Vite in transito

Il Marocco e l’Algeria, e la loro vasta distesa di deserto, sono una terra di nessuno per i rifugiati e i migranti che aspirano a una vita di libertà e sicurezza in Europa. Dopo un viaggio lungo e pericoloso nel Sahara, è solo arrivando nel Nord Africa che capiscono che la promessa di una protezione in Europa è illusoria quanto un miraggio nel deserto.

Prendete la storia di Fabrice, che viene dal Camerun. Nel 2004, lui e i suoi compagni si sono persi nella parte meridionale del deserto algerino, dopo essere stati abbandonati dai trafficanti che avevano pagato perché li portassero fino al Mediterraneo. I poliziotti algerini li hanno trovati, ma invece di aiutarli hanno messo sabbia nella poca acqua che ancora avevano e li hanno abbandonati. Fabrice ha camminato per giorni. Altri sono crollati e non si sono più rialzati. Lui ha perso coscienza ma è stato miracolosamente trovato da un nomade del deserto che l’ha portato a un campo in Niger.

“Così tante persone muoiono nel deserto”, dice Fabrice. “Non potete neanche cominciare a immaginare. Muoiono e i loro corpi vengono coperti dalla sabbia, e il mondo si dimentica che siano mai esistiti.”

La storia di Fabrice è documentata, insieme a molte altre, in un rapporto pubblicato dal JRS Europa nel dicembre 2012 dal titolo Lives in Transition (Vite in transito). Il rapporto è basato su interviste a rifugiati e migranti che sono bloccati in una situazione di perenne transito in Marocco e Algeria.
Sebbene entrambe le nazioni abbiano ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, nessuna delle due ha una sua legge sull’asilo. In Marocco, l’Ufficio per i rifugiati e gli apolidi non funziona dal 2004, e l’UNHCR è lasciata sola a determinare lo status di rifugiato e a difendere i diritti di base.

Tuttavia lo status di rifugiato dato dall’UNHCR non sempre viene riconosciuto. Il JRS Europa ha documentato casi in cui la polizia marocchina ha arrestato persone con lo status di rifugiato e le ha portate alla frontiera col deserto algerino. L’UNHCR cerca di intervenire, ma spesso non può fare niente perché le retate sono fatte durante la notte.

I migranti e i rifugiati sono trattati come cittadini di serie B. Michelle ha raccontato al ricercatore del JRS Europa che quando chiede l’elemosina per strada i marocchini spesso la insultano e le dicono di andare a lavorare. “Ma quando cerco un lavoro mi chiedono se ho i documenti in regola, e quando dico di no mi rispondono che non c’è lavoro. Alle volte la polizia marocchina mi ferma e devo usare tutti i soldi che ho per togliermi dai guai ed evitare di essere rispedita a Oujda [sulla frontiera con l’Algeria].”

In Algeria si riesce a trovare lavoro nel mercato nero, dove lo sfruttamento è la regola. Ismail, un migrante dalla Costa d’Avorio, conosce molto bene i rischi di questi lavori. “Alcune volte delle persone sono arrestate perché non avevano documenti validi o perché lavoravano irregolarmente. Ma secondo loro come dovremmo sopravvivere?”

Molti migranti si riducono a occupare abusivamente edifici abbandonati perché non possono permettersi di pagare un affitto. Il nostro ricercatore ha incontrato Matias, un giovane di 32 anni della Guinea, e Jean, un giovane di 22 anni del Camerun, in un edificio non terminato a Boush Bouk, un quartiere di Algeri. La loro stanza era priva di porta e fungeva da camera da letto, da sala, da cucina e da bagno. Era una delle stanze migliori della zona: almeno aveva tutti e quattro i muri.

Nel 2012 l’Unione europea ha vinto il premio Nobel per la pace. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha affermato che il premio “permetterà all’Europa di contribuire a modellare un mondo migliore in linea con i valori della libertà, della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto”. In Nord Africa questa affermazione cade nella più allarmante delle contraddizioni. Dal 2010, diversi drammatici cambiamenti hanno allargato il divario tra le ambizioni dell’UE e le sue azioni. I 20.000 migranti arrivati in Italia in seguito alla rivoluzione tunisina sono stati una patata bollente che nessun governo dell’UE ha voluto toccare. E mentre le nazioni europee si sono mosse velocemente per la guerra al dittatore libico Gheddafi, esse sono poi state capaci di reinsediare solo alcune centinaia di rifugiati rispetto alle centinaia di migliaia ricevute dall’Egitto, dal Ciad e perfino dalla Tunisia.

