Legami a rischio – La storia di Joseph che lotta per riabbracciare le sue figlie

Per fuggire alla violenza e alle persecuzioni del suo governo, Joseph, esponente del maggior partito d’opposizione camerunense, è stato costretto a lasciare improvvisamente non solo la sua casa e il suo Paese, ma anche la sua famiglia. Affidare la moglie e le sue due bambine ai trafficanti sarebbe stato troppo pericoloso ed economicamente impossibile. Per questo motivo ha dovuto compiere una scelta dolorosa quanto obbligata, comune a tante altre persone che lasciano tutto solo per potersi salvare: separarsi dai propri cari.

Ormai Joseph è in Italia da quasi tre anni, ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato, ma non è ancora riuscito a ricostruire le basi della sua vita: non ha un lavoro, non ha una casa. Per questo, nonostante gli anni di lontananza dalla sua famiglia, fino a qualche mese fa non era intenzionato a farsi raggiungere a Roma dalla moglie e dalle figlie. Avrebbe voluto farle arrivare solo nel momento in cui fosse riuscito a offrire loro un’indipendenza basata su una sua occupazione più o meno stabile, una parvenza di vita normale lontana dai centri di accoglienza. Ma la morte improvvisa della moglie ha modificato drammaticamente la situazione.

Purtroppo anche per un rifugiato, che per legge non ha bisogno di dimostrare alcun requisito né legato al reddito né alla condizione alloggiativa, la via verso il ricongiungimento familiare può rivelarsi spesso un lungo percorso ad ostacoli. Così si è dimostrato per Joseph, costretto ad affrontare sfide burocratiche ed economiche in una snervante corsa contro il tempo.

In alcuni Paesi, infatti, i documenti necessari da presentare in ambasciata, come gli atti di nascita e di morte, o i certificati di matrimonio, non sono sempre facili da reperire, soprattutto se registrati in villaggi lontani dalla capitale. Va poi considerato il problema economico: oltre ai biglietti aerei ha dovuto pagare il test del DNA per dimostrare il legame con le sue figlie ma anche tutti i controlli richiesti dall’ambasciata italiana a Youndè, compreso il certificato di sepoltura della moglie. Ciò significa che senza il sostegno legale ed economico di diverse associazioni, Joseph non sarebbe mai riuscito a portare avanti la sua pratica e due bambine rimaste sole, oggi non avrebbero la minima possibilità di riabbracciare il padre lontano migliaia di chilometri.

Emanuela Limiti

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