I calzini non cambiano mai – racconto vincitore de “La scrittura non va in esilio”

Ecco! finalmente un brav’uomo che si decide a comprare un paio dei miei calzini. Si, avete capito bene…calzini. Vi sembrerà strano che dopo tutte le innovazioni tecnologiche, l’invenzione di robot e di macchine super accessoriate, i calzini siano rimasti sempre quelli! Ma è proprio così! Anche oggi, nel 2113, capita di togliersi la scarpa e di ritrovarsi un fastidioso buco sul calzino!

Dai racconti di Aweis mi accorgo che sono una delle pochissime cose che non sono cambiate… oh, scusate, non vi ho detto chi è Aweis: lui è il mio migliore amico, il più simpatico di quelli conosciuti da quando sono in Somalia; un ragazzino di tredici anni mio coetaneo, dallo sguardo saggio e profondo.

Aweis mi racconta sempre molte cose che dice di leggere sugli e-book a scuola e, a volte, mi mostra anche alcuni di quei meravigliosi arnesi pieni di figure e scritte a me incomprensibili. Infatti io non sono mai andato a scuola perché nel mio paese erano a pagamento e la mia famiglia non aveva abbastanza denaro. Qui, in Somalia, ho appena cominciato a lavorare come venditore ambulante e fra qualche tempo potrò perfino iniziare a studiare! Così la smetterò di restare delle ore a guardare i ragazzi che escono felici da quell’imponente edificio e a immaginare chissà quante cose meravigliose avranno imparato!

Aweis dice che quando andrò a scuola potrò anche studiare la storia del mio paese e capire finalmente bene perché io mi trovi qui, senza avere più notizie di mio padre. Mio padre… Mi è difficile parlarne ora che non è più con noi. È partito lontano sì, è vero, per una buona causa ma tuttavia costretto dal governo del mio paese, altrimenti non avrebbe mai lasciato da soli, me e la mamma. È stato mandato su Marte insieme a tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni per una “missione umanitaria”, così dicono: raccogliere l’acqua fossile presente sul quel pianeta e riportarla nelle nostre case, dove le scorte sono sempre più scarse.

Come mi racconta sempre Aweis, un tempo il mio paese e tutti quelli confinanti erano molto ricchi; possedevano tutto ma non si accontentavano e cercavano di avere sempre di più. Non gli importava affatto che anche la terra avesse un limite ma continuavano a sfruttarne le risorse incondizionatamente, fino a quando esse sono andate sempre più esaurendosi. A quel punto, i pochi beni rimasti hanno raggiunto prezzi a dir poco inimmaginabili, con la conseguenza che solo i milionari potevano continuare a vivere in un paese dove anche respirare aveva un costo. Hanno cominciato così a mandare gli uomini nello spazio in cerca di risorse. E mio padre, prima di partire, ha deciso con mia madre che dovevamo cercare un posto migliore per vivere. Deciso…dovrei dire piuttosto che non c’era altra scelta! Io amo il mio paese, la pizza, il gelato, il mare, ma erano tutte cose delle quali potevo godere solo nel ricordo perché ormai erano diventate troppo costose.

La nostra nuova meta sarebbe stata la Somalia, un piccolo paese del Corno d’Africa che, dopo l’avvento di una reale democrazia, è ora diventato uno dei paesi più ricchi ed economicamente sviluppati.

Aweis mi racconta sempre che da loro la vita appena cento anni fa era -salvo i calzini- l’opposto di quella attuale. Erano infatti i Somali che, vessati da un governo che li privava delle libertà fondamentali e sfruttati dalle multinazionali straniere per la ricchezza del loro paese, erano costretti a fuggire nella mia e in altre terre alla ricerca di un futuro che veniva loro negato.

Ricordo ancora quel giorno quando, mentre giocavamo nella buia soffitta della casa di Aweis con il suo nuovo robot -dovreste vederlo, è davvero magnifico!- abbiamo trovato un taccuino polveroso  che doveva essere davvero vecchio perché ancora cartaceo. Sfogliando le prime pagine e chiedendo alcune informazioni ad amici e parenti abbiamo scoperto che il proprietario di quell’oggetto obsoleto era stato il bisnonno di Aweis, “un brav’uomo” come definito dai vaghi e sfocati ricordi della gente, approdato da ragazzo in Europa all’incirca cento anni fa.

