Europe Act Now: una campagna per accogliere i rifugiati dalla Siria

Square_250-x-250_V1

L’ECRE – Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli, con il supporto dell’Unhcr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha lanciato la campagna ‘Europe Act Now’, un modo per dare voce ai rifugiati siriani. Alla campagna hanno aderito oltre 100 organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti dei rifugiati in tutta Europa, tra cui il Centro Astalli e diversi altri uffici del JRS.

Attraverso ‘Europe Act Now’ viene chiesto ai leader e alle istituzioni europee di prendere delle decisioni di forte responsabilità rispetto alla tragedia umanitaria dei profughi siriani.

Il conflitto in Siria dal suo inizio nel marzo 2011 ha causato oltre 130mila morti e un numero di profughi superiore ai 2,4 milioni che si stima possano diventare quasi 4 milioni entro la fine del 2014. Questa enorme crisi umanitaria ha finora toccato solo marginalmente l’Europa, che ha accolto solo 81mila rifugiati, ovvero il 3% delle persone bisognose di protezione.

Con la campagna ‘Europe Act Now’ si sollecitano i leader europei ad agire per garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa; fermare i respingimenti; proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee; ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

Lo scorso 6 marzo il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e il Centro Astalli hanno inviato una lettera d’appello al presidente del Consiglio Renzi, al ministro dell’Interno e alla ministra per gli Affari Esteri per chiedere con urgenza che vengano aperti canali umanitari per l’arrivo di rifugiati provenienti dalla Siria.

La campagna ‘Europe Act now’ chiede a tutti i cittadini di partecipare e di mobilitarsi a favore delle vittime del conflitto siriano. Si può aderire sul sito www.helpsyriasrefugees.eu firmando la petizione online e contribuendo a dare voce ai rifugiati attraverso Twitter e Facebook, nelle modalità illustrate sul sito. Invitiamo quindi tutti voi a firmare la petizione e a dare la massima diffusione alla campagna.

La campagna ‘Europe Act Now’ durerà per 4 mesi e terminerà in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato, il 20 giugno 2014.

Advertisements

Il mare unisce. La terra non divida

E se invece che stivale fosse braccio allungato verso sud? E se, anziché tacco e punta, Puglia e Calabria fossero il palmo aperto di quel braccio, una mano tesa che accoglie, che mette in salvo, che consola? E se la Sicilia fosse un fazzoletto da sventolare per indicare la rotta, per dire “ehi gente noi siamo qui”?

Basterebbe fermarsi a pensare davanti a una carta geografica, provare a cambiare prospettiva. Un esercizio, un augurio, una possibilità per riconoscersi approdo e non barriera, salvezza e non fortino, inizio della terraferma e non fine di ogni speranza.

Sarebbe un’altra Italia, una nuova Italia o forse la più antica che sia mai esistita. Quella che accolse Enea esule e in cui l’ospite fu sacro perché mandato dagli dei prima e dal Dio dell’Antico Testamento poi.

Una rivoluzione culturale, una vocazione da assecondare, un ponte da gettare: quante cose una penisola può essere. Tre lati bagnata dal mare, uno solo attaccato al continente.

Basterebbe questo a definirci sponda, approdo, porto. E invece per secoli abbiamo cercato ad ogni costo di diventare barriera, fortezza, confine, per convincerci di essere inespugnabili, per illuderci di essere altro.

Siamo figli del Mediterraneo che ci ospita, siamo fratelli di mare con popoli vicini che mai come oggi ci sembrano lontani. Marocco, Libia, Algeria, Tunisia, Egitto odorano di mare proprio come noi, respirano la stessa aria, mangiano gli stessi frutti.

Certo, preghiamo un Dio diverso, parliamo lingue diverse, abbiamo storie diverse. Ma questa è tutta ricchezza, è linfa vitale. È ciò che fa muovere le onde, che spinge all’incontro, che ci obbliga a riconoscerci famiglia.

