Vite in transito

Il Marocco e l’Algeria, e la loro vasta distesa di deserto, sono una terra di nessuno per i rifugiati e i migranti che aspirano a una vita di libertà e sicurezza in Europa. Dopo un viaggio lungo e pericoloso nel Sahara, è solo arrivando nel Nord Africa che capiscono che la promessa di una protezione in Europa è illusoria quanto un miraggio nel deserto.

Prendete la storia di Fabrice, che viene dal Camerun. Nel 2004, lui e i suoi compagni si sono persi nella parte meridionale del deserto algerino, dopo essere stati abbandonati dai trafficanti che avevano pagato perché li portassero fino al Mediterraneo. I poliziotti algerini li hanno trovati, ma invece di aiutarli hanno messo sabbia nella poca acqua che ancora avevano e li hanno abbandonati. Fabrice ha camminato per giorni. Altri sono crollati e non si sono più rialzati. Lui ha perso coscienza ma è stato miracolosamente trovato da un nomade del deserto che l’ha portato a un campo in Niger.

“Così tante persone muoiono nel deserto”, dice Fabrice. “Non potete neanche cominciare a immaginare. Muoiono e i loro corpi vengono coperti dalla sabbia, e il mondo si dimentica che siano mai esistiti.”

La storia di Fabrice è documentata, insieme a molte altre, in un rapporto pubblicato dal JRS Europa nel dicembre 2012 dal titolo Lives in Transition (Vite in transito). Il rapporto è basato su interviste a rifugiati e migranti che sono bloccati in una situazione di perenne transito in Marocco e Algeria.
Sebbene entrambe le nazioni abbiano ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, nessuna delle due ha una sua legge sull’asilo. In Marocco, l’Ufficio per i rifugiati e gli apolidi non funziona dal 2004, e l’UNHCR è lasciata sola a determinare lo status di rifugiato e a difendere i diritti di base.

Tuttavia lo status di rifugiato dato dall’UNHCR non sempre viene riconosciuto. Il JRS Europa ha documentato casi in cui la polizia marocchina ha arrestato persone con lo status di rifugiato e le ha portate alla frontiera col deserto algerino. L’UNHCR cerca di intervenire, ma spesso non può fare niente perché le retate sono fatte durante la notte.

I migranti e i rifugiati sono trattati come cittadini di serie B. Michelle ha raccontato al ricercatore del JRS Europa che quando chiede l’elemosina per strada i marocchini spesso la insultano e le dicono di andare a lavorare. “Ma quando cerco un lavoro mi chiedono se ho i documenti in regola, e quando dico di no mi rispondono che non c’è lavoro. Alle volte la polizia marocchina mi ferma e devo usare tutti i soldi che ho per togliermi dai guai ed evitare di essere rispedita a Oujda [sulla frontiera con l’Algeria].”

In Algeria si riesce a trovare lavoro nel mercato nero, dove lo sfruttamento è la regola. Ismail, un migrante dalla Costa d’Avorio, conosce molto bene i rischi di questi lavori. “Alcune volte delle persone sono arrestate perché non avevano documenti validi o perché lavoravano irregolarmente. Ma secondo loro come dovremmo sopravvivere?”

Molti migranti si riducono a occupare abusivamente edifici abbandonati perché non possono permettersi di pagare un affitto. Il nostro ricercatore ha incontrato Matias, un giovane di 32 anni della Guinea, e Jean, un giovane di 22 anni del Camerun, in un edificio non terminato a Boush Bouk, un quartiere di Algeri. La loro stanza era priva di porta e fungeva da camera da letto, da sala, da cucina e da bagno. Era una delle stanze migliori della zona: almeno aveva tutti e quattro i muri.