Su quel vecchio taccuino egli aveva raccontato il suo lungo viaggio, appuntando i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Presi dalla curiosità avevamo cominciato a leggere quelle pagine ingiallite…o, meglio, Aweis leggeva ed io ascoltavo. Mano a mano che andavamo avanti ci eravamo resi conto che, altro che “brav’uomo”, quello era davvero un eroe! Cercando di raggiungere l’Europa aveva trascorso dieci anni della sua vita affrontando i pericoli del mare,la spietatezza dei trafficanti, il dolore e la sofferenza nelle carceri libiche, non riesco neanche a raccontarvi quello che Aweis leggeva, la fuga attraverso il deserto, la morte per gli stenti dei suoi compagni di viaggio. E poi, andando sempre più a ritroso nella sua storia, la fuga dal suo paese perchè perseguitato dalle forze di governo, l’abbandono forzato dei suoi familiari… Che cose terribili avrà provato quel ragazzo sulla sua pelle! La sua storia non si fermava a quei dieci anni di sofferenza ma continuava con la sua vita nel paese di nuova destinazione, perché anche lì non era riuscito subito a trovare pace. Ancora cinque anni di solitudine, di abbandono, di sopravvivenza con i piccoli gesti di elemosina dei pochi passanti mossi da carità, con il rischio di essere scoperto e di tornare al punto di partenza, fino al colpo di fortuna, che nel taccuino egli definisce miracoloso, quando grazie all’interessamento di alcune persone, era riuscito a trovare una casa, un lavoro, e, a causa della sua storia, protezione.

Ciò che mi aveva colpito e che ancora mi suscita ammirazione è che quel ragazzo di tanti anni fa, nonostante così grandi disavventure e dispiaceri, non avesse mai abbandonato la speranza e che grazie ad essa fosse riuscito a vivere una vita tutto sommato felice.

Ripensando al mio viaggio verso la Somalia, non so molto o, meglio, non ho mai saputo più di tanto, perchè mia madre spesso mi aveva tappato le orecchie e velato gli occhi con la sua calda e profumata sciarpa credo, forse, per evitare ai miei occhi di bambino tanta sofferenza. Ricordo solo la dolce e rassicurante stretta della sua mano, capace di attenuare per un pò il sempre più impellente bisogno di bere.

Aweis dice che anche io, nel mio piccolo, sono stato un eroe come il bisnonno del taccuino, io penso invece che c’è una grande differenza tra noi due. Appena giunto in Somalia io ho ricevuto infatti le necessarie cure sanitarie, sono stato sfamato e dissetato, abito ora in una casa con mia madre; dopo pochi giorni ci è stato assegnato un lavoro e il mio, anche se temporaneo, è ben pagato e divertente; so che il desiderio di andare a scuola sarà tra un po’ realizzabile. Quel ragazzo di un secolo fa, invece, una volta approdato ha dovuto attendere ben cinque anni prima di ricevere accoglienza, solidarietà e protezione; e pensare che era andato cercando tutte queste cose proprio sul suolo del mio paese…

Ma adesso devo interrompere queste mie riflessioni. Devo tornare al mio lavoro, ecco un uomo che si avvicina. -Ehi, amico, vuoi dei nuovi calzini? Corti, lunghi, di lana, di cotone…

-Buoni, questi! A quanto me li dai? –

-3 king, amico. È un affare!

-Stai scherzando?! Questi ne valgono almeno dodici di king. Non vorrai mica morire di fame… ecco, e tieni anche il resto!!-

Ragazzi… ci siete ancora? Vi siete accorti anche voi che le persone qui sono totalmente cambiate? ma non voglio elencarvi tutto ciò che per me non è più come prima.

Una cosa però ci tengo a dirvela: “continuate a godervi pure il calcio fino a quando anche questo piacere non scomparirà e… viva l’Italia!”

Chiara Agostinelli

Io ci sono. Come posso dare una mano?

