CON I RIFUGIATI SEGUENDO UNA STELLA

In passato, all’avvicinarsi del Natale, abbiamo cercato di comunicare e far vivere ai migranti che accompagniamo quello che di religioso, ma anche di culturale, questa festa porta con sé e rappresenta per noi. Era nostro desiderio offrire una carezza per chi si trova lontano da patria e affetti in un giorno in cui le relazioni familiari e amicali hanno un sapore particolare. Quest’anno la dimensione di incontro e condivisione del Natale è di fatto ridotta notevolmente. Molte persone sono in quarantena, in ospedale o peggio in una terapia intensiva, isolati dagli affetti più cari; oppure si trovano a sperimentare dolorosamente gli effetti economici di questa pandemia senza più una sicurezza per il futuro. Non sarà possibile vivere questo tempo come eravamo abituati, tra celebrazioni religiose molto frequentate, riunioni familiari allargate, momenti di condivisione, regali e meritato riposo. Sarà tutto più essenziale. Potrebbe sembrare quindi che lo stesso spirito del Natale venga un po’ stravolto. Ma è proprio vero?

Credo che, nella fatica di questo tempo, ancora una volta ci sia data un’occasione: vivere il Natale come fecero i pastori e i magi, accorsi alla mangiatoia dove era nato un bambino. Mettiamoci in ascolto dei rifugiati e di chi come loro ha sofferto e sta soffrendo, di chi aggrappandosi a una flebile luce di speranza nella propria vita ha saputo attraversare momenti bui o li sta ancora attraversando. Pensiamo a quante feste di Natale milioni di rifugiati hanno vissuto in prigionia, in centri di detenzione, in cammino attraversando confini o in mare in balìa delle onde, in centri di accoglienza o in strada perché non c’è posto per loro nelle nostre città. Relegati ai margini, lontani dai propri affetti, lacerati dal dolore di aver perso persone care a causa della violenza o averle lasciate per necessità. Questa umanità in cammino come i pastori, come i magi ci mostra la stella, il luogo dove nasce quel bambino che cambia la Storia.

Quest’anno, invece di far vivere ai rifugiati un giorno diverso, proviamo a viverlo noi quel giorno, attraverso il loro sguardo, la loro voglia di vivere finalmente in pace, in un mondo più giusto. Proviamo da questa nuova prospettiva a scorgere quella stella che con la sua luce può illuminare il cammino verso un futuro migliore per tutti.

Camillo Ripamonti sj

La Rete Astalli: una risorsa nella pandemia

Che l’impatto della pandemia avrebbe comportato anche per le realtà del terzo settore la necessità di ripensare drasticamente i modi di agire, i servizi e le attività svolte era apparso chiaro già a marzo. Quanto questo processo sarebbe diventato profondo e sfidante, invece, lo si è capito a mano a mano che le settimane passavano e le criticità si moltiplicavano; dalla prima emergenza, di carattere sanitario, l’attenzione si è spostata sulle ripercussioni economiche e sociali che hanno colpito soprattutto le persone più vulnerabili.

La Rete del Centro Astalli (Trento, Padova, Vicenza, Grumo Nevano, Catania, Palermo, Bologna) coordinata dalla sede nazionale di Roma, si era immediatamente atti-vata nei territori di riferimento per supportare i migranti forzati nel resistere ai primi effetti della pandemia, sia con la semplice quanto essenziale presenza, sia con iniziative specifiche per sostenerne l’alimentazione, la salute, l’autonomia abitativa, le attività educative e formative a distanza.

