TORNARE AL CENTRO ASTALLI. LA STORIA DI MOHAMED, LA STORIA DI TANTI

“Sette anni, erano sette anni che non tornavo qui”. C’è una profonda amarezza nelle parole di Mohamed, oggi costretto a cercare di nuovo un aiuto pro-prio nel posto da cui, tanti anni fa, ha iniziato il suo percorso in Italia. La pandemia e il lockdown che ne è conseguito hanno colpito duramente il settore alberghiero nel quale lavora e lui, dopo averci pensato per giorni, si decide e torna al Centro Astalli. Il racconto inizia quasi a voler giustificare la propria presenza e le richieste di oggi. Mohamed arriva dodici anni fa in fuga dal Mali, giovanissimo, pieno di sogni e di speranze, animato dal desiderio di rendersi autonomo. Accede alla mensa e scopre che il Centro Astalli può essergli accanto perché offre molti servizi e perché è un luogo di incontro e di ripartenza. Mohamed traccia passo dopo passo la propria storia di riscatto: si vede riconosciuto lo status di rifugiato, impara l’italiano, segue un corso di formazione e fa un tirocinio. Dopo anni di lavoro precario, ecco finalmente l’occasione di un contratto a tempo indeterminato in un albergo del centro di Roma. Finalmente la sua fidanzata lo può raggiungere, finalmente può vedere il suo sogno prendere forma insieme ad un pancione che cresce, insieme ad un figlio che nasce. Mohamed ora è un uomo che lavora instancabilmente, che risparmia, che non da nulla per scontato. E soprattutto che onora i propri impegni. A marzo di quest’anno però tutto cambia, drasticamente. È costretto a casa dalla pandemia, con la sua famiglia che dipende da una cassa integrazione che sembra non arrivare mai e con le scadenze che invece si presentano puntuali. Pagare il canone dell’affitto è un’esigenza pressante, per lui come per le decine di rifugiati che al Centro Astalli, dal mese di marzo, chiedono nuovamente un sostegno, tornati perché la pandemia, di settimana in settimana, ne ha consumato certezze faticosamente conquistate. Mohamed ci saluta col suo sorriso lieve, quasi accennato; la sua amarezza, per un istante, sembra aver lasciato spazio alla fiducia che, oggi più che mai, si è fatta bene primario.

Cristiana Bufacchi

CHI È UN RIFUGIATO OGGI? LA STORIA DI PAUL

Paul ha circa 30 anni e viene dal Camerun. Era iscritto al terzo anno di economia ed era uno studente eccellente. Per mantenersi gli studi svolgeva autonomamente delle consulenze informatiche per piccole aziende. La matematica e i numeri sono la sua passione. Fugge dal paese dopo essere stato arrestato e imprigionato più volte per aver partecipato a manifestazioni studentesche contro il rincaro delle tasse universitarie. Nel corso di diverse detenzioni viene costretto dentro una stanza buia incatenato, percosso e minacciato di morte. Rilasciato per la terza volta, temendo di essere nuovamente arrestato e forse ucciso, decide di fuggire dal paese con la giovane moglie. Comincia un viaggio pieno di pericoli attraverso il deserto fino alla Libia. Arrivati in Libia vengono imprigionati a Tripoli in un centro di detenzione informale con 200 migranti. Le condizioni igieniche sono terribili, mangiano pochissimo, dormono per terra, chi protesta viene picchiato duramente. All’interno del campo Paul diviene a poco a poco un leader per gli altri prigionieri. Tratta con i carcerieri per cercare di assicurare a tutti delle condizioni minime di vita. Gli altri migranti lo chiamano le Presì, il Presidente. Alle sue richieste seguono spesso percosse e ritorsioni, anche sulla moglie. Assiste all’uccisione di molte persone e spesso viene costretto insieme ad altri prigionieri a seppellire sommariamente i morti. Sarà solo dopo sei mesi di questo inferno che riuscirà a pagare il riscatto e a imbarcarsi. Sono più di 150 persone su una piccola imbarcazione e riescono ad arrivare in Italia nel 2018. Al Samifo incontriamo Paul grazie all’invio dal centro d’ascolto che sta tentando in tutti i modi di far rivalutare il suo caso a cui era stato assegnato solo un permesso di protezione umanitaria che ormai non ha più valore. Il suo sguardo è spesso assente e nel corso di una visita ci racconta che la sua testa è piena di voci. C’è la voce di un amico ucciso nel campo in Libia, c’è la voce di un bambino che nel campo lo chiamava Presì e che lui proteggeva come un figlio e poi c’è una voce che conti-nua a terrorizzarlo, la voce del carceriere più spietato, quello che aveva diritto di vita o di morte su tutti. Il periodo passato in Libia è stato troppo lungo e troppo violento da essere semplicemente insopportabile e quindi ha causato una frattura nella capacità della sua coscienza di integrare normalmente le esperienze vissute. Ancora una volta sarà la straordinaria intelligenza di Paul ad aiutarlo, in poco tempo riuscirà a capire che non ci sono dei fantasmi a tormentarlo ma che è la sua mente a reagire ancora a un passato così terribile da continuare a vivere dentro di lui e che sarà possibile, piano piano, guarire. Oggi Paul ha ritrovato se stesso, le sue capacità ed è stato in grado di ritornare davanti a una Commissione e questa volta ha potuto raccontare quello che aveva vissu-to nel proprio paese, i motivi della sua fuga e finalmente ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato. La moglie è andata in Belgio perché in Italia le condizioni erano troppo difficili. Si sentono sempre e prima o poi si rincontreranno. Oggi Paul si mantiene a fatica, ma in modo autonomo, con piccoli lavori di artigianato, in particolare è molto bravo ad aggiustare apparecchi elettronici e vecchi orologi. Con il lockdown per l’emergenza sanitaria si è ritrovato senza lavoro e di nuovo in difficoltà. Quando l’ho contattato per chiedergli il permesso di parlare della sua storia mi ha detto di farlo e di mettere il suo nome. Solo mi ha chiesto di farlo al posto suo, senza coinvolgerlo dal vivo, perché i ricordi della Libia fanno ancora troppo male.

Martino Volpatti