conoscenti.

Preghiamo insieme il Signore, misericordioso e pieno di amore perché nessuno rimanga indifferente all’accoglienza di questi fratelli e sorelle, alla custodia della loro dignità e del loro diritto alla protezione internazionale.

Obbedienti alla volontà del Padre, sorge, pertanto, spontaneo chiederci: siamo capaci di custodirci gli uni con gli altri? Siamo capaci di amare e di ospitare lo straniero, nella pratica della fede così come Dio lo ospita nel mondo e lo salva nella sua misericordia?

Misericordioso è colui che apre il cuore e permette all’altro di rigenerarsi, di sentirsi a casa sua, di prendere fiato e di fare l’esperienza che c’è qualcuno che condivide con lui la propria storia. L’ospitalità non è un dovere ma un diritto degli altri verso ognuno di noi, è un evento della grazia del Signore. Dio ci onora di visitarci e di farsi accogliere inviando presso di noi una sua immagine, quella del migrante e del rifugiato.

Fedeli alla Parola del Signore siamo chiamati ad accogliere questi fratelli e sorelle con il saluto del Risorto: “Pace a voi!” (Luca 24, 37).

Fratelli e sorelle, diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità dei Paesi del Mediterraneo, perché questo mare Nostrum diventi un simbolo di pace, un luogo di alleanza tra gli uomini contro ogni diffidenza ed estraneità. Dove possiamo udire l’eco di espressioni di saluto, di incontro e di pace come: Shālôm, salâm alaykum (la pace sia su di voi). Pax vobiscum, la pace sia con voi!

 

Discorso pronunciato dal Cardinal Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in occasione della preghiera ecumenica “Morire di speranza” che si tenuta a Roma nella Basilica di S. Maria in Trastevere lo scorso 22 giugno 2014

Per fare la pace ci vuole coraggio

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L’8 giugno, domenica di Pentecoste, ha visto levarsi alto, da più parti, l’appello per la pace, in particolare in Medio Oriente. Nei Giardini Vaticani, Papa Francesco ha accolto il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo per un intenso momento di preghiera e di condivisione.

“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”, ha detto il Papa. “Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

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Molto coraggio e molta speranza sostengono le attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Siria (JRS Siria), a cui quella stessa sera veniva assegnato il premio per la Pace di Pax Christi International 2014, “per la sua opera nel fornire aiuto urgente ai siriani dall’inizio della guerra nel 2011”.

“Le religioni non dovrebbero essere qualcosa che divide le società, ma qualcosa che ci unisca quando lavoriamo insieme per la pace, per l’amore, per tutti”, ha detto padre Mourad Abou Seif sj, che insieme a padre Ziad Hilal sj ha ritirato il premio a nome dell’organizzazione. “Questa è l’importanza del premio di Pax Christi: dire alle persone che c’è una possibilità e che stiamo costruendo qualcosa di nuovo.”

I team del JRS in Siria sono formati da 600 persone, dai17 ai 70 anni, provenienti da una varietà di origini etniche, religiose e socioeconomiche: grazie al loro impegno comune, nel 2013 è stato possibile assistere 300.000 siriani colpiti dalla guerra. Una componente centrale del lavoro del JRS in Siria e nell’intera regione è la promozione della cooperazione interreligiosa e del dialogo, per resistere alla logica della violenza e del settarismo.

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Un concerto di solidarietà per la Siria è stato organizzato sempre la sera dell’8 giugno a Milano dalla rivista Popoli. In occasione dell’evento, la comunità del Monastero di Deir Mar Musa ha inviato una lettera, una straordinaria testimonianza su ciò che significa vivere consacrati al dialogo interreligioso, anche in tempo di guerra.

