I bambini e la Siria

 

Mi chiamo Mirvat sono un rifugiata siriana. Sono nata e cresciuta ad Aleppo, la mia bellissima città.
Oggi la mia casa, le strade, i parchi in cui ho giocato da piccola, la scuola, il liceo, l’università sono un cumulo di macerie senza alcun senso.

Radere al suolo Aleppo significa aver distrutto soprattutto sogni, ricordi, progetti e futuro di una generazione
di ragazzi e bambini che farà i conti per il resto della sua vita con l’odore, i rumori e l’orrore della guerra.

La guerra mi ha portato via tutto e solo per puro caso, a differenza di molti altri ragazzi, mi ha lasciato viva.

Siamo scappati con la mia famiglia perché non c’era altra possibilità. Le bombe erano sempre più vicine, il loro rumore ogni giorno più forte, la nostra paura sempre più insopportabile.
E così con mia madre, mio padre, mia sorella con il marito e suoi piccolissimi bambini ci siamo messi in cammino fino ad arrivare in Libano.

Oggi siamo rifugiati in Italia. Io ho ripreso a studiare all’università. Continuo a studiare lingue e letteratura. Ce la metto tutta ogni giorno per ritrovare un senso, farmi degli amici veri, per ritrovarci anche come famiglia. Il compito di ogni rifugiato è ricostruire ogni giorno un pezzo che la guerra ti ha portato via. Non è facile soprattutto se ti hanno strappato i sogni da bambina togliendoti la possibilità di provare a realizzarli o il diritto di cambiarli.

Mio padre ad Aleppo era uno scultore del legno, da un pezzo senza forma creava cose bellissime. Il suo mestiere era dare corpo a un’idea e a dei pezzi legno. Oggi è come se noi fossimo dei pezzi di legno a cui dover ridar vita. Vi assicuro che non è semplice e non è affatto scontato.

Philip, rifugiato siriano: in Italia posso ricominciare a sperare nel futuro

Mi chiamo Philip ed ho 37 anni. Sono di Aleppo, una grande città industriale nel nord della Siria.
Sono venuto in Italia 7 anni fa per studiare psicologia all’università salesiana dove tutt’ora continuo i miei studi.
Il mio primo anno è stato molto difficile perché dovevo studiare ed imparare l’italiano allo stesso tempo. Quando chiamavo la mia famiglia in Siria, loro mi dicevano di tenere duro perché in quel periodo la situazione ad Aleppo stava sempre più peggiorando.
La mia vita è cambiata quando una telefonata mi ha informato di una malattia che aveva colpito mio padre; ho sentito subito l’esigenza di tornare, dalla mia famiglia, ed offrire loro un po’ di conforto. Era la fine del 2008 e ho passato in Siria quello che io definisco 8 mesi di inferno. Sono arrivato a Beirut, in Libano, perché tutti gli aeroporti in Siria erano stati chiusi; da lì ho iniziato un lungo viaggio in autobus durante il quale ho potuto notare fin da subito come la mia terra era profondamente cambiata. Eravamo costretti a fermarci ad ogni check point, le strade erano sempre più difficili da percorrere.
Ad Aleppo ho finalmente riabbracciato la mia famiglia che ho trovato profondamente cambiata nell’animo: alla preoccupazione per la salute di mio padre si aggiungeva la forte ansia per quello che stava accadendo fuori dalla finestra di casa nostra. In ospedale la situazione non era di certo migliore: i medicinali scarseggiavano ed anche la ricerca di uno dei farmaci più semplici era davvero difficile; le condizioni igieniche erano pessime perché l’acqua calda non c’era e l’elettricità era presente solo qualche ora al giorno. Mio padre non riusciva a camminare e i calmanti per il dolore erano finiti.
Il 9 marzo 2009 mio padre è morto. Mi ritrovavo ora davanti ad un bivio: il 24 marzo di quello stesso anno mi sarebbe scaduto il visto studentesco che avevo ottenuto per studiare in Italia ed io dovevo decidere se restare o tornare a Roma. Ho parlato con i miei amici e con la mia famiglia per cercare consigli e sciogliere i miei dubbi; tutti mi dicevano di ritornare in Italia per non perdere il visto che avrebbe rappresentato per me, mia madre e mia sorella un’opportunità per fuggire.
Sono ripartito ma ogni giorno ero preoccupato per le condizioni in cui avevo lasciato la mia famiglia. La sentivo via skype e chiedevo sempre a mia madre se volevano raggiungermi a Roma dove avremmo vissuto serenamente e senza angosce. Mia madre era categorica: non voleva lasciare tutto, non voleva abbandonare la casa che aveva fatto costruire con mio padre e che con i loro sacrifici avevano ristrutturato recentemente. Mia sorella non voleva lasciare il suo lavoro nella complesso industriale di Aleppo per ricominciare in un posto per lei completamente nuovo.
La situazione è radicalmente cambiata nel giorno di Pasqua del 2015: questo giorno è ancora ricordato come la Pasqua nera. Una pioggia di missili ha bombardato il mio quartiere radendo al suolo intere palazzine e uccidendo molte persone che in quel tempo si stavano dirigendo verso la chiesa. Dopo molte ore sono riuscito a raggiungere telefonicamente mia madre che senza alcuna esitazione ha espresso la sua volontà di fuggire dalla Siria e raggiungermi in Italia insieme a mia sorella.
Mi sono subito attivato per trovare un modo sicuro per farle arrivare a Roma e solo con l’aiuto di un parroco sono riuscito ad ottenere un visto turistico per entrambe. Hanno affrontato un viaggio pericoloso fino a Beirut dove hanno raggiunto l’ambasciata italiana per ritirare il visto. Hanno preso il primo volo per l’Italia e ci siamo finalmente riabbracciati all’aeroporto di Fiumicino. Certo, le difficoltà che abbiamo trovato subito dopo il loro arrivo erano tante: mia sorella doveva imparare l’italiano ed ora lo sta facendo nella scuola del Centro Astalli e mia madre vive ogni giorno con la speranza di poter ritornare in Siria appena la situazione sarà migliore.
Sin dall’inizio mi sono rivolto a questo centro d’ascolto, in via del collegio romano, ed è proprio da qui che ho potuto ricominciare a sperare nel futuro mio e della mia famiglia. Grazie all’appello che Papa Francesco ha rivolto a tutte le parrocchie d’Italia, il Centro Astalli e il servizio di comunità di accoglienza ci hanno aiutato a trovare un rifugio. Ora viviamo tutti e tre insieme ed in pace.