Nel 2012 l’Unione europea ha vinto il premio Nobel per la pace. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha affermato che il premio “permetterà all’Europa di contribuire a modellare un mondo migliore in linea con i valori della libertà, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto”. In Nord Africa questa affermazione cade nella più allarmante delle contraddizioni. Dal 2010, diversi drammatici cambiamenti hanno allargato il divario tra le ambizioni dell’UE e le sue azioni. I 20.000 migranti arrivati in Italia in seguito alla rivoluzione tunisina sono stati una patata bollente che nessun governo dell’UE ha voluto toccare. E mentre le nazioni europee si sono mosse velocemente per la guerra al dittatore libico Gheddafi, esse sono poi state capaci di reinsediare solo alcune centinaia di rifugiati rispetto alle centinaia di migliaia ricevute dall’Egitto, dal Ciad e perfino dalla Tunisia.

In Siria, l’attuale risposta dell’UE è ugualmente rivelatrice. Sebbene abbiano lodevolmente donato più di 400 milioni di euro in aiuti umanitari, le nazioni dell’UE si tirano indietro di fronte alla prospettiva di reinsediare dei rifugiati nei loro territori. Così, mentre le nazioni che confinano con la Siria hanno ricevuto più di un milione di rifugiati, solamente 20.000 richiedenti asilo siriani hanno raggiunto l’Europa.

Gli eventi tumultuosi nelle aree vicine hanno portato l’UE a intensificare i controlli lungo le sue frontiere meridionali, rendendo quasi impossibile per i migranti e i richiedenti asilo il raggiungere l’Europa senza rischiare il viaggio via mare. L’UNHCR ha identificato il 2011 come “l’anno più letale” per i migranti nel Mediterraneo, un anno in cui quasi 2.000 persone – quelle di cui si ha notizia certa – sono morte.

Eventi di questo tipo non sono nuovi. Un accordo bilaterale del 1992 tra Spagna e Marocco ha chiuso brutalmente la frontiera fra i due paesi. Da allora, qualsiasi migrante che provi a raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla è immediatamente riportato indietro in Marocco. In un incidente nel 2005 le guardie marocchine hanno aperto il fuoco su centinaia di migranti che tentavano di scalare la recinzione verso Melilla.

Nel 2006 Fabrice ha provato a raggiungere Ceuta dal Marocco, nuotando per due chilometri e cercando allo stesso tempo di aiutare una donna incinta lungo il tragitto. Ma la donna è svenuta. Mentre Fabrice lottava disperatamente per salvarla, la Guardia Civil spagnola li ha individuati e issati a bordo della nave. “Invece di portarci in salvo, ci hanno riportati vicino alla riva marocchina e ci hanno ributtati in mare”, ricorda Fabrice. La donna è sopravvissuta, ma ha perso il bambino, grazie alle guardie di frontiera che lavorano per una nazione europea, parte della stessa UE che ha vinto il premio Nobel per la pace.

Attraverso il rapporto, il JRS Europa invita l’UE a essere all’altezza degli ideali per cui è stata premiata. L’UE e i suoi stati membri devono mettere in pratica dei meccanismi che permettano di identificare i migranti bisognosi di protezione e di assicurare che questa protezione venga fornita. Qualsiasi accordo bilaterale tra uno stato dell’UE e un paese terzo deve contenere una clausola sui diritti umani che protegga i diritti fondamentali di tutti i migranti, inclusi i diritti economici, sociali e culturali. E i migranti non devono essere portati con la forza verso nazioni che non siano in grado di proteggere i loro diritti.

Il primo e principale invito che il JRS Europa rivolge ai governi di Marocco e Algeria è di implementare una propria legge nazionale sull’asilo. Le persone riconosciute come rifugiate non devono essere deportate. Entrambi i governi dovrebbero inoltre permettere alle ONG di fornire liberamente aiuto a chi ne ha bisogno.

Molti migranti alla fine si rassegnano a vivere in uno stato di perenne transito per anni. Ma alcuni cercheranno comunque di raggiungere l’Europa, quali che siano i rischi, sperando di avere maggior fortuna. Un uomo ha detto al JRS Europa: “Dio è con me e mi proteggerà”. La sua fede incrollabile di fronte alla miseria è commovente. Speriamo che l’UE faccia la sua parte.

Philip Amaral, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Europa

Potete scaricare il rapporto del JRS Europa, Lives in Transition, qui.