Tuttavia, le incognite sul domani, su come pensare il presente in funzione del futuro, su quale avvenire desideriamo immaginare e abitare, si sono fatte sempre più pressanti, così come la necessità di confrontarsi con chi affrontava le stesse problematiche: anche per le associazioni non è possibile pensare di uscire dalla crisi da sole. In questa prospettiva, la pandemia ha portato ad avviare nuovi percorsi di condivisione. Di conseguenza, si sono ricercate occasioni per rafforzare l’accompagnamento dei migranti forzati come, per esempio: la partecipazione a uno studio del JRS Europe sull’impatto della pandemia nei vari sistemi di richieste d’a-silo; incontri online per raccontare come si stava gestendo la crisi, con quali strumenti, quali le esi-genze; un corso di formazione legato al progetto “Passi Avanti”, dedicato a temi che saranno cruciali nei prossimi anni e che risentiranno fortemente degli eventi di quest’anno (casa, lavoro, inclusione); la ricerca di nuove iniziative progettuali da sviluppare come rete nel suo insieme. La voglia di collaborare e di confrontarsi, di aggiungere linfa nuova al consolidato stile che contraddistingue l’azione della Rete del Centro Astalli in Italia, assumono così forza e vitalità rafforzando al contempo speranza e coesione. La strada che ci attende, indubbiamente, non è facile: poterla fare insieme la rende meno faticosa e più avvincente.

Massimo Piermattei

Il Venezuela allo stremo mette in fuga anche i più vulnerabili

J. vive a Roma con le figlie, accolta dal Centro Astalli in una struttura per donne rifugiate sole o con bambini. Parla con grande dolore del suo Venezuela e non nasconde la preoccupazione di una mamma che si trova da sola a crescere due figlie in un Paese straniero. Nelle sue parole emerge l’esperienza dirompente che l’esilio può rappresentare per chi è costretto a lasciare tutto per mettere in salvo la vita. “Il mio Paese è in una situazione drammatica: la luce è razionata, mancano l’acqua potabile e i generi di prima necessità. In un Paese ricco di petrolio, non c’è benzina e bisogna fare molti chilometri a piedi per procurarsi il necessario per vivere. Così è esplosa una violenta lotta per la sopravvivenza, al punto di essere derubati delle buste della spesa. Chi ha qualche parente all’estero riceve aiuti, ma chi non ha nessuno si trova in grande difficoltà.

La pandemia ha aggravato la situazione, perché mancano i farmaci (perfino il paracetamolo) e l’assistenza sanitaria. Con la mia salute precaria, se fossi rimasta in Venezuela sarei morta.

Quando siamo arrivate a Roma due anni fa siamo state in un centro di accoglienza straordinaria dove c’erano più di 300 persone: non è stato facile, ci siamo sentite spesso discriminate: persino il fatto di parlare spagnolo, una lingua vicina all’italiano, era considerato da molti un privilegio, un vantaggio che secondo alcuni ci rendeva la vita più facile.

Abbiamo vissuto un periodo di grande solitudine e paura. Una volta riconosciute rifugiate siamo state accolte dal Centro Astalli e abbiamo iniziato un percorso di integrazione: ho ricevuto le cure mediche necessarie e ora sto bene; la mia figlia più grande ha studiato management alberghiero e ha fatto un tirocinio presso una catena di hotel in Calabria; la piccola frequenta la scuola media, studia pianoforte e ha finalmente tanti buoni amici. La pandemia ha rallentato il nostro cammino, ma sentiamo di essere cresciute tantissimo nell’ultimo anno e di aver utilizzato bene il nostro tempo per prepararci ad affrontare il futuro. Oggi ci sentiamo molto più sicure e fiduciose, grate agli operatori per il loro aiuto e e l’impegno che non fanno mai mancare”.

Giuseppe Trotta sj

UNA STORIA LUNGA 40 ANNI

Le parole di Papa Francesco contenute in una lettera inviata, per i 40 anni dalla nascita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, al direttore dell’ufficio internazionale, p. Tom Smolich.


In occasione del 40° anniversario dalla fondazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) da parte del Servo di Dio Pedro Arrupe, Le chiedo di portare i miei migliori auguri al Centro Astalli qui a Roma e a tutto lo staff e i volontari del JRS nel mondo. I miei pensieri vanno specialmente ai tanti uomini, donne e bambini che si rivolgono al JRS per cercare rifugio e assistenza. Sappiano che il Papa è vicino a loro e alle loro famiglie e che li ricorda nelle sue preghiere.

