L’emergenza invisibile

Da alcuni anni l’emergenza sbarchi è quasi l’unico filo conduttore del racconto delle migrazioni in Italia. Quanti sbarcano, dove sbarcano, chi li soccorre, come e perché. Le azioni urgenti che l’Italia ha intrapreso vanno proprio nella direzione di fermare gli sbarchi. Qualche risultato inizia a registrarsi. Qual è il prezzo di questo rallentamento negli arrivi e chi lo sta pagando? La Libia in questo momento ha un ruolo chiave nella strategia di contenimento e, ricorda UNHCR, al momento chi è trattenuto o riportato in quel Paese non trova accoglienza, ma detenzione.

Intanto a fine agosto, a Roma, lo sgombero di un palazzo occupato da una comunità di rifugiati si trascina per giorni e alla fine la tensione culmina in scontri violenti. Nella capitale, ma anche in altre città italiane, esiste un’emergenza che fa notizia solo episodicamente: molte, troppe persone (soprattutto rifugiati, ma non solo) non possono permettersi una casa. La riforma del sistema di welfare e i tagli progressivi condotti nell’ultimo trentennio hanno di fatto ridotto a zero lo spazio investito dal pubblico per l’edilizia popolare. Nel caso dei rifugiati, alle difficoltà economiche si aggiunge la diffidenza. Anche quando ha un regolare contratto di lavoro e risiede da anni nel nostro Paese, un rifugiato che cerca un affitto spesso si sente rispondere che il proprietario non gradisce inquilini stranieri, non si fida. Questa diffidenza (di solito reciproca) tra italiani e stranieri continua a crescere e, con essa, una paura sempre più diffusa e incontrollabile, che condiziona profondamente il nostro quotidiano. Una paura non sempre fondata (i reati nei primi sette mesi del 2017 sono calati rispetto al 2016, ma la percezione della criminalità degli italiani è tra le più alte d’Europa), spesso strumentalizzata. “Dobbiamo imparare a convivere come diversi, non distruggendoci e non ghettizzandoci” scriveva il Cardinal Martini. La tolleranza non basta, serve lo sforzo di riconoscersi concittadini, di uscire dalla reciproca estraneità. Altrimenti una comprensibile reazione istintiva rischia di trasformarsi in una guerra ai poveri, ma anche al buon senso. Una guerra al bene comune, da cui tutti usciremmo sconfitti.

 

Chiara Peri

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Un anno con i rifugiati – L’esperienza di servizio civile al Centro Astalli

 

Dodici mesi con i rifugiati, in un contesto stimolante e formativo: questa è l’esperienza che il Centro Astalli offre ai giovani che fanno richiesta di fare il servizio civile volontario: dalla mensa ai centri d’accoglienza, dall’ambulatorio ai progetti per le scuole, i giovani sono a contatto con operatori qualificati, volontari e soprattutto rifugiati da cui imparare a di cui farsi prossimo con competenza e serietà


Ho avuto modo di confrontarmi con tantissimi ragazzi e ragazze, ascoltando le loro opinioni, i loro dubbi, le loro idee; sono spesso titubanti, e raramente conoscono le cause di determinati fenomeni. La testimonianza diretta cambia completamente le carte in tavola, non si parla più di un qualcosa che è lontano da loro, il testimone è lì per loro, con loro. E a quel punto il dialogo diventa reale, diretto e libero da pregiudizi.

Prima di iniziare questa esperienza ero consapevole della realtà delle migrazioni e della complessità del nostro tempo; ma prendendone parte più da vicino mi sono resa conto di quanto fosse importante fare oltre che sapere. C’è bisogno di agire, mettersi in gioco; come dice papa Francesco “la vera sfida è trasformare la liquidità in concretezza… Quando si fa questo l’agire non è violento, è bello, è bellissimo, è la gioia di fare la strada insieme”.

Giulia


Quest’anno di servizio è stato un anno ricco di esperienze che mi hanno aiutata ad aprirmi verso il prossimo e ad avere più fiducia in me stessa grazie alla collaborazione con i volontari e gli operatori della mensa, che sono sempre stati disponibili e aperti per qualsiasi dubbio o difficoltà.

Avevo già avuto esperienze di volontariato prima, ma ho voluto intraprendere questo percorso più approfondito proprio perché interessata al tema dell’immigrazione e dell’integrazione per i rifugiati nel nostro paese.

Consiglierei ad ogni giovane questa esperienza, perché è un anno in cui ti metti a servizio degli altri, ma soprattutto è un’opportunità per mettere in gioco degli aspetti di te che neanche sapevi di avere. La mensa del Centro Astalli è un posto in cui incontri il mondo e lo impari a conoscere da un’altra angolazione, quella dei rifugiati.