 

Haydar, un nuovo parigino

WelcomeMershIl progetto Welcome, ideato e coordinato dal JRS France, è una rete di famiglie e di comunità religiose disponibili ad accogliere per un periodo di tempo stabilito – di solito un mese – un richiedente asilo o un rifugiato.
Offrire accoglienza a persone appena arrivate e in attesa di essere inviate a un Centro di Accoglienza governativo e che spesso sono costrette a trascorrere questo periodo di attesa dormendo per strada significa in primo luogo dare loro l’opportunità di tranquillizzarsi e riposarsi dal viaggio e dallo choc dell’arrivo in un contesto sconosciuto.
Sia con la famiglia ospitante che con il tutor del JRS, che continua a seguire la persona in tutto il suo percorso, si stabiliscono relazioni autentiche, che avviano efficacemente al percorso di autonomia dei rifugiati, permettendo loro di prendere confidenza con la cultura francese, sentendosi meno isolati.

Oggi vi proponiamo un’intervista a Haydar, rifugiato afgano, che è stato accolto per cinque mesi dalla rete Welcome a Parigi, prima in una comunità di gesuiti e poi in diverse famiglie parigine.
Come è iniziata la tua vita a Parigi?

Il 24 settembre 2010, dopo un viaggio durato diversi mesi, sono arrivato a Parigi. Non sapendo come fare per presentare domanda d’asilo, ho chiesto informazioni a dei giovani del mio Paese. Come loro, ho trascorso i primi giorni tra le stazioni della metro e un parco. Una mattina – dormivo su una panchina – si è avvicinato un signore anziano. Mi ha fatto qualche domanda e, visto che non parlavo una parola di francese, mi ha proposto di insegnarmelo. Il giorno dopo, è tornato con un quaderno e una matita e abbiamo cominciato, così, nel parco. Imparavo in fretta e gli ho fatto capire che avevo molta voglia di imparare, perché non sarei più potuto tornare nel mio Paese e avrei dovuto vivere in Francia. «Allora devi andare a scuola» – mi ha detto lui. Ho accettato molto volentieri e tre mesi dopo ho iniziato a seguire dei corsi, quasi tutti i giorni.
Come ti sentivi a quel tempo?

In realtà non stavo molto bene, a parte quando ero a lezione, perché là smettevo di pensare alla mia famiglia, sempre in pericolo, e a tutte le sofferenze che avevo vissuto. A scuola mi concentravo sulle parole, ridevo con i professori, il tempo passava in fretta e mi pareva che finalmente nella mia vita stesse ricominciando a succedere qualcosa di positivo. Ma appena uscivo dalla scuola, il dolore e la tristezza ritornavano.
Come sei entrato in contatto con il progetto Welcome del JRS?

A dicembre, cominciava a fare freddo, pioveva, ero malato e la mattina a lezione ero molto stanco. Un professore mi ha detto «ti posso ospitare a casa mia, ma solo per qualche giorno, perché poi viene la mia famiglia a trovarmi». Natale si avvicinava e lui non sapeva più che fare, allora ha chiamato il JRS. Il 24 ci hanno ricevuto e quella sera sono stato accolto da una comunità di gesuiti.
Sei rimasto diversi mesi in questa rete di accoglienza. Che esperienza è stata?

In primo luogo, è molto importante vivere con dei francesi. Ogni sera mi pareva di aver vissuto cose che non capivo in città: tornando a casa, potevo parlarne, chiedere spiegazioni e alla fine capire cosa era davvero successo e perché. Poi mi sentivo atteso. La prima accoglienza è sempre un po’ difficile, perché uno ha l’impressione di disturbare e poi, se uno non sa la lingua, chi ospita deve fare molti sforzi e questo è ancora più imbarazzante. Poi diventa più facile: diciamo spesso che quelli che vanno direttamente dalla strada al centro di accoglienza, senza passare dalle famiglie, non possono capire nulla della Francia. Poi, come dicevo, quando mi trovavo da solo era come se fossi ancora al moi Paese, con tutte le paure e il dolore che riemergevano. Essere in famiglia mi ha aiiutato a concentrarmi su delle persone, delle parole, delle cose, a essere davvero presente. Mi piaceva soprattutto poter aiutare, rendermi utile.
Non è troppo difficile, dopo 5 mesi di accoglienza nella rete Welcome, uscire e ritrovarsi da solo al centro d’accoglienza?