In Siria, l’attuale risposta dell’UE è ugualmente rivelatrice. Sebbene abbiano lodevolmente donato più di 400 milioni di euro in aiuti umanitari, le nazioni dell’UE si tirano indietro di fronte alla prospettiva di reinsediare dei rifugiati nei loro territori. Così, mentre le nazioni che confinano con la Siria hanno ricevuto più di un milione di rifugiati, solamente 20.000 richiedenti asilo siriani hanno raggiunto l’Europa.

Gli eventi tumultuosi nelle aree vicine hanno portato l’UE a intensificare i controlli lungo le sue frontiere meridionali, rendendo quasi impossibile per i migranti e i richiedenti asilo il raggiungere l’Europa senza rischiare il viaggio via mare. L’UNHCR ha identificato il 2011 come “l’anno più letale” per i migranti nel Mediterraneo, un anno in cui quasi 2.000 persone – quelle di cui si ha notizia certa – sono morte.

Eventi di questo tipo non sono nuovi. Un accordo bilaterale del 1992 tra Spagna e Marocco ha chiuso brutalmente la frontiera fra i due paesi. Da allora, qualsiasi migrante che provi a raggiungere le enclave spagnole di Ceuta e Melilla è immediatamente riportato indietro in Marocco. In un incidente nel 2005 le guardie marocchine hanno aperto il fuoco su centinaia di migranti che tentavano di scalare la recinzione verso Melilla.

Nel 2006 Fabrice ha provato a raggiungere Ceuta dal Marocco, nuotando per due chilometri e cercando allo stesso tempo di aiutare una donna incinta lungo il tragitto. Ma la donna è svenuta. Mentre Fabrice lottava disperatamente per salvarla, la Guardia Civil spagnola li ha individuati e issati a bordo della nave. “Invece di portarci in salvo, ci hanno riportati vicino alla riva marocchina e ci hanno ributtati in mare”, ricorda Fabrice. La donna è sopravvissuta, ma ha perso il bambino, grazie alle guardie di frontiera che lavorano per una nazione europea, parte della stessa UE che ha vinto il premio Nobel per la pace.

Attraverso il rapporto, il JRS Europa invita l’UE a essere all’altezza degli ideali per cui è stata premiata. L’UE e i suoi stati membri devono mettere in pratica dei meccanismi che permettano di identificare i migranti bisognosi di protezione e di assicurare che questa protezione venga fornita. Qualsiasi accordo bilaterale tra uno stato dell’UE e un paese terzo deve contenere una clausola sui diritti umani che protegga i diritti fondamentali di tutti i migranti, inclusi i diritti economici, sociali e culturali. E i migranti non devono essere portati con la forza verso nazioni che non siano in grado di proteggere i loro diritti.

Il primo e principale invito che il JRS Europa rivolge ai governi di Marocco e Algeria è di implementare una propria legge nazionale sull’asilo. Le persone riconosciute come rifugiate non devono essere deportate. Entrambi i governi dovrebbero inoltre permettere alle ONG di fornire liberamente aiuto a chi ne ha bisogno.

Molti migranti alla fine si rassegnano a vivere in uno stato di perenne transito per anni. Ma alcuni cercheranno comunque di raggiungere l’Europa, quali che siano i rischi, sperando di avere maggior fortuna. Un uomo ha detto al JRS Europa: “Dio è con me e mi proteggerà”. La sua fede incrollabile di fronte alla miseria è commovente. Speriamo che l’UE faccia la sua parte.

Philip Amaral, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Europa

Potete scaricare il rapporto del JRS Europa, Lives in Transition, qui.

 

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A piccoli passi

jrsI campi profughi sono una realtà molto lontana dal nostro immaginario. Il JRS da molti anni accompagna i rifugiati anche in questi luoghi dove più che vivere si aspetta di vivere e dove troppo spesso la protezione è un concetto astratto, specialmente per chi ne avrebbe più bisogno. 

Il campo profughi Kakuma (Kenya) è stato creato nel 1992 per i rifugiati in fuga dalla guerra civile in Sudan. Oggi ospita più di 80.000 profughi di cui almeno  39.000 sono somali. Il JRS lavora nel campo dal 1994. Ecco una testimonianza di Alex Kiptanui del JRS Kenya.

