Philip, rifugiato siriano: in Italia posso ricominciare a sperare nel futuro

Mi chiamo Philip ed ho 37 anni. Sono di Aleppo, una grande città industriale nel nord della Siria.
Sono venuto in Italia 7 anni fa per studiare psicologia all’università salesiana dove tutt’ora continuo i miei studi.
Il mio primo anno è stato molto difficile perché dovevo studiare ed imparare l’italiano allo stesso tempo. Quando chiamavo la mia famiglia in Siria, loro mi dicevano di tenere duro perché in quel periodo la situazione ad Aleppo stava sempre più peggiorando.
La mia vita è cambiata quando una telefonata mi ha informato di una malattia che aveva colpito mio padre; ho sentito subito l’esigenza di tornare, dalla mia famiglia, ed offrire loro un po’ di conforto. Era la fine del 2008 e ho passato in Siria quello che io definisco 8 mesi di inferno. Sono arrivato a Beirut, in Libano, perché tutti gli aeroporti in Siria erano stati chiusi; da lì ho iniziato un lungo viaggio in autobus durante il quale ho potuto notare fin da subito come la mia terra era profondamente cambiata. Eravamo costretti a fermarci ad ogni check point, le strade erano sempre più difficili da percorrere.
Ad Aleppo ho finalmente riabbracciato la mia famiglia che ho trovato profondamente cambiata nell’animo: alla preoccupazione per la salute di mio padre si aggiungeva la forte ansia per quello che stava accadendo fuori dalla finestra di casa nostra. In ospedale la situazione non era di certo migliore: i medicinali scarseggiavano ed anche la ricerca di uno dei farmaci più semplici era davvero difficile; le condizioni igieniche erano pessime perché l’acqua calda non c’era e l’elettricità era presente solo qualche ora al giorno. Mio padre non riusciva a camminare e i calmanti per il dolore erano finiti.
Il 9 marzo 2009 mio padre è morto. Mi ritrovavo ora davanti ad un bivio: il 24 marzo di quello stesso anno mi sarebbe scaduto il visto studentesco che avevo ottenuto per studiare in Italia ed io dovevo decidere se restare o tornare a Roma. Ho parlato con i miei amici e con la mia famiglia per cercare consigli e sciogliere i miei dubbi; tutti mi dicevano di ritornare in Italia per non perdere il visto che avrebbe rappresentato per me, mia madre e mia sorella un’opportunità per fuggire.
Sono ripartito ma ogni giorno ero preoccupato per le condizioni in cui avevo lasciato la mia famiglia. La sentivo via skype e chiedevo sempre a mia madre se volevano raggiungermi a Roma dove avremmo vissuto serenamente e senza angosce. Mia madre era categorica: non voleva lasciare tutto, non voleva abbandonare la casa che aveva fatto costruire con mio padre e che con i loro sacrifici avevano ristrutturato recentemente. Mia sorella non voleva lasciare il suo lavoro nella complesso industriale di Aleppo per ricominciare in un posto per lei completamente nuovo.
La situazione è radicalmente cambiata nel giorno di Pasqua del 2015: questo giorno è ancora ricordato come la Pasqua nera. Una pioggia di missili ha bombardato il mio quartiere radendo al suolo intere palazzine e uccidendo molte persone che in quel tempo si stavano dirigendo verso la chiesa. Dopo molte ore sono riuscito a raggiungere telefonicamente mia madre che senza alcuna esitazione ha espresso la sua volontà di fuggire dalla Siria e raggiungermi in Italia insieme a mia sorella.
Mi sono subito attivato per trovare un modo sicuro per farle arrivare a Roma e solo con l’aiuto di un parroco sono riuscito ad ottenere un visto turistico per entrambe. Hanno affrontato un viaggio pericoloso fino a Beirut dove hanno raggiunto l’ambasciata italiana per ritirare il visto. Hanno preso il primo volo per l’Italia e ci siamo finalmente riabbracciati all’aeroporto di Fiumicino. Certo, le difficoltà che abbiamo trovato subito dopo il loro arrivo erano tante: mia sorella doveva imparare l’italiano ed ora lo sta facendo nella scuola del Centro Astalli e mia madre vive ogni giorno con la speranza di poter ritornare in Siria appena la situazione sarà migliore.
Sin dall’inizio mi sono rivolto a questo centro d’ascolto, in via del collegio romano, ed è proprio da qui che ho potuto ricominciare a sperare nel futuro mio e della mia famiglia. Grazie all’appello che Papa Francesco ha rivolto a tutte le parrocchie d’Italia, il Centro Astalli e il servizio di comunità di accoglienza ci hanno aiutato a trovare un rifugio. Ora viviamo tutti e tre insieme ed in pace.