Sì e no. Innanzitutto va detto che è una cosa normale. Poi ormai ero in grado di cavarmela da solo ed ero comunque rimasto in contatto con le famiglie che mi avevano ospitato e con il JRS, quindi non ero più isolato e anzi ero felice di non dipendere più da nessuno!
Cosa pensi della durata dell’accoglienza in ciascuna famiglia? Un mese non è troppo poco?

Per me un mese passava molto in fretta, ma non so se per la famiglia era lo stesso… Certo, è un peccato doversene andare proprio quando si comincia ad abituarsi. Ma ogni persona è diversa: per alcuni abituarsi è un bene, per altri è un male.
Cosa vorresti dire a chi ti legge?

Che la settimana scorsa mi hanno riconosciuto lo status di rifugiato e penso che senza il JRS, la scuola e le famiglie che mi hanno ospitato certamente non sarei qui. Vivere in famiglia, anche se possiamo sembrare timidi o preoccupati, ci fa molto bene, ci restituisce la speranza e l’energia. Grazie!

 

Morti in viaggio verso l’Europa e accoglienza dei rifugiati: le urgenze per il 2013

“Il 2012 è stato un anno molto difficile per i rifugiati: sono state migliaia le vittime incolpevoli dei viaggi in mare verso l’Europa. Ingiustificabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta emergenza Nord Africa che sta per concludersi senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate dalla Libia in guerra, come denunciato di recente dal Tavolo Asilo in un comunicato sottoscritto anche dal Centro Astalli. Per di più è ancora gravemente insufficiente e dispersivo il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree metropolitane”.

Questo il bilancio di Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) alla fine di un anno in cui i richiedenti asilo e rifugiati “hanno visto i loro diritti e la loro dignità minati da leggi lacunose, da una burocrazia inefficiente e da una società ancora troppo disattenta nel denunciare il degrado e l’esclusione sociale che spesso colpisce chi giunge in Italia in fuga da guerre e persecuzioni”.

In occasione dalla giornata mondiale del Rifugiato 2012, lo scorso 20 giugno, il Centro Astalli con una campagna dal titolo “In città, invisibili” denunciava l’insufficienza e la frammentarietà dei sistemi di accoglienza che, privi di regia unitaria e di standard uniformi, mostrano le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano.
Dalla ricerca “Mediazioni Metropolitane”, realizzata la Caritas di Roma, emergeva che circa 1500 richiedenti e titolari di protezione internazionale nella capitale vivono in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il territorio, in condizioni di grave precarietà e insicurezza (come del resto denunciato la scorsa settimana dal New York Times e dall’inglese Herald Tribune in merito alla situazione degli 800 rifugiati che occupano un edificio abbandonato nella periferia romana).

“Uno dei problemi principali che ci siamo trovati quotidianamente ad affrontare al Centro Astalli – sottolinea P. La Manna – è che i rifugiati, anche quando sono titolari di protezione internazionale, hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti sociali concreti. Anche ai più vulnerabili, come le vittime di tortura, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale.

La speranza per il 2013 – conclude P. La Manna – è che il diritto d’asilo trovi finalmente spazio in ragionamenti di respiro, fuori da logiche emergenziali.
Si mettano in atto misure coraggiose per risolvere l’eccessiva pericolosità dei viaggi con cui i rifugiati cercano di raggiungere l’Europa.

Si inizi al più presto un ripensamento delle misure di accoglienza a livello nazionale che dia luogo a un sistema unico, capace di collegare le reti esistenti, affinché tutti i migranti forzati trovino in Italia una risposta tempestiva e qualitativamente soddisfacente ai loro bisogni più immediati.
C’è molto da fare, le sfide non mancano, affrontarle è responsabilità di ciascuno.
Che sia un buon anno per tutti… nessuno escluso!”