“Continuiamo la nostra vita di preghiera, fiduciosi nel Signore che non ci lascia mai”, scrivono i membri della comunità. “Il nostro sforzo è stato riversato sugli aiuti umanitari. Il nostro secondo monastero, Deir Mar Elian ha ricevuto quasi 5.000 profughi per diversi mesi. È stato un rifugio per tante famiglie musulmane dei villaggi vicini. La comunità ha sostenuto queste famiglie distribuendo aiuti alimentari e medicinali e vivendo come una grande famiglia. Siamo riusciti a fare questo grazie al sostegno di tanti benefattori e al Jesuit Refugee Service. C’erano quasi 110 bambini, per i quali abbiamo organizzato giornate di attività di gioco con i giovani volontari della parrocchia. Abbiamo insistito anche per mandarli a scuola e provvedere ai loro bisogni… Il contatto con persone che sono in maggioranza musulmane è un’occasione concreta per vivere fino in fondo la nostra consacrazione al dialogo interreligioso. Viviamo questa nostra vocazione in una forma di dialogo non teologico ma vitale e concreto”.

E concludono: “Lavoriamo e preghiamo per il futuro della Siria e per il futuro del mondo senza mai perdere la speranza”. Questo è lo sforzo a cui tutti siamo chiamati.

Liberiamo una ricetta: il mate di Papa Francesco e altre ricette dal Centro Astalli

Anche quest’anno partecipiamo a questa festa virtuale, una bella iniziativa spontanea che per un giorno inonda il web di amicizia e convivialità. Come è nostro stile, ci teniamo a condividere questi momenti festosi con i rifugiati che accompagniamo ogni giorno. Ci ha fatto quindi davvero piacere che anche quest’anno gli organizzatori abbiano invitato tutti i partecipanti a devolvere l’equivalente della spesa per la preparazione dei loro piatti al Centro Astalli, per sostenere nelle principali necessità chi è fuggito dalla guerra e dalla persecuzione.

E ora, cominciamo!

padre Giovanni (Presidente)
Il mate di Papa Francesco

ALE_9561Per questa ricetta è necessario procurarsi un minimo di attrezzatura. Io mi rivolgo alle mie amiche Missionarie del Cristo Risorto (grazie in particolare a Mariana), che a vario titolo collaborano con il Centro Astalli. In particolare vi servirà: un mate, che sarebbe una tazza apposita tradizionalmente fatta di zucca o di legno; una bombilla, cioè quella specie di cannuccia con cui si beve l’infuso, dotata all’estremità inferiore di una sorta di filtro; la yerba mate, cioè quella composizione di foglie e pezzetti di legno che è l’elemento principale. Per le prime due cose, sarà necessario l’aiuto di amici sudamericani o giramondo. La yerba invece si trova, in diverse varietà, nelle torrefazioni più fornite (ad esempio, per capirsi, quella dove i romani comprano i pesciolini di liquirizia).

Veniamo al procedimento. Si scalda l’acqua, a 75° circa (non deve bollire) e la si conserva in un thermos. Si riempie il mate con la yerba fino a circa metà tazza. Tenendo il mate tappato con il palmo della mano, agitare il contenitore, capovolgerlo e infine capovolgerlo di nuovo tenendolo inclinato da una parte. Il risultato finale dovrebbe essere che la yerba si disponga solo su un lato del mate, su una superficie inclinata.

mate2Ora, molto delicatamente e lentamente, bisogna versare un po’ di acqua tiepida (non quella calda che avete nel thermos!) nell’angolo del mate in cui il livello della yerba è più basso. Lo scopo è inumidire gradualmente le foglie, perché non si brucino con l’acqua calda. La prima acqua tiepida va poi succhiata con la bombilla da chi prepara (non dall’ospite!). Non è necessariamente un compito piacevole, ma è necessario.

Ora si può iniziare a versare l’acqua calda, sempre lentamente e nello stesso angolo, e a bere. L’acqua va aggiunta via via che si consuma. L’idea è che le foglie sulla parete opposta a quella dove si versa devono restare asciutte il più a lungo possibile.