Con l’aumentare della popolazione nei campi, è aumentata di molto la necessità di protezione per le persone più vulnerabili, in particolare per i bambini. Sempre più bambine devono essere protette da matrimoni forzati e rapimenti, il che implica maggiori risorse per il loro mantenimento una volta che le si allontana dai familiari che non si oppongono a tali pratiche. Nella sostanza, alla maggior parte di queste bambine è limitato, se non del tutto negato, l’accesso all’istruzione.

In una situazione del genere, è facile rimanere schiacciati dall’enormità del problema; eppure stiamo assistendo a un sorta di silenziosa rivoluzione. Le donne trovano protezione nei Safe Haven (centri antiviolenza) del JRS e alcune ONG, tra cui il JRS, organizzano corsi per aiutare le donne a trovare un lavoro e concedono piccoli prestiti perché possano avviare una qualche attività commerciale. Potrebbero sembrare gocce in un oceano, eppure non sono poche le donne che hanno trovato un’alternativa per se stesse e per i loro bambini e oggi vedono profilarsi un futuro migliore.

Per quanto riguarda la violenza sessuale e di genere (SGBV), i casi si ripetono quotidianamente e ogni anno se ne contano a centinaia. La situazione si è fatta così grave che nel 2012 sono aumentati in misura esponenziale i nuclei familiari monoparentali nel Save Haven del JRS:  ben 105 accolti, tra donne e bambini sopravvissuti alle violenze.

Il Safe Haven è una struttura altamente protetta cui vengono ammessi i sopravvissuti a violenze sessuali o di genere e le persone a rischio, per curare e guarire da traumi subiti. Durante il periodo di accoglienza si cercano soluzioni per impedire che le ospiti siano nuovamente esposte agli stessi rischi dopo le dimissioni. Nel 2012 il JRS ha assegnato borse di studio a 73 bambine e ragazze a rischio di SGBV perché potessero frequentare scuole keniane che garantissero loro un’istruzione lontano dal clima di crescente violenza del campo.

“Mio zio voleva darmi in moglie a un vecchio ricchissimo… il JRS mi ha concesso una borsa di studio, assicurandomi protezione, cibo e vestiario. Ora so quali sono i miei diritti e non permetterò a nessuno di portarmi via quello che mi appartiene. Ho frequentato diversi corsi professionali e so che ora troverò lavoro nel paese in cui verrò reinsediata”, ha detto Elizabeth*, beneficiaria di servizi di protezione, corsi professionali e borse di studio del JRS riservati alle bambine e ragazze vulnerabili ospitate nel campo di Kakuma.

Ci sono donne che riescono a ripagare gli aiuti ricevuti, aiutando in seguito altre donne in difficoltà.

Sposando un uomo appartenente a un altro gruppo etnico, Agnes* si era messa in contrasto con i propri familiari, che hanno cercato di ucciderlo. Agnes ha denunciato il fatto alla polizia. In seguito il JRS si è fatto carico della sua istruzione e formazione professionale, assumendola più avanti come consulente di comunità.

“È stato un grande aiuto nel mio processo di autoconsapevolezza, affinché potessi sviluppare sani meccanismi che mi aiutassero a farcela,” racconta oggi. “Oggi sono in gradi di aiutare altre persone che hanno le mie stesse difficoltà”.

Nel campo sono ospitate molte donne prive di un’educazione di base, che non sanno né leggere né scrivere nelle lingue in uso in Kenya. Ciò non solo impedisce loro qualsiasi autonomia nella vita di ogni giorno ma, come ha imparato a sue spese Jane*, può avere anche altre conseguenze.

Dopo essere stata picchiata per l’ennesima volta dal marito, che ha cercato anche di sottrarle i figli, la donna ha provato a denunciarlo. Non conoscendo l’inglese né il kiswahili, al posto di polizia si è trovata in grosse difficoltà; difficoltà che si sono riproposte lungo tutto il dibattito in tribunale. Ma non si è data per vinta, riuscendo dove troppe altre donne si sarebbero lasciate scoraggiare.

