Mediazioni difficili

Nelle grandi città italiane molti rifugiati vivono nei cosiddetti “insediamenti spontanei”: vere isole di emarginazione, spesso a pochi metri da stazioni e centri commerciali, che accolgono centinaia di persone, convinte di non avere alternativa. Se pur con livelli di gravità diversi, in tutti questi insediamenti le condizioni abitative sono abbondantemente al di sotto di ogni standard minimo accettabile in relazione alla salute e alla sicurezza.

Come può accadere questo? Perché questo fenomeno non accenna a diminuire? Quali percorsi si possono pianificare per superare una situazione inaccettabile, che offende la dignità di tante persone? Per rispendere a questi interrogativi l’équipe del progetto “Mediazioni Metropolitane” ha intervistato 520 richiedenti e titolari di protezione internazionale e svolto sopralluoghi e colloqui in 8 insediamenti spontanei a Roma, Milano e Firenze. Dai colloqui effettuati, è emerso un diffuso e esplicito scetticismo degli intervistati rispetto alla possibilità di trovare negli enti territoriali deputati una risposta ai loro bisogni. Più in generale, i rifugiati (oltre il 75% degli intervistati è un titolare di protezione internazionale e l’11,3 ha ottenuto la protezione umanitaria) sembrano aver maturato una profonda mancanza di fiducia nei confronti di uno Stato che “commette ingiustizie” e non riesce a “garantire ai rifugiati gli stessi diritti che hanno negli altri paesi europei”.

Questo atteggiamento, che è allo stesso tempo causa ed effetto dei fenomeni di esclusione e autoesclusione che l’indagine testimonia, non è purtroppo sorprendente, né del tutto immotivato. L’insufficienza cronica dei sistemi di accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale nel nostro Paese, sia dal punto di vista strettamente numerico che da quello dell’efficacia dei percorsi di integrazione proposti, è la causa principale della proliferazione di queste forme di insediamento, a forte rischio di esclusione sociale.

Il sistema di accoglienza italiano, allo stato attuale, di fatto non garantisce un’adeguata accoglienza a tutti coloro che ne avrebbero diritto: troppo disomogenee sono le misure messe in campo, troppo episodici e parziali gli interventi per l’integrazione. Si deve fare di più, puntando soprattutto sulle misure che favoriscano l’inclusione lavorativa (oltre l’88% degli intervistati attualmente non è occupato) e la formazione (il 42% conosce troppo poco la lingua italiana). Ma più urgente è ristabilire un dialogo con queste persone, ricostruire il rapporto di fiducia indispensabile alla riuscita di qualunque percorso.

Chiara Peri

Advertisements