Donatella (ufficio stampa e comunicazione)
Orecchiette di Nonna Nata

Per libere ricette quest’anno la ricetta più preziosa che ho.
Premessa d’obbligo: secondo un’antica tradizione pugliese ogni brava donna di casa che si rispetti deve sapere fare le orecchiette.
Grazie alla ferma determinazione di mia nonna anche io le ho imparate e così l’onore è salvo…
In dote il giorno del mio matrimonio ho ricevuto da mia nonna il tavoliere, il mattarello, il coltello (ad hoc) e il “ferro” per fare “ricchietelle e strascinate”. Un regalo a cui sono legatissima e che a dispetto di ogni previsione in famiglia uso abbastanza spesso.
Ecco a voi la dimostrazione:

Per fare la pasta: farina di semola di grano duro ( ma anche una farina O va bene): per le dosi io mi regolo così come mi è stato tramandato: in caso di donne e bambini un pugno di farina, in caso di uomini due pugni di farina e mentre si mette la farina sulla spianatoia si dice ad alta voce a chi è destinata la “cotta” di farina.
Una volta finita tale operazione si fa un buco nel centro della montagna di farina e ci si mette un pizzico abbondante di sale. Poi si comincia ad aggiungere poco alla volta l’acqua tiepida e si impasta finché non si ottiene una palla di pasta elastica e liscia. Il che richiede almeno una 20 di minuti di impasto. Poi la palla di impasto va ricoperta con un tovagliolo e si fa riposare almeno un’ora.

orecchiette 1Dopo di che si riprende la pasta, si lavora ancora qualche minuto manipolandola energicamente e sbattendola, di tanto in tanto, sul piano di lavoro. Tagliate un pezzo di impasto e con le mani lavoratela fino ad ottenere un budello lungo e sottile tipo un cordino o la coda di un serpente. Procedete tagliando pezzetti di pasta di circa un cm. Con la punta arrotondata del coltello, fate una leggera pressione sul pezzettino di pasta appiattendolo sul piano di lavoro; senza togliere il coltello, trascinatelo lievemente verso di voi, tanto quanto basta per farlo arrotolare un po’ intorno alla punta del coltello stesso (come a formare una piccola conchiglia). A questo punto prendete il pezzettino, staccatelo delicatamente dalla lama e fate una leggera pressione con la punta del vostro pollice sul lato opposto della gobbetta, facendo rientrare quest’ultima.
Senza questo ultimo passaggio del pollice le orecchiette rimangono allo stato di “strascinate”. Man mano sistemate le orecchiette su un vassoio infarinato e lasciatele asciugare qualche ora prima di tuffarle in acqua salata bollente.

Per il condimento avete ampia scelta: è un formato di pasta che si presta a moltissime ricette. Al sugo (come in questo caso), al pesto, ricotta, cime di rapa (secondo la più stretta tradizione). Sono buonissime anche condite solo con olio extravergine di oliva e cacio ricotta a scaglie grosse.

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Buon appetito!

Emanuela (servizio legale)
Gnocchi al pomodoro

Ingredienti per quattro persone: quattro patate grandi, farina, sale, acqua, una conserva di pomodoro, basilico e prezzemolo, uno spicchio d’aglio, olio extravergine d’oliva

Mettere uno spicchio d’aglio in una pentola sul fuoco con un cucchiaio d’olio, lasciare indorare e poi versare la conserva di pomodoro, meglio se fatta in casa con i pomodori freschi. Aggiungere tre pizzichi di sale, del prezzemolo e del basilico. Portare ad ebollizione, poi abbassare il fuoco e lasciar cuocere con il coperchio chiuso a fuoco lento, rigirando di tanto in tanto ed avendo cura di non fare attaccare.
Lessare le patate con la buccia. Raffreddarle e levare la buccia. Passarle o schiacciarle bene con una forchetta fino ad ottenere una purea senza granuli. Aggiungere farina fin quando le patate lo richiedono: non deve diventare un impasto troppo denso, ma nemmeno annacquato. In caso diventi troppo denso, aggiungere un po’ d’acqua, tenendo presente che le patate buttano fuori l’acqua della bollitura. Aggiungere cinque pizzichi di sale ed amalgamare il tutto. Lasciare riposare dieci minuti e regolarsi con la farina, da aggiungere in caso l’impasto non sia abbastanza denso. Dividere l’impasto in piccole quantità, dalle quali ricavare dei cilindri allungati e poi con un coltello tagliare vari pezzettini da arrotondare, il tutto aiutandosi con la farina per evitare che la pasta diventi troppo umida. In alternativa, invece dei cilindri, lavorare direttamente delle palline di un paio di centimetri, come per le polpette, sempre spruzzandole con un pizzico di farina.
Fare bollire dell’acqua salata in un’altra pentola, portare ad ebollizione e poi buttare gli gnocchi nella pentola. Quando gli gnocchi raggiungeranno la superficie dell’acqua, scolarli. Dividerli nei piatti ed aggiungere la salsa di pomodoro. Aggiungere parmigiano ed una foglia di basilico o di prezzemolo. Servire caldi.
Buon appetito! 😉