Siamo nati per parlarci, per stringere patti, per scambiare ricchezze. Abbiamo lasciato il Mare Nostrum in mano a trafficanti senza scrupoli che ne hanno fatto un cimitero per migliaia di migranti in fuga da guerre e dittature.

Il Mediterraneo è un mare straziato, un mare in lutto. È un mare che piange i suoi figli che tentano di navigarlo in cerca di salvezza. In cerca di asilo.

Il mare da sempre ci unisce, la terra smetta di dividerci. Non siamo nati per questo!

  Donatella Parisi

Messaggio che il Centro Astalli ha condiviso per celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato 2013

Vite in transito

Il Marocco e l’Algeria, e la loro vasta distesa di deserto, sono una terra di nessuno per i rifugiati e i migranti che aspirano a una vita di libertà e sicurezza in Europa. Dopo un viaggio lungo e pericoloso nel Sahara, è solo arrivando nel Nord Africa che capiscono che la promessa di una protezione in Europa è illusoria quanto un miraggio nel deserto.

Prendete la storia di Fabrice, che viene dal Camerun. Nel 2004, lui e i suoi compagni si sono persi nella parte meridionale del deserto algerino, dopo essere stati abbandonati dai trafficanti che avevano pagato perché li portassero fino al Mediterraneo. I poliziotti algerini li hanno trovati, ma invece di aiutarli hanno messo sabbia nella poca acqua che ancora avevano e li hanno abbandonati. Fabrice ha camminato per giorni. Altri sono crollati e non si sono più rialzati. Lui ha perso coscienza ma è stato miracolosamente trovato da un nomade del deserto che l’ha portato a un campo in Niger.

“Così tante persone muoiono nel deserto”, dice Fabrice. “Non potete neanche cominciare a immaginare. Muoiono e i loro corpi vengono coperti dalla sabbia, e il mondo si dimentica che siano mai esistiti.”

La storia di Fabrice è documentata, insieme a molte altre, in un rapporto pubblicato dal JRS Europa nel dicembre 2012 dal titolo Lives in Transition (Vite in transito). Il rapporto è basato su interviste a rifugiati e migranti che sono bloccati in una situazione di perenne transito in Marocco e Algeria.
Sebbene entrambe le nazioni abbiano ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, nessuna delle due ha una sua legge sull’asilo. In Marocco, l’Ufficio per i rifugiati e gli apolidi non funziona dal 2004, e l’UNHCR è lasciata sola a determinare lo status di rifugiato e a difendere i diritti di base.

Tuttavia lo status di rifugiato dato dall’UNHCR non sempre viene riconosciuto. Il JRS Europa ha documentato casi in cui la polizia marocchina ha arrestato persone con lo status di rifugiato e le ha portate alla frontiera col deserto algerino. L’UNHCR cerca di intervenire, ma spesso non può fare niente perché le retate sono fatte durante la notte.

I migranti e i rifugiati sono trattati come cittadini di serie B. Michelle ha raccontato al ricercatore del JRS Europa che quando chiede l’elemosina per strada i marocchini spesso la insultano e le dicono di andare a lavorare. “Ma quando cerco un lavoro mi chiedono se ho i documenti in regola, e quando dico di no mi rispondono che non c’è lavoro. Alle volte la polizia marocchina mi ferma e devo usare tutti i soldi che ho per togliermi dai guai ed evitare di essere rispedita a Oujda [sulla frontiera con l’Algeria].”

In Algeria si riesce a trovare lavoro nel mercato nero, dove lo sfruttamento è la regola. Ismail, un migrante dalla Costa d’Avorio, conosce molto bene i rischi di questi lavori. “Alcune volte delle persone sono arrestate perché non avevano documenti validi o perché lavoravano irregolarmente. Ma secondo loro come dovremmo sopravvivere?”