Silvia


Sono quasi al termine del mio anno di servizio civile al Centro Astalli. Ho prestato servizio presso lo sportello lavoro e la scuola di italiano.

In entrambi i servizi ho avuto modo di conoscere da vicino i rifugiati. Specialmente nei colloqui di orientamento al lavoro, spesso mi hanno raccontato le loro storie, storie di viaggio, di fatica. Il fatto che loro abbiano deciso di condividerle con me mi ha profondamente arricchito.

Nel mio servizio a scuola ho imparato che in una classe non sono soltanto gli allievi ad imparare. Se si ha l’umiltà di scendere dalla cattedra e di ascoltare, è l’insegnante che esce dalla lezione con qualcosa in più.

Al termine di questa esperienza ho scoperto la bellezza del donarsi agli altri, di aiutarli non solo materialmente, ma soprattutto offrendo loro un po’ del mio tempo.  

Francesca

Un giorno cammineremo con voi

“Il cielo è lo stesso per tutti. Il mare invece no: per alcuni è vita e per tantissimi altri è morte. La terra? La terra è la salvezza, è la promessa, fatta da nessuno, di tempi migliori.

Ma lì, sulla terra ci sono dei muri, talvolta insormontabili. Se ce la fai ad arrivare a destinazione sei un numero e poi, se riesci a prendere dei documenti, diventi un numero documentato. Legalmente sei a posto, ma continui a ‘dare fastidio’.

Nessuno sceglie di essere un rifugiato. Questo è qualcosa che ti accade e quando ti accade la vita ti mette davanti a un bivio e spesso per proteggere quello che vuoi di più sei costretto a mettere in gioco tutto. Garanzie non ci sono però. Nonostante questo vai avanti, perché ciò che ti spinge è più grande di te. Ti spinge la speranza e, come ha detto lo scrittore Julio Cortázar, ‘la speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende’.

In occasione Giornata del Rifugiato 2017, verrebbe facile fare appello all’umanità che ci accomuna, ma rimarrebbe in superficie e continuerebbe a perpetuare una dinamica di superiorità di alcuni sugli altri.

Invece oggi voglio ricordare l’’effetto farfalla’, secondo cui  ‘il battito di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo’.

Oggi sono farfalle, tra le altre, le armi prodotte qui e che vengono usate in guerre e per governi dittatoriali lontani. Oggi farfalle sono anche le grandi corporazioni che depauperano le risorse naturali di paesi che vengono ingiustamente chiamato ‘terzo mondo’. C’è un solo mondo.

Queste sono farfalle i cui battiti d’ali non trovano spazio nei mezzi di informazione, i cui effetti si mimetizzano nel viso di migliaia di persone che arrivano in Europa.

Noi, rifugiati, possiamo solo augurarci che il battito delle farfalle italiane siano invece politiche di integrazione e di valorizzazione dell’altro, politiche che esprimano la convinzione che l’altro sono io e io sono l’altro.

Politiche che puntino anche a far sì che l’Europa si assuma le sue responsabilità riguardo ai problemi che costringono milioni di esseri umani a lasciare la propria terra. E, finalmente, politiche che tendano a costruire ponti, perché là dove ci sono dei ponti è possibile l’incontro e dove c’è l’incontro c’è possibilità di crescita, di cambiamento e di progresso per tutti.

L’umanità non si arresta. Continueremo a camminare verso di voi, augurandoci che un giorno cammineremo con voi”.

Melanny Hernandez

Rifugiata venezuelana.

Testimonianza letta in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato

I bambini e la Siria

 

Mi chiamo Mirvat sono un rifugiata siriana. Sono nata e cresciuta ad Aleppo, la mia bellissima città.
Oggi la mia casa, le strade, i parchi in cui ho giocato da piccola, la scuola, il liceo, l’università sono un cumulo di macerie senza alcun senso.

Radere al suolo Aleppo significa aver distrutto soprattutto sogni, ricordi, progetti e futuro di una generazione
di ragazzi e bambini che farà i conti per il resto della sua vita con l’odore, i rumori e l’orrore della guerra.

La guerra mi ha portato via tutto e solo per puro caso, a differenza di molti altri ragazzi, mi ha lasciato viva.

Siamo scappati con la mia famiglia perché non c’era altra possibilità. Le bombe erano sempre più vicine, il loro rumore ogni giorno più forte, la nostra paura sempre più insopportabile.
E così con mia madre, mio padre, mia sorella con il marito e suoi piccolissimi bambini ci siamo messi in cammino fino ad arrivare in Libano.

Oggi siamo rifugiati in Italia. Io ho ripreso a studiare all’università. Continuo a studiare lingue e letteratura. Ce la metto tutta ogni giorno per ritrovare un senso, farmi degli amici veri, per ritrovarci anche come famiglia. Il compito di ogni rifugiato è ricostruire ogni giorno un pezzo che la guerra ti ha portato via. Non è facile soprattutto se ti hanno strappato i sogni da bambina togliendoti la possibilità di provare a realizzarli o il diritto di cambiarli.