Nelle parole conclusive del suo discorso al Centro Astalli, Papa Francesco, con semplicità e schiettezza, ha ricordato che accogliere e accompagnare i rifugiati non è un compito da lasciare a pochi specialisti. La fila che si snoda ogni pomeriggio a due passi da piazza Venezia, davanti alla porta verde di via degli Astalli 14a, non dovrebbe lasciare indifferenti. “Queste persone ci ricordano sofferenze e drammi dell’umanità”, ha detto il Papa, “Ma quella fila ci dice anche che fare qualcosa, adesso, tutti, è possibile. Basta bussare alla porta, e provare a dire: Io ci sono. Come posso dare una mano?”.

Non si tratta solo di far fronte a una necessità materiale. La sfida è più ambiziosa. Promuovendo insieme, come collettività, la dignità dei rifugiati riscopriamo il gusto di lottare per il bene comune, restituiamo sostanza alle relazioni tra persone che sono alle basi della nostra democrazia. Senza paura delle differenze, dunque, sono molte le opportunità di “dare una mano”.

Informati e informa. L’Italia è un Paese che non conosce i rifugiati, che non li distingue da tutti gli altri cittadini stranieri. I media non aiutano, facendo continuo riferimento – nonostante qualche progresso compiuto negli ultimi anni –  a emergenze, invasioni, clandestini e criminali. Da molti anni il Centro Astalli promuove nelle scuole dei progetti che danno l’opportunità di capire meglio e di contrastare i pregiudizi incontrando nelle classi rifugiati e persone di religioni diverse: una palestra di dialogo, che aiuta i più giovani a crescere in una prospettiva di apertura e di valorizzazione della diversità. Se sei un insegnante o un genitore, considera di proporre nella tua scuola questa esperienza.

Contribuisci, nel tuo piccolo, a risolvere un problema. Spesso siamo disposti a aiutare a distanza le persone e le famiglie meno fortunate. I rifugiati che vivono in Italia tra mille difficoltà sono i nostri vicini di casa. Anche un contributo economico modesto può rispondere a un bisogno molto concreto di uno di loro: un pasto caldo, un paio di occhiali, un farmaco non passato dal Servizio Sanitario Nazionale. Guarda la pagina della campagna “Io sostengo da vicino” sul sito www.centroastalli.it e troverai molte idee.

Partecipa. Se hai del tempo a disposizione, considera di dedicare del tempo al volontariato. È un modo concreto per aiutare e, soprattutto, un’occasione di incontrare dei rifugiati. Stabilire una relazione con loro è un’opportunità importante, per te e per la tua famiglia.

Chiara Peri

Il gelato

Oggi è sabato, ed è quasi mezzogiorno. Per me questo vuol dire una cosa sola: la chiacchierata madre-figlio.

E’ da tanto che io e la mia mamma ci dedichiamo un’oretta solo per noi un giorno alla settimana, è diventata una specie di usanza; i miei genitori mi hanno sempre insegnato l’importanza che c’è nel dialogo con i figli, quanto mi può servire “aprirmi” con loro.

Con la mamma è più facile che con papà, lui è troppo silenzioso per i miei gusti: lei invece ride sempre e mi dà un sacco di consigli utili, soprattutto espressioni tipiche della sua terra. Beh, della nostra terra. Io, mamma, papà e Sarah, la mia sorellina di quattro anni – io ne ho otto -, siamo tutti nati in Sudan, in Africa. Io – che mi chiamo Emmanuel – e Sarah abbiamo un nome cristiano, perché siamo stati battezzati, mentre mia madre e mio padre mantengono ancora quello del loro villaggio, Nyagai e Biel.

Mi piace molto pensare all’Africa come al luogo delle mie origini, la mia “casa”: non che me la ricordi più di tanto, ma di certo tutto ciò che mi è rimasto del Sudan fa molto “contrasto” con quello che adesso mi trovo davanti qui in Italia, dove mi sento quasi un estraneo. È come se ce l’avessi nel sangue, dato che non sono ricordi veri e propri. Quelli del mio villaggio d’origine sono molto confusi, giusto qualche immagine di capanne, e ancora più sfocati sono quelli che riguardano il viaggio che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fin qui, ma ben impressa mi è rimasta la prima volta che ho visto una città italiana. E’ tutto così grande qui, così immenso.

