Venezuela: una crisi troppo lunga per un popolo allo stremo

Da quando il 13 gennaio scorso il Presidente dell’Assemblea nazionale Guaidò si è autoproclamato Presidente ad interim del Venezuela fino a nuove libere elezioni,la crisi governativa di Caracas è al centro della politica estera di molti Paesi. Stati Uniti, Canada e l’Organizzazione degli Stati Americani hanno annun-ciato subito il loro appoggio al giovane leader dell’op-posizione, mentre il Presidente Maduro, in carica dal 2013, ha ricevuto il sostegno di Cina e Russia, che oltre a voler contrastare Washington, intendono salvaguardare i crediti miliardari che vantano nei confronti del Venezuela.

Tra i Paesi dell’Unione Europea solo il governo italiano non ha ancora preso una posizione netta a favore di Guaidò, oscillando tra la volontà di con-dannare una vera e propria dittatura e quella di non assecondare pericolose ingerenze esterne. Si è espresso, in-vece, molto chiaramente il Presiden-te della Repubblica Mattarella che, proprio durante la sua recente visita al Centro Astalli, ha dichiarato che non può esserci incertezza né esitazione tra la richiesta di autentica democrazia e la violenza della forza.

Ma se la crisi politica è esplosa in tutta la sua drammaticità solo qualche settimana fa, quella sociale ed econo-mica ha radici più lontane. Da diversi anni il Venezuela è al centro di un enorme fallimento finanziario, scaturito dal crollo del prezzo del greggio ma anche dalla corruzione dilagante, dalla cattiva gestione delle risorse na-zionalizzate, dall’illusione autarchica di un regime che non accetta alcun aiuto internazionale nonostante una crisi umanitaria senza precedenti. Nell’ultimo anno l’inflazione è salita al 40mila per cento, la più alta al mondo. Il salario minimo è in caduta libera. A oggi un lavoratore venezuelano con il suo stipendio può permettersi di comprare poco più di un chilo di patate, sem-pre che riesca a trovarle.

Molti generi alimentari e medicinali infatti possono essere acquistati solo sul mercato nero, a prezzi inaccessibili per la maggior parte della popolazione. Così, ancora una volta, assistiamo al drammatico paradosso che caratterizza molte aree del nostro pianeta. In uno dei Paesi teoricamente più ricchi, dove si concentra il maggior numero di riserve di greggio al mondo, più di un quarto della popolazione non riesce a fare due pasti al giorno. Un Paese che dovrebbe attrarre forza lavoro straniera, sta facendo regi-strare il più grande esodo nella storia recente dell’America Latina. Secondo le stime dell’UNHCR sono 5mila le persone che ogni giorno fuggono nei Paesi limitrofi. Negli ultimi tre anni i venezuelani costretti a partire a causa dalla fame e dalla repressione politica sono stati 2 milioni. Maduro, prima contrario a qualunque compromesso, sta ora fatico-samente cercando una soluzione di-plomatica che lo mantenga al potere, mentre Trump non esclude l’intervento militare. Gli scenari aperti, al mo-mento, sono molteplici. Pronosticare oggi quale sarà il futuro immediato del Paese non è semplice. L’unica certezza è che una soluzione politica condi-visa a livello internazionale sia la sola via percorribile.

Emanuela Limiti

Advertisements

L’emergenza invisibile

Da alcuni anni l’emergenza sbarchi è quasi l’unico filo conduttore del racconto delle migrazioni in Italia. Quanti sbarcano, dove sbarcano, chi li soccorre, come e perché. Le azioni urgenti che l’Italia ha intrapreso vanno proprio nella direzione di fermare gli sbarchi. Qualche risultato inizia a registrarsi. Qual è il prezzo di questo rallentamento negli arrivi e chi lo sta pagando? La Libia in questo momento ha un ruolo chiave nella strategia di contenimento e, ricorda UNHCR, al momento chi è trattenuto o riportato in quel Paese non trova accoglienza, ma detenzione.