Molti migranti si riducono a occupare abusivamente edifici abbandonati perché non possono permettersi di pagare un affitto. Il nostro ricercatore ha incontrato Matias, un giovane di 32 anni della Guinea, e Jean, un giovane di 22 anni del Camerun, in un edificio non terminato a Boush Bouk, un quartiere di Algeri. La loro stanza era priva di porta e fungeva da camera da letto, da sala, da cucina e da bagno. Era una delle stanze migliori della zona: almeno aveva tutti e quattro i muri.

Nel 2012 l’Unione europea ha vinto il premio Nobel per la pace. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha affermato che il premio “permetterà all’Europa di contribuire a modellare un mondo migliore in linea con i valori della libertà, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto”. In Nord Africa questa affermazione cade nella più allarmante delle contraddizioni. Dal 2010, diversi drammatici cambiamenti hanno allargato il divario tra le ambizioni dell’UE e le sue azioni. I 20.000 migranti arrivati in Italia in seguito alla rivoluzione tunisina sono stati una patata bollente che nessun governo dell’UE ha voluto toccare. E mentre le nazioni europee si sono mosse velocemente per la guerra al dittatore libico Gheddafi, esse sono poi state capaci di reinsediare solo alcune centinaia di rifugiati rispetto alle centinaia di migliaia ricevute dall’Egitto, dal Ciad e perfino dalla Tunisia.

In Siria, l’attuale risposta dell’UE è ugualmente rivelatrice. Sebbene abbiano lodevolmente donato più di 400 milioni di euro in aiuti umanitari, le nazioni dell’UE si tirano indietro di fronte alla prospettiva di reinsediare dei rifugiati nei loro territori. Così, mentre le nazioni che confinano con la Siria hanno ricevuto più di un milione di rifugiati, solamente 20.000 richiedenti asilo siriani hanno raggiunto l’Europa.

Gli eventi tumultuosi nelle aree vicine hanno portato l’UE a intensificare i controlli lungo le sue frontiere meridionali, rendendo quasi impossibile per i migranti e i richiedenti asilo il raggiungere l’Europa senza rischiare il viaggio via mare. L’UNHCR ha identificato il 2011 come “l’anno più letale” per i migranti nel Mediterraneo, un anno in cui quasi 2.000 persone – quelle di cui si ha notizia certa – sono morte.

Eventi di questo tipo non sono nuovi. Un accordo bilaterale del 1992 tra Spagna e Marocco ha chiuso brutalmente la frontiera fra i due paesi. Da allora, qualsiasi migrante che provi a raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla è immediatamente riportato indietro in Marocco. In un incidente nel 2005 le guardie marocchine hanno aperto il fuoco su centinaia di migranti che tentavano di scalare la recinzione verso Melilla.

Nel 2006 Fabrice ha provato a raggiungere Ceuta dal Marocco, nuotando per due chilometri e cercando allo stesso tempo di aiutare una donna incinta lungo il tragitto. Ma la donna è svenuta. Mentre Fabrice lottava disperatamente per salvarla, la Guardia Civil spagnola li ha individuati e issati a bordo della nave. “Invece di portarci in salvo, ci hanno riportati vicino alla riva marocchina e ci hanno ributtati in mare”, ricorda Fabrice. La donna è sopravvissuta, ma ha perso il bambino, grazie alle guardie di frontiera che lavorano per una nazione europea, parte della stessa UE che ha vinto il premio Nobel per la pace.

Attraverso il rapporto, il JRS Europa invita l’UE a essere all’altezza degli ideali per cui è stata premiata. L’UE e i suoi stati membri devono mettere in pratica dei meccanismi che permettano di identificare i migranti bisognosi di protezione e di assicurare che questa protezione venga fornita. Qualsiasi accordo bilaterale tra uno stato dell’UE e un paese terzo deve contenere una clausola sui diritti umani che protegga i diritti fondamentali di tutti i migranti, inclusi i diritti economici, sociali e culturali. E i migranti non devono essere portati con la forza verso nazioni che non siano in grado di proteggere i loro diritti.

Il primo e principale invito che il JRS Europa rivolge ai governi di Marocco e Algeria è di implementare una propria legge nazionale sull’asilo. Le persone riconosciute come rifugiate non devono essere deportate. Entrambi i governi dovrebbero inoltre permettere alle ONG di fornire liberamente aiuto a chi ne ha bisogno.