Lo scafista è un bambino. Il Centro Astalli Catania e i minori detenuti

Il teatro è bellissimo: blu come un sottomarino, così l’hanno voluto i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Bicocca, un sottomarino perduto dentro un mare profondo. Il resto del mondo lontano e dimenticato.

Elvira Iovino del Centro Astalli chiede ai giovani detenuti: “Sapete cos’è il cuntu siciliano? Avete mai sentito le storie antiche che raccontavano i cuntisti?” Una rappresentazione teatrale per i minori del carcere Bicocca di Catania è una delle più recenti occasioni di incontro e confronto che il Centro Astalli Catania ha voluto per tanti giovani “che del mondo hanno conosciuto solo la faccia cattiva”.

Da undici anni il Centro Astalli Cataniafornisce assistenza ai detenuti nell’istituto penale minorile di Bicocca. I volontari che vanno in carcere sono otto, tra cui un mediatore culturale di lingua araba e un criminologo. “Ai detenuti diamo essenzialmente un supporto morale e materiale, come farebbe la famiglia che, ovviamente, per i detenuti stranieri, è quasi sempre nell’impossibilità di effettuare visite.

Teniamo i contatti con parenti lontani, con gli avvocati, seguiamo le problematiche connesse ai permessi di soggiorno o le richieste di asilo, molto spesso scadute nelle more della detenzione”. In quel teatro tutto blu, è entrato un cuntista, antico cantastorie della tradizione siciliana, che per una sera ha parlato di posti lontani, di mare, di viaggi, di naufragi. Ha parlato di loro di quei ragazzini di 15 o 16 anni che si trovano in carcere, per conto di qualcun altro. Tra i detenuti del carcere minorile, spiega Iovino,  “seguiamo numerosi scafisti. Ragazzini che guidano gommoni carichi di disperati. I trafficanti convincono le famiglie con la promessa dell’Eldorado. Di un futuro ricco e felice”.