E io sono così piccolo.

Papà mi sta accompagnando al solito posto dove vedo la mamma ogni sabato; prima lei non può dedicarsi a me, da quando è nata è quasi un’esclusiva di Sarah. La porta a spasso dalla mattina presto e, probabilmente, adesso le sta dando da mangiare in qualche parco, o almeno così mi sono sempre immaginato io. Mia mamma è sempre molto vaga quando parla di dove sta. Se tutto va bene, Sarah avrà finito il suo pranzo e starà per addormentarsi per il riposino, e questo vuol dire che finalmente mia madre mi riserverà tutte le sue attenzioni e si concentrerà su di me.

Io e papà, appena arrivati, ci sediamo ed aspettiamo, come al solito. Non so cosa ci sia di tanto bello in questo posto, ma mio padre lo preferisce a tutti gli altri, sostiene che qui siano più gentili. Io sinceramente non ho mai capito cosa ci trovi di “gentile” nel proprietario, un tipo arcigno che non si muove praticamente mai dalla cassa e ci fissa, convinto che noi non ce ne accorgiamo. Magari papà dice così perché ha trovato pure di peggio, non saprei.

Oh, eccola, la mamma è arrivata. E’ proprio bellissima. Le donne qui sono diverse, la maggior parte sono alte, magre e con degli strani colori nei capelli, prima fra tutte la mia maestra. Io non ci credo che è nata con quel brutto color paglia, non è possibile!
La mia mamma, invece, con quelle guance piene e il sorriso allegro, resta sempre la più bella, dolce e spensierata. Soprattutto quando canta io non credo ci sia niente di meglio.

« Emmanuel! » mi saluta appena mi vede, sorridendo « Tutto apposto, piccolo? ».
Parliamo sempre ed esclusivamente in sudanese, io e lei. A imparare l’italiano proprio non ci riesce.

Ha in braccio Sarah, che dormicchia.

« Ciao Sarah! » trillo io per attirare la sua attenzione, ma lei nemmeno si gira. Vorrei stare anche io abbracciato alla mamma così, la sua pelle profuma di zucchero.

Mamma scoppia a ridere.

« Sarah è stanca » mi spiega « Oggi abbiamo camminato tanto. Com’è bello quel… zelano ».

« Gelato, mamma! » la correggo io, sventolandolo. Me l’ha comprato papà mentre venivamo qui: è enorme, tutto al cioccolato. Lo prendo quasi tutti i sabati, eppure mamma ancora si ostina a non capirne il nome. Mi  dice sempre che è normale che io impari la lingua più in fretta, perché sono piccolo; lei invece, che è più grande, ha la testa già riempita da quella sudanese.

« Torno fra un po’ » ci interrompe mio padre « Ciao, Nyagai ».

Come mio padre guarda mia madre non ho mai visto nessun uomo guardare una donna. È uno sguardo tenero, apprensivo.
Mia madre lo saluta con un sorriso e gli manda un bacio, lui si allontana; so benissimo che non andrà più in là dell’uscita del negozio, ma ha capito che io ho bisogno d’intimità per la chiacchierata madre-figlio, e così ci lascia in pace. Lo apprezzo molto.

« Allora, cosa mi racconta il mio ometto della sua settimana? » mi sprona mia madre mentre culla Sarah.

« Ti ho già detto di aver preso ottimo in italiano, vero? » le chiedo, entusiasta.

Lei è raggiante. Lo è sempre quando parlo di scuola, perché lei non l’ha fatta.

« Bravissimo » mi dice con gli occhi che le brillano.

« La maestra mi ha messo anche una faccina sorridente sul quaderno » gongolo « Però poi ho litigato con Federico » mi rabbuio qualche secondo dopo.

Mia madre mi guarda spaesata, e continua a sorridere.

« Non è buona una faccina sul quaderno? ».