#I get you: raccontiamo l’Europa che vogliamo

È stata lanciata lo scorso 20 aprile la campagna “I get you”, promossa dal JRS in nove Paesi europei nell’ambito del progetto BEST, finanziato dalla Commissione Europea. “I get you” in inglese significa “ti capisco, so come ti senti”. L’obiettivo è raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e molto distante da quella che ci viene comunicata dalla politica attraverso esperienze innovative che vedano cittadini e migranti impegnati insieme in iniziative di accoglienza, socializzazione e valorizzazione della diversità.
Per i prossimi mesi attraverso la sezione italiana del sito multilingue http://www.igetyou-jrs.org si potranno segnalare iniziative di associazioni, gruppi di volontari, parrocchie ecc che abbiamo l’obiettivo di facilitare l’inclusione di rifugiati e migranti: corsi di italiano, gruppi sportivi, laboratori di arte e di cucina, esperienze di ospitalità… Per farlo si deve compilare un breve questionario online già disponibile sul sito, dando alcune informazioni essenziali sull’iniziativa, ma anche possibilmente brevi testimonianze dirette di rifugiati, migranti e cittadini che vi partecipano e fotografie che trasmettano l’idea del fare insieme, che è un po’ il cuore del messaggio della campagna.

Chi chiede asilo lo chiede a te – Giornata del Rifugiato 2014

Ospite è chi accoglie e chi viene accolto. L’italiano, lingua ricca e complessa, usa la stessa parola per indicare soggetto e complemento, attore e fruitore. Non può essere pigrizia etimologica né dimenticanza culturale.  È significato e significante insieme.

Nel rapporto di ospitalità la relazione, lo scambio avviene tra pari. Entrambi si arricchiscono, entrambi si migliorano, entrambi sperimentano la bellezza dell’incontro. È un donarsi reciproco.

Se è vero che l’ospite è sacro, allora si tratta di una sacralità che investe sia chi apre la porta al forestiero, sia chi bussa in cerca di accoglienza.

Ospiti, uguali anche in questo. La sacralità dell’incontro è il punto centrale, è il senso, è un ideale di giustizia che si fa carne.

I rifugiati rappresentano oggi per le nostre società, per le nostre famiglie, per ciascuno di noi una grande occasione di divenire sacri, di rendersi ospiti, di aprirsi all’incontro e di essere persone migliori.

Se accogliere un rifugiato fosse prima di tutto un atto personale, una volontà individuale, una scelta consapevole  staremmo compiendo una rivoluzione di buon senso e semplicità.

Pensate a un ragazzo di vent’anni che ha attraversato il deserto, il mare per un ideale di giustizia: quanto avrebbe da insegnare a noi e ai nostri giovani?

Pensate a una donna che ha conosciuto l’orrore della guerra e ha rischiato tutto per mettere in salvo i suoi figli: chi di noi non farebbe lo stesso per i suoi?

Invitare un rifugiato in casa propria è un gesto semplice, potente, facile e rivoluzionario. È il seme del cambiamento.

Il 20 giugno le Nazioni Unite celebrano la giornata mondiale del Rifugiato, in tante città del mondo e in Italia sono moltissime le occasioni per saperne di più.

Quest’anno sarebbe bello se il 20 giugno la tua casa si aprisse per accogliere un ospite speciale, un rifugiato, un eroe moderno che viene da lontano. Potresti incontrare il volto vero di un’umanità in cammino. Sarebbe un’occasione importante e la bellezza dell’incontro resterebbe per molto tempo. Chi ha già provato, lo rifarebbe mille volte.

Chi chiede asilo lo chiede a te. Non è solo una richiesta di aiuto. È sopra ogni cosa una possibilità, un’opportunità di essere migliore, più ricco e forse anche più felice.