Mentre rinnovate e approfondite il vostro impegno nel servire i bisogni vari e complessi dei rifugiati e degli sfollati, prego che tutti voi possiate trarre incoraggiamento e saggezza dalla visione e dall’esempio del vostro fondatore.

Di fronte alle sofferenze di coloro che scappavano dalla loro terra in cerca di salvezza a causa della guerra in Vietnam, Padre Arrupe trasformò il suo sgomento in una attenzione profondamente pratica per il loro benessere fisico, psicologico e spirituale. Questo desiderio intimamente Cristiano e Ignaziano di curarsi del benes-sere di tutti coloro che si trovano in uno stato di profonda disperazione ha ispirato e guidato il lavoro del JRS in questi 40 anni, dai suoi inizi con i boat people vietnamiti all’inizio degli anni 80, fino ai tempi attuali, con la pandemia da coronavirus che ha reso evidente come l’intera famiglia umana sia “sulla stessa barca”, trovandosi ad affrontare sfide economiche e sociali senza precedenti (Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).

Oggi troppe persone nel mondo sono costrette ad aggrapparsi a barconi e gom-moni nel tentativo di cercare rifugio dai virus dell’ingiustizia, della violenza e della guerra. Alla luce di queste gravi ineguaglianze, il JRS ha un ruolo cruciale nel far conoscere e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà dei rifugiati e degli sfollati. È vostro compito vitale tendere la mano dell’amicizia a coloro che sono soli, separati dalle loro famiglie, o abbandonati, accompagnandoli e amplificandone la voce, e soprattutto garantendogli l’opportunità di crescere attraverso i vostri programmi di istruzione e sviluppo. La vostra testimonianza dell’amore di Dio nel servire rifugiati e migranti è anche fondamentale per costruire una “cultura dell’incontro” (Fratelli Tutti, 30) che da sola pone le basi per una solidarietà autentica e durevole per il bene della famiglia umana (Ivi, 216-217).

Guardando al futuro, ho fiducia che nessuna battuta d’arresto o sfida, personale o istituzionale, potrà distrarvi o scoraggiarvi dal rispondere generosamente alla chiamata urgente di promuovere la cultura della vicinanza e dell’incontro tramite la difesa determinata dei diritti di coloro che accompagnate ogni giorno.

Con questi sentimenti, vi rinnovo i miei devoti buoni auguri per il vostro lavoro, chiedendovi di ricordarmi nelle vostre preghiere. Affido tutti gli associati all’apostolato del JRS all’intercessione amorevole di Maria, Madre di Speranza e Conforto dei Migranti, volentieri Vi impartisco la mia Benedizione Apostolica come promessa di gioia e pace in Cristo Nostro Signore.

Papa Francesco

L’ITALIA E I DIRITTI NEGATI LUNGO IL CONFINE ORIENTALE

Negli stessi giorni in cui Italia e Slovenia si incontravano per superare le ferite rimaste aperte dall’ultimo conflitto mondiale, la frontiera orientale irrompeva a Montecitorio con un’interrogazione sulle riammissioni informali di migranti tra i due Paesi.

L’azione parlamentare prendeva spunto dalla lettera aperta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione – ASGI – nella quale si denunciava la violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo ope-rata lungo il confine sloveno dall’Italia. Sinteticamente, le accuse erano di:

1) effettuare riammissioni in Slovenia sulla base di un trattato bilaterale, antecedente l’ingresso di Lubiana nella Ue, interpretato peraltro in senso contrario a quanto stabilito in materia dalla Convenzione di Ginevra e dagli accordi europei e internazionali;

2) respingere i migranti senza l’emissione di un provvedimento motivato e notificato all’interessato che possa essere impugnato in tribunale (come previsto dalla Carta europea dei diritti dell’uomo – CEDU – e dal Regola-mento Ue n. 2016/399) e senza convalida giudiziaria (come prescritto dalla Costituzione repubblicana – art. 13);