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Berardino (direttore progetti) e Vittoria (direttrice Servir)
Il pollo con cremina

“Il pollo con la cremina” è uno dei piatti preferiti da Luca e dai cuginetti, Mario e Francesco. Prendete un petto di pollo a testa, lo tagliate a pezzetti, infarinate e dorate i pezzi in una padella antiaderente dove avrete fatto sciogliere un po’ di burro. Una volta croccanti salate e versate un po’ meno di mezzo bicchiere di latte a petto di pollo e fate assorbire, fino a quando si formi la cosiddetta cremina. La versione più “sana” prevede la cottura del pollo con burro e latte aggiunto sin dall’inizio. Così non è fritto. Ma è meno saporito.
Alla fine è d’obbligo la “scarpetta” con dito per ripulire il piatto.

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Bernadette (progetto Incontri)
Afghan Jegara

Ingredienti: riso basmati, pomodori, bamia (cos’è la bamia? Lo spiego sotto!), cipolle, bocconcini di manzo

Bollire il riso fino alla cottura desiderata, poi ripassare a parte con olio, acqua e zucchero precedentemente caramellati. Nel frattempo soffriggere cipolla, pomodori e bamia e , in una pentola a parte, cipolla, pomodori e bocconcini di manzo. Da completare con un una spruzzata di peperoncino a piacere.

La bamia è un vegetale diffuso nel bacino sud-orientale del Mediterraneo e in Asia, dall’aspetto simile a uno strano fagiolo spigoloso. La sua consistenza diventa leggermente vischiosa durante la cottura, mentre la polpa prende il gusto degli ingredienti con i quali viene cucinata (il più delle volte stufata con pomodoro e spezie.)

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Francesca (servizio legale)
Ciambella Vegan con mele noci e cannella

250gr di farina
mezza bustina di lievito per dolci
120 gr di zucchero di canna
50 ml di olio di semi
200 ml di succo di arancia
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di cannella
2 mele a pezzetti
50 gr di noci a pezzi
In una ciotola capiente unire tutti gli ingredienti, tranne le noci e la mela, e lavorarli fino ad ottenere un composto omogeneo.
Aggiungete in ultimo le mele tagliate a cubetti e le noci spezzettate e mescolate per bene.
Cuocete in forno già caldo a 180 gradi per 40 /45 minuti circa (fare la prova dello stuzzicadenti:ritirate la torta dal forno solo quando lo stuzzicadenti esce pulito)

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Chiara (progettazione e relazioni internazionali)
I cake-pops della madre imbranata

Mi hanno regalato, anni fa, uno stampo di silicone a forma di stella. Credo di averci cucinato quasi tutte le torte di compleanno di mia figlia, a partire dalla prima. Nonostante oltre 6 anni di pratica, mi capita ancora che la torta (di solito fatta con un impasto base di ciambellone aromatizzato al limone, talora persino acquistato pronto al supermercato) al momento di sfornarla resti in parte appiccicata allo stampo. L’ultima volta che mi è successo, però, ho risolto con un guizzo di creatività. Mi trovavo in casa un barattolo di yogurt biologico artigianale, fatto da un gruppo ragazzi africani 
rifugiati a Roma dopo gli scontri di Rosarno di due anni fa (un ottimo yogurt nato da un ottimo progetto, che si chiama “Barikamà“: se siete a Roma vi consiglio di procurarvelo). Ed ecco come ho risolto, con la collaborazione di mia figlia Meryem.