Li condannano al carcere. L’ultima tratto di mare dall’Egitto alla Sicilia, comandano loro. Si credono uomini, si sentono potenti, governano le correnti, comandano su uomini e donne più grandi. Invincibili. E invece in un mare troppo grande sono come barche di carta al vento. Spazzate via da trafficanti senza scrupoli e da famiglie talmente povere e disperate che non hanno la forza e la voglia di capire.

Il Centro Astalli Catania li incontra in carcere, con l’imputazione gravissima di traffico di esseri umani. Hanno 14, 15, 16 anni. Sono nel carcere minorile a Catania. Spaventati, increduli, condannati ad anni di detenzione, lontano dalla famiglia. Sono uno dei tanti “effetti collaterali” della mancanza di canali umanitari sicuri e leciti per chiedere asilo in Italia. Il viaggio verso l’Europa non lo pagano. È questo il loro compenso per mettersi alla guida di un gommone.

Conoscono il mare. Sono nati in piccole isole egiziane che vivono di pesca. Al mare li hanno abituati i loro padri. Certamente non avevano in mente questo quando li portavano piccoli sulle loro barche. E così Elvira Iovino racconta di ragazzi muti e commossi davanti a un cuntista siciliano che parla di mare, di tonni, di gabbie e di quanto può essere profondo e scuro il mare, proprio come il futuro di quei bambini condannati ad essere terribilmente altro.

Donatella Parisi

Per fare la pace ci vuole coraggio

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L’8 giugno, domenica di Pentecoste, ha visto levarsi alto, da più parti, l’appello per la pace, in particolare in Medio Oriente. Nei Giardini Vaticani, Papa Francesco ha accolto il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo per un intenso momento di preghiera e di condivisione.

“Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”, ha detto il Papa. “Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

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Molto coraggio e molta speranza sostengono le attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Siria (JRS Siria), a cui quella stessa sera veniva assegnato il premio per la Pace di Pax Christi International 2014, “per la sua opera nel fornire aiuto urgente ai siriani dall’inizio della guerra nel 2011”.

“Le religioni non dovrebbero essere qualcosa che divide le società, ma qualcosa che ci unisca quando lavoriamo insieme per la pace, per l’amore, per tutti”, ha detto padre Mourad Abou Seif sj, che insieme a padre Ziad Hilal sj ha ritirato il premio a nome dell’organizzazione. “Questa è l’importanza del premio di Pax Christi: dire alle persone che c’è una possibilità e che stiamo costruendo qualcosa di nuovo.”

I team del JRS in Siria sono formati da 600 persone, dai17 ai 70 anni, provenienti da una varietà di origini etniche, religiose e socioeconomiche: grazie al loro impegno comune, nel 2013 è stato possibile assistere 300.000 siriani colpiti dalla guerra. Una componente centrale del lavoro del JRS in Siria e nell’intera regione è la promozione della cooperazione interreligiosa e del dialogo, per resistere alla logica della violenza e del settarismo.

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Un concerto di solidarietà per la Siria è stato organizzato sempre la sera dell’8 giugno a Milano dalla rivista Popoli. In occasione dell’evento, la comunità del Monastero di Deir Mar Musa ha inviato una lettera, una straordinaria testimonianza su ciò che significa vivere consacrati al dialogo interreligioso, anche in tempo di guerra.

“Continuiamo la nostra vita di preghiera, fiduciosi nel Signore che non ci lascia mai”, scrivono i membri della comunità. “Il nostro sforzo è stato riversato sugli aiuti umanitari. Il nostro secondo monastero, Deir Mar Elian ha ricevuto quasi 5.000 profughi per diversi mesi. È stato un rifugio per tante famiglie musulmane dei villaggi vicini. La comunità ha sostenuto queste famiglie distribuendo aiuti alimentari e medicinali e vivendo come una grande famiglia. Siamo riusciti a fare questo grazie al sostegno di tanti benefattori e al Jesuit Refugee Service. C’erano quasi 110 bambini, per i quali abbiamo organizzato giornate di attività di gioco con i giovani volontari della parrocchia. Abbiamo insistito anche per mandarli a scuola e provvedere ai loro bisogni… Il contatto con persone che sono in maggioranza musulmane è un’occasione concreta per vivere fino in fondo la nostra consacrazione al dialogo interreligioso. Viviamo questa nostra vocazione in una forma di dialogo non teologico ma vitale e concreto”.

E concludono: “Lavoriamo e preghiamo per il futuro della Siria e per il futuro del mondo senza mai perdere la speranza”. Questo è lo sforzo a cui tutti siamo chiamati.