« Lo è » mi affretto a rispondere, per non deluderla – ho sempre avuto questo timore – « Ma Federico ha cominciato a prendermi in giro, dicendo che la maestra è più buona con me soltanto perché so l’italiano da poco ».

« Tu sai l’italiano benissimo, ometto. M’insegnerai, vero? ».

« Sì, mamma » le prometto, gonfio d’orgoglio.

« Ma perché il tuo amichetto ti dice che non sai l’italiano? Avete iniziato la scuola tutti e due a sei anni ».
Mi sento arrossire.

« Federico non è un mio amichetto, mamma » borbotto « Non è la prima volta che mi prende in giro. Dice che non so l’italiano perché non sono nato qui come lui ».

Quando devo dire queste cose mi sento terribilmente in imbarazzo.
Un po’ perché Federico ha ragione, alla fine. Io non sono come gli altri.
Ciò non vuol dire che può trattarmi male, però.

« Chi è quello che ha preso ottimo in italiano, tu o Federico? » mi stuzzica mia madre per farmi sorridere. Ci riesce, ma c’è sempre lo stesso pensiero che mi martella in testa dall’altro giorno.

« Mamma » mormoro abbassando gli occhi e sentendo le mie guance infiammarsi – odio questa sensazione! – « E se Federico avesse ragione? E se la maestra mi stesse solo favorendo perché non sono come gli altri? ».

Mamma mi fissa per qualche istante, tranquilla.

« La maestra ti favorisce, sì » ammette « Ma lo sai perché? ».

« Perché non sono…».

« Perché sei più bravo di Federico, ometto! » mi interrompe lei, serena « Semplicemente per questo! Perché ti preoccupi, piccolo mio? Sei nato in un’altra parte del mondo, e allora? Avrai più storie da raccontare, più cose da scoprire! ».

« Sì, ma… » obbietto io.

« Niente ma! » mi frena lei « Sei un bambino come tutti gli altri. Vai a scuola come Federico, mangi il zelato come Federico, giochi come Federico… ».

« Gelato, mamma, gelato! » la correggo io, ridendo.

« Sei un bambino come tutti gli altri, a tutti gli effetti » stabilisce lei con un sorriso.

« Però non ci sono tanti bambini come me ».

« Tutti i bambini sono uguali, tesoro ».

« Dillo a Federico! » strillo io, poi abbasso la voce, in imbarazzo, e deglutisco.

« Domani c’è una partita di calcetto » mormoro « E ho paura che non mi faccia giocare ».

« E perché dovrebbe deciderlo Federico? ».

« Se Federico non mi vuole poi non mi vogliono nemmeno gli altri ».
Mia madre si intenerisce, guardandomi.

« Emmanuel, perché non ti dovrebbero volere? Oh, questo Federico, quanti problemi che si fa! Perché non gli regali un gelato e fate amicizia? ».

« Mamma! Hai detto “gelato” bene! » esulto.

Lei scoppia a ridere.

« Vedi? Imparo anche io! ».

Sto per replicare qualcosa riguardo a Federico che, alla fine, quando non fa l’antipatico è un mio amico, quando un suono acuto, familiare ormai, mi perfora le orecchie.

« È finito! A sabato, ometto! Ciaociao!» mi sussurra mia madre frettolosamente, lanciandomi un bacio.

No, no!

Non voglio, ma la sua immagine comincia a sbiadire. Attacco le mie mani sullo schermo, quasi a sperare di riuscire ad afferrarla.
Il tipo arcigno della cassa si avvicina e, brusco, mi fa:

« Stacca le mani dal computer, ragazzino. Se vuoi un’altra ora la devi pagare ».

Mio padre è appena rientrato.

« No, stia tranquillo, adesso ce ne andiamo ».

Ogni volta che vedo mia madre sparire all’interno di quel computer, in quell’internet point, mi prende lo sconforto.

Vorrei tanto averla qui.

Vorrei tanto che stesse con me, lei, la sua pelle che sa di zucchero e i suoi consigli.
Vorrei tanto che fra noi non ci fosse così tanta distanza, che fra noi non ci fosse un computer.

Perché può un computer, un oggetto, un pezzo di ferro, far da intermediario tra madre e figlio?