In seguito Jane ha trovato protezione al Safe Haven del JRS, dove si è iscritta a corsi di alfabetizzazione per adulti e sartoria. Ora è in grado di comunicare efficacemente sia in kiswahili che in inglese. La sua causa è stata riportata in giudizio, ed essendo ormai in grado di esprimersi senza difficoltà, la donna è riuscita a ottenere la custodia dei figli.

“Non è stato facile imparare, ma ce l’ho fatta”, ha detto Jane con un sorriso di soddisfazione.

Non basta. Questi piccoli passi per mettere al riparo le donne del campo di Kakuma, esposte troppo spesso al rischio di SGVB mentre svolgono le più comuni attività di vita quotidiana come raccogliere legna per il fuoco, recarsi ai centri di distribuzione alimentare, agli ambulatori, a scuola, non sono sufficienti.

Bisogna fare di più per vincere sulle complesse questioni culturali, economiche e politiche. Se da un lato le leggi internazionali e regionali affermano diritti e protezione dei rifugiati, dall’altro nella realtà si è ben lontani dall’attuazione di questi principi. Le pratiche di una cultura patriarcale hanno impedito ogni parvenza di parità tra i generi e in particolar modo di riconoscere alle donne di Kakuma qualsiasi potere; la situazione è particolarmente grave all’interno di campi profughi isolati, dove il rispetto della legge è lungi dall’essere assicurato.

Assicurare il rispetto della legalità compete allo stato keniano e alla comunità internazionale: fino ad oggi, però, è mancata la volontà politica. Ed è soltanto attraverso questa volontà politica e a consistenti investimenti che riconoscano la priorità del benessere dei rifugiati che si può fare dei progressi sulla strada di una reale riduzione delle violenze sessuali e di genere.

*I nomi sono stati cambiati per tutelare la sicurezza degli interessati

Per informazioni sugli altri progetti del JRS nel mondo, visita il sito.

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.

Morti in viaggio verso l’Europa e accoglienza dei rifugiati: le urgenze per il 2013

“Il 2012 è stato un anno molto difficile per i rifugiati: sono state migliaia le vittime incolpevoli dei viaggi in mare verso l’Europa. Ingiustificabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta emergenza Nord Africa che sta per concludersi senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate dalla Libia in guerra, come denunciato di recente dal Tavolo Asilo in un comunicato sottoscritto anche dal Centro Astalli. Per di più è ancora gravemente insufficiente e dispersivo il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nelle aree metropolitane”.

Questo il bilancio di Padre Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli) alla fine di un anno in cui i richiedenti asilo e rifugiati “hanno visto i loro diritti e la loro dignità minati da leggi lacunose, da una burocrazia inefficiente e da una società ancora troppo disattenta nel denunciare il degrado e l’esclusione sociale che spesso colpisce chi giunge in Italia in fuga da guerre e persecuzioni”.

In occasione dalla giornata mondiale del Rifugiato 2012, lo scorso 20 giugno, il Centro Astalli con una campagna dal titolo “In città, invisibili” denunciava l’insufficienza e la frammentarietà dei sistemi di accoglienza che, privi di regia unitaria e di standard uniformi, mostrano le lacune più gravi proprio nei luoghi dove i rifugiati si concentrano.
Dalla ricerca “Mediazioni Metropolitane”, realizzata la Caritas di Roma, emergeva che circa 1500 richiedenti e titolari di protezione internazionale nella capitale vivono in insediamenti irregolari, spesso senza alcun contatto con il territorio, in condizioni di grave precarietà e insicurezza (come del resto denunciato la scorsa settimana dal New York Times e dall’inglese Herald Tribune in merito alla situazione degli 800 rifugiati che occupano un edificio abbandonato nella periferia romana).

“Uno dei problemi principali che ci siamo trovati quotidianamente ad affrontare al Centro Astalli – sottolinea P. La Manna – è che i rifugiati, anche quando sono titolari di protezione internazionale, hanno difficoltà a vedersi riconosciuti diritti sociali concreti. Anche ai più vulnerabili, come le vittime di tortura, viene spesso impedito di vivere in dignità e sicurezza, nell’indifferenza generale.

La speranza per il 2013 – conclude P. La Manna – è che il diritto d’asilo trovi finalmente spazio in ragionamenti di respiro, fuori da logiche emergenziali.
Si mettano in atto misure coraggiose per risolvere l’eccessiva pericolosità dei viaggi con cui i rifugiati cercano di raggiungere l’Europa.