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri

Europe Act Now: una campagna per accogliere i rifugiati dalla Siria

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L’ECRE – Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli, con il supporto dell’Unhcr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha lanciato la campagna ‘Europe Act Now’, un modo per dare voce ai rifugiati siriani. Alla campagna hanno aderito oltre 100 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, tra cui il Centro Astalli e diversi altri uffici del JRS.

Attraverso ‘Europe Act Now’ viene chiesto ai leader e alle istituzioni europee di prendere delle decisioni di forte responsabilità rispetto alla tragedia umanitaria dei profughi siriani.

Il conflitto in Siria dal suo inizio nel marzo 2011 ha causato oltre 130mila morti e un numero di profughi superiore ai 2,4 milioni che si stima possano diventare quasi 4 milioni entro la fine del 2014. Questa enorme crisi umanitaria ha finora toccato solo marginalmente l’Europa, che ha accolto solo 81mila rifugiati, ovvero il 3% delle persone bisognose di protezione.

Con la campagna ‘Europe Act Now’ si sollecitano i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa; fermare i respingimenti; proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee; ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

Lo scorso 6 marzo il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera d’appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno e alla ministra per gli Affari Esteri per chiedere con urgenza che vengano aperti canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria.

La campagna ‘Europe Act now’ chiede a tutti i cittadini di partecipare e di mobilitarsi a favore delle vittime del conflitto siriano. Si può aderire sul sito www.helpsyriasrefugees.eu firmando la petizione online e contribuendo a dare voce ai rifugiati attraverso Twitter e Facebook, nelle modalità illustrate sul sito. Invitiamo quindi tutti voi a firmare la petizione e a dare la massima diffusione alla campagna.

La campagna ‘Europe Act Now’ durerà per 4 mesi e terminerà in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, il 20 giugno 2014.

A Natale cerchiamoci

Appena superata la frontiera ti sembra di stare su un’astronave che lascia il pianeta a razzo e vedi dall’oblò casa tua che s’allontana fino a diventare un puntino.
In via degli Astalli sono uno dei profughi in fila.

I siriani all’estero sono emigrati, esiliati, fuggiti… la nostalgia è ferita comune, ma il sentimento dell’ingiustizia subita è un cancro dell’anima e passa anche alle generazioni successive; non guarisce neanche in America! Auguri per un Natale di ricongiungimento.

Camminare stralunato in un campo deserto alla frontiera siriana, in Turchia … Qui la popolazione locale non li ha voluti… I cani si aggirano ancora pensierosi tra le basi di blocchetti di cemento delle tende… lunghe file di vuoto nel cuore. Gli scivoli del parco giochi raccontano tragedie precoci. A Natale cerchiamoci.

A Van. Le lunghe teorie di container per le vittime del terremoto… Si ricostruisce con passione. Fa meno male quando a colpire è un dio cieco e sordo che quando fuggi dagli occhi iniettati di sangue, dalle urla di guerra di tuo fratello. “Degli armeni si parla ancora?” “In questo giardino c’è un antico gelso dai frutti neri… solo in quelli ch’erano i loro giardini se ne trovano… Passa di qui anche la tratta degli afgani e dei congolesi”. Per Natale guardiamoci negli occhi.

Ripassato il confine da clandestino viene voglia di baciare il fango come il papa. Migliaia di tende rivestono le colline… Qui Bashar non può bombardare perché i mig sconfinerebbero. Le famiglie sono state per mesi sotto gli ulivi con dei sacchi di iuta per l’intimità. Donne portano fasci di spine per cuocere il pane su una latta. Elia, inginocchiato, chiede alla vecchia di dargliene giusto un pezzo e le bacia la mano. Quella ride dicendo che non le era capitato neppure da giovane. I bimbi protestano che vogliono la scuola. Proviamo a scrivere per terra con gli zeppi, poi con la penna sulle tende aspettando i quaderni dal mondo libero: “Benvenuta Maryam, ti nomino maestra; si, si, tienila pure.” Natale per sorridere.

I ragazzi soldato, mutilati, evacuati da Homs, tengono alto il morale cantando vecchie filastrocche eroiche della loro città lontana, ormai fantasma. Natale, coraggio di sperare.

P. Paolo Dall’Oglio sj (Sulaymaniya – Iraq)