Molti migranti alla fine si rassegnano a vivere in uno stato di perenne transito per anni. Ma alcuni cercheranno comunque di raggiungere l’Europa, quali che siano i rischi, sperando di avere maggior fortuna. Un uomo ha detto al JRS Europa: “Dio è con me e mi proteggerà”. La sua fede incrollabile di fronte alla miseria è commovente. Speriamo che l’UE faccia la sua parte.

Philip Amaral, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Europa

Potete scaricare il rapporto del JRS Europa, Lives in Transition, qui.

 

Il peggio è passato. E’ aldilà del mare

Era l’alba e si intravedeva una striscia marrone, qualcuno urlava “terra terra”, io cominciai a piangere senza sosta, le lacrime scendevano e io non potevo fare nulla per fermarle. Avrei partorito in Europa, il futuro della creatura che portavo dentro sarebbe stato diverso dal mio. Sarebbe nata nel continente della pace e della ricchezza. Ne era valsa la pena.

Approdammo su un’isola, Lampedusa, che solo dopo sapemmo essere italiana. Ci soccorsero immediatamente. Mi presero in due, mi aiutarono a scendere dalla barca, mi buttarono un telo sulle spalle e urlavano qualcosa che non capivo a qualcuno. Subito dopo si avvicinò un medico e mi portarono in un edificio dove mi fecero sdraiare e mi visitarono.

Mi diedero da mangiare, da bere e poi caddi in un sonno profondissimo.

Non ricordo quanto dormii, mi ricordo solo che al risveglio mio marito era lì accanto a me. Fu molto rassicurante e mi ripeteva in un orecchio ce l’abbiamo fatta. Siamo vivi e al sicuro.

Da questo punto in poi inizia un’altra lunga storia. Si può dire che la storia della nostra famiglia al completo è tutta italiana.

Maria, la nostra prima figlia, è nata a Crotone, nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. Ero convinta che avrebbe avuto i documenti italiani, invece mi fu spiegato che non basta nascere in Italia per diventare italiani.

La cittadinanza, mi è stato spiegato, è un iter lungo e complicato e non dipende certamente solo dal fatto che sei nata in Italia e che crescerai in questo paese.

Ci riconobbero rifugiati e ben presto, con la bimba di neanche un mese, ci fecero lasciare il Centro. Dalla Calabria ci mandarono ad Ancona, fummo inseriti in un progetto dello SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Avevamo un alloggio e mio marito trovò lavoro come falegname. Stavamo bene, eravamo contenti. Rimanemmo lì tre anni e in quel periodo nacque la mia seconda figlia Laura.

Nel 2009 però la crisi economica ci colpì molto duramente, mi marito perse il lavoro e non potevamo continuare a pagare l’affitto nella casa in cui ci eravamo sistemati. Eravamo preoccupati, le bimbe erano troppo piccole, non sapevamo davvero come fare.

Degli amici connazionali ci suggerirono di andare a Roma, dove tutto, secondo loro, sarebbe stato più facile.

Purtroppo non fu affatto semplice, anzi all’inizio fu un vero incubo, dormimmo per otto notti con le bambine nei giardini antistanti la basilica di San Giovanni in Laterano. Nessuno si avvicinò per chiederci se avevamo bisogno di aiuto. Era tutto così spaventosamente caotico.

Mio marito per quanto possibile cercava di darsi fare. Decise che era una buona idea parlare con dei connazionali che potessero darci delle indicazioni su come muoversi in città.

E così la sera stessa andammo a mangiare alla mensa del Centro Astalli. Ci venne spiegato come presentare domanda in un centro d’accoglienza a Roma e così facemmo. Due giorni dopo ci trovammo in una grande struttura  dove oggi ancora viviamo.

Ci sono tanti bambini e le nostre figlie hanno fatto subito amicizia.