 

Donatella Parisi

Aver Drom, un altro cammino. I minori non accompagnati del Centro Astalli

Jean Baptiste produce oggetti grazie a Refugee Scart, progetto patrocinato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati. Kewory dopo un tirocinio finanziato dal Comune di Roma lavora come magazziniere nella grande distribuzione. Kamal sta realizzando il suo sogno di fare il sarto in Italia, mettendo a frutto il sapere acquisito nel suo paese. Ripon dopo aver frequentato un corso per pasticcere ora prepara brioches e prodotti da forno nella nostra città.

Nel corso degli ultimi anni la semiautonomia Aver Drom ha accolto principalmente minori stranieri non accompagnati provenienti per lo più da Afghanistan, Egitto, Bangladesh, Mali e Costa d’Avorio.

Aver Drom in lingua romaní significa altro cammino. I giovani ospitati dalla struttura del Centro Astalli partono dai loro paesi perché scelgono una nuova strada fatta di sogni e speranze di costruirsi un futuro diverso in Italia.

L’Aver Drom accoglie minori di età compresa tra i 16 e i 18 anni e neomaggiorenni privi di occupazione, in via di apprendimento lavorativo o in formazione. L’obiettivo è quello di fornire ai ragazzi gli strumenti utili a relazionarsi autonomamente e in modo efficace nella società italiana attraverso il rafforzamento delle proprie capacità.

L’Aver Drom realizza progetti di inclusione sociale che riguardano le aree del lavoro, della formazione scolastica, della situazione sanitaria e di quella giuridico-legale, supportando anche quei minori che presentano la richiesta di protezione internazionale.

Nel panorama dell’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati a Roma emergono alcune criticità – così come rilevato in una recente pubblicazione di Roma Capitale, I minori stranieri a Roma: quadro statistico e analisi dei percorsi di integrazione  – che riguardano l’accesso al lavoro, la formazione scolastica e lavorativa, la mediazione linguistico-culturale. Più in generale emerge una ancora scarsa capacità del sistema di fornire ai ragazzi  gli strumenti necessari per raggiungere autonomamente un livello di qualità della vita accettabile una volta compiuta la maggiore età, quando i giovani dovranno lasciare le strutture di accoglienza per minori.

Per i ragazzi è indispensabile arrivare al compimento dei 18 anni di età con i requisiti necessari a convertire il permesso di soggiorno per “minore età” in permesso per motivi di lavoro o di studio, aver compiuto una buona formazione scolastica e lavorativa, aver garantito il diritto alla salute e a una sistemazione abitativa adeguata.

In questo senso anche dopo il compimento della maggiore età l’équipe dell’Aver Drom si occupa di supportare i ragazzi nella regolarizzazione dello status giuridico, nell’accesso alla abitazione e nella ricerca di una occupazione.

Inoltre all’interno della struttura operano alcuni volontari che decidono di impegnarsi in progetti annuali. Il volontariato è di supporto al lavoro dell’équipe e il suo intervento non si sostituisce a quello degli operatori, ma lo integra. Teresa per esempio si occupa di aiutare Kawsar nel suo percorso mirato all’ottenimento a giugno del diploma di terza media. Sally insegna a tutti i ragazzi l’inglese, oggi fondamentale per trovare lavoro. Pablo e Syrilus si occupano di svolgere attività educative con gli ospiti dell’Aver Drom coinvolgendo in questo anche un gruppo di ragazzi italiani.

In questo momento gli ospiti dell’Aver Drom sono impegnati negli allenamenti preparatori al torneo di natale organizzato per gli alunni della scuola Penny Wirton. Siamo certi che i ragazzi saranno pronti e preparati a giocarsi anche questa partita.

 

Andrea Anzaldi e Lucio Fabbrini

Io ci sono. Come posso dare una mano?

Nelle parole conclusive del suo discorso al Centro Astalli, Papa Francesco, con semplicità e schiettezza, ha ricordato che accogliere e accompagnare i rifugiati non è un compito da lasciare a pochi specialisti. La fila che si snoda ogni pomeriggio a due passi da piazza Venezia, davanti alla porta verde di via degli Astalli 14a, non dovrebbe lasciare indifferenti. “Queste persone ci ricordano sofferenze e drammi dell’umanità”, ha detto il Papa, “Ma quella fila ci dice anche che fare qualcosa, adesso, tutti, è possibile. Basta bussare alla porta, e provare a dire: Io ci sono. Come posso dare una mano?”.