Intanto a fine agosto, a Roma, lo sgombero di un palazzo occupato da una comunità di rifugiati si trascina per giorni e alla fine la tensione culmina in scontri violenti. Nella capitale, ma anche in altre città italiane, esiste un’emergenza che fa notizia solo episodicamente: molte, troppe persone (soprattutto rifugiati, ma non solo) non possono permettersi una casa. La riforma del sistema di welfare e i tagli progressivi condotti nell’ultimo trentennio hanno di fatto ridotto a zero lo spazio investito dal pubblico per l’edilizia popolare. Nel caso dei rifugiati, alle difficoltà economiche si aggiunge la diffidenza. Anche quando ha un regolare contratto di lavoro e risiede da anni nel nostro Paese, un rifugiato che cerca un affitto spesso si sente rispondere che il proprietario non gradisce inquilini stranieri, non si fida. Questa diffidenza (di solito reciproca) tra italiani e stranieri continua a crescere e, con essa, una paura sempre più diffusa e incontrollabile, che condiziona profondamente il nostro quotidiano. Una paura non sempre fondata (i reati nei primi sette mesi del 2017 sono calati rispetto al 2016, ma la percezione della criminalità degli italiani è tra le più alte d’Europa), spesso strumentalizzata. “Dobbiamo imparare a convivere come diversi, non distruggendoci e non ghettizzandoci” scriveva il Cardinal Martini. La tolleranza non basta, serve lo sforzo di riconoscersi concittadini, di uscire dalla reciproca estraneità. Altrimenti una comprensibile reazione istintiva rischia di trasformarsi in una guerra ai poveri, ma anche al buon senso. Una guerra al bene comune, da cui tutti usciremmo sconfitti.

 

Chiara Peri

Come garantire accessi sicuri ai rifugiati?

133 bambini siriani alla deriva su un barcone, a largo di Capo Passero, insieme alle loro famiglie. Con questa immagine forte si è aperto l’ultimo incontro del corso “La protezione impossibile”. L’operazione Mare Nostrum, che da ottobre 2013 a oggi ha tratto in salvo circa 30.000 persone, compresi quei bambini, è uno sforzo lodevole da parte delle autorità italiane, ma non può essere la soluzione alla strage continua di rifugiati nel Mediterraneo. Da più parti si comincia a parlare dell’urgenza di istituire canali umanitari, almeno per quelle situazioni di guerra e di sistematiche violazioni dei diritti umani che mettono in fuga centinaia di migliaia di persone. Quali proposte possono essere realisticamente avanzate? Alla tavola rotonda hanno partecipato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli e Paolo Fallai, Capo Redattore del Corriere della Sera.

Si è partito da un dato: fino al 1990 in Europa circa il 90% dei rifugiati arrivava in modo regolare: con la creazione del sistema Schengen, la sorveglianza delle frontiere esterne e la politica comune in materia di visti hanno creato ostacoli insormontabili all’arrivo legale di chi fugge. Attualmente ben più del 90% dei profughi arriva in modo irregolare, affidandosi a trafficanti. Il prezzo, in termini economici e di vite umane è altissimo.“Negli ultimi due anni la quasi totalità delle persone che arrivano via mare sono rifugiati”, ha ricordato Christopher Hein “Non si può più parlare di contrasto dell’immigrazione illegale. Questa non è illegale e non è nemmeno immigrazione: è fuga”. Al momento l’unica alternativa disponibile per chi cerca sicurezza in Europa è il reinsediamento, ovvero il trasferimento di rifugiati dai Paesi di prima accoglienza a Paesi terzi, in collaborazione con l’UNHCR. Ma i posti messi a disposizione da tutta l’Unione Europea nel 2013 sono stati appena 4.800: una goccia nel mare. La Germania ne ha promessi altri 15.000 per i siriani particolarmente vulnerabili, ma le procedure sono lunghissime e finora ne sono stati utilizzati solo 1.300.

“Quello di Mare Nostrum è un risultato di cui essere orgogliosi, una rivoluzione copernicana rispetto a quando le nostre navi militare riportavano i profughi al porto di Tripoli”, ha commentato Lapo Pistelli. “Stiamo facendo molto, ma è importante uscire da una gestione solo nazionale del soccorso in mare. Dobbiamo chiedere all’Europa regole diverse e strumenti diversi, ma anche essere pronti a fare di più rispetto alla gestione delle domande d’asilo, con un sistema di accoglienza più generoso.”

 

 

Chiara Peri