Si inizi al più presto un ripensamento delle misure di accoglienza a livello nazionale che dia luogo a un sistema unico, capace di collegare le reti esistenti, affinché tutti i migranti forzati trovino in Italia una risposta tempestiva e qualitativamente soddisfacente ai loro bisogni più immediati.
C’è molto da fare, le sfide non mancano, affrontarle è responsabilità di ciascuno.
Che sia un buon anno per tutti… nessuno escluso!”

Siria I Care

Oggi molti blogger italiani hanno deciso di dedicare una giornata per parlare della Siria e testimoniare che hanno a cuore la tragedia che si sta verificando.

Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è presente a fianco di rifugiati e sfollati interni siriani e cerca di adoperarsi per rispondere ai bisogni di persone che sono letteralmente rimaste senza nulla, costrette ad abbandonare le proprie case dalla violenza e dalla guerra. Ospitiamo dunque qui un articolo della collega Angelika Mendes, Coordinatore per il fundraising dell’Ufficio Internazionale del JRS.

Amman, 31 ottobre 2012 – Ahmed* ci accoglie su una strada trafficata che si inerpica ripida su una collina e ci guida fino alla sua casa, in un tranquillo quartiere di Amman. Lo seguiamo al piano di sopra fino a un semplice appartamento di tre camere. Quando entriamo nel soggiorno veniamo accolti da un lungo scambio di saluti in arabo. A parte qualche materasso sul pavimento, la camera è spoglia.

Era la metà dell’inverno, nove mesi fa, quando Ahmed e la sua famiglia allargata – moglie, figlia, genitori, zio e zia – sono arrivati in Giordania per la prima volta. La vita è dura qui. Ma a casa era impossibile.

Prima di fuggire da Homs, Siria, Ahmed è stato arrestato e imprigionato per quasi 50 giorni in condizioni terribili. In conseguenza del periodo trascorso in carcere, Ahmad ha problemi alla colonna vertebrale che gli rendono difficile qualunque forma di lavoro fisico.

Ahmed resta calmo, con un’espressione risoluta sul viso, mentre fuma una sigaretta dopo l’altra. Sua madre, Zeinah*, racconta.

“È molto raro, in Siria, che qualcuno venga liberato dal carcere, capita forse a una persona su cento”, spiega Zeinah.

La famiglia ha pagato 2000 dinari giordani (2.170 euro) per il suo rilascio.

“Abbiamo venduto tutto, fino all’ultimo cucchiaio, per trovare la cifra necessaria”.

Prima di lasciare la Siria, Zeinah ha lavorato per il governo siriano per 30 anni, senza problemi, ma dopo lo scoppio delle violenze ha iniziato ad avere paura.

“Sentivo che le cose stavano cambiando e temevo di essere arrestata”.

“Non c’è abbastanza cibo in Siria, non c’è pane. Hanno distrutto tutto, chiese, case… Duemila persone si sono riunite per pregare e per manifestare pacificamente. Non volevano combattere” continua Zeinah dolorosamente.

Esilio. La moglie di Ahmed ci serve il caffè in piccole tazze con decorazioni dorate. Era incinta di sette mesi quando sono fuggiti da Homs prendendo un autobus per Amman.

“Siamo venuti senza niente. Per i primi 50 giorni abbiamo vissuto qua e là, finché abbiamo trovato questo appartamento.

Undici membri della famiglia, distribuiti su tre generazioni, vivono insieme in questa casa.

“È meglio mangiare la polvere qui che stare in Siria”.

Il figlio quattordicenne di Zeinah fa turni di 12 ore in un negozio di falafel per cinque dinari al giorno. È l’unico che porta a casa uno stipendio, perché Ahmed e suo padre non riescono a trovare lavoro. Per il resto, la famiglia vive di beneficienza; vestiti e medicine da una chiesa locale e dall’ospedale di zona; cibo da una ONG, uniformi e zaini dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) così le due figlie più piccole di Zeinah possono andare a scuola.

“A loro piace stare qui. [Ma] è così difficile vivere in Giordania. Tutto è così caro”.

La famiglia paga 200 dinari al mese per il loro appartamento di tre camere. Il marito di Zeinah ha bisogno di medicine speciali per l’ipertensione e per il cuore. Ora che si avvicina l’inverno, hanno bisogno di coperte e combustibile per il riscaldamento.