Io sostengo da vicino: campagna di raccolta fondi in favore dei rifugiati in Italia

IO SOSTENGO DA VICINO è la campagna di raccolta fondi che il Centro Astalli lancia oggi sul sito www.centroastalli.it. L’idea di fondo è di  sostenere un rifugiato che vive in Italia nelle sue primissime necessità: un pasto caldo, un aiuto per le spese mediche, assistenza alle vittime di tortura.

Il Centro Astalli da oltre 30 anni si fa carico di assistere migliaia di giovani uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni che giungono in Italia in cerca di protezione. Lo fa accogliendo i rifugiati e cercando di accompagnarli all’autonomia nel minor tempo possibile.

Un semplice paio di occhiali può fare la differenza nell’apprendimento della lingua italiana o nel successo di un percorso formativo.
Un tutore per un polso o per una caviglia mal messa può essere risolutivo nella riabilitazione di una vittima di tortura.
La patente di guida è un importante requisito nella ricerca del lavoro. Molti rifugiati per anni non riescono ad avere disponibilità economica e il sostegno adeguato alla preparazione dell’esame in Italia.
Piccoli esempi che ogni giorno al Centro Astalli rappresentano grandi ostacoli.

“È nostro dovere sostenere e accompagnare i rifugiati per dare loro una possibilità di riscatto. Quell’umanità povera e perseguitata che ci commuove nei servizi televisivi girati in Paesi e continenti lontani, oggi è qui, vicino a noi. Basta davvero poco per sostenere da vicino le vittime incolpevoli di guerre e dittature”.
Così P. Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) spiega il senso della campagna di raccolta fondi “Io sostengo da vicino”.

Per diventare sostenitore da vicino basta visitare il sito www.centroastalli.it e scegliere che tipo di aiuto offrire:

Per le donazioni:

    • Bonifico Bancario, Banca popolare di Bergamo, sede di Roma, via dei Crociferi 44 – 00187; ABI 5428 – CAB 03200 – CIN N –
      Conto corrente n. 98333, intestato a Associazione Centro Astalli
      IBAN IT 56 N 05428 03200 000000098333.
    • Conto corrente postale, n. 49870009, intestato a: Associazione Centro Astalli – via degli Astalli 14/A – 00186 Roma

Nella causale va indicata la dicitura “Io sostengo da vicino” e la destinazione della propria offerta.

Aiutaci anche tu a diffondere la campagna “Io sostengo da vicino”! Copia sul tuo blog o sul tuo sito il codice html del banner.

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Siria I Care

Oggi molti blogger italiani hanno deciso di dedicare una giornata per parlare della Siria e testimoniare che hanno a cuore la tragedia che si sta verificando.

Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è presente a fianco di rifugiati e sfollati interni siriani e cerca di adoperarsi per rispondere ai bisogni di persone che sono letteralmente rimaste senza nulla, costrette ad abbandonare le proprie case dalla violenza e dalla guerra. Ospitiamo dunque qui un articolo della collega Angelika Mendes, Coordinatore per il fundraising dell’Ufficio Internazionale del JRS.

Amman, 31 ottobre 2012 – Ahmed* ci accoglie su una strada trafficata che si inerpica ripida su una collina e ci guida fino alla sua casa, in un tranquillo quartiere di Amman. Lo seguiamo al piano di sopra fino a un semplice appartamento di tre camere. Quando entriamo nel soggiorno veniamo accolti da un lungo scambio di saluti in arabo. A parte qualche materasso sul pavimento, la camera è spoglia.

Era la metà dell’inverno, nove mesi fa, quando Ahmed e la sua famiglia allargata – moglie, figlia, genitori, zio e zia – sono arrivati in Giordania per la prima volta. La vita è dura qui. Ma a casa era impossibile.

