La scuola “liquida” dei rifugiati

Il Centro Astalli, in collaborazione con i padri salesiani ha bussato alle porte di tre scuole statali di Roma, la scuola Alfieri, Palombini e Boccioni e  chiesto di ammettere 14 ragazzi rifugiati a sostenere, come privatisti, l’esame di terza media. È stato un progetto ambizioso, non solo per gli aspetti burocratici, ma soprattutto per la preparazione degli studenti, che dovevano riprendere lo studio della lingua italiana, matematica, storia, geografia, tecnica, inglese, spagnolo o francese.

Il nostro percorso è cominciato a dicembre presso alcune sale dai salesiani, nelle vicinanze della centralissima stazione Termini e presso l’Istituto Massimo, scuola dei gesuiti, che ci hanno messo a disposizione aule e strumentazione per le lezioni pomeridiane di italiano. I volontari, che hanno creduto a questo progetto, sono riusciti a garantire la flessibilità necessaria, con non pochi sacrifici.

La sfida più impegnativa era forse proprio creare una scuola “liquida”, che venisse incontro alle esigenze dei nostri studenti, che per lo stile di vita e i vari lavori saltuari che fanno non potevano assicurare una presenza costante, tutti alla medesima ora.

Una volta individuati alcuni ragazzi che avevano il desiderio di ricominciare a studiare, siamo partiti anche noi (per utilizzare un verbo ricorrente nei racconti dei rifugiati), ognuno con il proprio bagaglio di esperienza, cercando di trasmettere non solo contenuti, ma anche l’importanza di una formazione, in un tentativo se non di integrazione almeno di avvicinamento al contesto scuola.

Il tempo era molto limitato, i programmi complessi. E se non fossero riusciti a superare le prove? Come dare giustificazione ad un altro fallimento? Domande legittime, che hanno fatto fatica a trovare chiarezza.

I ragazzi, provenienti dall’Etiopia, dall’Eritrea, dalla Somalia, dall’Afghanistan, dopo un primo momento di rodaggio (non è facile ritornare sui banchi di scuola) si sono dimostrati molto attenti e puntuali alle lezioni e si sono tuffati a capofitto nell’impresa. Qualcuno aveva già affrontato studi simili nel suo Paese di origine, altri hanno dovuto cominciare dalle basi. I volontari hanno saputo con professionalità e affetto accompagnarli e si sa, con l’amore, si riesce ad insegnare anche l’italiano e la matematica…

Nei giorni degli esami l’emozione era palpabile: strano vedere come ragazzi che hanno attraversato deserti e mari, vivendo tra la vita e la morte, di fronte all’esame tornino un po’ bambini, con gli occhi che tradiscono timore e paura.

I nostri studenti hanno sostenuto le prove scritte e l’orale, e tutti sono riusciti a passare l’esame e i docenti delle scuole si sono complimentati con loro per questo passo, per la responsabilità e la serietà che hanno dimostrato.

In un momento in cui la scuola è spesso criticata e svalutata, abbiamo provato a realizzare un nuovo tipo di insegnamento, che non è in alternativa a quella già esistente ma si accompagna ad esso: una scuola su misura, che cerca, oltre alla trasmissione di contenuti, da una parte di valorizzare l’esperienza umana dei rifugiati e dall’altra di creare connessioni con altri contesti, per suscitare domande e interrogativi sulla nostra vita in relazione ai ragazzi rifugiati, che spesso incontriamo nelle nostre città.

Claudio Zonta sj