Non si tratta solo di far fronte a una necessità materiale. La sfida è più ambiziosa. Promuovendo insieme, come collettività, la dignità dei rifugiati riscopriamo il gusto di lottare per il bene comune, restituiamo sostanza alle relazioni tra persone che sono alle basi della nostra democrazia. Senza paura delle differenze, dunque, sono molte le opportunità di “dare una mano”.

Informati e informa. L’Italia è un Paese che non conosce i rifugiati, che non li distingue da tutti gli altri cittadini stranieri. I media non aiutano, facendo continuo riferimento – nonostante qualche progresso compiuto negli ultimi anni –  a emergenze, invasioni, clandestini e criminali. Da molti anni il Centro Astalli promuove nelle scuole dei progetti che danno l’opportunità di capire meglio e di contrastare i pregiudizi incontrando nelle classi rifugiati e persone di religioni diverse: una palestra di dialogo, che aiuta i più giovani a crescere in una prospettiva di apertura e di valorizzazione della diversità. Se sei un insegnante o un genitore, considera di proporre nella tua scuola questa esperienza.

Contribuisci, nel tuo piccolo, a risolvere un problema. Spesso siamo disposti a aiutare a distanza le persone e le famiglie meno fortunate. I rifugiati che vivono in Italia tra mille difficoltà sono i nostri vicini di casa. Anche un contributo economico modesto può rispondere a un bisogno molto concreto di uno di loro: un pasto caldo, un paio di occhiali, un farmaco non passato dal Servizio Sanitario Nazionale. Guarda la pagina della campagna “Io sostengo da vicino” sul sito www.centroastalli.it e troverai molte idee.

Partecipa. Se hai del tempo a disposizione, considera di dedicare del tempo al volontariato. È un modo concreto per aiutare e, soprattutto, un’occasione di incontrare dei rifugiati. Stabilire una relazione con loro è un’opportunità importante, per te e per la tua famiglia.

Chiara Peri

Papa Francesco al Centro Astalli

La seconda tappa di un viaggio iniziato a Lampedusa Papa Francesco l’ha fatta al Centro Astalli.

Tanti i significati che si possono leggere in questa visita. Per chi l’ha vissuta in prima persona sopra ogni cosa c’è la forza dell’incontro.

Papa Francesco ha incontrato i rifugiati, li ha abbracciati, ascoltati, ha pregato con loro.

Ha ridato a uomini e donne provati nel corpo e nello spirito la dignità perduta. Li ha messi al centro del mondo. Per un pomeriggio la mensa dei rifugiati, un posto semplice, povero per i poveri, è diventato un luogo a cui tutti guardavano, in cui tutti volevano essere.

Grazie Francesco per esserci stato, per aver risposto ad un invito, per aver telefonato:“Sono papa Francesco, saluta i rifugiati da parte mia, presto verrò”. Una promessa mantenuta, una felicità condivisa tra operatori, volontari, rifugiati.

Ci hai mostrato ancora una volta quanto ci sia di straordinario nella semplicità dei gesti: stringere una mano, abbracciare, bere un mate seduto in cerchio con i rifugiati. Ascoltare, parlare, accogliere il dolore facendosene carico, centinaia di lettere raccolte, con disponibilità e generosità. Ti sei dato senza barriere a chi dalla vita ha avuto solo il peggio.

Ci hai colpito con la potenza delle tue parole, perché semplicità non vuol dire debolezza. Hai parlato di accoglienza, di dignità, hai invocato giustizia e solidarietà. Hai riempito di significato ogni parola pronunciata. Nella Chiesa del Gesù, davanti a 350 rifugiati e 300 volontari hai omaggiato la tomba di Padre Pedro Arrupe, che volle istituire con tutte le sue forze il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Hai pronunciato parole importanti, pietre, per le coscienze di ciascuno. La tua voce è giunta forte a tutto il mondo.