Prima di fuggire da Homs, Siria, Ahmed è stato arrestato e imprigionato per quasi 50 giorni in condizioni terribili. In conseguenza del periodo trascorso in carcere, Ahmad ha problemi alla colonna vertebrale che gli rendono difficile qualunque forma di lavoro fisico.

Ahmed resta calmo, con un’espressione risoluta sul viso, mentre fuma una sigaretta dopo l’altra. Sua madre, Zeinah*, racconta.

“È molto raro, in Siria, che qualcuno venga liberato dal carcere, capita forse a una persona su cento”, spiega Zeinah.

La famiglia ha pagato 2000 dinari giordani (2.170 euro) per il suo rilascio.

“Abbiamo venduto tutto, fino all’ultimo cucchiaio, per trovare la cifra necessaria”.

Prima di lasciare la Siria, Zeinah ha lavorato per il governo siriano per 30 anni, senza problemi, ma dopo lo scoppio delle violenze ha iniziato ad avere paura.

“Sentivo che le cose stavano cambiando e temevo di essere arrestata”.

“Non c’è abbastanza cibo in Siria, non c’è pane. Hanno distrutto tutto, chiese, case… Duemila persone si sono riunite per pregare e per manifestare pacificamente. Non volevano combattere” continua Zeinah dolorosamente.

Esilio. La moglie di Ahmed ci serve il caffè in piccole tazze con decorazioni dorate. Era incinta di sette mesi quando sono fuggiti da Homs prendendo un autobus per Amman.

“Siamo venuti senza niente. Per i primi 50 giorni abbiamo vissuto qua e là, finché abbiamo trovato questo appartamento.

Undici membri della famiglia, distribuiti su tre generazioni, vivono insieme in questa casa.

“È meglio mangiare la polvere qui che stare in Siria”.

Il figlio quattordicenne di Zeinah fa turni di 12 ore in un negozio di falafel per cinque dinari al giorno. È l’unico che porta a casa uno stipendio, perché Ahmed e suo padre non riescono a trovare lavoro. Per il resto, la famiglia vive di beneficienza; vestiti e medicine da una chiesa locale e dall’ospedale di zona; cibo da una ONG, uniformi e zaini dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) così le due figlie più piccole di Zeinah possono andare a scuola.

“A loro piace stare qui. [Ma] è così difficile vivere in Giordania. Tutto è così caro”.

La famiglia paga 200 dinari al mese per il loro appartamento di tre camere. Il marito di Zeinah ha bisogno di medicine speciali per l’ipertensione e per il cuore. Ora che si avvicina l’inverno, hanno bisogno di coperte e combustibile per il riscaldamento.

Quando vivevano in Siria, Ahmed e suo padre lavoravano come autisti di pullmini per turisti e vivevano bene. Il figlio e la figlia più grandi sono rimasti in Siria.

“Cerchiamo di restare in contatto con loro, ma la rete telefonica non funziona sempre”.

Finché la polvere del conflitto diffuso non si poserà, il futuro della famiglia di Zeinah e degli altri rifugiati siriani rimarrà incerto.

* I nomi sono stati cambiati.

Per sostenere concretamente il lavoro del JRS in Siria, clicca qui.

I rifugiati scappano anche dall’Italia

Nel corso del 2012 si sta registrando un consistente calo di richiedenti asilo in Italia. Durante un’audizione in Parlamento, il Ministro dell’Interno ha confermato che le domande presentate sono poco più di 8.000 a fronte delle oltre 62.000 dello scorso anno.

Eppure gravi crisi umanitarie continuano a far scappare persone dall’Africa e dal Medio Oriente: basti pensare alle centinaia di migliaia di persone che sono fuggite dalla Siria.

Dove vanno i rifugiati? Quasi sempre in Paesi vicini al proprio, mentre in pochi raggiungono l’Italia e l’Europa.