Ora vanno all’asilo e parlano perfettamente l’italiano. Sono italiane a tutti gli effetti anche se la legge non le riconosce tali.

Non importa se per la cittadinanza ci vorrà del tempo. Maria e Laura sono italiane a partire dai loro nomi fino ad arrivare al loro futuro che sarà qui, lontano dalla guerra e dalle violenze.

Nonostante tutto, io e mio marito ora siamo sereni: la sera dopo una giornata passata a cercare lavoro, ci guardiamo e sorridendo ci ripetiamo: il peggio è passato. È aldilà del mare.

(tratto da Terre senza promesse, a cura del Centro Astalli, Avagliano 2011)

Per i 10 anni della Convenzione Dublino

Solo chi ha viaggiato davvero nel deserto, tentando di salvarsi la vita, può capire fino in fondo questo racconto dell’Esodo. Avevo trovato altri tre ragazzi, disposti come me a tentare l’impossibile e ci siamo messi in marcia, scegliendo le vie meno frequentate. Da Massaua a Port Sudan, a piedi: un incubo lungo più di 500 chilometri, attraverso il Sahara. Se guardo il nostro itinerario su una cartina, ancora oggi mi sembra impossibile che siamo arrivati. La morte ci camminava a fianco. Avevamo il minimo indispensabile di cibo e di acqua, a volte anche meno. Abbiamo visto morire in quel deserto tanti giovani come noi. Eppure andavamo avanti, sostenuti solo da un’irragionevole speranza.

Uno dei miei compagni, una sera, ci ha confessato che era la seconda volta che faceva quella strada. Tre anni prima era riuscito ad arrivare a Malta, dove aveva chiesto asilo. Le autorità maltesi glielo avevano negato e lo avevano rimpatriato ad Asmara. All’aeroporto, ad attenderlo, aveva trovato i militari, che lo avevano arrestato immediatamente. Per due anni era stato in prigione, sotto terra, sull’isola di Dahlak: un paradiso per i turisti, un inferno per noi eritrei. Lo avevano appena liberato e non poteva fare altro che ricominciare da capo, riprovarci, nonostante tutto. Oggi a volte qualcuno mi chiede se, sapendo cosa ci aspetta in Europa, sarei scappato lo stesso. Allora ripenso allo sguardo di quel ragazzo, quella sera. Alla sua determinazione disperata, alla sua consapevolezza. Lo sappiamo cosa ci aspetta qui, lo sapevamo anche allora. Eppure non abbiamo scelta. Non cerchiamo i vostri soldi, il vostro lavoro, i vostri vestiti: cerchiamo la vita, che ci è negata.

Siamo sopravvissuti al deserto in quattro, ma arrivati in Libia la lotteria degli imbarchi ci ha destinato a traversate diverse. Qualche settimana dopo lo sbarco a Lampedusa, sopravvissuto una volta di più a tanti miei occasionali compagni di viaggio meno fortunati di me, mi sono trovato a Trapani, ancora una volta solo. Mi hanno liberato dal centro dove mi avevano trattenuto, ma non riuscivo a rallegrarmene: senza soldi, senza vestiti a parte quelli che indossavo, senza una direzione. Guardando la strada semideserta di quella periferia italiana, mi è stato chiaro che non ero ancora arrivato. Ero in Europa, ma non ero salvo. Illegale, clandestino, probabilmente ancora braccato, anche se non sapevo più da chi. Nel centro i miei connazionali nominavano spesso l’Inghilterra, la strada che bisognava fare per arrivarci. Così ho fatto anch’io. Milano, Calais, Londra. Nascondendomi ad ogni controllo, mimetizzandomi tra le merci di un camion che si imbarcava per attraversare la Manica.

A Newcastle pensavo di essere arrivato. Per la prima volta, qualcuno mi ha ascoltato, mi ha spiegato cosa potevo fare. Ho chiesto asilo politico. Mi sentivo a mio agio, perché parlavo un po’ di inglese e ho iniziato subito a perfezionarlo. Ma non era solo una questione di lingua. In tutto il mondo esistono gli interpreti.