3) non tenere conto della volontà di alcuni migranti di chiedere asilo in Italia. La responsabilità per queste do-mande è invece chiaramente regolata dal cosiddetto “Dublino III” (Reg. Ue n. 2013/604) e prevede che un Paese non possa rifiutarsi di esaminare una domanda di asilo, anche se originariamente presentata o da presentare in un altro Stato membro dell’Ue; oltre a escludere i respingimenti per i ri-chiedenti (Reg. Ue n. 2016/399). Con questo approccio, inoltre, l’Italia “finge di ignorare” – si legge nella lettera – che una volta in Slovenia, i migranti sono rispediti prima in Croazia, poi in Bosnia-Erzegovina e in Serbia dove subiscono torture e violenze, documentare dalle ONG locali; l’art. 3 della CEDU vieta le riammissioni se si rischiano trattamenti inumani e degradanti;

4) effettuare respingimenti collettivi, vietati dalla CEDU, aggravati dalla mancata possibilità di presentare doman-da di asilo o di far valere lo status di richiedente.

La successiva risposta fornita dal Ministero dell’Interno ha destato preoccupazione perché conferma che i migranti sono respinti: 1) in virtù del trattato bilaterale del 1996, violando le tutele fissate a livello interno, europeo e internazionale; 2) senza tener conto dell’eventuale richiesta di asilo resa manifesta o del possesso dello status di richiedente; 3) collettivamente; 4) ignorando le conseguenze che affron-teranno i migranti nei Paesi in cui saranno ricollocati.

I timori palesati dall’ASGI e ripresi dall’interrogazione parlamentare sembrano quindi fondati, tanto da configurare un grave passo indietro dell’Italia sui temi del rispetto dei diritti demigranti in generale e del diritto d’asilo in particolare: non più o non solo un coinvolgimento indiretto, come acca-duto in occasione dell’accordo europeo con la Turchia o nel controverso trattato bilaterale con la Libia – finanziata affinché bloccasse le partenze dei migranti, lasciandole carta bianca sui mezzi da utilizzare in terra e in mare. In questo caso, si tratta di un intervento diretto, attuato sul territorio italiano, con il coinvolgimento di istituzioni e di forze di polizia italiane. Sorge quindi più di un’apprensione a immaginare quali possano essere gli sviluppi successivi, nella prospettiva drammaticamente segnata dal deterioramento del tessuto sociale, economico e politico causato dalla pandemia da Covid-19.

Massimo Piermattei

MYRRA E NAWROZ, COSTRETTI A FUGGIRE DUE VOLTE

Sono molti i rifugiati che, prima di ricevere prote-zione in un paese sicuro, hanno vissuto l’esperienza dello sfollamento interno. Soprattutto chi scappa da determinate aree geogafiche si trova nella condizione di dover lasciare la propria casa in cerca di salvezza, pur rimanendo nei confini nazionali: sono persone solitamente in fuga da guerre decennali, da persecuzioni etniche che non trovano soluzioni, da contesti in cui dittature e conflitti affliggono la popolazione civile di generazione in generazione. Conoscere per comprendere, ascoltare per riconciliarsi sono queste due delle azioni che ci invita a fare Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dedicata al dramma di queste persone, spesso invisibili.

“Essere sfollati significa essere soli”