Le ragioni sono sostanzialmente due. La prima è che le vie di accesso al nostro Paese sono ancora proibitive: in particolare dalla Libia è difficile raggiungere le nostre coste. Nonostante la caduta del regime di Gheddafi, le condizioni di vita per i migranti diretti in Europa sono drammatiche. Continuano i racconti di detenzioni irregolari, violenze in carcere, soprusi verso persone che pure scappano da guerre e conflitti. Il governo italiano ha stipulato accordi con la Libia che privilegiano la fermezza in materia di controllo delle frontiere alla tutela dei diritti di chi fugge. Non sono veri e propri respingimenti, ma gli effetti sono praticamente gli stessi.

Il secondo motivo del basso numero di richieste di asilo in Italia sono le pessime condizione di accoglienza che il sistema italiano è in grado di offrire. Basti pensare che, in una qualsiasi grande città italiana, una famiglia con bambini, anche molto piccoli, può aspettare mesi prima di ricevere un posto in accoglienza. Che ancora oggi sono innumerevoli le occupazioni irregolari di stabili da parte di persone che hanno ricevuto una protezione internazionale. O anche che, qualunque sia il titolo di studio conseguito da un rifugiato nel proprio Paese, in Italia deve ricominciare dalla scuola media.

Per non dire delle inefficienze burocratiche che rendono la procedura legale una gimcana complicatissima anche per le cose più semplici, come la consegna del permesso di soggiorno.

I rifugiati da sempre scappano dalla guerra. Da qualche tempo stanno alla larga anche dai Paesi dove comprendono di non essere trattati come persone che pure hanno subito traumi e violenze. Tra questi, ormai, anche l’Italia.

 

Berardino Guarino

Mediazioni difficili

Nelle grandi città italiane molti rifugiati vivono nei cosiddetti “insediamenti spontanei”: vere isole di emarginazione, spesso a pochi metri da stazioni e centri commerciali, che accolgono centinaia di persone, convinte di non avere alternativa. Se pur con livelli di gravità diversi, in tutti questi insediamenti le condizioni abitative sono abbondantemente al di sotto di ogni standard minimo accettabile in relazione alla salute e alla sicurezza.

Come può accadere questo? Perché questo fenomeno non accenna a diminuire? Quali percorsi si possono pianificare per superare una situazione inaccettabile, che offende la dignità di tante persone? Per rispendere a questi interrogativi l’équipe del progetto “Mediazioni Metropolitane” ha intervistato 520 richiedenti e titolari di protezione internazionale e svolto sopralluoghi e colloqui in 8 insediamenti spontanei a Roma, Milano e Firenze. Dai colloqui effettuati, è emerso un diffuso e esplicito scetticismo degli intervistati rispetto alla possibilità di trovare negli enti territoriali deputati una risposta ai loro bisogni. Più in generale, i rifugiati (oltre il 75% degli intervistati è un titolare di protezione internazionale e l’11,3 ha ottenuto la protezione umanitaria) sembrano aver maturato una profonda mancanza di fiducia nei confronti di uno Stato che “commette ingiustizie” e non riesce a “garantire ai rifugiati gli stessi diritti che hanno negli altri paesi europei”.

Questo atteggiamento, che è allo stesso tempo causa ed effetto dei fenomeni di esclusione e autoesclusione che l’indagine testimonia, non è purtroppo sorprendente, né del tutto immotivato. L’insufficienza cronica dei sistemi di accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale nel nostro Paese, sia dal punto di vista strettamente numerico che da quello dell’efficacia dei percorsi di integrazione proposti, è la causa principale della proliferazione di queste forme di insediamento, a forte rischio di esclusione sociale.

Il sistema di accoglienza italiano, allo stato attuale, di fatto non garantisce un’adeguata accoglienza a tutti coloro che ne avrebbero diritto: troppo disomogenee sono le misure messe in campo, troppo episodici e parziali gli interventi per l’integrazione. Si deve fare di più, puntando soprattutto sulle misure che favoriscano l’inclusione lavorativa (oltre l’88% degli intervistati attualmente non è occupato) e la formazione (il 42% conosce troppo poco la lingua italiana). Ma più urgente è ristabilire un dialogo con queste persone, ricostruire il rapporto di fiducia indispensabile alla riuscita di qualunque percorso.

Chiara Peri