MYRRA E NAWROZ, COSTRETTI A FUGGIRE DUE VOLTE

Sono molti i rifugiati che, prima di ricevere prote-zione in un paese sicuro, hanno vissuto l’esperienza dello sfollamento interno. Soprattutto chi scappa da determinate aree geogafiche si trova nella condizione di dover lasciare la propria casa in cerca di salvezza, pur rimanendo nei confini nazionali: sono persone solitamente in fuga da guerre decennali, da persecuzioni etniche che non trovano soluzioni, da contesti in cui dittature e conflitti affliggono la popolazione civile di generazione in generazione. Conoscere per comprendere, ascoltare per riconciliarsi sono queste due delle azioni che ci invita a fare Papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dedicata al dramma di queste persone, spesso invisibili.

“Essere sfollati significa essere soli”

“Essere sfollati significa essere soli”: con queste parole Myrra, rifugiata in Italia dalla Repubblica Democratica del Congo, ricorda quando da bambina, a 10 anni, è stata costretta insieme alla sua famiglia a fuggire e spostarsi dalla regione del Kasai, in cui era nata e cresciuta, a quella del Katanga, a causa della guerra. “Non eravamo i benvenuti lì. Eravamo riconoscibili per identità e struttura fisica. Ci chiamavano insetti, perché dovevamo essere schiacciati. La guerra non si combatte solo con le armi ma con ogni genere di aggressività. Per questo fummo costretti a spostarci anche da lì dopo due anni. Avevo 12 anni. Mia madre era persa, lo vedevo nei suoi occhi, ma ho capito cosa stava provando in quel momento solo da grande. Ora, dopo tanto tempo sono qui in Italia, dove vivo da 19 anni, qui ho trovato la mia strada, anche grazie al Centro Astalli, ma spesso mi chiedo dove finirò”. Anche Nawroz, curdo iracheno, rifugiato in Italia in fuga dall’Iraq e dal regime di Saddam Hussein, ha conosciuto la guerra e ha affrontato un lungo viaggio tra Iraq, Iran, Turchia, Grecia, prima di arrivare in Italia stipato in un camion. “Ho vissuto l’esperienza dello sfollamento nel 1991, durante la Prima guerra del Golfo, quando si combatteva nella mia terra, il Kurdistan iracheno. Avevo circa 14 anni, ricordo che scappammo verso il confine, ricordo la fame, il freddo.

“Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”

La stessa cosa accade adesso a migliaia di persone, solo che accade in un posto diverso e troppo spesso non se ne parla. Ricordo che anche io andavo a scuola sotto le bombe, era la normalità. Non sapevo cosa fosse davvero la libertà. Non ci pensavo. Ora so cosa significa essere felici, per me significa rispettare la propria e altrui libertà”. Il “nuovo inizio” di Nawroz – questo significa il suo nome – è stato il Centro Astalli dove dal 2007 è aiuto cuoco della mensa di via degli Astalli: “Anche io sono stato aiutato appena sono arrivato in Italia. E ora con piacere aiuto chi è in difficoltà”.

Francesca Cuomo

UNHCR: I GLOBAL TRENDS 2019, TRA CONFERME E NOVITÀ

Negli ultimi 10 anni il numero di rifugiati e sflottati su scala mondiale è raddoppiato, passando da 40 a 80 milioni. L’aumento di recente ha registrato un’accelerazione: nel solo 2019 la popolazione rifugiata è aumen-tata di 9 milioni.
È questo il dato macroscopico che emerge dal rapporto Global Trends 2019 dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), pubblicato in occasione della scorsa Giornata Mondiale del Rifugiato: nel mondo c’è un rifugiato ogni 100 persone. A rendere più consistente il dato sono le nuove situazioni di conflitto, come nel caso del Venezuela, che vanno a sommarsi a quelle purtroppo consolidate. Nel 2019, 3,6 milioni di venezuelani sono fuggiti all’estero, aggiungendosi ai 900.000 del 2018 e facendo così salire il Paese al secondo posto mondiale per nume-ro di rifugiati dopo la Siria (6,7 milioni) e prima dell’Afghanistan (3 milioni). Di conseguenza anche il versante dei Paesi che accolgono registra una novità: la Colombia, che ospita 1,8 milioni di rifugiati è il secondo Paese di asi-lo dopo la Turchia (3,9) e prima della Germania (1,5). Tuttavia, se il dato più coinvolgente riguarda quanti fuggono all’estero, non possiamo ignorare che la maggioranza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e miseria si sposta all’interno del proprio Paese: gli sfollati interni sono 43,5 milioni, quasi il doppio rispetto al 2010 (25 milioni). In proporzione alla popolazione re-sidente, si confermano più accoglienti i Paesi meno dotati di risorse e quelli confinanti con situazioni di conflitto: per ogni 1000 abitanti le isole caraibiche di Aruba e Curaçao ospitano rispettivamente 156 e 99 rifugiati, il Libano 134.Due dati destano particolare preoccupazione e sollecitano la capacità di risposta. Il primo è che il 40% dei rifugiati e degli sfollati interni sono bambini o minorenni spesso in viaggio da soli, senza familiari, indice del profondo impatto delle situazioni di povertà e violenza sulla vita di intere famiglie, che ne restano disgregate e segnate con traumi dolorosi, difficili da superare. Il secondo è la crescente difficoltà per i migranti forzati di ricostruire la propria vita, emergendo dallo stato di necessità. Tra il 1990 e il 2010, infatti,  chi era costretto a fuggire dal luogo di origine col tempo riusciva o a ritornarvi in condizioni più sicure, o a stabilirsi in modo permanente all’estero, in un Paese di asilo, cosicché il numero di rifugiati e sfollati interni si era mantenuto più o meno costante. Nell’ultima decade, invece, è cresciuto il rischio di restare profughi per sempre, in condizioni di vita molto precarie: solo 3,9 milioni di persone sono riuscite a ritornare nel proprio Paese, a fronte dei 10 e 15 milioni delle due decadi precedenti. Nel configurare lo scenario futuro, i Global Trends 2019 indicano i cambiamenti climatici e la pandemia quali ulteriori cause di fuga rispetto a quelle già in atto, quali povertà, conflitti e violazione dei diritti. Di conseguenza, sempre più persone saranno costrette a lasciare il proprio luogo d’origine, ma – come evidenziano i dati – sarà molto difficile, se non impossibile, per loro farvi ritorno. Pertanto, accanto agli interventi di emergenza per fronteggiare in primo luogo la crisi alimentare, è sempre più urgente adottare misure di inclusione socio-economica dei migranti forzati, con un’attenzione particolare ai più vulnerabili, ma portatori di futuro e speranza, quali i minori.

Giuseppe Trotta sj