Ho preparato la crema mettendo in un pentolino 320 ml di yogurt Barikamà (vasetto piccolo), 3 cucchiai di zucchero semolato e 1 cucchiaio di maizena. A fuoco lento ho mescolato la crema finché ha iniziato a rapprendersi. Poi l’ho lasciata raffreddare.
Intanto ho sbriciolato la torta in una ciotola (questa parte è divertentissima e particolarmente apprezzata dai giovani collaboratori). Finita l’operazione, ho amalgamato lo sbriciolato con la crema, ottenendo un composto morbido ma consistente. Sarebbe utile, per una riuscita ottimale, far riposare l’impasto in frigo per qualche ora (io ce l’ho lasciato una notte).
Ho formato delle polpettine e infilato in ciascuna uno spiedino di legno tagliato a metà (andrebbero anche meglio  i bastoncini dei ghiaccioli, ma non li avevo). A questo punto ho sciolto a bagnomaria la glassa al cioccolato in busta (ma se avete un microonde e del cioccolato fondente potete certamente fare meglio di me) e si è dato inizio alla decorazione.
Ogni pallina è stata immersa in abbondante glassa e poi passata in un piatto dove avevamo sparso tante codine di zucchero colorate. Altra passata in frigo per qualche ora e potete servire.
Sarà un successone!

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 “Le storie sono per chi le ascolta (anche quelle dei rifugiati, che meno spesso vengono raccontate), le ricette per chi le mangia. Queste ricette le regaliamo a chi legge. Non sono di nostra proprietà – la maggior parte ci sono state donate da altri – sono solo parte della nostra quotidianità: per questo le lasciamo liberamente andare per il web”

Papa Francesco al Centro Astalli

La seconda tappa di un viaggio iniziato a Lampedusa Papa Francesco l’ha fatta al Centro Astalli.

Tanti i significati che si possono leggere in questa visita. Per chi l’ha vissuta in prima persona sopra ogni cosa c’è la forza dell’incontro.

Papa Francesco ha incontrato i rifugiati, li ha abbracciati, ascoltati, ha pregato con loro.

Ha ridato a uomini e donne provati nel corpo e nello spirito la dignità perduta. Li ha messi al centro del mondo. Per un pomeriggio la mensa dei rifugiati, un posto semplice, povero per i poveri, è diventato un luogo a cui tutti guardavano, in cui tutti volevano essere.

Grazie Francesco per esserci stato, per aver risposto ad un invito, per aver telefonato:“Sono papa Francesco, saluta i rifugiati da parte mia, presto verrò”. Una promessa mantenuta, una felicità condivisa tra operatori, volontari, rifugiati.

Ci hai mostrato ancora una volta quanto ci sia di straordinario nella semplicità dei gesti: stringere una mano, abbracciare, bere un mate seduto in cerchio con i rifugiati. Ascoltare, parlare, accogliere il dolore facendosene carico, centinaia di lettere raccolte, con disponibilità e generosità. Ti sei dato senza barriere a chi dalla vita ha avuto solo il peggio.

Ci hai colpito con la potenza delle tue parole, perché semplicità non vuol dire debolezza. Hai parlato di accoglienza, di dignità, hai invocato giustizia e solidarietà. Hai riempito di significato ogni parola pronunciata. Nella Chiesa del Gesù, davanti a 350 rifugiati e 300 volontari hai omaggiato la tomba di Padre Pedro Arrupe, che volle istituire con tutte le sue forze il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Hai pronunciato parole importanti, pietre, per le coscienze di ciascuno. La tua voce è giunta forte a tutto il mondo.

Un discorso intenso, in cui hai voluto riprendere e spiegare la missione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati “accompagnare, servire, difendere”. Le hai pronunciate quelle tre parole, le hai spiegate, le hai rese attuali e vive con la forza e la concretezza che  caratterizza il tuo modo di parlare.

Hai concluso con un monito alla Chiesa, alla tua Chiesa: “Apriamo le nostre porte ai rifugiati. Fuggiamo la mondanità e la ricchezza, accogliamo la carne di Cristo che sono i rifugiati”.

Grazie Papa Francesco. Ancora una volta. La tua presenza è stata una festa, un dono che ci spinge a metterci a servizio dei rifugiati ogni giorno con maggiore impegno e dedizione.

P. Giovanni La Manna sj