Quando manca la volontà di ascoltare, le parole che si usano non hanno molta importanza. Se avessi potuto scegliere, la mia fuga sarebbe finita lì, in Inghilterra. Avevo degli obiettivi, dei corsi da seguire al college, un appartamento. Ma l’avvocato che seguiva la mia domanda d’asilo mi aveva avvertito: secondo le regole europee, probabilmente sarei stato rimandato in Italia. Noi rifugiati non possiamo scegliere in che Paese essere accolti. Questa è la procedura, vale per tutti, è solo questione di tempo.

Ero preoccupato, ma quando arrivò il fax dal governo italiano l’avvocato mi spiegò che dovevo stare tranquillo. In quel documento era scritto a chiare lettere, mi disse, che in Italia ai rifugiati sono assicurate adeguate misure di integrazione, che avrei avuto un posto dove vivere e la possibilità di studiare e di costruire una prospettiva stabile per me e, chissà, magari anche per la mia famiglia. Era una lettera ufficiale, non c’erano dubbi. Io ci ho creduto, anche se qualche dubbio in fondo al mio cuore l’avevo, ripensando alla strada deserta di Trapani.

Non vi preoccupate della vostra vita, che cosa mangerete, né per il vostro corpo, di che vestirete; perché la vita vale più del nutrimento e il corpo più del vestito. Mi ripeto ogni giorno queste parole del Vangelo. Mi aiutano ad accettare la vita che faccio oggi, mi danno speranza per il futuro. Come temevo, all’aeroporto di Fiumicino le mie aspettative sono andate definitivamente in fumo. Un poliziotto, che mi indicava semplicemente di andarmene, quando gli ho chiesto dove potevo andare a dormire si è messo a ridere. Una casa, io? Meglio che me lo togliessi subito dalla testa. “Vuoi andare in Inghilterra? Torna in Inghilterra!”. Quella risata mi suonava ancora nelle orecchie, mentre mi allontanavo a testa bassa, come un ladro.

Ancora una volta, mi trovavo da solo. Non potevo fare altro che ricominciare da capo. Ho preso il treno e sono arrivato alla Stazione Termini. Un’altra città, un altro ambiente ignoto, un’altra tappa della mia fuga senza fine. In stazione, guardandomi intorno, ho cercato qualche connazionale nella folla che correva sui marciapiedi. Dopo qualche tentativo, ho fatto l’incontro giusto e sono finito a vivere dove vivo tuttora. In un grande palazzo occupato da centinaia di eritrei, con un giaciglio in un angolo di uno stanzone dove tutto è di tutti e niente è di nessuno. Non è una casa, non ci assomiglia nemmeno. Ma è il massimo che sono riuscito a trovare, per ora.

Sono un rifugiato, l’Italia ormai è il mio Paese. Faccio del mio meglio, ogni giorno, per vivere in modo degno di un uomo libero. Non smetto di studiare la lingua italiana, non mi accontento di farmi capire. Chi parla due lingue può capire il doppio, ha il doppio delle probabilità di essere ascoltato. Anche questo l’ho imparato sulla mia pelle, più di una volta. Però mi sembra ancora di vivere in un mondo a parte, parallelo a quello degli italiani. I contatti non sono né frequenti né facili. Anche quelli casuali spesso sono accolti con fastidio, come mi ricorda la signora seduta nel posto accanto al mio, che continua a stringere la sua borsa, diffidente. Le sorrido e mi alzo. È ora di scendere.

(tratto da Terre senza promesse, Centro Astalli (a cura di), Avagliano editore 2011)

Morti in viaggio verso l’Europa e accoglienza dei rifugiati: le urgenze per il 2013

“Il 2012 è stato un anno molto difficile per i rifugiati: sono state migliaia le vittime incolpevoli dei viaggi in mare verso l’Europa. Ingiustificabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta emergenza Nord Africa che sta per concludersi senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate dalla Libia in guerra, come denunciato di recente dal Tavolo Asilo in un comunicato sottoscritto anche dal Centro Astalli. Per di più è ancora gravemente insufficiente e dispersivo il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree metropolitane”.