“Essere sfollati significa essere soli”: con queste parole Myrra, rifugiata in Italia dalla Repubblica Democratica del Congo, ricorda quando da bambina, a 10 anni, è stata costretta insieme alla sua famiglia a fuggire e spostarsi dalla regione del Kasai, in cui era nata e cresciuta, a quella del Katanga, a causa della guerra. “Non eravamo i benvenuti lì. Eravamo riconoscibili per identità e struttura fisica. Ci chiamavano insetti, perché dovevamo essere schiacciati. La guerra non si combatte solo con le armi ma con ogni genere di aggressività. Per questo fummo costretti a spostarci anche da lì dopo due anni. Avevo 12 anni. Mia madre era persa, lo vedevo nei suoi occhi, ma ho capito cosa stava provando in quel momento solo da grande. Ora, dopo tanto tempo sono qui in Italia, dove vivo da 19 anni, qui ho trovato la mia strada, anche grazie al Centro Astalli, ma spesso mi chiedo dove finirò”. Anche Nawroz, curdo iracheno, rifugiato in Italia in fuga dall’Iraq e dal regime di Saddam Hussein, ha conosciuto la guerra e ha affrontato un lungo viaggio tra Iraq, Iran, Turchia, Grecia, prima di arrivare in Italia stipato in un camion. “Ho vissuto l’esperienza dello sfollamento nel 1991, durante la Prima guerra del Golfo, quando si combatteva nella mia terra, il Kurdistan iracheno. Avevo circa 14 anni, ricordo che scappammo verso il confine, ricordo la fame, il freddo.

“Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”

La stessa cosa accade adesso a migliaia di persone, solo che accade in un posto diverso e troppo spesso non se ne parla. Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”. Il “nuovo inizio” di Nawroz – questo significa il suo nome – è stato il Centro Astalli dove dal 2007 è aiuto cuoco della mensa di via degli Astalli: “Anche io sono stato aiutato appena sono arrivato in Italia. E ora con piacere aiuto chi è in difficoltà”.

Francesca Cuomo

IN CAMMINO AL FIANCO DEI RIFUGIATI

Mary finalmente può rilassarsi. Dopo tanto tempo ha trovato qualcuno che ascolta la sua storia con in-teresse e partecipazione spiegandole con pazienza quali passi dovrà compiere per chiedere asilo in Italia. Per la prima volta da quando è dovuta fuggire dal Camerun sente di poter abbassare le difese, respira la strana sensazione di essere al sicuro. Pochi metri più in là Paul mostra a tutti orgoglioso il diploma di terza media. Lui che in Mali a scuola non ci è mai andato adesso ha superato addirittura un esame! Ha studiato tanto per riuscirci, ma forse senza l’aiuto degli insegnanti della scuola di italiano del Centro Astalli non ce l’avrebbe fatta. I loro sorrisi arrivano diretti a noi operatori e volontari che quotidianamente abbiamo il privilegio di incrociare lo sguardo di tanti migranti mentre li accompagniamo nei primi passi, spesso incerti, della loro nuova vita. Ma sappiamo bene che tali sorrisi sono un tesoro da condividere con tante persone generose che, silenziosamente, non fanno mai mancare il loro sostegno concreto, senza il quale sarebbe impossibile accompagnare i rifugiati nel difficile percorso che sono costretti ad affrontare. Per questo ringraziamo di cuore, ancora una volta, tutti gli amici e i sostenitori del Centro Astalli che hanno donato il loro 5xmille a favore di Mary, di Paul e di migliaia di rifugiati che hanno potuto, con il loro aiuto, ricevere servizi di prima assistenza, misure concrete per l’integrazione e l’autonomia, usufruire di programmi specifici di supporto e di riabilitazione per le vittime di tortura.

Emanuela Limiti

Generare solidarietà: il nuovo volto del volontariato

Come mettere in pratica un’idea di società giusta e solidale? Come aiutare i rifugiati per far fronte ai bisogni sopraggiunti con la pandemia? Il racconto di una rete nata spontaneamente per aiutare i rifugiati in bilico tra precarietà e marginalità. Storie che arrivano per frammenti, che riguardano persone con le quali avevo stabilito un collegamento nel tempo, spesso casuale, storie che raccontano gli effetti dell’epidemia su quei molti migranti che vivono al confine tra una difficile integrazione e l’esclusione sociale, una specie di avanguardia di quella situazione di fragilità che non è certo esclusiva di queste persone, ma che le ha rese particolarmente a rischio, quando l’isolamento e il distanziamento sociale hanno colpito proprio quelle attività di economia informale, di lavoro occasionale o precario su cui tante fondavano la loro sopravvivenza.