Mio padre ad Aleppo era uno scultore del legno, da un pezzo senza forma creava cose bellissime. Il suo mestiere era dare corpo a un’idea e a dei pezzi legno. Oggi è come se noi fossimo dei pezzi di legno a cui dover ridar vita. Vi assicuro che non è semplice e non è affatto scontato.

Philip, rifugiato siriano: in Italia posso ricominciare a sperare nel futuro

Mi chiamo Philip ed ho 37 anni. Sono di Aleppo, una grande città industriale nel nord della Siria.
Sono venuto in Italia 7 anni fa per studiare psicologia all’università salesiana dove tutt’ora continuo i miei studi.
Il mio primo anno è stato molto difficile perché dovevo studiare ed imparare l’italiano allo stesso tempo. Quando chiamavo la mia famiglia in Siria, loro mi dicevano di tenere duro perché in quel periodo la situazione ad Aleppo stava sempre più peggiorando.
La mia vita è cambiata quando una telefonata mi ha informato di una malattia che aveva colpito mio padre; ho sentito subito l’esigenza di tornare, dalla mia famiglia, ed offrire loro un po’ di conforto. Era la fine del 2008 e ho passato in Siria quello che io definisco 8 mesi di inferno. Sono arrivato a Beirut, in Libano, perché tutti gli aeroporti in Siria erano stati chiusi; da lì ho iniziato un lungo viaggio in autobus durante il quale ho potuto notare fin da subito come la mia terra era profondamente cambiata. Eravamo costretti a fermarci ad ogni check point, le strade erano sempre più difficili da percorrere.
Ad Aleppo ho finalmente riabbracciato la mia famiglia che ho trovato profondamente cambiata nell’animo: alla preoccupazione per la salute di mio padre si aggiungeva la forte ansia per quello che stava accadendo fuori dalla finestra di casa nostra. In ospedale la situazione non era di certo migliore: i medicinali scarseggiavano ed anche la ricerca di uno dei farmaci più semplici era davvero difficile; le condizioni igieniche erano pessime perché l’acqua calda non c’era e l’elettricità era presente solo qualche ora al giorno. Mio padre non riusciva a camminare e i calmanti per il dolore erano finiti.
Il 9 marzo 2009 mio padre è morto. Mi ritrovavo ora davanti ad un bivio: il 24 marzo di quello stesso anno mi sarebbe scaduto il visto studentesco che avevo ottenuto per studiare in Italia ed io dovevo decidere se restare o tornare a Roma. Ho parlato con i miei amici e con la mia famiglia per cercare consigli e sciogliere i miei dubbi; tutti mi dicevano di ritornare in Italia per non perdere il visto che avrebbe rappresentato per me, mia madre e mia sorella un’opportunità per fuggire.
Sono ripartito ma ogni giorno ero preoccupato per le condizioni in cui avevo lasciato la mia famiglia. La sentivo via skype e chiedevo sempre a mia madre se volevano raggiungermi a Roma dove avremmo vissuto serenamente e senza angosce. Mia madre era categorica: non voleva lasciare tutto, non voleva abbandonare la casa che aveva fatto costruire con mio padre e che con i loro sacrifici avevano ristrutturato recentemente. Mia sorella non voleva lasciare il suo lavoro nella complesso industriale di Aleppo per ricominciare in un posto per lei completamente nuovo.
La situazione è radicalmente cambiata nel giorno di Pasqua del 2015: questo giorno è ancora ricordato come la Pasqua nera. Una pioggia di missili ha bombardato il mio quartiere radendo al suolo intere palazzine e uccidendo molte persone che in quel tempo si stavano dirigendo verso la chiesa. Dopo molte ore sono riuscito a raggiungere telefonicamente mia madre che senza alcuna esitazione ha espresso la sua volontà di fuggire dalla Siria e raggiungermi in Italia insieme a mia sorella.
Mi sono subito attivato per trovare un modo sicuro per farle arrivare a Roma e solo con l’aiuto di un parroco sono riuscito ad ottenere un visto turistico per entrambe. Hanno affrontato un viaggio pericoloso fino a Beirut dove hanno raggiunto l’ambasciata italiana per ritirare il visto. Hanno preso il primo volo per l’Italia e ci siamo finalmente riabbracciati all’aeroporto di Fiumicino. Certo, le difficoltà che abbiamo trovato subito dopo il loro arrivo erano tante: mia sorella doveva imparare l’italiano ed ora lo sta facendo nella scuola del Centro Astalli e mia madre vive ogni giorno con la speranza di poter ritornare in Siria appena la situazione sarà migliore.
Sin dall’inizio mi sono rivolto a questo centro d’ascolto, in via del collegio romano, ed è proprio da qui che ho potuto ricominciare a sperare nel futuro mio e della mia famiglia. Grazie all’appello che Papa Francesco ha rivolto a tutte le parrocchie d’Italia, il Centro Astalli e il servizio di comunità di accoglienza ci hanno aiutato a trovare un rifugio. Ora viviamo tutti e tre insieme ed in pace.