Questo il bilancio di Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) alla fine di un anno in cui i richiedenti asilo e rifugiati “hanno visto i loro diritti e la loro dignità minati da leggi lacunose, da una burocrazia inefficiente e da una società ancora troppo disattenta nel denunciare il degrado e l’esclusione sociale che spesso colpisce chi giunge in Italia in fuga da guerre e persecuzioni”.

In occasione dalla giornata mondiale del Rifugiato 2012, lo scorso 20 giugno, il Centro Astalli con una campagna dal titolo “In città, invisibili” denunciava l’insufficienza e la frammentarietà dei sistemi di accoglienza che, privi di regia unitaria e di standard uniformi, mostrano le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano.
Dalla ricerca “Mediazioni Metropolitane”, realizzata la Caritas di Roma, emergeva che circa 1500 richiedenti e titolari di protezione internazionale nella capitale vivono in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il territorio, in condizioni di grave precarietà e insicurezza (come del resto denunciato la scorsa settimana dal New York Times e dall’inglese Herald Tribune in merito alla situazione degli 800 rifugiati che occupano un edificio abbandonato nella periferia romana).

“Uno dei problemi principali che ci siamo trovati quotidianamente ad affrontare al Centro Astalli – sottolinea P. La Manna – è che i rifugiati, anche quando sono titolari di protezione internazionale, hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti sociali concreti. Anche ai più vulnerabili, come le vittime di tortura, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale.

La speranza per il 2013 – conclude P. La Manna – è che il diritto d’asilo trovi finalmente spazio in ragionamenti di respiro, fuori da logiche emergenziali.
Si mettano in atto misure coraggiose per risolvere l’eccessiva pericolosità dei viaggi con cui i rifugiati cercano di raggiungere l’Europa.

Si inizi al più presto un ripensamento delle misure di accoglienza a livello nazionale che dia luogo a un sistema unico, capace di collegare le reti esistenti, affinché tutti i migranti forzati trovino in Italia una risposta tempestiva e qualitativamente soddisfacente ai loro bisogni più immediati.
C’è molto da fare, le sfide non mancano, affrontarle è responsabilità di ciascuno.
Che sia un buon anno per tutti… nessuno escluso!”

L’Europa abbatta il muro che la separa da un’umanità in viaggio.

Il Centro Astalli esprime profondo cordoglio per le incolpevoli vittime dell’ennesima strage che si è consumata ieri nelle acque del Mediterraneo, tra le coste libiche e l’isola di Lampedusa.
Ancora una volta l’impossibilità di esercitare il diritto d’asilo in modo sicuro in un paese democratico è stata la causa scatenante della morte di uomini e donne in fuga dalla Somalia e in cerca di futuro.

P. Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) esprime parole di dolore e indignazione: “Ferisce ancora di più apprendere che tra le vittime ci siano delle donne. Doppiamente vulnerabili: indifese di fronte a violenze e persecuzioni nei loro paesi, prede privilegiate di trafficanti senza umanità che le trattano come oggetti da usare a loro piacimento.

La Manna continua commentando la vicenda “Grati per il lavoro fatto dai militari italiani coinvolti nelle operazioni di soccorso, non possiamo smettere di chiedere che le istituzioni comunitarie e tutti gli stati europei cambino radicalmente le attuali politiche sull’immigrazione.
È ora di abbattere il muro impenetrabile che divide l’Europa da un’umanità in viaggio”.

Ancora una volta il Centro Astalli (Servizio dei gesuiti per i Rifugiati in Italia) chiede alle autorità competenti nazionali e comunitarie di creare immediatamente canali umanitari che permettano di far giungere in sicurezza chi ha diritto a chiedere asilo. L’unico modo per togliere dalle mani di trafficanti senza scrupoli le vite innocenti di migliaia di esseri umani.