(Racconto vincitore della VI edizione del concorso letterario la scrittura non va in esilio.
In attesa di ottobre per i nuovi vincitori!)


Alba Bisante

Liceo Classico Terenzio Mamiani (Roma)

Ponti da costruire. La scuola di italiano del Centro Astalli

La scuola di italiano del Centro Astalli ha come obbiettivo fondamentale la ricostruzione della dignità della persona, la possibilità di un reinserimento sociale, la valorizzazione delle capacità personali, attraverso l’apprendimento della lingua italiana.

La scuola ha una struttura, delle aule, una segreteria, dei programmi didattici, ma ciò che in realtà definisce la scuola è la relazione che si instaura tra gli studenti, provenienti soprattutto dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa e i numerosi docenti volontari. Cogliere il senso dell’importanza della lingua italiana attraverso la relazione di fratellanza diviene la base per poter edificare una scuola di frontiera, che si propone di abbracciare la fatica e il limite di costruire ponti tra mondi distanti e vite infrante.

L’insegnamento diviene così apertura all’altro, all’interno di un cammino che conduce a partecipare al graduale e faticoso apprendimento di una lingua tanto bella quanto complessa: tornano in mente i volti dei tanti ragazzi che nel giro di qualche mese sono riusciti a formulare brevi frasi con i verbi e le preposizioni al posto giusto! E poi il poter finalmente esprimere le proprie gioie per piccole conquiste, le preoccupazioni per una vita intrisa di precarietà, le infinite arrabbiature per le estenuanti trafile burocratiche.

Le lezioni, tutta la settimana, sono organizzate in modo da essere il meno possibile riconducibili a ciò che per noi è stata la scuola istituzionale: c’è un primo tempo di accoglienza, momenti di lezione frontale, di partecipazione attiva, intervallate da qualche spuntino, e poi l’appello, che conferisce serietà alla scuola e permette, a coloro che partecipano a tutte le lezioni, di avere la tessera mensile dei trasporti.

Quando il gruppo classe comincia ad essere consolidato, si organizzano escursioni per la città di Roma: memorabile quella presso il Comune, dove i ragazzi – i più audaci – si sono impossessati della poltrona del sindaco, così come è stato emozionante, durante una partita di calcetto, vedere giocare anche alcune ragazze, munite di velo, ma dal tocco di palla tutt’altro che inesperto. E poi i volti sorridenti, che forse per un attimo hanno dimenticato la pesantezza di una vita che non ha fatto sconti. Altre attività didattiche sono il cineforum, e il laboratorio teatrale, in cui si tenta di far prender coscienza delle potenzialità dell’espressione corporea.

Un’ultima attività nata sempre all’interno dell’ambito scolastico è stato un laboratorio di musica, dove i diversi mondi e culture musicali si possono incontrare e armonizzare insieme.

Claudio Zonta sj

Il peggio è passato. E’ aldilà del mare

Era l’alba e si intravedeva una striscia marrone, qualcuno urlava “terra terra”, io cominciai a piangere senza sosta, le lacrime scendevano e io non potevo fare nulla per fermarle. Avrei partorito in Europa, il futuro della creatura che portavo dentro sarebbe stato diverso dal mio. Sarebbe nata nel continente della pace e della ricchezza. Ne era valsa la pena.

Approdammo su un’isola, Lampedusa, che solo dopo sapemmo essere italiana. Ci soccorsero immediatamente. Mi presero in due, mi aiutarono a scendere dalla barca, mi buttarono un telo sulle spalle e urlavano qualcosa che non capivo a qualcuno. Subito dopo si avvicinò un medico e mi portarono in un edificio dove mi fecero sdraiare e mi visitarono.

Mi diedero da mangiare, da bere e poi caddi in un sonno profondissimo.

Non ricordo quanto dormii, mi ricordo solo che al risveglio mio marito era lì accanto a me. Fu molto rassicurante e mi ripeteva in un orecchio ce l’abbiamo fatta. Siamo vivi e al sicuro.

Da questo punto in poi inizia un’altra lunga storia. Si può dire che la storia della nostra famiglia al completo è tutta italiana.