Un discorso intenso, in cui hai voluto riprendere e spiegare la missione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati “accompagnare, servire, difendere”. Le hai pronunciate quelle tre parole, le hai spiegate, le hai rese attuali e vive con la forza e la concretezza che  caratterizza il tuo modo di parlare.

Hai concluso con un monito alla Chiesa, alla tua Chiesa: “Apriamo le nostre porte ai rifugiati. Fuggiamo la mondanità e la ricchezza, accogliamo la carne di Cristo che sono i rifugiati”.

Grazie Papa Francesco. Ancora una volta. La tua presenza è stata una festa, un dono che ci spinge a metterci a servizio dei rifugiati ogni giorno con maggiore impegno e dedizione.

P. Giovanni La Manna sj

Ponti da costruire. La scuola di italiano del Centro Astalli

La scuola di italiano del Centro Astalli ha come obbiettivo fondamentale la ricostruzione della dignità della persona, la possibilità di un reinserimento sociale, la valorizzazione delle capacità personali, attraverso l’apprendimento della lingua italiana.

La scuola ha una struttura, delle aule, una segreteria, dei programmi didattici, ma ciò che in realtà definisce la scuola è la relazione che si instaura tra gli studenti, provenienti soprattutto dall’Afghanistan, dalla Turchia, dall’Africa e i numerosi docenti volontari. Cogliere il senso dell’importanza della lingua italiana attraverso la relazione di fratellanza diviene la base per poter edificare una scuola di frontiera, che si propone di abbracciare la fatica e il limite di costruire ponti tra mondi distanti e vite infrante.

L’insegnamento diviene così apertura all’altro, all’interno di un cammino che conduce a partecipare al graduale e faticoso apprendimento di una lingua tanto bella quanto complessa: tornano in mente i volti dei tanti ragazzi che nel giro di qualche mese sono riusciti a formulare brevi frasi con i verbi e le preposizioni al posto giusto! E poi il poter finalmente esprimere le proprie gioie per piccole conquiste, le preoccupazioni per una vita intrisa di precarietà, le infinite arrabbiature per le estenuanti trafile burocratiche.

Le lezioni, tutta la settimana, sono organizzate in modo da essere il meno possibile riconducibili a ciò che per noi è stata la scuola istituzionale: c’è un primo tempo di accoglienza, momenti di lezione frontale, di partecipazione attiva, intervallate da qualche spuntino, e poi l’appello, che conferisce serietà alla scuola e permette, a coloro che partecipano a tutte le lezioni, di avere la tessera mensile dei trasporti.

Quando il gruppo classe comincia ad essere consolidato, si organizzano escursioni per la città di Roma: memorabile quella presso il Comune, dove i ragazzi – i più audaci – si sono impossessati della poltrona del sindaco, così come è stato emozionante, durante una partita di calcetto, vedere giocare anche alcune ragazze, munite di velo, ma dal tocco di palla tutt’altro che inesperto. E poi i volti sorridenti, che forse per un attimo hanno dimenticato la pesantezza di una vita che non ha fatto sconti. Altre attività didattiche sono il cineforum, e il laboratorio teatrale, in cui si tenta di far prender coscienza delle potenzialità dell’espressione corporea.

Un’ultima attività nata sempre all’interno dell’ambito scolastico è stato un laboratorio di musica, dove i diversi mondi e culture musicali si possono incontrare e armonizzare insieme.

Claudio Zonta sj

Cecilia racconta il servizio civile al Centro Astalli

“ I Rifugiati sono persone comuni che si vengono a trovare in circostanze eccezionali.

Rifugiati si diventa all’improvviso, senza averlo voluto e, a volte, senza aver fatto nulla di straordinario.”

Ho scelto di iniziare al mia testimonianza con questa definizione su chi sono i rifugiati, tratta dal libro “Terre senza promesse” a cura del Centro Astalli (Avagliano editore 2011), per mettere luce sulle persone con cui e per cui io, Federico, Jessica, Federica, Saverio, Andrea, Chiara, Ilaria, Maurizio abbiamo lavorato in questa nostra esperienza di Servizio civile nazionale al Centro Astalli.