#I get you: raccontiamo l’Europa che vogliamo

È stata lanciata lo scorso 20 aprile la campagna “I get you”, promossa dal JRS in nove Paesi europei nell’ambito del progetto BEST, finanziato dalla Commissione Europea. “I get you” in inglese significa “ti capisco, so come ti senti”. L’obiettivo è raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e molto distante da quella che ci viene comunicata dalla politica attraverso esperienze innovative che vedano cittadini e migranti impegnati insieme in iniziative di accoglienza, socializzazione e valorizzazione della diversità.
Per i prossimi mesi attraverso la sezione italiana del sito multilingue http://www.igetyou-jrs.org si potranno segnalare iniziative di associazioni, gruppi di volontari, parrocchie ecc che abbiamo l’obiettivo di facilitare l’inclusione di rifugiati e migranti: corsi di italiano, gruppi sportivi, laboratori di arte e di cucina, esperienze di ospitalità… Per farlo si deve compilare un breve questionario online già disponibile sul sito, dando alcune informazioni essenziali sull’iniziativa, ma anche possibilmente brevi testimonianze dirette di rifugiati, migranti e cittadini che vi partecipano e fotografie che trasmettano l’idea del fare insieme, che è un po’ il cuore del messaggio della campagna.

Tanta ricchezza nell’incontro con i rifugiati. Presentato a Roma il XV Rapporto annuale del Centro Astalli

La presentazione del Rapporto annuale 2016 del Centro Astalli, lo scorso 19 aprile al Teatro Argentina, è stata l’occasione per celebrare i 35 anni di attività al fianco dei rifugiati.
Una mattinata ricca. Ricca di amici, di idee, di spunti, di parole. A P. Camillo Ripamonti presidente Centro Astalli, il compito di raccontare un anno con i rifugiati attraverso i dati raccolti nei servizi offerti a Roma e in altre 7 città italiane, con una nota di metodo: “Al Centro Astalli i numeri diventano volti di un’umanità in cammino. Di uomini e donne che meritano accoglienza e protezione”.
Ad aprire l’incontro il videomessaggio di auguri di Papa Francesco di ritorno dall’isola di Lesbo. “Siate sempre testimoni della bellezza dell’incontro, aiutate la società ad ascoltare la voce dei rifugiati, accompagnateli e fatevi guidare da loro. I rifugiati conoscono le vie che portano alla pace perché conoscono l’odore acre della guerra”.
Un regalo prezioso seguito dalle parole commosse di Céline, rifugiata dalla Repubblica democratica del Congo: “Oggi sono qui per due motivi: per fare festa con il Centro Astalli. Questi 35 anni per me sono come un compleanno di famiglia. Non sarei mai potuta mancare. Ma sono qui soprattutto in nome di tutti rifugiati. Il mar Mediterraneo e le sue isole non sono più le porte d’Europa. Sono diventate la sua vergogna più grande. L’indifferenza ci uccide più dell’odio”.
Romano Prodi con un discorso complesso e al contempo chiarissimo è riuscito a contestualizzare le parole di Céline in quadro geopolitico articolato.
Prodi, oggi inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel, ha dichiarato senza giri di parole: “L’immigrazione dall’Africa continuerà a crescere più o meno per tutto il secolo XXI. Sarebbe bene ragionare di immigrazione in maniera non ridicola come costruire muri di filo spinato alle frontiere, a beneficio dei media sensazionalisti e dei cittadini male informati da politici irresponsabili, o peggio deportando a carissimo prezzo (6 miliardi di euro!) i profughi in Turchia. Sarebbe bene, governare il processo”.
Ad introdurre l’evento, l’appello del Presidente Pietro Grasso: “Servono urgentemente canali umanitari. I morti nel Mediterraneo sono la nostra vergogna”.
A noi oggi il compito di dire ancora una volta grazie a chi ogni giorno si spende per accompagnare i rifugiati in un percorso fatto di tanti ostacoli e ancora troppo poche opportunità. Grazie ai volontari e agli amici che ci sostengono e ci incoraggiano.
Infine un grazie doveroso per la presentazione del nostro 15esimo rapporto annuale grazie a Marino Sinibaldi, presidente del Teatro di Roma e a Paolo Fallai del Corriere della Sera che ci consentono ogni anno di rileggere pubblicamente il lavoro di un anno con i rifugiati.

Donatella Parisi