Quando vivevano in Siria, Ahmed e suo padre lavoravano come autisti di pullmini per turisti e vivevano bene. Il figlio e la figlia più grandi sono rimasti in Siria.

“Cerchiamo di restare in contatto con loro, ma la rete telefonica non funziona sempre”.

Finché la polvere del conflitto diffuso non si poserà, il futuro della famiglia di Zeinah e degli altri rifugiati siriani rimarrà incerto.

* I nomi sono stati cambiati.

Per sostenere concretamente il lavoro del JRS in Siria, clicca qui.

Scappare dall’orrore non basta

Giancarlo, psichiatra, parla di trauma post migratorio. Per Fabiana, operatrice legale, si tratta di vulnerabilità sopraggiunta. Comunque lo si chiami è un dolore subdolo, inaspettato e per questo violento e troppo spesso ingestibile.

È il male che colpisce richiedenti asilo e rifugiati nel loro iter per il riconoscimento dello status. La superficialità, l’ignoranza, l’ignavia di un sistema che non riconosce la dignità delle persone, ma calpesta diritti e speranze senza neanche immaginarne le conseguenze.

Kamara (nome di fantasia) arriva in Italia dalla Sierra Leone il 5 ottobre 2008.

Si rivolge al Centro Astalli per avviare la sua richiesta d’asilo. L’esame in commissione avviene un anno dopo aver presentato la domanda. Il 27 ottobre del 2009 gli viene notificato un diniego.

Tramite un avvocato presenta ricorso in tribunale. Il 5 marzo 2012, dopo oltre tre anni dall’arrivo, viene a sapere con una sentenza che il giudice rigetta l’istanza. Non ha più diritto a rimanere in Italia.

Negli ultimi 4 anni della sua vita, Kamara ha provato ad andare avanti indipendentemente dai tempi della burocrazia italiana, ha trovato un lavoro, una casa, si è rimesso in piedi e ha ricominciato a vivere. Dopo tutto ciò, qualche settimana fa, per la seconda volta nella sua vita, gli viene comunicato che avrebbe dovuto lasciare tutto e ritornare da dove era scappato tanto tempo prima.

Kamara decide che tutto ciò non fa più per lui: prova a togliersi la vita.

 Adama (nome di fantasia) è un ragazzo di 20 anni,  scappato dalla Costa d’Avorio. Trema e piange: non fa altro da quando si trova in Italia. Presenta domanda d’asilo e racconta di una madre abusata davanti ai suoi occhi da un gruppo di militari.

È costretto a raccontare l’orrore in questura, lo deve ripetere all’operatore legale da cui è seguito, lo avrebbe dovuto ridire in commissione lo scorso 5 aprile, ma non ce l’ha fatta. L’idea di dover rivivere nuovamente quel maledetto orrore, l’ha quasi ucciso. Un crollo nervoso lo costringe al ricovero in ospedale, dove continua a tremare. Immaginare un futuro per questo ragazzo è difficile. L’unica cosa che l’Italia per il momento è riuscita a fare è fissare una nuova data: il 16 maggio verrà nuovamente chiamato a parlare di quel dolore troppo grande… Tutto il resto non conta e non serve.

Paul dalla Costa d’Avorio, racconta di Malta: “Ho diviso per alcuni giorni la stanza nel centro di detenzione con un ragazzo che accusava dolori fortissimi alla testa. Tutti i giorni andavo dalle guardie a dire che il mio compagno aveva dolori al capo. Nessuno ha fatto niente. Nessuno è venuto a vedere le sue condizioni, non ha avuto modo di parlare con un medico né con chiunque altro. C’ero solo io a far fronte alla sua disperazione. Dopo tre giorni il mio compagno è morto.

Per le diciotto notti successive il suo volto mi è apparso davanti chiedendomi aiuto. Per me è stata una vera tortura, la peggiore che abbia mai subito, talmente atroce che le persecuzioni nel mio paese sono passate in secondo piano”.

 Il dolore dei rifugiati non è solo quello che li costringe a scappare. Esiste un dolore subdolo che fiacca lentamente, che logora giorno dopo giorno. Attese, rinvii, mancanza di ascolto, solitudine e disprezzo di una dignità già troppo calpestata. Troppo spesso c’è solo questo ad aspettarli nel Paese in cui chiedono asilo.

Donatella Parisi