Circa un anno fa ognuno di noi è stato assegnato ad un servizio o un prgoetto; abbiamo offerto un piatto di pasta a chi ne aveva bisogno; abbiamo scritto curricula pieni di speranza; abbiamo coltivato discorsi e scambi alla scoperta di un mondo femminile, a volte lontano, ma spesso vicino e riconoscibile. Abbiamo cercato di far conoscere a bambini e adolescenti altri mondi, che sono anche i nostri mondi; abbiamo imparato insieme come sia difficile distinguere la A dalla E   ma, come ancora più difficile, sia non sapere quale sarà il proprio futuro, ricordare e raccontare eventi che logorano, non sapere dove andare a dormire e non piangere al ricordo della proprio famiglia lontana.

Alla fine di questo nostro Servizio civile ci possiamo solo ritenere fortunati per aver vissuto un’esperienza che ci ha formati, che ci ha permesso di conoscere persone che ci hanno insegnato la forza di andare avanti e la speranza, anche nel nostro Paese.

Cecilia De Chiara

Haydar, un nuovo parigino

WelcomeMershIl progetto Welcome, ideato e coordinato dal JRS France, è una rete di famiglie e di comunità religiose disponibili ad accogliere per un periodo di tempo stabilito – di solito un mese – un richiedente asilo o un rifugiato.
Offrire accoglienza a persone appena arrivate e in attesa di essere inviate a un Centro di Accoglienza governativo e che spesso sono costrette a trascorrere questo periodo di attesa dormendo per strada significa in primo luogo dare loro l’opportunità di tranquillizzarsi e riposarsi dal viaggio e dallo choc dell’arrivo in un contesto sconosciuto.
Sia con la famiglia ospitante che con il tutor del JRS, che continua a seguire la persona in tutto il suo percorso, si stabiliscono relazioni autentiche, che avviano efficacemente al percorso di autonomia dei rifugiati, permettendo loro di prendere confidenza con la cultura francese, sentendosi meno isolati.

Oggi vi proponiamo un’intervista a Haydar, rifugiato afgano, che è stato accolto per cinque mesi dalla rete Welcome a Parigi, prima in una comunità di gesuiti e poi in diverse famiglie parigine.
Come è iniziata la tua vita a Parigi?

Il 24 settembre 2010, dopo un viaggio durato diversi mesi, sono arrivato a Parigi. Non sapendo come fare per presentare domanda d’asilo, ho chiesto informazioni a dei giovani del mio Paese. Come loro, ho trascorso i primi giorni tra le stazioni della metro e un parco. Una mattina – dormivo su una panchina – si è avvicinato un signore anziano. Mi ha fatto qualche domanda e, visto che non parlavo una parola di francese, mi ha proposto di insegnarmelo. Il giorno dopo, è tornato con un quaderno e una matita e abbiamo cominciato, così, nel parco. Imparavo in fretta e gli ho fatto capire che avevo molta voglia di imparare, perché non sarei più potuto tornare nel mio Paese e avrei dovuto vivere in Francia. «Allora devi andare a scuola» – mi ha detto lui. Ho accettato molto volentieri e tre mesi dopo ho iniziato a seguire dei corsi, quasi tutti i giorni.
Come ti sentivi a quel tempo?

In realtà non stavo molto bene, a parte quando ero a lezione, perché là smettevo di pensare alla mia famiglia, sempre in pericolo, e a tutte le sofferenze che avevo vissuto. A scuola mi concentravo sulle parole, ridevo con i professori, il tempo passava in fretta e mi pareva che finalmente nella mia vita stesse ricominciando a succedere qualcosa di positivo. Ma appena uscivo dalla scuola, il dolore e la tristezza ritornavano.
Come sei entrato in contatto con il progetto Welcome del JRS?

A dicembre, cominciava a fare freddo, pioveva, ero malato e la mattina a lezione ero molto stanco. Un professore mi ha detto «ti posso ospitare a casa mia, ma solo per qualche giorno, perché poi viene la mia famiglia a trovarmi». Natale si avvicinava e lui non sapeva più che fare, allora ha chiamato il JRS. Il 24 ci hanno ricevuto e quella sera sono stato accolto da una comunità di gesuiti.
Sei rimasto diversi mesi in questa rete di accoglienza. Che esperienza è stata?