Maria, la nostra prima figlia, è nata a Crotone, nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Ero convinta che avrebbe avuto i documenti italiani, invece mi fu spiegato che non basta nascere in Italia per diventare italiani.

La cittadinanza, mi è stato spiegato, è un iter lungo e complicato e non dipende certamente solo dal fatto che sei nata in Italia e che crescerai in questo paese.

Ci riconobbero rifugiati e ben presto, con la bimba di neanche un mese, ci fecero lasciare il Centro. Dalla Calabria ci mandarono ad Ancona, fummo inseriti in un progetto dello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Avevamo un alloggio e mio marito trovò lavoro come falegname. Stavamo bene, eravamo contenti. Rimanemmo lì tre anni e in quel periodo nacque la mia seconda figlia Laura.

Nel 2009 però la crisi economica ci colpì molto duramente, mi marito perse il lavoro e non potevamo continuare a pagare l’affitto nella casa in cui ci eravamo sistemati. Eravamo preoccupati, le bimbe erano troppo piccole, non sapevamo davvero come fare.

Degli amici connazionali ci suggerirono di andare a Roma, dove tutto, secondo loro, sarebbe stato più facile.

Purtroppo non fu affatto semplice, anzi all’inizio fu un vero incubo, dormimmo per otto notti con le bambine nei giardini antistanti la basilica di San Giovanni in Laterano. Nessuno si avvicinò per chiederci se avevamo bisogno di aiuto. Era tutto così spaventosamente caotico.

Mio marito per quanto possibile cercava di darsi fare. Decise che era una buona idea parlare con dei connazionali che potessero darci delle indicazioni su come muoversi in città.

E così la sera stessa andammo a mangiare alla mensa del Centro Astalli. Ci venne spiegato come presentare domanda in un centro d’accoglienza a Roma e così facemmo. Due giorni dopo ci trovammo in una grande struttura  dove oggi ancora viviamo.

Ci sono tanti bambini e le nostre figlie hanno fatto subito amicizia.

Ora vanno all’asilo e parlano perfettamente l’italiano. Sono italiane a tutti gli effetti anche se la legge non le riconosce tali.

Non importa se per la cittadinanza ci vorrà del tempo. Maria e Laura sono italiane a partire dai loro nomi fino ad arrivare al loro futuro che sarà qui, lontano dalla guerra e dalle violenze.

Nonostante tutto, io e mio marito ora siamo sereni: la sera dopo una giornata passata a cercare lavoro, ci guardiamo e sorridendo ci ripetiamo: il peggio è passato. È aldilà del mare.

(tratto da Terre senza promesse, a cura del Centro Astalli, Avagliano 2011)

In cerca di valori comuni. Conversazione con Melania Mazzucco

Come si possono aiutare i ragazzi ad accostarsi a tematiche complesse e delicate come la mondialità, l’intercultura, le guerre nel mondo, le migrazioni?

La letteratura apre una straordinaria finestra sul mondo, per chi ha questa sensibilità. Leggere un libro è sempre un esercizio di immedesimazione: chi legge, e ancor più chi scrive, può diventare uomo, donna, bambino, migrante, soldato.
Inoltre i progetti di testimonianza sono un’opportunità preziosa. Penso a chi ha potuto ascoltare i testimoni dei campi di concentramento, una realtà che i ragazzi immaginano lontanissima (se non, addirittura, mai accaduta) e che invece tocca da vicino tutti noi. Incontrare faccia a faccia qualcuno che l’ha vissuta è un’esperienza che non si dimentica più. Oggi c’è l’opportunità, grazie ai progetti del Centro Astalli, di sentire raccontare le migrazioni forzate da chi le ha vissute in prima persona. Penso ai tanti giovanissimi afghani che arrivano in Italia: se un ragazzo ascolta un coetaneo che racconta storie come le loro, l’impatto è fortissimo.

Qual è secondo te la priorità per l’educazione, oggi?

