Generare solidarietà: il nuovo volto del volontariato

Come mettere in pratica un’idea di società giusta e solidale? Come aiutare i rifugiati per far fronte ai bisogni sopraggiunti con la pandemia? Il racconto di una rete nata spontaneamente per aiutare i rifugiati in bilico tra precarietà e marginalità. Storie che arrivano per frammenti, che riguardano persone con le quali avevo stabilito un collegamento nel tempo, spesso casuale, storie che raccontano gli effetti dell’epidemia su quei molti migranti che vivono al confine tra una difficile integrazione e l’esclusione sociale, una specie di avanguardia di quella situazione di fragilità che non è certo esclusiva di queste persone, ma che le ha rese particolarmente a rischio, quando l’isolamento e il distanziamento sociale hanno colpito proprio quelle attività di economia informale, di lavoro occasionale o precario su cui tante fondavano la loro sopravvivenza.

Era iniziata da poco la inaspettata reclusione imposta dalla pandemia, quando, interrotto il mio servizio alla mensa, e troppo in là con gli anni per rischiare il contagio, mi sono chiesta se potessi fare qualcosa. Non che mancassero iniziative, ma temevo che l’isolamento, nel togliere parola e visibilità ai bisogni, nascondesse definitivamente quei settori sociali in povertà assoluta o relativa. Ho provato allora ad attivare un intervento modesto e non particolarmente originale: raccogliere fondi per sostenere delle famiglie o dei singoli in difficoltà. Piccole somme che pote-vano fare la differenza tra l’insicurezza o la paura dell’abbandono e la prospettiva di guadagnare qualche settimana per provare a ripartire con le proprie gambe: una quota dell’affitto, le spese per una procedura burocratica, l’abbonamento al trasporto pubblico, il pagamento di qualche bolletta. Ho cominciato chiedendo agli amici ed è cresciuta, quasi spontaneamente, una rete, senza regole e senza apparati, fatta di conoscenti spesso informati da un rapido “passa parola”, persone impazienti di fare qualcosa, che fosse immediatamente operativa e che, grazie al Centro Astalli, poteva davvero esserlo mentre io continuavo da casa solo una intensa attività telefonica e telematica. Non era il mio un generico appello a donare, ma la richiesta di collaborare a risolvere un problema specifico di una specifica persona e le risposte, credo, siano state dettate da un impegno etico ma soprattutto da una sincera, gratuita, riservata solidarietà.

A giudicare da questa piccola esperienza penso che il lockdown possa essere stato davvero, almeno per alcuni, un momento di riflessione, di attenzione agli altri, di maggiore consapevolezza sulle dimensioni della povertà e del disagio, che abbia forse illuminato aree nascoste e fatto comprendere che esistono spazi per forme diverso di impegno e di coinvolgimento.

Emma Ansovini, volontaria del Centro Astalli

Cecilia racconta il servizio civile al Centro Astalli

“ I Rifugiati sono persone comuni che si vengono a trovare in circostanze eccezionali.

Rifugiati si diventa all’improvviso, senza averlo voluto e, a volte, senza aver fatto nulla di straordinario.”

Ho scelto di iniziare al mia testimonianza con questa definizione su chi sono i rifugiati, tratta dal libro “Terre senza promesse” a cura del Centro Astalli (Avagliano editore 2011), per mettere luce sulle persone con cui e per cui io, Federico, Jessica, Federica, Saverio, Andrea, Chiara, Ilaria, Maurizio abbiamo lavorato in questa nostra esperienza di Servizio civile nazionale al Centro Astalli.

Circa un anno fa ognuno di noi è stato assegnato ad un servizio o un prgoetto; abbiamo offerto un piatto di pasta a chi ne aveva bisogno; abbiamo scritto curricula pieni di speranza; abbiamo coltivato discorsi e scambi alla scoperta di un mondo femminile, a volte lontano, ma spesso vicino e riconoscibile. Abbiamo cercato di far conoscere a bambini e adolescenti altri mondi, che sono anche i nostri mondi; abbiamo imparato insieme come sia difficile distinguere la A dalla E   ma, come ancora più difficile, sia non sapere quale sarà il proprio futuro, ricordare e raccontare eventi che logorano, non sapere dove andare a dormire e non piangere al ricordo della proprio famiglia lontana.

Alla fine di questo nostro Servizio civile ci possiamo solo ritenere fortunati per aver vissuto un’esperienza che ci ha formati, che ci ha permesso di conoscere persone che ci hanno insegnato la forza di andare avanti e la speranza, anche nel nostro Paese.

Cecilia De Chiara