In primo luogo, è molto importante vivere con dei francesi. Ogni sera mi pareva di aver vissuto cose che non capivo in città: tornando a casa, potevo parlarne, chiedere spiegazioni e alla fine capire cosa era davvero successo e perché. Poi mi sentivo atteso. La prima accoglienza è sempre un po’ difficile, perché uno ha l’impressione di disturbare e poi, se uno non sa la lingua, chi ospita deve fare molti sforzi e questo è ancora più imbarazzante. Poi diventa più facile: diciamo spesso che quelli che vanno direttamente dalla strada al centro di accoglienza, senza passare dalle famiglie, non possono capire nulla della Francia. Poi, come dicevo, quando mi trovavo da solo era come se fossi ancora al moi Paese, con tutte le paure e il dolore che riemergevano. Essere in famiglia mi ha aiiutato a concentrarmi su delle persone, delle parole, delle cose, a essere davvero presente. Mi piaceva soprattutto poter aiutare, rendermi utile.
Non è troppo difficile, dopo 5 mesi di accoglienza nella rete Welcome, uscire e ritrovarsi da solo al centro d’accoglienza?

Sì e no. Innanzitutto va detto che è una cosa normale. Poi ormai ero in grado di cavarmela da solo ed ero comunque rimasto in contatto con le famiglie che mi avevano ospitato e con il JRS, quindi non ero più isolato e anzi ero felice di non dipendere più da nessuno!
Cosa pensi della durata dell’accoglienza in ciascuna famiglia? Un mese non è troppo poco?

Per me un mese passava molto in fretta, ma non so se per la famiglia era lo stesso… Certo, è un peccato doversene andare proprio quando si comincia ad abituarsi. Ma ogni persona è diversa: per alcuni abituarsi è un bene, per altri è un male.
Cosa vorresti dire a chi ti legge?

Che la settimana scorsa mi hanno riconosciuto lo status di rifugiato e penso che senza il JRS, la scuola e le famiglie che mi hanno ospitato certamente non sarei qui. Vivere in famiglia, anche se possiamo sembrare timidi o preoccupati, ci fa molto bene, ci restituisce la speranza e l’energia. Grazie!

 

2012: un silenzio assordante

Rifugiati: un popolo immenso, che aumenta anno dopo anno. Un numero he cresce, ma che non corrisponde ad alcuna capacità di incidere nelle grandi scelte internazionali, nel futuro del proprio Paese e spesso anche negli eventi della vita, propria e dei propri familiari. Mentre i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente continuano a sobbarcarsi il carico più ingente dell’accoglienza dei rifugiati, l’Europa non cessa di concentrasi sul controllo spasmodico delle sue frontiere. Intanto nel Mediterraneo continua la strage silenziosa dei naufragi e la lista delle vittime ignote della Fortezza Europa si allunga. I viaggi si fanno più lunghi, più costosi, più pericolosi: ma restano inevitabili per chi non ha alternativa.

Richiedenti asilo e rifugiati che vivono in Europa subiscono le pesanti conseguenze della crisi: non solo tagli lineari e indiscriminati al welfare, ma un clima politico di diffidenza che, nei casi più gravi, arriva a un’aperta ostilità. Ma più grave di quello che alcuni dicono è quello che quasi tutti gli altri non dicono. L’asilo e la protezione internazionale sembrano essere ormai avvolti dal silenzio della politica. Un silenzio a tratti imbarazzato, a tratti addirittura arrogante, come se non fosse questo il momento per sollevare certe questioni.

La crisi economica rende più intollerabili i ritardi e lo spreco di risorse nella gestione della cosiddetta Emergenza Nord Africa, conclusa senza soluzioni dignitose per le circa 20.000 persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra. Due anni di misure improvvisate e poco progettuali, che non hanno aiutato gli accolti, pur gravando pesantemente sulla spesa pubblica. Nulla è stato fatto, nel frattempo, per ripensare il sistema ordinario di accoglienza nazionale, ancora gravemente insufficiente, specialmente nelle aree metropolitane.

Lo abbiamo detto lo scorso anno, torniamo a ripeterlo quest’anno con più forza: la politica deve ricominciare a far sentire la sua voce. Il tema dell’accoglienza e della protezione dei rifugiati non può più essere delegato a apparati burocratici inadeguati e rigidi, o all’iniziativa privata di pochi volenterosi.

P. Giovanni La Manna s.j.