Era iniziata da poco la inaspettata reclusione imposta dalla pandemia, quando, interrotto il mio servizio alla mensa, e troppo in là con gli anni per rischiare il contagio, mi sono chiesta se potessi fare qualcosa. Non che mancassero iniziative, ma temevo che l’isolamento, nel togliere parola e visibilità ai bisogni, nascondesse definitivamente quei settori sociali in povertà assoluta o relativa. Ho provato allora ad attivare un intervento modesto e non particolarmente originale: raccogliere fondi per sostenere delle famiglie o dei singoli in difficoltà. Piccole somme che pote-vano fare la differenza tra l’insicurezza o la paura dell’abbandono e la prospettiva di guadagnare qualche settimana per provare a ripartire con le proprie gambe: una quota dell’affitto, le spese per una procedura burocratica, l’abbonamento al trasporto pubblico, il pagamento di qualche bolletta. Ho cominciato chiedendo agli amici ed è cresciuta, quasi spontaneamente, una rete, senza regole e senza apparati, fatta di conoscenti spesso informati da un rapido “passa parola”, persone impazienti di fare qualcosa, che fosse immediatamente operativa e che, grazie al Centro Astalli, poteva davvero esserlo mentre io continuavo da casa solo una intensa attività telefonica e telematica. Non era il mio un generico appello a donare, ma la richiesta di collaborare a risolvere un problema specifico di una specifica persona e le risposte, credo, siano state dettate da un impegno etico ma soprattutto da una sincera, gratuita, riservata solidarietà.

A giudicare da questa piccola esperienza penso che il lockdown possa essere stato davvero, almeno per alcuni, un momento di riflessione, di attenzione agli altri, di maggiore consapevolezza sulle dimensioni della povertà e del disagio, che abbia forse illuminato aree nascoste e fatto comprendere che esistono spazi per forme diverso di impegno e di coinvolgimento.

Emma Ansovini, volontaria del Centro Astalli

IN QUESTA STRANA ESTATE DI EMERGENZE

In questa strana estate in cui il coronavirus condiziona le nostre vite, ancora una volta è la voce di Papa Francesco che si leva a difesa di chi non ha voce, di chi perde la vita nell’indifferenza generale. Durante l’Angelus del 23 agosto ha ricordato:

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto».

«Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza. Sono stati vittime della cultura dello scarto». Sì, perché continuano ancora a essere in molti a cadere nel Mediterraneo e in altre parti del mondo, uomini e donne vittime dell’indifferenza e della dilagante cultura dello scarto che “cosifica” le persone, che le usa finché sono produttive, che le considera solo se potenziali consumatori.

In questa strana estate di coronavirus, le persone migranti hanno continuato ad arrivare sulle nostre coste come era prevedibile, strano sarebbe stato il contrario. Neppure i numeri, che molti definiscono falsamente emergenza, sorprendono. Il tempo di pandemia ha solo reso più evidente la fragilità di un sistema che vorrebbe grandi centri in cui accogliere un elevato numero di persone, salvo poi scandalizzarsi se in tali contesti il virus si diffonde più rapidamente. In questi mesi estivi molte persone sono morte lungo la rotta centrale del Mediterraneo che da anni miete migliaia di vittime.

Centinaia di persone sono ancora recluse in Libia, nei centri di detenzione, nonostante siano ormai accertate al loro interno, sistematiche e gravi violazioni dei diritti umani.

Ciò che colpisce è che in questa strana estate di coronavirus, molti non trovino strano che ancora una volta vada in scena la surreale e grottesca pantomima dell’emergenza migranti. E su questa finta emergenza si speculi e si facciano le solite facili strumentalizzazioni.