La priorità è certamente l’educazione alla diversità. La conoscenza, prima di tutto, ma anche l’abitudine al confronto. Io da ragazza ho avuto la fortuna di viaggiare e di confrontarmi, anche in maniera accesa, con modi di concepire la vita molto diversi dai miei. Ricordo in particolare un viaggio in Iran e l’incontro con una donna che viveva la sua fede in modo molto rigido, persino aggressivo. È stata per me un’opportunità preziosa per riflettere su quali valori per me fossero veramente non negoziabili.

Ritieni che i giovani fatichino a trovare i loro valori?

Ho la sensazione che manchino, in Italia, i valori comuni, quelli in cui riconoscersi come cittadini. Assistendo alle elezioni americane, restiamo colpiti dal senso di identificazione che un cittadino degli Stati Uniti prova rispetto alla sua nazione, a prescindere dalla propria origine. In Italia, per motivazioni storiche e culturali, non abbiamo mai provato una profonda immedesimazione nei valori nazionali. Credo che oggi sia importante tessere questi valori fondanti, che devono essere ispirati all’apertura e al riconoscimento della pluralità, ma allo stesso tempo devono creare un terreno comune per tutti.

Chiara Peri

Uscire dal privato. Conversazione con Ascanio Celestini

Il Centro Astalli porta nelle scuole una riflessione sul diritto d’asilo. Anche tu, nei tuoi spettacoli, lavori su temi “difficili”: la memoria storica, le carceri, lo sfruttamento dei lavoratori. Credi che i giovani possano provare empatia rispetto a situazioni così lontane dalla loro esperienza?

Non direi che siano i ragazzi in particolare a sentirsi lontani da questi temi: anche gli adulti ne hanno ben poca consapevolezza. Ciò premesso, è paradossale che quando si parla di guerra e violenza il nostro pensiero corra a paesi lontani. Noi siamo un paese che pratica la violenza. Facciamo attivamente la guerra in diverse regioni del mondo. Ma penso anche al sistema di violenza quotidiana e sistematica nei confronti dei migranti: la burocrazia vessatoria, lo sfruttamento del lavoro, i centri di detenzione. Però noi siamo quelli che hanno il coltello dalla parte del manico, quindi ci è difficile metterci dal punto di vista di chi la violenza la subisce.

 

Trovi che, rispetto al passato, ci sia meno interesse rispetto ai temi del sociale?

In generale, si avverte una certa fatica a vivere la dimensione politica, semplicemente perché siamo tutti confinati nella nostra sfera privata. Oggi molte cose in pubblico semplicemente non si fanno più. Mangiare, ad esempio: al massimo si addenta un tramezzino al bar, ma sarebbe difficile immaginare che, nella vita di tutti i giorni, qualcuno stenda una tovaglia in un parco e inizi a mangiare un piatto di rigatoni. Lo stesso termine “politica” rimanda a una dimensione collettiva che oggi nessuno coltiva più. Nelle poche esperienze vive di politica partecipata, c’è sempre un episodio scatenante, qualcosa  -come nel caso del movimento No TAV – che costringe la gente a uscire di casa. Altrimenti nessuno lo farebbe.

 

Se pensi all’educazione com’è oggi, qual è la prima cosa che cambieresti?

La posizione della cattedra. Nelle nostre scuole anche entrando in una classe vuota si capisce dov’è l’autorità. Dai tre anni alle soglie dell’età adulta lo studente si sente fruitore passivo di qualcosa che gli viene somministrato dall’alto. Non è l’unico modo possibile di fare scuola. Nell’anno in cui sono nato, il 1972, andava in onda uno sceneggiato di Vittorio De Seta, Diario di un maestro, sull’esperienza di Albino Bernardini in una scuola elementare nella borgata romana di Pietralata. Essendogli stata assegnata una classe di bambini “scartati” dagli altri maestri in quanto “casi disperati”, Bernardini capì che, prima di insegnare loro qualcosa, doveva imparare qualcosa di loro o, più precisamente, da loro.

Oggi – pur essendoci molti professori che fanno un ottimo lavoro – come impostazione generale si è tornati parecchio indietro. L’espressione “fabbrica dei cervelli” è significativa. A volte si dimentica che parliamo di persone, con un bagaglio di esperienze e di conoscenze, e non di computer da riempire di dati.

Chiara Peri