In realtà tutto ciò è voluto e pensato, orchestrato e programmato, perché i “nemici migranti” sono una “merce” facile da vendere sul banco degli interessi di parte, siano essi sovranazionali, nazionali o di raggruppamenti politici, specie in vista delle elezioni. Tanto, in quanto “scartati” nessuna voce si leverà in loro difesa e chi lo farà verrà minacciato, prontamente apostrofato come buonista o messo alla gogna perché si arricchisce sulla loro pelle.

Camillo Ripamonti sj

UNHCR: I GLOBAL TRENDS 2019, TRA CONFERME E NOVITÀ

Negli ultimi 10 anni il numero di rifugiati e sflottati su scala mondiale è raddoppiato, passando da 40 a 80 milioni. L’aumento di recente ha registrato un’accelerazione: nel solo 2019 la popolazione rifugiata è aumen-tata di 9 milioni.
È questo il dato macroscopico che emerge dal rapporto Global Trends 2019 dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), pubblicato in occasione della scorsa Giornata Mondiale del Rifugiato: nel mondo c’è un rifugiato ogni 100 persone. A rendere più consistente il dato sono le nuove situazioni di conflitto, come nel caso del Venezuela, che vanno a sommarsi a quelle purtroppo consolidate. Nel 2019, 3,6 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero, aggiungendosi ai 900.000 del 2018 e facendo così salire il Paese al secondo posto mondiale per nume-ro di rifugiati dopo la Siria (6,7 milioni) e prima dell’Afghanistan (3 milioni). Di conseguenza anche il versante dei Paesi che accolgono registra una novità: la Colombia, che ospita 1,8 milioni di rifugiati è il secondo Paese di asi-lo dopo la Turchia (3,9) e prima della Germania (1,5). Tuttavia, se il dato più coinvolgente riguarda quanti fuggono all’estero, non possiamo ignorare che la maggioranza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria si sposta all’interno del proprio Paese: gli sfollati interni sono 43,5 milioni, quasi il doppio rispetto al 2010 (25 milioni). In proporzione alla popolazione re-sidente, si confermano più accoglienti i Paesi meno dotati di risorse e quelli confinanti con situazioni di conflitto: per ogni 1000 abitanti le isole caraibiche di Aruba e Curaçao ospitano rispettivamente 156 e 99 rifugiati, il Libano 134.Due dati destano particolare preoccupazione e sollecitano la capacità di risposta. Il primo è che il 40% dei rifugiati e degli sfollati interni sono bambini o minorenni spesso in viaggio da soli, senza familiari, indice del profondo impatto delle situazioni di povertà e violenza sulla vita di intere famiglie, che ne restano disgregate e segnate con traumi dolorosi, difficili da superare. Il secondo è la crescente difficoltà per i migranti forzati di ricostruire la propria vita, emergendo dallo stato di necessità. Tra il 1990 e il 2010, infatti,  chi era costretto a fuggire dal luogo di origine col tempo riusciva o a ritornarvi in condizioni più sicure, o a stabilirsi in modo permanente all’estero, in un Paese di asilo, cosicché il numero di rifugiati e sfollati interni si era mantenuto più o meno costante. Nell’ultima decade, invece, è cresciuto il rischio di restare profughi per sempre, in condizioni di vita molto precarie: solo 3,9 milioni di persone sono riuscite a ritornare nel proprio Paese, a fronte dei 10 e 15 milioni delle due decadi precedenti. Nel configurare lo scenario futuro, i Global Trends 2019 indicano i cambiamenti climatici e la pandemia quali ulteriori cause di fuga rispetto a quelle già in atto, quali povertà, conflitti e violazione dei diritti. Di conseguenza, sempre più persone saranno costrette a lasciare il proprio luogo d’origine, ma – come evidenziano i dati – sarà molto difficile, se non impossibile, per loro farvi ritorno. Pertanto, accanto agli interventi di emergenza per fronteggiare in primo luogo la crisi alimentare, è sempre più urgente adottare misure di inclusione socio-economica dei migranti forzati, con un’attenzione particolare ai più vulnerabili, ma portatori di futuro e speranza, quali i minori.

Giuseppe Trotta sj